Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 82
Ma in questo punto sopraggiungeva Froelich coi suoi Tedeschi, e rendeva tosto preponderanti le sorti in favor dei collegati. Si alloggiava in Varano, e voleva recarsi ad una gagliarda fazione contro il monte Galeazzo, confidando anche, per mandarlo ad esecuzione, nell'aiuto dei collettizii di Lahoz. L'intento suo era, acquistando quel posto, di battere più da vicino il monte Gardetto; conciossiachè nella presa di questa eminenza consisteva principalmente la vittoria di Ancona. Due volte l'aveva Lahoz con singolare ardimento assaltato, e due volte ne era stato con molta uccisione de' suoi risospinto. Ma Monnier, avendo conosciuto che finalmente se stesse più lungamente padrone di monte Pelago e delle trincee che vi aveva fatte e che si distendevano verso monte Galeazzo, impossibile cosa era ch'egli potesse conservarsi la possessione di questo monte medesimo, sortiva assai grosso la notte del 9 ottobre per andar all'assalto delle trincee dei sollevati. Si combattè tutta la notte gagliardamente, presero i repubblicani il ridotto principale, chiodarono i cannoni, portarono via le bandiere. Ma un secondo ridotto tuttavia resisteva, sgarando tutti gli sforzi di Monnier. Già il giorno incominciava a spuntare; si conoscevano in viso i combattenti, quando Lahoz, impaziente di quella lunga battaglia, usciva dall'alloggiamento e dava addosso agli assalitori. Siccome poi era uomo di molto coraggio, precedendo i suoi, gli animava a caricar l'inimico. Quivi era presente Pino, per lo innanzi suo amico fedele, ora suo nemico mortale: scorgevansi, scagliavansi l'uno contro l'altro, sfidavansi a singolare battaglia, tristissimo spettacolo ad Italiani. Ed ecco in questo un soldato cisalpino prender di mira Lahoz conosciuto, e ferirlo mortalmente di palla di moschetto. Furongli i repubblicani addosso, così ordinando Pino, ed avendolo ferito di nuovo, gli tolsero le armi ed il pennacchio, che a guisa di trionfo portarono in Ancona. Avrebbero anche portato il corpo, che credevano morto, se non fossero stati presti i sollevati a soccorrerlo.
Fatto giorno, e muovendosi gli Austriaci contro Monnier, si ritirava il Franzese con tutti i suoi in Ancona, lasciando nel nemico una impressione vivissima del suo valore. Fu condotto Lahoz all'alloggiamento di Varano. Quivi sopravvisse tre giorni, e tra il dolore delle ferite e l'angoscia dell'animo, si andò prima dell'ultima ora rammaricando e giustificando della sua condotta, finchè passava da questa all'altra vita.
Froelich, piantate le artiglierie in luoghi opportuni, e con esse battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne insignoriva. Poi, procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava al monte Gardetto. Poscia, usando il favore di questa vittoria, dava il dì 2 di novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito e correva anche contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano le porte di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore, e cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere quanto potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e coraggio proprio e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora dagli assalti i collegati, solo battevano con le artiglierie la piazza. Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella, rompevansi le artiglierie degli assediati, la piazza già difettava di vettovaglie; Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del monte Gardetto. Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il generale Skal, portatore delle sinistre novelle de' repubblicani rotti in tutta Italia, specialmente della novità di Napoli, di Roma e di Toscana.
Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi e la dignità della sua patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare, protestando però volere solamente arrendersi alle armi austriache, non a quelle dei Russi o dei Turchi o dei sollevati. Patti onorevoli seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore di guerra, avesse segurtà di passare in Francia per dove volesse, fino agli scambi non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una guardia d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno, di qualunque nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in Ancona, o fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro potesse essere riconosciuto o castigato od in qualunque modo molestato nè per fatti nè per scritti nè per parole in favore della repubblica, e chi volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia, il potesse fare liberamente. Fu e sarà questa capitolazione egregio e perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così fra tutti i comandanti di fortezze in Italia, solo Mejean, castellano di Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani e quelli che si erano aderiti ai Franzesi: tutti gli altri ottennero, o almeno domandarono, la salvazione di coloro che combattendo o consentendo coi Franzesi, avevano con tanta cecità contro di sè concitato l'odio degli antichi signori.
Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi ed i Russi si diedero al sacco; quelle misere terre, già conculcate e peste da sì lunga guerra prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio dopo di lei. Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa natura, faceva castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori: il che accrebbe i mali umori e le cause di disunione che già correvano.
Intanto era il direttorio costituito in assai difficile condizione. Bollivano molte parti in Francia, e tutte si volgevano contro di lui. La nazione franzese, impaziente delle disgrazie per natura, ancor più impaziente per la memoria delle vittorie, dava imputazione per appagamento proprio a' suoi reggitori delle rotte ricevute e della perduta Italia. Molteplici querele si muovevano in ogni parte contro di loro, e il meno che si dicesse era che non sapevano governare. Quell'impeto ch'era sorto pei tre nuovi quinqueviri, già era per le ultime rotte svanito. Dominava nei consigli legislativi, secondo il solito, la perversa ambizione del voler disfare il governo per arrivare ai seggi del direttorio. I soldati nuovamente descritti non marciavano, i veterani disertavano per la strettezza dei pagamenti, le contribuzioni non si pagavano, ogni nervo mancava; la guerra civile lacerava le provincie occidentali; chi voleva le opinioni estreme, chi le mezzane; molti, che sapevano molto bene quello che si volessero, e molti ancora che nol sapevano, desideravano una mutazione. Nè questa mutazione era evitabile, perchè nissun governo può resistere in Francia alle sconfitte accompagnate dalla libertà dello scrivere e del parlare. La fazione soldatesca, che mal volentieri sopportava che il paese fosse retto dai togati, ed alla quale nissun governo piace se non il soldatesco, guardava intorno se qualche bandiera chiamatrice di novità, ed alla quale potesse, come a centro comune, concorrere, all'aria si spiegasse, proponendosi di sottomettere, prima il governo col nome della libertà, poi il popolo col nome di gloria. Tutte queste cose vedevansi gli uomini savii, nemici della licenza; vedevanle i faziosi, amici della tirannide, e tutti pensavano al ridurle ai disegni loro.
In questa congiuntura di tempi, sovveniva agli uni ed agli altri il nome di Buonaparte, tanto glorioso per Francia, tanto temuto dai forastieri. Per mille discorsi, nasceva in Francia un desiderio accesissimo del capitano invitto. Ognuno come redentore il guardava, ognuno desiderava che tornasse a redimere la patria afflitta. Queste affezioni erano sorte nei popoli, parte per le disgrazie, parte per lo splendore delle vittorie, parte per le arti astutamente usate da lui e da' suoi fautori, talmente che ciascuno credeva ch'ei fosse per fare ciò che ciascuno desiderava. Insomma, la materia era ben disposta a ricevere le buonapartiane impronte.
Adunque, già fin da quando si erano udite le prime sciagure d'Italia, era sorto fra i desiderosi di cose nuove il pensiero di far tornare Buonaparte dall'Egitto, il qual pensiero si rinfrescò maggiormente, e si mandò ad effetto quando portò la fama essere morto Joubert, combattendo nella battaglia di Novi. In questo disegno entrarono Sieyes quinqueviro, Barras quinqueviro, i generali superstiti dell'esercito italico, eccettuato Massena, il quale non era punto affezionato a Buonaparte, ed i fratelli Giuseppe e Luciano Buonaparte. Molto accomodato a' suoi fini era il procedere di Luciano, che, allettando con le parole, chiamava a sè ed al nome del suo fratello i gelosi della libertà e della gloria franzese, i desiderosi della libertà italica, i cupidi delle spoglie italiche. Viaggiavano le vele, erano quelle di un bastimento greco, portatrici dei desiderii comuni verso l'Egitto, correndo la state, del presente anno. L'avviso fu ed accetto ed opportuno.
