Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 78
Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista d'Alessandria dai collegati, ch'ebbero occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova. Avea Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per carestia di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza che per assedio, perciocchè si arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate ed il cinto della piazza rotto li costrinsero in breve a quella risoluzione cui il fare ed il non fare tanto importava a loro ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto avanti con le trincee, perchè non aveva forze sufficienti a circuire ed a sforzare una piazza di tanta vastità e difesa da una guernigione di dieci mila soldati. Ma quando, dopo le rotte di Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di quaranta mila soldati, il generale tedesco, nel quale non si poteva desiderare nè maggior animo nè miglior arte, si accinse a voler fare quello che fino allora avea solamente accennato. Trovossi egli in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco. Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione del dove far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico, ostinato oltre il dovere resistesse, perchè la parte di porta Pradella gli si appresentò tostamente come la più debole. Ma a volere che gli approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione e del mulino di Ceresa. Quindi, senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione che le acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi con tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria Alta, dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da Casa Rossa, da Paiolo, da Valle e da Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria avendo piantato le più grosse e più numerose artiglierie, per battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola del Te e del Migliaretto.
Mentre con tanto fracasso e con sì viva tempesta fulminava Kray la parte più debole della piazza, tempesta alla quale gagliardamente anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee all'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di zappatori e di palaiuoli insistevano a scavare e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati facessero ogni sforzo per isturbarli, la prima parallela: poi con gli approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterie. Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallela, e da questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito il terrore della città. Molti assalti e molti vantaggi diedero indi abilità al corpo principale degli assedianti d'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello spalto gli Austriaci scavarono ed alzarono la loro terza circondazione. Non potendo più resistere, i Franzesi se ne ritirarono. Accortisi gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono e voltando dal bastione acquistato, come da luogo più vicino, l'artiglierie contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta intera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di dieci mila o palle o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa e tanto violenta.
Tuttavia la guernigione, benchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, certo a gran pezza non più pari a tanta bisogna, tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti e perseverava nelle difese, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti franzesi sulla Trebbia e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo a' 28 di luglio; i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione; avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi: il comandante e gli ufficiali, soggiornato tre mesi negli Stati ereditarii, avessero facoltà di tornare nei paesi loro; i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Franzesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti; dessersi tre carri coperti al generale, due agli ufficiali; perdonerebbesi la vita ai disertori austriaci.
Entrarono i confederati il dì 29 nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo che per viva forza si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle.
Le rotte d'Italia e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani fossero adesso e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano; nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau, gli si dava quello dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi accagionavano il direttorio delle calamità presenti e facevano ogni opera per espugnarlo, e insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col sobillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi ricominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima. Ma intanto, su quei primi calori dei nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze; chè applicarono l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome franzese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva, ogni giorno più la materia ben disposta; delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere in Isvizzera, in Savoia, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria, quante genti regolari poteano risparmiare dei presidii interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volontieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate, con la necessità di mantener illibato il nome franzese, con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.
Questi tentativi su quegli animi pronti efficacemente operavano, e già Francia si moveva confidente contro la lega europea. Pensiero era di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosamente combatteva contro l'arciduca Carlo. Restava che agli eserciti che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Championnet e Joubert più di tutti maggiormente lodavansi di queste condizioni. Furono eletti.
De' due eserciti che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia, il primo, governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore e preservare le fortezze di Cuneo e Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano. Era intenzione che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancora messo insieme tante genti che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere; erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vandea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidii necessarii, perchè abbondavano di artiglierie e munizioni; solo desideravano un maggior nervo di cavalleria. Temevano che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte che potesse facilitare la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e, se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne dovea partire per andare al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi che restiate con noi, e che governiate le genti come supremo duce voi medesimo: ciò mi fia caro oltremodo. Sarommi il primo ad obbedirvi e ad adoprarmi qual vostro primo aiutante.» Tant'era la venerazione che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo. Ciò fu cagione che Moreau restasse ed aiutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald e l'antico esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta; le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Aqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che, prevalendo di cavalleria, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Aqui: il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti liguri.
Quando l'ala sinistra dei Franzesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito ed il disponeva agli ulteriori disegni. La mezzana obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale Saint Cyr, che aveva con sè Vatrin, Laboissiere e Dambrowski. Questa ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezzana alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basalazzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quaranta mila soldati, si distendeva dalla Bormida sin oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro ed Orba, del Lemmo e Scrivia. Nè contento Joubert alla fortezza naturale di quei luoghi erti e montuosi, con trincee, con fossi e con batterie di cannoni, piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Franzesi sovrastavano dai monti alla sottoposta pianura.
Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di quei Tedeschi che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara: la mezzana, a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta consisteva in soldati russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri austriaci e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la ricuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa settanta mila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi, battaglia ardentemente desiderata da Joubert sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che volea che non si stesse ad indugiare, per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma in una dieta convocata a posta pullulò grande varietà di opinioni. Una parte, alla testa dei quali era il generalissimo, voleano dar dentro immediatamente e menare le mani; l'altra conchiudeva i suoi ragionamenti sostenendo che miglior partito era l'aspettar il nemico ne' proprii alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione, di aspettare che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.
Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello che loro convenisse di fare. I generali austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Ma le loro buone ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di sè medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire che si fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Molte ragioni adduceva egli e conchiudeva doversi per onore, per debito, per sicurezza, dar dentro ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.
A tali parole di quel vecchio risolato, vittorioso, nudrito nelle armi e negli esercizii della guerra, s'acquetarono i generali austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno 15 agosto, che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo a ingaggiar la battaglia con l'ala dei Franzesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert sotto speranza di rimetterli, si spingeva innanzi con le fanterie, gridando con la voce ed accennando col braccio, _avanti_, _avanti_. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore tirolese venne a por fine con una onorevole morte ad una delle vite più onorevoli che sieno state mai, ed a troncare le speranze degli amatori dell'indipendenza italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce se ne morì. Recavasi Moreau in mano il governo dell'esercito. Non isbigottiva il funesto caso i Franzesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi, aggiungendo a valore furore e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Franzesi nel loro alloggiamento di Novi; ma si sforzò invano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, invece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowic; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo ferocissimamente ributtati, tanta era la fortezza degli alloggiamenti franzesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare delle artiglierie e dell'archibuseria di Francia, andarono a terra o morti o rotti più di mille soldati di Russia.
Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava ch'egli solo era stato pertinace a voler la battaglia. Si faceva egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Franzesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Franzesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che, puntando con le baionette, costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa animosa fazione non ritrassero altro che ferite e morti. Animava Suwarow anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Franzesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano quanto più fieramente erano assaltati. Melas intanto, con la sua sinistra schiera spintosi avanti, era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Franzesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde, a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, raunassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percossero; furono con orribile macello ributtati e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati ed in volta. Già si vedeva che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi, fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con sè, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.