Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 81
Conquistati i castelli di Castel Nuovo e di Castel dell'Uovo, attesero gli alleati all'acquisto di Sant'Elmo, il quale, oppugnato gagliardamente qualche giorno, venne in mano loro, essendosi il comandante Mejean arreso a patti. Stipulossi fra le due parti che la guernigione franzese sarebbe prigioniera di guerra del re e de' suoi alleati; che non servisse contro di loro finchè non fosse scambiata; che sotto fede si conducesse sopra bastimenti regi in Francia. Quanto ai sudditi del re che si trovavano nel forte, si convenne che si consegnassero in mano degli alleati: brutto sfregio alla fama di Mejean che doveva lasciare che gli alleati quegli uomini da immolarsi si prendessero da per sè stessi, non obbligarsi col suo nome sottoscritto a consegnarli. Si aggiunse a patti crudeli una esecuzione più crudele. I repubblicani, travestiti a modo di soldati franzesi, per istare alla fortuna, se non fossero riconosciuti di salvarsi, essendo riconosciuti, ed anzi indicati da chi li doveva preservare, vennero in poter di coloro che tanto agognavano il sangue loro; spettacolo miserabile che commosse a compassione molti degl'inimici.
Si arrendevano in questo all'armi regie Capua e Gaeta, non fatta difesa alcuna d'importanza. Così tutto il regno tornò all'antica divozione, ma rotto, sanguinoso, pieno d'incendii, di rapine, di sdegni e di vendette. Incominciavansi i supplizi, l'infuriata plebe imitava; l'uccidere per tribunali era accompagnato dall'uccidere per anarchia. Non ad età si perdonava, non a sesso, non a grado. Un Fiori, un Guidobaldi, un Damiani, un Sambuci, e massimamente uno Speciale, già stato ordinatore dei supplizii di Procida, erano gli strumenti della barbarie.
Mario Pagano, al quale tutta la generazione riguardava con amore e con rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visto innocente, visto desideroso di bene; nè filosofo più acuto, nè filantropo più benevolo di lui mai si pose a voler migliorare questa umana razza e consolar la terra. Errò, ma per illusione, ed il suo onorato capo fu mostrato in cima agl'infami legni, sede solo dovuta ai capi di gente scellerata ed assassina. Non fece segno di timore, non fe' segno di odio. Morì qual era vissuto, placido, innocente e puro. Il piansero da un estremo all'altro d'Italia con amare lagrime i suoi discepoli, che come maestro e padre, e più ancora come padre che come maestro il rimiravano. Il piansero con pari affetto tutti coloro che credono che lo sforzarsi di felicitare l'umanità è merito, e lo straziarla delitto. Non si potrà dir peggio dell'età nostra di questo che un Mario Pagano sia morto sulle forche. Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui nome suonava onoratamente in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di tempi tanto sinistri. Se gli offerse la grazia, purchè la domandasse, non perchè virtuoso, dotto e da tutto il mondo onorato fosse, ma perchè aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona. Rispose sdegnato, non volere domandar grazia, e poichè i suoi fratelli morivano, voler morire ancor esso; nè desiderio alcuno portar con sè di un mondo che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi, dei perversi. La costanza medesima che mostrò coi detti mostrò coi fatti; perì per mano del carnefice, ma perì immacolato e sereno. Francesco Conforti, per dottrina nelle scienze morali e canoniche a nissuno secondo, a quasi tutti il primo, uomo che una lunga vita aveva vissuto o nelle sue segrete stanze a studiare, o sulle pubbliche cattedre ad insegnare, fe' testimonio al mondo col suo miserando fine che niuna cosa è più inesorabile della rabbia civile, e che la gratitudine non ha luogo fra gli sdegni politici. Preso e legato dagli sbirri in Capua, gli diè di mano il boia in Napoli. Vincenzo Russo, giovane singolarissimo per altezza d'animo e per eloquenza e per umanità, portò con gli altri supplizio del buon volere in tempi malvagi; dopo gli strazi, infiniti che nella sua prigione furono fatti di lui, e che sopportò con costanza ineffabile, fu dato in preda al carnefice. Non mutò volto, non fe' atto alcuno indegno di lui; serbò non solo la equalità dell'animo, ma ancora la serenità. Nè giovò a Pasquale Baffi la dolcezza incredibile della sua natura, la straordinaria erudizione, l'essere uno dei primi grecisti del suo tempo, nè l'avere pubblicato una traduzione col testo dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le ceneri di Ercolano. Letterato di primo grado, fu dannato anch'egli all'ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere che del saper sottoscrivere una sentenza di morte. Fu Mantonè, antico ministro di guerra, condotto alla presenza di Speciale, e quante volte era interrogato da lui, tante rispondeva: «Ho capitolato.» Avvertito apprestasse le difese, rispose: «Se la capitolazione non mi difende, avrei vergogna di usare altri mezzi.» Condannato a morte, camminava col capestro al collo, in mezzo a' suoi compagni, con fronte alta e serena, tra sdegnoso e generoso. Salite, senza mutare nè viso nè atto, le fatali scale, dimostrò che l'uomo, quantunque percosso dalla fortuna, è più forte di lei, e che non lo spaventa la morte. I raccontati supplizi, siccome d'uomini, partorirono maraviglia insieme e pietà in coloro che non ancora di ogni affetto umano si erano dispogliati; ma più maraviglia che pietà: il seguente, siccome di donna, mosse più a pietà che a maraviglia; pure a grandissima maraviglia strinse i circostanti. Eleonora Fonseca Piementel, donna ornata d'ogni genere di letteratura, ed ancor più di virtù, da Metastasio lodata, fu condannata a perder la vita sulle forche piantate in piazza del mercato.