Buonaparte, che conosceva ottimamente, per la sua mente pronta e vasta, per la perizia somma nelle faccende di Stato, e per la cognizione profonda che aveva di questa umana razza, quanto piena fosse la fortuna che si parava davanti, e quanto fosse propizia l'occasione di condurre ad effetto i suoi pensieri smisurati, parendogli eziandio che un mezzo opportuno gli si offerisse di sottrarsi dall'Egitto, dove le cose sue cominciavano a declinare, cupidissimamente si avviava alle sue nuove e straordinarie sorti. Salpava dagli egiziani lidi, conducendo con sè i suoi compagni più fidati di guerra, perchè aveva bisogno delle mani e delle armi loro; i dotti ed i letterati più famosi, perchè si voleva servire, come di aiuto molto potente, della autorità, delle lingue e degli scritti loro. Arrivava improvviso a Frejus: improvviso ancora, disprezzate le leggi di sanità, perchè non voleva che la fama del suo arrivo si raffreddasse, partendo, giungeva nel volubilissimo Parigi, che bramosamente lo aspettava. Non occorre raccontare le allegrezze che si fecero in tutta Francia quando si sparse la voce del suo ritorno; basta che le genti corsero a lui da ogni parte, come a trionfatore, a salvatore e redentore; già Francia era sua, quantunque uomo privato e generale senza esercito fosse. Lione soprattutto tripudiava per un'insolita allegrezza, città ancor sanguinosa per l'imperio poco anzi spento dei truculenti giacobini, sdegnata per le leggi soldatesche che contro di lei tuttavia vigevano. Toccò, passando, i tasti più teneri; favellò di pace, di prospero commercio, di ferite civili da racconciarsi da un giusto e mansueto governo. I Lionesi contenti speravano ed amavano. A Parigi, ogni opinione, ogni affezione si voltava a lui: dava buone parole a tutti, ma insomma pendeva al moderato, sapendo che tal era il desiderio universale.
Cacciò Buonaparte a punta di baionette i consigli legislativi, cacciò il direttorio; i soldati pagati dal governo si voltarono contro il governo: ebbe paura sulle prime, poi fece paura agli altri. Conosce Europa il dì 9 novembre, da cui poteva nascere un vivere moderato e largo, e che non pertanto partorì un reggimento duro, tirato, dispotico e soldatesco.
Pace dentro, pace fuori, parvero a Buonaparte i più forti fondamenti della sua potenza: i Franzesi, stanchi ed afflitti da sì lunghe guerre, pace soprattutto desideravano, purchè disonorata non fosse, del che non temevano con Buonaparte capo. A questi fini indirizzava egli principalmente i suoi pensieri. Speciale intoppo alla cittadina concordia gli parevano, ed erano veramente, gli spiriti esagerati, i quali, non potendo per ambizione riposare sotto alcuna potestà, nemmeno possono quando sono giunti essi alla potestà suprema, posciachè, tirannicamente procedendo, decimano prima i popoli, poi sè medesimi, e tutti i fondamenti dello Stato fan rovinare; non gli era ignoto che il nome di costoro era odioso in Francia; perciò fece avviso che molto fosse, per operare a fine di concordia, il cacciare questi commettitori di scandali, di risse e di sangue: per la qual cosa, senza rimanersene ai formali giudizii, nè differendo contro di loro i rimedii severissimi, gli allontanava, confinandoli in terre estreme o forestiere. Purgata la Francia da questi uomini turbolenti, pensava al ribandire dal lungo esiglio coloro che avevano seguitate le parti del re, od almeno destato le esorbitanze che ai tempi più acerbi della rivoluzione si erano commesse in Francia. Pochi furono eccettuati dal clemente editto, piuttosto per lasciare un appicco a nuove grazie, che per altro fine. Rientravano gli esuli, se non sotto i tetti propri, se non nei beni loro posti al fisco, ma a rivedere i monti, i fiumi, le valli e l'aere natio: il che era pur parte di felicità. Gradivano infinitamente queste cose agli amatori del nome reale, e ne auguravano delle maggiori. Della contentezza