Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 8
Ma molto più grave discordia non tardò a suscitarsi tra la repubblica e la santa Sede a cagione degli affari di Corsica. Il papa, considerato che per l'assenza dei legittimi pastori nelle diocesi di Aleria, di Mariana, d'Acci e di Nebbio, le potestà ecclesiastiche si esercitavano senza mandato legittimo; mancanza per la quale succedevano non pochi scandali, ed il servigio divino ne pativa; aveva preso risoluzione di mandarvi un visitatore apostolico, affinchè avesse cura che si rimediasse ai disordini ed il retto culto si riordinasse. Di tale missione investì adunque Cesare Crescenzio de Angelis, vescovo di Segni, e gli comandò che nelle cose spirituali e nelle rendite ecclesiastiche unicamente si occupasse, nè in verun modo s'ingerisse nelle temporali.
Quantunque fin dall'anno 1733, il doge, i procuratori ed i governatori di Genova, sotto la protezione e garanzia dell'imperadore Carlo VI, avessero coi Corsi conchiuso, che affine di promuovere in quel regno i buoni costumi e la religione, non lascierebbero di «cooperare perchè fossero da Sua Santità esaudite le suppliche dei popoli che richiedessero un visitatore apostolico per togliere gli abusi e rimettere nelle diocesi l'ecclesiastica disciplina;» la presente deliberazione del pontefice dispiacque sommamente alla repubblica, essendo stata presa, non solamente senza il suo consenso, ma eziandio senza sua saputa; e giudicando incomportabile che alla coperta e nascosamente si mandasse ne' suoi Stati un mandatario di tanta importanza. Prevedeva che i ribelli se ne sarebbero prevalsi, che di quell'andata avrebbero levato rumore, e che vieppiù si sarebbero confermati nel malvagio proposito loro. E veramente Paoli ed i suoi compagni con grandissima allegrezza ricevettero le novelle della delegazione fatta da Clemente XIII, ed incredibile fu l'ardimento che ne presero assai, più certamente pel fine politico che pel religioso.
Come prima pervennero alla signoria di Genova le novelle, sdegnosamente procedendo, decretò, nel dì 13 d'aprile, che il vescovo di Segni, Cesare Crescenzio de Angelis, quando in terra genovese capitasse, fosse tosto arrestato e consegnato in alcuna delle piazze, luoghi, presidi o torri tenuti dai soldati della repubblica, per essere quindi decentemente trasportato nella metropoli, decretando inoltre, cosa che parve di maggior ingiuria ancora, che chiunque in tal modo lo arrestasse e consegnasse, avesse un premio di tre mila scudi romani, e finalmente proibendo a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato o condizione di eseguire qualunque decreto, insinuazione, ordine, provvedimento od altro atto si fosse che il vescovo sopraddetto si attentasse di fare.
Vane furono le diligenti cautele usate per arrestare in viaggio il commissario apostolico. Essendosi resi liberi i mari per una grossa perturbazione di venti e d'acque che aveva sparpagliati i legni genovesi, egli giunse felicemente e prese terra, ai 23 d'aprile, alla torre della Prunetta, dove fu lietamente accolto dal popolo in gran numero a quella spiaggia concorso. Si condusse quindi, in mezzo ad una folla immensa ed accompagnato per onoranza da trecento uomini d'arme, a Campoloro, per ivi dar principio all'esercizio dell'autorità che per volere del pontefice con sè portava. Ai 3 di maggio, mandati dal generale Paoli, il vennero a visitare ed a fargli riverenza due rappresentanti del regno, Giuseppe Barbagio ed un Baldassari, uomini di gran caldo ed autorità nell'isola. Gli pronunziarono graziose parole, alle quali egli rispose accomodatamente e da farli contenti; imperocchè persona destra era, ingegnosa e delle faccende del mondo politico esperta.
Poscia venendo all'esecuzione del mandato, pubblicò un editto per cui, deputati sacerdoti esattori nelle quattro diocesi d'Aleria, Mariana, Acci e Nebbio, ordinò che in mano loro si consegnassero tutti i proventi e le rendite che spettavano alle mense vescovili delle anzidette diocesi ed ai benefizii tanto residenziali che non residenziali, che o al presente fossero in litigio, o dai provvisti non si possedessero in effetto.
