Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 86

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Altri tormenti, oltre i raccontati, travagliavano i Piemontesi e rendevano impossibile ogni buon governo; questi erano l'incertezza delle sorti future. Sorgevano e s'inviperivano le sette. Chi voleva essere Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Gli amici si odiavano, i nemici si accordavano, nessun nervo di opinione. Accrebbe l'incertezza ed i mali umori un atto del consolo, con cui diede il Novarese sì alto che basso alla Cisalpina. La sinistra novella sollevò gli animi maravigliosamente in Piemonte, perchè si pensò che Buonaparte volesse restituire il rimanente al re. Il governo protestò: il consolo, che sapeva ciò che si faceva, si maravigliava che si temesse, che si protestasse. Pure non si scopriva; i timori, le sette e le angustie del governo crescevano. Era segno il Piemonte ad ogni più fiera tempesta.

Fra sì funesta intemperie, ebbe il governo che allora, sotto nome di commissione esecutiva, surrogata alla commissione di governo, era composto di Bossi, Botta e Giulio, un consolativo pensiero, e questo fu di stanziar beni di una valuta di cinquecento mila franchi all'anno a benefizio dell'università degli studii, dell'accademia delle scienze, del collegio e di altre dipendenze, ordine veramente benefico e magnifico, di cui solo si trovano modelli negli Stati Uniti d'America per munificenza del congresso, com'erano in Polonia per munificenza dell'imperatore Alessandro.

Fu questo conforto piccolo pei tempi, perchè le disgrazie sormontavano. Continuossi a vivere disordinatamente, discordemente, servilmente, famelicamente in Piemonte, finchè venne il destro a Buonaparte d'incamminarlo a più certo destino.

Le sorti di Genova erano del pari infelici, parte pei medesimi motivi, parte per diversi. Per la capitolazione d'Alessandria, abbandonava Hohenzollern Genova, non senza aver prima, per comandamento di Melas, esatto dai sessanta negozianti più ricchi un milione, come diceva, in presto ad uso dei soldati. I Franzesi, condotti da Suchet, entrarono nella desolata città il dì 24 giugno. Quante sventure e quanti dolori abbiano in sè queste frequenti mutazioni di dominio, ciascuno può giudicare. Trattaronla i Franzesi duramente, come se fosse sana ed intera.

Il consolo, come in Cisalpina ed in Piemonte, creava una commissione di governo con tutte le potestà, salvo la giudiziale e la legislativa; creava una consulta colla potestà legislativa; creava finalmente presso il governo ligure un ministro straordinario, chiamandovi il generale Dejean. Nella presa del magistrato sorsero le solite adulazioni, maggiori però da parte del ministro straordinario che del governo. Più certo e più chiaro era il destino di Genova che quel di Piemonte; perciocchè la Francia prometteva independenza. Ciò fu cagione che fosse maggior forza nel governo ligure che nel piemontese, e che le parti avverse meno si ardissero di contrastargli.

Erano quei della commissione di governo uomini pacifici e dabbene. Pure, mossi dalle grida dei democrati, stanziarono una legge d'indennità, della quale il minor male che si possa dire è, ch'era contraria ai capitoli d'Alessandria. Si risarcissero dai briganti e nemici della patria (così chiamavano i fautori dell'antico stato) i danni ai danneggiati; se non avessero di che risarcire, risarcissero per loro i comuni; radice pericolosa era questa di enormi arbitrii.

Con questi accidenti si viveva il governo povero, obbligato a sopperire allo Stato ed ai soldati forestieri: Keit dominava i mari e serrava i porti; Genova, sempre in servitù o periva di fame o periva per ferro; contristava vieppiù la città, venuta a crudeli strette per la forza, la malattia pestilenziale che, non che cessasse, montava al colmo. Due mila perirono in un mese. Brevemente, le condizioni dei tre Stati contermini era questa; in Piemonte fame, peste di carta pecuniaria, incertezza di avvenire; in Cisalpina abbondanza di viveri, erario sufficiente, maggiore speranza, se non di stato libero, almeno di stato nuovo; in Genova fame, peste e povertà d'erario. Nel resto, in tutti tre servitù; i governi, fattori di Francia.