Non tutti i condannati morirono sul patibolo, ma chi più crudelmente chi meno. I casi d'un Velasso, d'un Fiani destan raccapriccio ed orrore. Un Pasquale Battistessa, impiccato e portato in chiesa, ivi diè segni di vita. Rapportato il compassionevole caso a Speciale, mandò dicendo, il finissero: come Speciale aveva comandato, così fu fatto. Narransi qui storie d'uomini o di fiere?
Morirono in Napoli per l'estremo supplizio, e tutti con invitto coraggio, Ignazio Ciaia, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia, ma originario di Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo, Giuseppe Albanese, Marcello Scotti, letterato eruditissimo ed autore del catechismo de' marinai, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo, con molti altri, ornamento e fiore delle napolitane contrade. Fu anche affetto con l'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam detto, da Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì qual era vissuto, indomito, animoso ed imperturbabile.
La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo onore e primo lume della napolitana marineria, amato dal re, stimato dal mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece ancor esso una compassionevole fine. Scoperto da un suo domestico, fu condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da villani ferocissimi, a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di Napoli. Convocava l'ammiraglio incontanente al bordo della sua nave il Fulminante un consiglio militare, a cui diede facoltà ed ordine di giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il re delle Due Sicilie per avere combattuto la fregata napolitana la Minerva. Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma nol potè pruovare. Dannavanlo il consiglio a morte. Nelson comandava s'impiccasse all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse al mare. Il misero principe pregava, dicendo, essere vecchio, non aver figliuoli che fossero per piangere la sua morte, per questo non desiderare la vita: solo pesargli il morire da malfattore; pregare, il facessero morire da soldato. Le compassionevoli preghiere non furono udite. Volle il condannato pregare d'intercessione la donna che era a bordo del Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro adunque, come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli; il suo corpo gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un principe napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico generoso in guerra; ed il giudizio di morte venne da una nave del re Giorgio.
Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizii, sì per la rabbia popolare. Non fu minore nelle provincie: perironvi in modo sempre violento, spesso crudele, quattro mila persone, quasi tutte eminenti o per dottrina o per lignaggio o per virtù; carnificina orribile. Pure ne tocca raccontare un altro caso. Domenico Cimarosa, cui tutta la generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili melodie, cui chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire, era obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed annuvolatici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizii. Pregato, egli aveva composto la musica per un inno repubblicano. Venuta Napoli in mano dei sicarii, furono primieramente le sue case saccheggiate, anzi il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti amabili, gittato per le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli medesimo cacciato in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi sarebbe stato ancora, se i Russi ausiliarii del re non fossero giunti a Napoli. Saputo il caso, e non avendo potuto ottenere dal governo napolitano, al quale l'avevano domandata, la sua liberazione, generale ed ufficiali corsero al carcere, e l'italico cigno liberarono. Così in una Italia, in una Napoli, la salute venne a Cimarosa dall'Orsa.