Per gratificare al pontefice, che così grande benefizio avea largito col mandare il visitatore apostolico, il consiglio di Corsica, con solenne manifesto, ordinò che nessuno stesse più ad ingerirsi nell'amministrazione de' proventi ecclesiastici nelle quattro diocesi sottoposte all'autorità del visitatore, lasciandogli intiera la facoltà di disporne in conformità ai sacri canoni. In ordine poi ai proventi delle altre diocesi, comandò, affinchè non andassero in benefizio di chi non serviva l'altare e ne farebbe uso contro la nazione, che si depositassero sino a che il sommo pontefice avesse spiegato la sua volontà del come ed in benefizio di chi si dovessero adoperare.
Dalle condiscendenze verso il papa si venne agli sdegni contro Genova. Il consiglio di Corsica, dichiarato primamente che il bando del senato portante la taglia contro il visitatore apostolico era distruttivo della religione e dell'autorità apostolica, offensivo alla maestà del vicario di Cristo, sedizioso e contrario alla sicurezza e tranquillità del loro Stato, corruttivo delle leggi e dei buoni costumi, lo dannò e condannò ad essere lacerato, stracciato, calpestato e gettato nelle fiamme dal pubblico ministro di giustizia; sentenza che restò eseguita nella piazza di Campoloro sotto le forche piantate nel fondo della casa di un sicario e parricida, denominato il Piscaino.
Nè il papa tacque all'atto della repubblica di Genova contro il visitatore apostolico, e pubblicò un editto gravissimo, nel quale per la pienezza dell'apostolica podestà, lo dichiarò «nullo, irrito, invalido, ingiusto, iniquo, riprovato, dannato, vano e temerariamente e dannabilmente da chi non ha potestà emanato.» Nè la signoria di Genova, avuto notizia dell'editto del papa, lasciò di dargli pubblicamente risposta per far capace il mondo della giustizia del suo procedere; sì che del gravissimo litigio tra la santa Sede e la repubblica di Genova chiarissima fama s'innalzò per tutta l'Europa, e, come quello di Venezia, esercitò le penne dei più celebri ingegni, dei quali chi opinava per Genova e chi per Roma. Roma pubblicò la sua apologia, la pubblicò Genova, ed in mezzo a tanta contenzione, si vedeva che il nodo in ciò consisteva, che la sovranità di nome in quelle parti della Corsica apparteneva alla repubblica, e quella di fatto ai Corsi; onde la repubblica si offendeva di ciò che non poteva impedire e che il papa reputava necessario, ed il santo padre, pei provvedimenti da darsi, non poteva non riconoscere quel governo di fatto che la forza aveva stabilito già da parecchi anni senza che Genova l'avesse potuto vietare, e che anzi poca speranza si vedeva che ella in futuro il potesse. Così tra il diritto e la forza nasceva il contrasto; i Corsi si approfittarono della deliberazione del papa, che in loro aggiugneva animo ed in Europa favore e riputazione.
Genova si diede special pensiero di notificare quanto accadeva alla repubblica di Venezia, siccome quella che e per similitudine di forme politiche e per comunanza di massime con sè medesima conveniva. Il console di Genova in Venezia, Biffi, espose al collegio de' savi che la missione del visitatore apostolico tendeva a raffermare que' popoli nella ribellione ed a volgere l'armi contro il loro legittimo principe; che la signoria aveva stimato bene di opporsi ad una tale missione per conservare illesi i diritti del principato; che Roma aveva proceduto ingannevolmente, stante che nel tempo stesso, in cui si trattava un accordo per mezzo del cardinale Delci, decano del sacro collegio, e da monsignore Lazzaro Pallavicino, mentre per Genova passava andando alla sua nunziatura di Spagna, il preteso visitatore era partito di nottetempo da Roma per Civitavecchia, dove si era imbarcato per condursi in Corsica, sur una fregata pontificia; sperare Genova, aggiunse, che la savia Venezia la sua condotta approverebbe.