Sospinti dalle gravi combinazioni della guerra italica, non si è fatto fin qui menzione d'un fatto importantissimo, e che avrà non meno importanti conseguenze. I cardinali, già adunati, come si è detto, in conclave a Venezia per intendere alla elezione del successore a Pio VI, nel dì 13 marzo del presente anno assunsero al pontificato il cardinale Gregorio Barnaba Chiaramonti, vescovo d'Imola, che sotto il nome di Pio VII fu, nel giorno 21 di detto mese, incoronato nella chiesa di San Giorgio Maggiore di quell'unica città. Così la fortuna preparava a Buonaparte il più efficace fondamento che potesse desiderare a' suoi disegni, fondamento più potente delle armi, più potente della fama; poichè il consolo confidava di ridurlo ai suoi pensieri con accarezzar la religione. Ciò produsse effetti di grandissima importanza.

Ricevettero i Romani con molte dimostrazioni di allegrezza le novelle della creazione del pontefice. Erano in servitù dei Napolitani: speravano che il signore proprio avesse a liberarli dal signore alieno. Partiva papa Pio il dì 9 di giugno da Venezia e dopo travagliosa navigazione arrivava ai 25 a Pesaro. Mandati avanti con suprema autorità per ricevere lo Stato dagli agenti del re Ferdinando e per dare qualche assetto alle cose sconvolte, i cardinali Albani, Roverella e della Somaglia, entrava in Roma il terzo giorno di luglio in mezzo alle consuete allegrezze dei Romani.

Provvide alla Chiesa con la creazione di nuovi pastori, allo Stato con quella di nuovi magistrati; ridusse ogni cosa, quanto possibil fosse, alla forma antica. Fu mansueto l'ingresso, mansueto il possesso; i partigiani della repubblica salvi. Stanziò che i beni venduti al tempo del dominio franzese alla camera apostolica tornassero, salvo il rimborso del quarto, ai possessori. Nè molto tempo corse che, volendo provvedere dall'un de' lati alla camera, dall'altro all'interesse dei comuni e dei particolari, tolse alcune tasse, ne pose di nuove. Volle che i comuni si liberassero dai debiti, sulla camera pontificia trasferendoli, salvo i debiti contratti per l'annona e gl'interessi corsi dei debiti anteriori; liberava i comuni dai luoghi di monte, sullo Stato investendogli, ma al tempo medesimo statuiva che, finchè l'erario non fosse ristorato, solo i due quinti dei frutti dei monti si pagassero. Comandava che i quattro quinti si corrispondessero ai possessori dei monti vacabili, e che i luoghi di monte sì perpetui che vacabili fossero esenti da ogni qualunque tassa o contribuzione. Aboliva le gabelle privilegiate, quali quelle dei bargelli, del bollo estinto, dei cavalli morti, o le trasferiva a benefizio dei comuni. L'opera poi delle contribuzioni indirizzava a più generale ed uniforme condizione: creava due tasse, abolito ogni privilegio e consuetudine antica che fosse contraria. Chiamò l'una reale e l'altra dativa. Quattro erano le parti della prima; un terratico di paoli sei per ogni centinaio di scudi d'estimo pei fondi rustici, una imposizione di due paoli per ogni centinaio di scudi di valuta sui palazzi e case urbane, un balzello di scudi cinque sui cambii per ogni centinaio di frutti, una contribuzione di valimento, che doveva sommare alla sesta parte di tutte le rendite dei capitali naturali e civili, rustici ed urbani sopra coloro che consumassero le loro rendite fuori di Stato. La dativa consisteva nella gabella del sale sforzato, in quella della mulenda o macinato, ed in quella di tre paoli per ogni barile di vino che s'introducesse in Roma, salva la esenzione pei padri di dodici figliuoli e pei religiosi mendicanti. Buoni ordini furono questi, fatti anche migliori dal benefizio di aver cassa del tutto la carta pecuniaria.