Essendo caduta nelle due estremità d'Italia la potenza dei Franzesi, restava ancor in poter loro la romana repubblica, ma non sì che non si vedesse vicina la inevitabile rovina loro anche in questa parte. Suonavano dentro e d'intorno le armi dei confederati o regolari o collettizie. Avevano gli Aretini, sempre infiammati nell'impresa loro contro i Franzesi, in ciò secondati anche dai Cortonesi, avendo le due città in così grave occorrenza posto in disparte le antiche emulazioni, fatto un moto importante sulle rive del Trasimeno, e sforzato Perugia ed il suo forte alla dedizione. A questo modo si erano posti in mezzo, onde i Franzesi rimasti alla guardia di Roma e dei luoghi circonvicini non potessero più comunicare coi loro compagni, che se ne stavano assediati in Ancona. Lo Stato romano quasi tutto tumultuava, e tornava all'obbedienza pontificia. Furonvi al solito uccisioni, rapine, ingiurie a uomini e a donne, con tutte le altre pesti indotte dai popoli mossi a romore. Da una altra parte nè Froelich, che aveva nella Romagna il governo delle genti, nè il re di Napoli, dopo la ricuperazione del regno, avevano trasandato le romane cose. Ad essi accostavansi gl'Inglesi con qualche squadra di genti da terra e con navi condotte dal capitano Trowbridge nelle acque di Civitavecchia.
Adunque la repubblica romana era chiamata a ruina da tutte le parti. Nè il generale Garnier, che ne stava alla custodia, perduto avendo ogni speranza di soccorso, e mancando di genti, poteva resistere a tanta piena. Froelich faceva impeto in primo luogo contro Civitacastellana, ed avendola occupata, facilmente si incamminava a Roma dalla parte bassa, salivano i Napolitani, condotti da un Burcard, Svizzero, e turbavano tutto il paese sulla riva sinistra del Tevere. Erano con loro gl'Inglesi di Trowbridge, che, procurata prima la resa di Capua e di Gaeta, se ne venivano alla conquista di Roma. Usciva Garnier alla campagna, piuttosto per non capitolare senza combattere, che per combattere per vincere. Fuvvi un duro e lungo incontro tra i repubblicani sì franzesi che romani da una parte, e i Napolitani dall'altra, presso a Monte rotondo. Ritiraronsi i Napolitani ai luoghi più alti e montuosi. Non erano ancora i soldati di Garnier riposati dalla fatica della battaglia di Monterotondo, che li conduceva contro Froelich; ma, sebbene con molto valore combattesse, fu costretto a ritirarsi nelle mura di Roma, restando in suo potere le sole fortezze di castel Sant'Angelo, Corneto, Tolfa e Civitavecchia. Questo fatto diè cagione di risorgere anche ai Napolitani dall'altra parte. Perlochè, riavutisi dalla rotta di Monterotondo, s'avviarono di nuovo contro Roma. Posero gli Austriaci le loro prime guardie alla Storta, i Napolitani a Portaromana ed a Pontemolle. Consideratosi da Garnier il precipizio delle cose, e pensando che il cedere a tempo sarebbe non solamente la salute de' suoi, ma ancora quella dei repubblicani di Roma, che avevano seguitato la fortuna franzese, aveva introdotto una pratica d'accordo con Trowbridge, quale fu condotta a perfezione e sottoscritta da ambe le parti il dì 25 settembre.
Le principali condizioni furono le seguenti: uscissero i Franzesi da Roma, Civitavecchia, Corneto e Tolfa con ogni onore di guerra; serbassero le armi, non fossero prigionieri di guerra; si conducessero in Francia od in Corsica; i Napolitani occupassero castel Sant'Angelo e la Tolfa, gl'Inglesi Corneto e Civitavecchia; i Romani che volessero imbarcarsi coi presidii franzesi, e trasportar le proprietà loro, il potessero fare liberamente, e quei che rimanessero, e che si fossero mostrati affezionati alla repubblica, non si potessero riconoscere nè delle parole nè degli scritti nè delle opere passate, e fossero lasciati vivere quietamente, sì veramente che vivessero quietamente e secondo le leggi. Penò qualche tempo Froelich a consentire all'accordo; commise ancora qualche ostilità; ma finalmente vi accomodò l'animo, e voltate le bandiere verso l'Adriatico, se ne giva all'assedio di Ancona, sola piazza che nello stato romano ancora si tenesse pei repubblicani. S'imbarcarono i Franzesi a Civitavecchia, e con essi tutti coloro fra' Romani che stimarono più sicuro lo esilio che il commettersi ad un governo provocato con tante ingiurie.