loro godeva il consolo, volendo arrivare alla dominazione assoluta coll'appoggio dei regi e de' repubblicani. In questi pensieri tanto più volentieri si confermava, quanto non dubitava che sarebbero andati a grado delle potenze europee, siccome quelle che vi vedevano l'intenzione data da lui nei campi di Leoben e di Campoformio, di voler rimettere i Borboni, desiderio primo e principale dei principi, massimamente dell'imperadore Paolo. Sperava che con questi mezzi acquisterebbe pace con l'Europa, e tanta potenza in Francia che potesse senza pericolo finalmente scoprirsi dello aver preso il dominio per sè, non per altri. Il reggimento statuito da lui in Francia, di cui parti principalissime erano il senato ed il corpo legislativo, non gli dava apprensione, perchè del senato lo assicuravano le ricchezze, del corpo legislativo le ambizioni. L'avere poi ridotto le amministrazioni delle provincie ad uno invece di molti, fece gli ordini meglio eseguiti, l'erario pingue: ogni cosa volgeva alla monarchia. Correndo i soldi, i magistrati obbedivano, i soldati marciavano: tutti benedicevano il consolo.
A tutti questi maneggi gran momento arrecavano gli scienziati ed i letterati, siccome quelli che avevano molta autorità sui popoli, massimamente in Francia, dove erano uniti in certa specie di congregazioni, non per legge, ma per uso. Per la qual cosa il consolo gli accarezzava, gli arricchiva, gl'ingrandiva.
Grande flagello, da che aveva principiato la rivoluzione, era sempre stata la guerra della Vandea, nella quale con infinito furore combattendo e repubblicani e regi, avevano sterminato popolazioni intere, desolati paesi altre volte fioritissimi, commesso quello che solo commettono nelle civili discordie, e forse neanco in queste, gli uomini arrabbiati gli uni contro gli altri. La forza non l'aveva potuta spegnere, perchè irritava; le tregue nemmeno, perchè mal fide: ormai si nominava guerra interminabile. S'accorgeva il consolo quanta grazia acquisterebbe fra i popoli, se pacificasse quelle terre rosse di tanto sangue franzese: applicovvi l'animo; venne a capo dell'impresa. Fra il terrore del suo nome, l'apparato de' suoi soldati, le promesse di osservare la fede, le speranze segretamente date di voler procedere più oltre, vennero i capi della Vandea ad una onesta composizione: la concordia tornava sulle rive dell'insanguinato Ligeri; Parigi maravigliato vedeva i capi della vandeese guerra. Ammiravano i popoli il consolo pacificatore, uguale nel far le guerre, uguale nel far le paci.
Forti amminicoli a quanto macchinava pensava che fossero gli uomini di Chiesa tanto maltrattati dal direttorio. Volle racquistarli. Diè patria ai preti fuorusciti, libertà ai carcerati, sicuro vivere ai nascosti. Queste cose faceva apertamente, molto altre prometteva segretamente. Si aggiunse che onorò con pietosi uffizii Pio VI, papa morto, che aveva perseguitato vivo. Il suo favellare maravigliosamente piaceva a coloro che sentivano ancora di religione, massimamente ai ministri di lei. Già non solo vincitore e riformatore generoso del governo di Francia, ma ancora instaurator pio dell'antica sua religione il chiamavano. Vacando il trono pontificale per la morte di Pio VI, eransi a questo tempo adunati i cardinali in conclave a Venezia per intendere alla elezione del nuovo pontefice. Temeva il consolo che si cercasse un pontefice troppo avverso agl'interessi di Francia e proprii; perciò andava moltiplicando ne' suoi segni di affezione verso la religione, e nutriva con grandi speranze i ministri di lei. Si poteva facilmente pronosticare da questi primi favori ch'ei volesse venirne, quanto alle faccende ecclesiastiche, ad ordini legittimi e definitivi. Ciò era cagione che i cardinali raccolti in Venezia non disperassero di Francia, e non consentissero ad innalzare al pontificato un cardinale che si fosse dimostrato troppo contrario a lei.