Non omise il consolo di considerare le romane cose. Prevedeva che come la pace coi re era per lui grande mezzo di potenza, così maggiore sarebbe la pace con la Chiesa. Quando poi seppe che il cardinale Chiaramonti era stato esaltato al supremo seggio, concepì maggiori speranze, perchè il conosceva fornito di pietà sincera, e però più facile ad essere tirato. Era gran cosa quella che veniva offerendo il consolo, perchè il ristorare la religione cattolica in Francia importava non solamente la restituzione di un gran reame alla santa Sede, ma ancora la conservazione pura ed intatta degli altri; conciossiachè non era da dubitare che se la Francia avesse perseverato nell'andare sviata in materia di religione, anche gli altri paesi sarebbero stati, o tardi o tosto, contaminati dall'esempio. Per la qual cosa papa Pio VII prestava benigne orecchie a quanto il consolo gli mandava dicendo. Adunque, tentati prima gli animi da una parte e dall'ultra, si venne poscia alle strette del negoziare, e finalmente alla conclusione, come sarà a suo luogo raccontato.

Buonaparte dominava la terra, Nelson il mare. Dopo la vittoria di Aboukir, comparve questi colla vincitrice armata davanti a Malta, già bloccata, e tolse, se alcuna ancor restava, ogni speranza di redenzione ai Franzesi assediati. Fece più volte, ma invano Nelson, la chiamata a Vaubois, che la comandava. Incominciava a patire maravigliosamente di vitto, d'abiti, di denaro; le malattie si moltiplicavano. Non per questo rimetteva Vaubois della solita costanza, nè allentava la diligenza delle difese. Per provvedere ai cambii, costrinse i principali isolani a dargli carte d'obbligo da scontarsi in Francia alla pace generale, e con queste pagava i soldati. Per vestirli, si fe' dare tele e drappi; per pascerli, farine; spianava pane, obbligava gl'isolani a venir levare le farine da lui, moltiplicava i conigli ed il pollame, per modo che molto tempo bastarono. Infieriva lo scorbuto; il combattevano col coltivare a molta cura nei luoghi più acconci gli ortaggi. Un Nicolò Isvard di Malta, maestro di musica, componeva opere, e recitavano, e cantavano, e ballavano. Pure la fame pressava. Provavasi il governatore a mandar in Francia per soccorso il Guglielmo Tell; ma i vigilanti e lesti Inglesi se lo pigliarono. Stava attento, e provvedeva con mirabile accortezza a tutti gli accidenti. Fecero i Maltesi di fuori congiure con quei di dentro: Vaubois le scopriva; davano assalti, e li risospingeva; pruove mirabili di chi si moriva di fame e di morbo. In cospetto degli assediati, tre navi tolonesi, cariche di tre mila soldati e di munizioni sì da bocca che da guerra, venivano in potere di Nelson. Ogni giorno, anzi ogni ora, la fame cresceva. Mandava fuori le bocche disutili; gl'Inglesi, barbaramente, come se vi fosse pericolo di vicino soccorso, le rincacciavano. Parecchi morirono di fame sotto le mura, gli altri, più morti che vivi, furono di nuovo ricettati dai Franzesi. Prevedeva Vaubois avvicinarsi l'ultima fine. La fame sopravanzò il valore. Vennesi a resa, ma onorevole, il dì 5 settembre.

Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva la chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza sicura con l'espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia e la Porta Ottomana le condizioni delle possessioni ioniche. A questo modo le veneziane isole arrivarono, in mezzo a tante guerre, ad una condizione non solo tollerabile, ma buona, ed in lei vissero parecchi anni assai felicemente; vennero poi nuove guerre e nuove ambizioni nuovamente a turbarle.

La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra nè dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che, mentre si combatteva in Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove genti, ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le mandava ad ingrossare ora l'esercito germanico ed ora l'italico. Un grosso corpo specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la condotta di Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad ambedue. Dal canto suo l'Austria non ometteva di levar nuovi soldati, massimamente dall'Ungheria, e gli inviava a rinforzar quelli che alloggiavano ai confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava tuttavia intero, ed era pronto a contendere di nuovo della vittoria. Ma non piccolo fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna sulle mosse di Toscana, che, posta pei capitoli d'Alessandria fuori del dominio franzese, e conseguentemente in quello dell'Austria, seguitava i desiderii dell'imperatore.