Burcard occupò primo la città, poscia vi venne don Diego Naselli, dei principi d'Aragona, mandato da Ferdinando con potestà suprema militare e politica, per ridurre a qualche sesto le cose scomposte dalla rivoluzione, innanzichè il governo pontificio vi fosse restituito. Creò un superiore magistrato con titolo di suprema giunta del governo; aggiunse un tribunale di giustizia sotto il nome di giunta di Stato, ufficio del quale fosse che la quiete dello Stato non si turbasse, e chi la turbasse fosse castigato. La suprema giunta notò i beni venduti ai tempi della repubblica come nazionali, ed abrogò le vendite fatte, riserbando agli spossessati il ricorso pei compensi: contenne il libero scrivere, frenò la licenza del vestire sì degli uomini che delle donne, e richiamò ai luoghi loro le suppellettili rapite o vendute del Vaticano e delle chiese, rimborsando però il valore a chi le avesse comperate. Inibì l'ingresso e la dimora in Roma a tutti che avessero avuto cariche nella repubblica, e bandì da tutto lo Stato romano i cinque notai capitolini, che avevano rogato l'atto della sovranità del popolo e della deposizione del sommo pontefice. Oltre a ciò, i beni dei repubblicani furono generalmente sequestrati, poi confiscati: gran numero di coloro che avevano partecipato nel governo precedente, dopo di essere stati esposti ad infinite vessazioni ed insulti, furono gettati in carcere. Violavasi così la capitolazione; del resto, non si fece, come a Napoli, sangue, moderazione degna di molta lode. Ma la sfrenatezza delle soldatesche napolitane suppliva in questo, perchè, oltre al rubare nelle botteghe e nelle strade, il giorno come la notte, uccisero anche parecchie persone che vollero difendersi dalla loro rapacità. Questi delitti andavano impuniti. Roma, offesa dai Napolitani, era compresa da un altro terrore.
Le vittorie di Kray e Suwarow avevano posto in mano degli alleati la valle del Po, quelle di Ruffo e le mosse dei sollevati di Toscana, tolto al dominio dei Franzesi e dei repubblicani il regno di Napoli, lo Stato romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia non avevano più i Franzesi che Genova con la riviera di Ponente, sulla sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato, perchè, siccome prossimo ai loro territorii, poteva facilmente servir loro di scala al racquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier, che stava al governo della piazza con un presidio che, tra Franzesi, Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno arrivava a questo numero. La piazza, la quale, ancorchè munita di una forte cittadella, non ha in sè molta fortezza per essere dominata dalle eminenze vicine, era, per la diligenza usata da Monnier, divenuta fortissima: non si poteva venir agli approcci della piazza, se prima non erano sforzate le fortificazioni esteriori, effetto difficile a conseguirsi per la natura dei luoghi.
Non mancavano dall'altra parte mezzi di espugnazione ai confederati. Una flotta turca e russa, governata dall'ammiraglio Woinowich, e comparsa nelle acque d'Ancona, ora bloccava la bocca del porto, perchè nuovo fodero non vi arrivasse, ora faceva sbarchi di gente sui lidi circonvicini. Quest'era la flotta che, già vincitrice di Corfù, intendeva al conquisto di Ancona, ponendo sulle italiche terre coi Turchi e coi Russi i Barbari dell'Epiro. Quivi veniva pure un navilio sottile d'Austria per poter meglio accostarsi a terra ed infestare le spiaggie marittime. Dalla parte del regno, gli abitatori delle rive del Tronto si erano levati a romore, ed, accompagnati da qualche nervo di genti ordinate, correvano tutto il paese, e minacciavano di stringere il presidio d'Ancona dentro le mura. Dalla parte poi della Romagna, tumultuavano anche i popoli contro i repubblicani: Pesaro e Fano, voltate le armi contro di loro, facevano un moto di molta importanza. Sinigaglia stessa titubava. Niuna cosa più restava sicura ai repubblicani che le anconitane muraglie.
Eransi le popolazioni di Pesaro e di Fano mosse da sè stesse, ma s'aggiunse loro, sussidio efficacissimo, l'opera ed il nome del generale cisalpino Lahoz. Era Lahoz stato stromento potente ai Franzesi per turbare l'antico stato d'Italia. Amico al generale Laharpe, aveva militato con lui, e, com'egli, nodriva l'animo volto a libertà. Mutò poi linguaggio e fatti, sì che Montrichard, a cui era subordinato, risapendone i maneggi, e veduta l'importanza del caso, gli toglieva l'autorità sul dipartimento del Rubicone, mandando Hullin per arrestarlo. Ma Lahoz, avuto avviso degli ordini dati per ritenerlo, si era schivato, e mandando fuori apertamente quello che si aveva concetto nell'animo, gittossi coi popoli sollevati a guerreggiare contro Francia.