Il senato veneto, secondo l'antico uso di quella repubblica, fece risposta ne' seguenti termini; «Che sia permesso ai savi del collegio di far chiamar alle porte del medesimo il console di Genova, e per un segretario di questo consiglio significargli quanto segue: dal memoriale che per ordine della vostra repubblica ci avete fatto tenere, rileva il senato, che alle molte inquietudini promosse alla medesima da' Corsi ribelli, aggiungesi in ora quella della dimanda fatta alla Santa Sede per la missione in quel regno di un visitatore apostolico. Nell'atto però, in cui contempla il senato in questa partecipazione un contrassegno di buona amicizia e corrispondenza della vostra repubblica verso di noi, siamo chiamati a palesarne vero rincrescimento, non dissimulando poi anche l'amaro senso, che proviamo pei molesti e dispiacevoli avvenimenti, che turbano la tranquillità d'un governo, cui professando vera amicizia e perfetto attaccamento, manifesteremo sempre il costante desiderio nostro nel mantenere simili sentimenti, dichiarando a voi la nostra considerazione.»
Se mai fu studio per parlare senza dire, nissuno, che si sappia, ha quest'arte imparato ed usato meglio della repubblica di Venezia.
La Corsica, che menava le mani armate di ferro, non istette a badare nemmeno colla penna. Pubblicò ancor essa il suo manifesto per adonestare le cose successe il quale conteneva ragioni, conformi a quelle di Roma, ma con ingiurie contro Genova. Genova faceva bruciare per mano del boia in faccia a Banchi i manifesti de' Corsi, e la Corsica faceva per la stessa mano bruciare i manifesti di Genova.
Il re di Napoli s'interpose per trovar il modo di comporre quella velenosa discordia; ma trovò il governo pontificio meno arrendevole della signoria di Genova. Il re primamente proponeva, che rivocando l'editto de' 13 aprile, il papa si compiacesse di richiamare dalla Corsica il vescovo di Segni; in secondo luogo, che la rivocazione dell'editto fosse di data anteriore a quella del vescovo; terzo, che le due rivocazioni comparissero al pubblico tutte insieme, e perciò prima di pubblicarsi si rimettessero in mano del re.
Cotali proposizioni il re faceva con intesa e consentimento della repubblica. Il senato genovese bramosamente aspirava al vedere sopita una discordia, da cui riceveva non piccola molestia, conciossiachè i popoli cattolici, o ragione o torto che si avesse col papa, sempre sopportavano mal volontieri che i loro governi tenessero lite col supremo pastore. Ma il pontefice stava alla dura, e vane tornarono tutte le ragioni che il re seppe mettere in campo, non volendo lasciarsi persuadere, e sempre pretendendo che prima di tutto la repubblica desse la soddisfazione, e che quindi spiegasse a Sua Santità i suoi desiderii, perciocchè poteva essere sicura, lasciava intendere, di ottenere dalla non mai manchevole affezione del padre comune tutto ciò che fosse dalle pastorali sue obbligazioni permesso. Così la discordia che aveva assalito il papa e la repubblica di Genova, non fu potuta comporre, nè smorzare l'acceso fuoco.
Andando le cose a seconda e per quel verso che desideravano, i Corsi presero maggior ardimento e fecero risoluzione di usare tutti gli attributi della sovranità. Il consiglio supremo di Corsica ai 20 di maggio ordinò la guerra di mare contro i Genovesi. Fecero grandissime prede, mutati in bastimenti di corso i legni che prendevano, per forma che col desiderio della preda si moltiplicavano i mezzi di farla. I presidii di Bastia, San Fiorenzo e Calvi, a cui da Genova e da Livorno non potevano più pervenire se non con estrema difficoltà le provvisioni, grandemente ne pativano. Si rendeva un giorno più che l'altro manifesto che invano Genova si affaticava per ristabilire nella sommossa isola il suo imperio.
Anno di CRISTO MDCCLXI. Indizione IX.
CLEMENTE XIII papa 4. FRANCESCO I imperadore 17.