Ma primo ed universale desiderio della Francia, tanto rotta e sanguinosa, era la pace. Questa inclinazione assecondava il consolo, non che sperasse di ottenerla con tutti, ma l'offerirla a tutti gli pareva conferente a' suoi pensieri. Stimava che a' suoi fini molto valesse e fosse molto ricercata dalle cose presenti, se non la pace, la offerta almeno della pace all'Inghilterra. Scriveva una molto bene elaborata lettera al re Giorgio. Rispose acerbamente per bocca del ministro Grenville il re Giorgio. A questo modo furono abbandonati i ragionamenti della concordia tra Francia ed Inghilterra. Pure ciò consegui il consolo, che la continuazione della guerra s'imputasse non a lui, ma al re Giorgio.
Erano tra Francia ed Inghilterra odio vivo, interessi diversi, vicinanza gelosa, pace difficilissima: molto diverse condizioni passavano tra Francia e Russia; A questa non fu avaro di promesse e di protestazioni Buonaparte; Paolo si lasciava muovere; il consolo, per fargli dar volta intieramente, pagava, provvedeva di tutto punto e rimandava liberi al loro signore i soldati russi fatti prigionieri nelle guerre di Svizzera e di Olanda. Parve atto generoso ed arra conveniente dei disegni avvenire. Da tutte queste cose mosso il sovrano di Russia, voltando lo sdegno, siccome quegli che era subito nelle sue risoluzioni, da Francia contro Inghilterra, il riceveva nella sua amicizia, e si riduceva alla sua volontà, dichiarando non volere più partecipare nella lega, e richiamava in Russia le sue genti che ancora stanziavano in Germania. Poscia, accendendo vieppiù le speranze dategli, rinnovava contro la potenza marittima dell'Inghilterra i patti della lega del Nord, cacciava da Pietroburgo gli agenti del re Giorgio, imputando agl'Inglesi l'esito infelice della spedizione d'Olanda. Così Paolo, scostandosi dall'amicizia d'Austria e d'Inghilterra, si precipitava in quella di Francia.
Rappacificatosi Buonaparte coll'imperatore Paolo, pensava a confermarsi l'amicizia della Prussia. Non gli accadde di sforzarsi molto in queste faccende, perchè ottenne facilmente che Federico Guglielmo, perseverando nell'amicizia fermata a Basilea, consentisse alle ultime mutazioni fatte in Francia, e lui come capo del governo franzese riconoscesse.
L'Austria restava sul continente contro la Francia. Tentava il consolo l'animo dell'imperatore Francesco, offerendogli di tornare alla capitolazione di Campoformio con quel di più che si negozierebbe per sicurezza delle monarchie e delle possessioni austriache in Italia. Ripugnava l'Austria al rinunziar del tutto ai frutti delle ultime vittorie, nè si fidava punto delle promesse di Buonaparte. In questo mezzo si accostarono le istigazioni dell'Inghilterra, molto intenta a difficoltare queste pratiche, perchè vedeva nel mondo quieto la sua ruina. Offeriva denaro e cooperazione sulle coste di Francia. Per le quali cose, e considerato altresì che i veterani di Buonaparte erano periti o di peste in Egitto, o di ferro in Italia, si risolveva Francesco a ricusare la concordia. Godeva Buonaparte parimente dell'offerta e della rifiutata pace, perchè non aveva sincero desiderio di convenire coll'Austria. Così, fermando la maggior parte del mondo in suo favore, confermava in Francia i contenti, cattivava gli scontenti, e parte con fatti, parte con isperanze, conseguiva che l'universale dei Franzesi amasse il suo governo, desiderasse la sua grandezza, e volentieri si disponesse a fare quanto si bramasse: precipitavano i popoli a tutte le sue volontà. Tutta Francia correva alle nuove sorti, e se Buonaparte generale l'aveva fatta gloriosa in guerra, tutti confidavano che Buonaparte consolo la farebbe e gloriosa in guerra e felice in pace.