A tutte queste genti, contro le quali col suo tenue presidio doveva combattere Monnier, si aggiunsero a tempo opportuno quelle che Froelich conduceva dallo Stato romano. Lahoz, incitate e meglio ordinate le squadre dei sollevati sulle rive del Metauro e dell'Egino, prendendo a destra dei monti che chiamano della Sibilla, se ne andava su quelle del Tronto per quivi abboccarsi con Donato de Donatis, alle bande del quale molte altre già si erano accostate, particolarmente quelle che avevano per condottieri i nobili Sciaboloni, Cellini e Vanni. L'arrivo di un generale tanto riputato per perizia di guerra e per valor di mano molto confortava questi capi, perchè speravano che per opera di lui quelle genti indisciplinate e tumultuarie si convertirebbero in esercito regolato ed obbediente. Infatti Lahoz le distribuiva in compagnie, le rendeva sperimentate negli usi del muoversi, del marciare, del combattere. Concorrevano cupidamente tratti dal nome suo gli Abruzzesi, e fecero massa tale che da Ascoli passando per Calderola, Belforte, Camerino, Tolentino e Fabriano, si distendevano con guardie non interrotte fino a Fossombrone e Pesaro, cignendo per tal modo tutto il paese all'intorno d'Ancona.
Monnier, non volendo lasciarsi ristringere nella piazza, usciva fuori alla campagna per combattere fazioni che non potevano portare che danno per lui, perchè aveva poche genti e non modo di ristorare i soldati perduti con nuovi, mentre i collegati, per avere i mari aperti e le popolazioni sollevate in lor favore, potevano facilmente aggiungere genti a genti. Ma qual cosa si debba pensare di questa risoluzione di Monnier, ne seguitava una guerra minuta e feroce, a distruzione d'uomini e di paesi, usandosi dai soldati immoderatamente la licenza. Ascoli, Macerata, Tolentino, Belforte, Fano, Pesaro ed altre città della Marca, belle tutte e magnifiche, prese e riprese per forza parecchie volte, ora dall'una delle parti ed ora dall'altra, pruovarono quanto la licenza militare ha in sè di più atroce e di più barbaro. Finalmente successe quello che era impossibile che non succedesse, cioè che, moltiplicando sempre più le genti collettizie di Lahoz e le regolari de' collegati, e venute in mano loro Jesi, Fiume, Fiumegino, Sinigaglia, Montesicuro, Osimo, Castelfidardo e perfino Camurano, terra posta a poca distanza da Ancona, fu costretto Monnier a serrarvisi dentro ed a far difesa dei suoi le mura fortificate di lei. I Turchi ed i Russi, senza metter tempo in mezzo, s'impadronirono della montagnola, donde più oltre procedendo, tosto piantarono una batteria di diciassette cannoni, con la quale bersagliavano il forte dei Cappuccini, il monte Gardetto e la cittadella.
Furono da questi tiri molto danneggiati gli edifizii della cittadella, restaronne i bastioni rotti, le caserme inabitabili. Al tempo stesso, ventidue barche armate di cannoni fulminavano dalla parte del mare contro il lazzaretto, il molo, il forte dei Cappuccini, e contro le tre navi che già furono della repubblica di Venezia, il Beyraud, il Laharpe e lo Stengel, e che Monnier aveva fatto sorgere in sur un'ancora alla bocca del porto. Lahoz, cacciati i repubblicani da monte Pelago, se ne era fatto padrone, e qui con trincee si approssimava a monte Galeazzo; che anzi, fatto un subito impeto contro di esso, vi si era alloggiato; ma venuto Monnier con un grosso de' suoi, lo aveva ricacciato dentro le trincee scavate fra questi due monti. Tali erano le condizioni dell'anconitana guerra, nè si vedea che gli alleati potessero così presto restar superiori, perchè quei di dentro si difendevano egregiamente, e di que' di fuori, i Russi erano pochi, i Turchi ed i sollevati, per l'imperizia loro e la mala altitudine dei loro istrumenti militari facevano poco frutto nell'espugnazione della piazza.