Insorta nel cadere dell'anno scorso nuova differenza tra la corte di Roma e quella del Portogallo, per certi riguardi che il nunzio pontifizio intendeva gli dovessero essere usati e usati non gli furono, in occasione del matrimonio tra l'infante Don Pietro, fratello del re, e la principessa del Brasile, figlia dello stesso sovrano, differenza portata tanto innanzi che il nunzio stesso fu cacciato da Lisbona, ed il ministro portoghese, commendatore d'Almada, abbandonò Roma senza prendere congedo; pareva che tra per questo, e per l'espulsione de' gesuiti da tutti i dominii portoghesi, fosse la discordia per terminare con un'intera rottura. Ma la corte di Lisbona conservava sempre una tenera e rispettosa osservanza verso il successore del principe degli apostoli, e la prima occasione che se ne offerse, fu avidamente accolta per darne solenne dimostrazione.
Nato dal connubio di sopra accennato un successore alla corona del Portogallo, il re, trasportato dalla gioia pel felice avvenimento, scrisse di proprio pugno una lettera particolare al sommo pontefice Clemente XIII, nella quale pregava Sua Santità di voler dare al neonato la santa sua benedizione, affinchè, crescendo in virtù, si mostrasse poi degno figlio della Chiesa, ed imitasse lo zelo dei progenitori nel promuovere mai sempre l'ingrandimento della fede e della religione cattolica romana. Riuscì gratissimo al papa cotale uffizio. Rispose adunque ne' termini più obbliganti ed affettuosi, come potea promettersi da chi sospirava il momento di una piena riconciliazione. Ma le speranze per questa così concepite, svanirono senza frutto, e le cose rimasero nello stato di prima.
Anno di CRISTO MDCCLXII. Indizione X.
CLEMENTE XIII papa 5. FRANCESCO I imperadore 18.
Esperimentato i Genovesi quanto inutili fossero stati tutti i loro sforzi per sottomettere colla forza dell'armi i fieri abitatori della Corsica, aveano sino dallo scorso anno pensato di tentare le vie della dolcezza; non che dall'affetto verso i Corsi fossero mossi, ma per pur vedere di ridurli a qualunque costo in lor suggezione. Ma prima di tutto Francesco Matra, fratello maggiore dell'estinto Mario, essendosi sciolto dai servigi del re di Spagna, ed accordatosi ai soldi di Genova con uno stipendio di dodici mila lire all'anno, venne in Bastia, e come prima giunto vi fu, mandò circolari ai Corsi, per cui gli esortava con dolci parole a ritornare sotto il dominio della repubblica e chiamava dispotico e tirannico il governo sotto di cui viveano. Nè risparmiando alcuna ingiuria contro Paoli, gli ammoniva a non fidarsene, avvertendoli che sotto colore di libertà ei voleva farsi padrone e tiranno della patria. Ma le esortazioni del Matra non sortirono effetto d'importanza.
Allora fu pubblicato un decreto, con cui il doge, i procuratori e governatori della repubblica si esprimevano, che avendo determinato di dare alla Corsica i contrassegni più sicuri della paterna amorevolezza con cui la riguardavano, e del sincero desiderio che nudrivano di vederla una volta tranquilla e felice, erano entrati in deliberazione di spedire in quel regno una deputazione con tutte le più ampie facoltà onde promuovere e fermare i mezzi d'una stabile pacificazione. Facevano quindi sapere a tutti gli abitanti, che senza distinzione od eccezione alcuna sarebbero tutti restituiti nella grazia della repubblica loro sovrana per mezzo di un generale indulto su tutto ciò che per l'addietro era accaduto. Gli assicuravano ancora della mente della repubblica di contribuir ad assodare la loro tranquillità e felicità col mezzo di tutte quelle grazie e concessioni che avessero potuto valere, non solamente a spiegare e confermare le antiche, ma ancora a stabilire una retta ed inviolabile amministrazione della giustizia civile e criminale ed a proteggere il commercio. Finalmente, dopo avere invitato tutti i soggetti più ragguardevoli del regno, non meno che tutte le altre persone a cooperare a fine sì giusto, proibivano (ed era questo il più riflessibile dell'editto) a chiunque premesse la grazia loro, di recare il menomo danno o disturbo tanto alle persone quanto ai beni dei Corsi.