Grande odio annidava ancora in Toscana contro i repubblicani, perchè e troppo oltre era trascorso, nè si cessava di fomentarlo. Al medesimo fine indirizzava gli animi la reggenza creata in nome del duca. Il marchese Sommariva, mandato perchè desse forma a quelle masse incomposte, le ingrossasse e le armasse, con indefessa attività attendeva a compir l'ufficio che gli era stato commesso. Quelle genti, siccome quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse da odio contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui monti che dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano molti insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani. Per la qual cosa, usando l'occasione, non solamente richiedevano la Toscana e Sommariva che frenassero e punissero i violatori dei confini, ma ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece Sommariva risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana.

A questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli Apennini e s'impadronisse di Firenze; a Monnier, andasse a combattere e a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati; a Clement, marciasse più sotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso l'esito dalle intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la capitale della Toscana, e l'ultimo partendosi da Lucca, arrivava a Livorno, dove pose le mani adesso a cinquanta bastimenti inglesi e ad una quantità grandissima di frumenti. Le cose non successero di questo dalla parte di Arezzo. Gli Aretini si difendevano virilmente. Fu presa d'assalto il 19 di ottobre, con moltissimo sangue. Seguitava una strage, una insolenza, un sacco tale, quale si doveva aspettare da soldati irritati per ingiurie nuove, che avevano risuscitata la memoria delle antiche. Il terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in gran parte le masse toscane. Sommariva si ritirava nel Ferrarese.

Le cose si volgevano novellamente a guerra tra Francia ed Austria. Non aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati a Parigi il dì 8 luglio tra il conte San Giuliano ed il ministro Taleyrand. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra l'imperadore alla guerra, perchè, avendo rifiutato la pace, abborriva dal restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo al pensiero che i Paesi Bassi avessero a restare in possessione della potenza emola a lei: offeriva adunque sussidii di denaro ed aiuti di forze dalla parte di Napoli. Dall'altra parte l'imperadore non sapeva risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli che fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia finchè quella fortezza fosse in potestà di uno Stato dipendente intieramente dalla Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione dell'imperadore Paolo, giustamente confidava di poter fare fortunata guerra da sè stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e di Magnano, e considerando che si era perduta la giornata di Marengo un sol momento, dopo ch'era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore ne' suoi soldati.

Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente modo. Al germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il germanico d'Austria governato da Kray; all'italico di Francia che obbediva a Brune, l'Italico d'Austria cui era proposto Bellegarde. Fra i due e per congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei Grigioni un franzese governato da Macdonald, nel Tirolo un austriaco capitanato da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con Hiller, Brune con Bellegarde avevano a combattere.

La sollevazione del paese toscano che aveva obbligato Brune a smembrar parte delle sue forze ed a mandarle oltre il suo fianco destro, aveva debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove genti, con comandare a Macdonald, che, lasciati grossi presidii nei Grigioni, si calasse prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla Valtellina sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello per rinforzar Brune dove alloggiava, questo per riuscire alle spalle di Bellegarde, ed obbligarlo a ritirarsi indietro dalla fronte del Miurio, dove allora aveva le sue stanze. Aspro e difficile comandamento era questo del consolo; ciò non ostante, non si perdeva d'animo Macdonald, stimolando il fatto del San Bernardo, e volendolo emulare. L'antiguardo condotto da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e partito più presto e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga, parte il monte dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli gravissimi, sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio. Acquistava per tal modo Baraguey l'impero della Valtellina, e facilitava la strada allo scendere di Macdonald. I Valtellini, al veder comparire quelle genti, si maravigliavano, come se venissero dal cielo; tanto pareva loro impossibile che elleno per quei luoghi ed in quella stagione (novembre) fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a Macdonald.

Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente incappellato di nevi e di ghiacci, pareva che la natura fosse divenuta insuperabile. Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada, già di per sè stessa sdrucciolevole, stretta, rotta e precipitosa; pure, come al San Bernardo, si posero le artiglierie sui traini, le provvigioni sui muli; marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga; donde restava a salirsi l'erta precipitosa che porta al sommo giogo. Mettevansi in viaggio, e con penosi passi ed infinito anelito procedendo, alla bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante furiosissimo, che, innalzando un immenso nembo di nevosa polvere e negli occhi dei soldati gettandolo, rendeva impossibile ogni passo. La forza della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso delle nevi ammonticchiate sopra quegli sdrucciolenti gioghi, levava un'orribile sommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso sulle sottoposte valli piombando, portò con sè a precipizio quanto le si era parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono; gli altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente notte nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che, separato da' suoi, precedeva con le guide, a male stento e quasi morto aggiungeva alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi, che, come quei del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla salute dei viaggiatori.

Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato Macdonald, il quale, spinto da ardente desiderio di emolare il consolo, e prevedendo che lo stare importava la distruzione per la mancanza dei viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti buoi a pestar le nevi: seguitavano quaranta palaiuoli ad appianarle ed a fare il sentiero: i zappatori, venendo dopo, l'assodavano; due compagnie di fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro passo ciò che ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano le altre genti, fanti e cavalli; le artiglierie, le bestie da soma viaggiavano alla coda; questo era l'antiguardo. Arrivata sulla cima all'ospizio, con infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato Laboissiere. Poi seguitando il cammino per la pianura del Cardinello, giungeva a campo Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì 2 e 3 di dicembre due altre squadre di fanti, di cavalli e d'artiglierie; il tempo freddo e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il passo. Solo alcuni soldati, per la forza di quell'insolito rigore, o morivano gelati o, perdute le estremità, con le membra monche restavano. Crudo era il viaggio, ma con isperanza di terminarlo felicemente, quando il dì 4 (rimaneva a varcarsi il retroguardo in cui si trovava Macdonald) si levava una spaventevole bufera, che e gli uomini col soffio violentissimo arrestava e sotto monti di lanciata neve li seppelliva, ed ogni traccia che fatta si fosse di strada intieramente scassava. La disperazione entrava negli animi: le guide, uomini del paese, atterrite, attestavano l'impossibilità del passare, e l'opera loro ricusarono. Era per perire Macdonald sotto monti di neve come era perito Cambise sotto monti di arena. Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere piuttosto da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i soldati. Accorreva e gridava: «Franzesi, ha l'esercito di riserva vinto il San Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra quello che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano in Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e l'armi.» La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino. Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto terrore tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi, spesso la stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di neve; là era un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa ogni strada. S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore quanto più si saliva e che gli animi attristava e prostrava, e le membra, con renderle inutili, aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso si rinnovavano, l'inesorabile inverno spaziava largamente e dominava; le Rezie Alpi in atto di sorbirsi gli audaci Franzesi. Rifulse in tanto estremo caso mirabilmente quanto possa questa portentosa umana natura; perchè, non restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale pericolo, aprivano ciò ch'era chiuso, spianavano ciò ch'era montuoso, rompevano ciò che era ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole, sgretolavano ciò che era sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò che era abisso. Per tale modo, quantunque un rovinoso inverno li chiamasse a distruzione ed a morte, l'inverno vincevano, e contrastando a quanto hanno di più terribile e di più insuperabile i furibondi elementi, riuscivano nella Valtellina valle a salvamento. Rallegravansi dell'acquistata vita l'uno con l'altro, perchè si erano creduti morti; godevasi Macdonald il raccolto frutto dell'invitta costanza. Imprese son queste che paiono impossibili, e più a coloro che le hanno effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il secolo nostro, tanto abbondante raccontatore, non una, ma cento testimonianze non fosse per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o antica o moderna fatto più maraviglioso o più erculeo di questo.

Sebbene la prima parte dell'impresa fosse compita, restavano da effettuarsi le due altre che avevano anch'esse gran momento di difficoltà; quest'erano il passo dalla Valtellina nella valle Camonica, cioè dalle acque dell'Adda a quelle dell'Oglio, ed il passo dalla Valtellina nel Trentino, cioè delle acque dell'Adda a quelle dell'Adige. Apriva il primo il monte Priga, il secondo il monte Tonale. Non ebbe prospero fine il tentativo contro quest'ultimo, perchè gli Alemanni vi si erano fortemente trincierati, e sebbene Macdonald due volte con grande vigoria li combattesse, aiutati dalla stagione, dalla fortezza del sito e dal proprio valore, il risospinsero.