Quanto alla guerra, ottimamente considerati furono i suoi consigli: mandava nuove genti, quasi tutte veterane, a Moreau, confermato da lui al governo dei Renani, il quale doveva sostenere il pondo degli Austriaci in Germania. Dall'altro lato, avendo sempre più i pensieri accesi alla ricuperazione d'Italia, inviava in Liguria Massena, acciò facesse pruova di tener lontano il nemico dalle frontiere di Francia, e conservasse il possesso di Genova, fino a tanto che egli medesimo con un forte esercito arrivasse nelle pianure d'Italia. Congregava molti soldati veterani e molti nuovi in Digione, donde pensava, secondochè gli mostrasse il tempo e le occasioni, o di condursi in Germania, se Moreau abbisognasse del suo aiuto, od in Italia, se il generale dei Renani combattesse felicemente. Di questo aveva grande speranza per la perizia di Moreau e la fortezza delle genti accolte sotto a lui. Per la qual cosa il suo principale intento era di condurre le genti adunate in Digione, che col nome di esercito di riserva chiamava nei campi d'Italia, pieni ancora della fama di tante sue vittorie. A questo modo adunque ordinava la guerra contro l'Austria, che nel corno destro estremo guidasse i repubblicani Massena, nel sinistro Moreau, nel mezzo prima Berthier, poi egli stesso. Certamente nè più pruovati, nè più eccellenti, nè più famosi capitani di questi non erano mai stati al mondo, e da loro aspettavano gli uomini maravigliati fatti maravigliosi.
Essendo la guerra imminente gridava con la vincitrice voce Buonaparte ai suoi soldati:
«Quando promisi la pace, in nome vostro la promisi; voi siete quegli uomini medesimi che conquistaste l'Olanda, il Reno, l'Italia, voi quegli stessi che, già vicini, forzaste alla pace la spaventata capitale nemica. Soldati, avete voi ora ben altro carico che quello di difendere le frontiere vostre: ite, invadete, conquistate i nemici territorii. Voi foste già tutti a molte guerre, voi sapete che, per vincere, e' bisogna soffrire: in poco d'ora non si possono ristorare i danni d'un cattivo governo. Dolce sarammi, a me, primo magistrato della repubblica, il poter dire alla Francia attenta: Questi sono i più disciplinati, i più bravi sostegni che si abbia la patria. Sarò, soldati, quando sia venuto il tempo, sarò con voi. Accorgerassi l'Europa che voi siete quella valorosa stirpe che già tante volte a maraviglia la costrinse.» Così, aggiungendo impeto a valore, faceva uomini fortissimi alle battaglie.
L'esercito italico, afflitto dalle disgrazie, titubava; i soldati rompevano i freni dell'obbedienza: già la stagione si rendeva propizia. Buonaparte vincitore mandava loro dicendo: «Non odono le legioni le voci dei loro ufficiali; lasciano, la diecisettesima sopra tutte, le insegne. Adunque son morti tutti i bravi di Castiglione, di Rivoli, di Newmarket? Avrebbero essi eletto il perire piuttosto che abbandonar le insegne. Voi parlate di provvisioni manche: che avreste fatto, se, come la quarta e la vigesimaseconda leggiere, la diciottesima e la trigesimaseconda grosse, fra deserti, senza pane, senz'acqua, a mangiar ridotte carni di sozzi animali, trovati vi foste? La vittoria, dicevano, ci darà pane, e voi disertate le insegne! Soldati dell'esercito italico, un nuovo generale vi governa; quando più splendeva la gloria vostra, ei fu sempre il primo fra i primi. In lui fidatevi; con lui andrete a nuove vittorie. Sarammi, così comando, dato conto di quanto ogni legione farà, massime la diciasettesima leggiera e la sessagesimaterza grossa: ricorderannosi della fede che già ebbi in loro.»