Non migliore successo del Matra ebbero i sei senatori che in Corsica si trasferirono deputati per tale comandamento della repubblica, ed affinchè trovassero modo con offerte e con lusinghe di mansuefare quella gente furibonda, e di fare che un lume di pace finalmente rallegrasse quelle travagliate sponde. Insuperabile impedimento alla concordia vi era ed in ciò consisteva, che i Corsi a niuna condizione volevano consentire che di assoluta libertà e franchezza non fosse, cioè di compiuta sovranità, condizione da cui Genova costantemente abborriva, quantunque più desiderio che possanza avesse per eseguire ciò a che i suoi pensieri innalzava. O fosse sciocchezza di qualche Corso, o artifizio de' senatori e del Matra, desiderosi di seminar sospetto, una partita di Corsi offerse a Paoli la dignità di doge. Ma egli con grandissimo sdegno udì la proposta e col rifiuto dimostrò come fosse alieno dall'ambire il principato sopra la patria.
Perdette in quest'anno la repubblica di Venezia il suo doge Francesco Loredano, ma risarcì la perdita nel mese di maggio coll'elezione di Marco Foscarini. Eccellente natura, studii profondi, assidue meditazioni lo posero assai per tempo in istato d'incamminarsi alla gloria per vie diverse. Giovinetto, approfittò della scuola del padre, seguendolo nelle varie legazioni in cui impiegollo la repubblica, e dopo che fu tornato in patria, divise il tempo ed i pensieri fra' più onorifici impieghi e le scienze e le arti, eloquentissimamente poi scrivendo la Storia della Letteratura Veneziana. La incorrotta giustizia nel reggimento dei patrii magistrati, la saggia prudenza nell'amministrazione dei pubblici affari, la grandezza della mente, la vastità delle cognizioni e la dirittura dell'animo non solo furono in lui ammirate ed applaudite da' suoi concittadini, ma riscossero ancora l'ammirazione e l'applauso nelle corti di Savoia, di Vienna e di Roma, dove con superbo e quasi regio apparato fu ambasciatore. Fatto poscia savio del consiglio, cavaliere e procuratore di San Marco, poco prima di essere innalzato al ducal trono, diè chiarissime prove del suo attaccamento alla repubblica e del suo retto e saggio modo di pensare.
Erasi fin dall'anno precedente manifestata in Venezia fra patrizii una forte scontentezza per la soverchia autorità che voleasi su di lor usurpata dai tre inquisitori di Stato; scontentezza appalesata col non lasciare che fosse eletto alcuno per formare l'anno susseguente il supremo tribunale detto consiglio dei dieci. Cotale ritardo d'elezione d'un magistrato sì alle forme della repubblica necessario, e nel quale comprendeansi due, e alle volte tutti e tre i detti inquisitori, fece che si proponesse quella di cinque correttori per riformare e modificare le leggi e l'autorità dello stesso consiglio de' dieci; ed uno di tali correttori fu appunto il procuratore Foscarini. Tra i quattro suoi colleghi era disparità d'opinione, duo volendo che fossero aboliti gli inquisitori, due volendoli continuati. Le sessioni del maggior consiglio, che dovea esser giudice assoluto dell'alta quistione, erano state pel corso di più mesi d'esito sempre incerto e non senza concitazione degli animi e studio di parti. Finalmente nel mese di marzo, vedendosi che il maggior numero inchinava all'abolizione, il Foscarini, nemico d'ogni novità nella costituzione della patria, e prevedendo che simile abolizione cagionerebbe o almeno accelerare potrebbe la rovina della medesima, salito in bigoncia là dov'era accolto il maggior consiglio: «Aprite, esclamò, aprite, o cittadini, queste finestre, guardate dalle medesime il popolo che ansioso sta aspettando l'esito delle vostre deliberazioni. Non crediate già ch'egli si trovi raccolto nel cortile di questo palagio per aspettar con una placida indolenza il risultato di questo giudizio; ma stassene colà palpitando ed angoscioso per intendere qual esser debba il suo destino e quello della sua posterità. Egli aspetta se deve ritornare dalla moglie e dai figliuoli per consolarli con la nuova della loro sicurezza e tranquillità, o pure col doloroso avviso di dover abbandonare questo terreno dove son nati, e portar altrove le loro sostanze e le loro vite; giacchè in Venezia nè le une, nè le altre sono più sicure. Aprite, cittadini, aprite queste finestre, e se potete, restate indifferenti a questo spettacolo.» Il successo nel veneto comizio corrispose pienamente all'energico e sentimentoso slancio dell'oratore. Fu limitata entro men lati confini l'autorità degl'inquisitori, ma solennemente confermata, e due mesi dopo, l'eloquentissimo suo sostenitore si vide eletto e coronato doge di Venezia.
Anno di CRISTO MDCCLXIII. Indizione XI.
CLEMENTE XIII papa 6. FRANCESCO I imperadore 19.
Nella scarsezza di materia che all'annalista offre il presente anno, sarà da riferirsi la transazione seguita tra i re di Francia e di Spagna e quello di Sardegna, perchè questo fosse compensato del non asseguito regresso nel ducato di Piacenza.
Il quarto articolo preliminare del trattato d'Aquisgrana portava che gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla fossero ceduti, come in fatti furono, all'infante don Filippo, riservato però il diritto di regresso agli attuali possessori, che in quel tempo erano l'imperadrice regina degli Stati di Parma e Guastalla, ed il re di Sardegna per quello di Piacenza; titolo di reversione principalmente fissato pel caso in cui l'infante don Filippo fosse passato al trono di Napoli, o morto fosse senza successione mascolina. Verificatosi il primo caso, per essere il re di Napoli passato alla corona di Spagna, e quindi don Filippo a quella delle Due Sicilie, il re sardo a questo si rivolse, per ottenere ciò che considerava come suo. Don Filippo diresse cotali istanze prima al fratello suo, re di Spagna, indi al re di Francia suo suocero; e quest'ultimo, per distornare i torbidi che potessero insorgere, scrisse di suo pugno al re di Sardegna, che se non si fosse trovato in possesso della città di Piacenza e del suo territorio sino alla Nura nella maniera divisata nel trattato d'Aquisgrana, avrebbe ottenuto un equivalente.
Tale impegno fu dal re di Francia partecipato alla corte di Spagna per concertare d'accordo le misure capaci di conservare all'infante don Filippo tutti i suoi Stati e render paghe le giuste domande del re sardo; ma possibil non essendo trovare un territorio che a questo ultimo servisse di compenso senza pregiudizio d'altre potenze, si obbligavano i re di Francia e di Spagna di far godere al re di Sardegna quella stessa rendita annuale, di cui goduto avrebbe se fosse stato attual possessore della città e del territorio di Piacenza. La rendita netta fu per tanto di comune consenso ridotta a trecento ventotto mila lire di Francia, ed il capitale relativo, in somma di otto milioni duecento mila lire della stessa moneta, venne assentato sul palazzo della città di Torino al quattro per cento. E volendo finalmente il re Cristianissimo risarcire il re di Sardegna della privazione delle rendite di quella parte del Piacentino che giace di qua della Nura, dalla morte del re di Spagna Ferdinando VI sino ai 10 di marzo del presente anno, si obbligò di far pagare al re sardo altre cento settantantasei mila trecento trentatrè lire nello spazio di due anni; così rimanendo definitivamente composta l'insorta vertenza.
Dopo la breve ducea di dieci mesi terminò di vivere a Venezia Marco Foscarini; e di lì a pochi giorni gli fu dato a successore Alvise Mocenigo, personaggio di somma dignità e prudenza, stato ambasciatore a Parigi, a Roma ed a Napoli, intimo amico del cardinale Fleury, e carissimo a Benedetto XIV.
Anno di CRISTO MDCCLXIV. Indiz. XII.
CLEMENTE XIII papa 7. FRANCESCO I imperadore 20.