Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 77

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Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo perchè il Franzese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali austriaci. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno 10 giugno succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti, ed i Franzesi furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, e la terra di Sassuolo rimase in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti che un evento terminativo di battaglie. Ma il 12 giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che, sebbene meno grossi de' suoi, il molestavano e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi.

Fecero egregiamente i Franzesi l'opera del loro perito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi, e durò molte ore; i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle baionette. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento, perchè, cacciati i Tedeschi ed occupata la strada che dà a Reggio, s'intrometteva fra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale tedesco, dove egli medesimo combatteva animando i suoi, fu obbligata a piegare e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo austriaco, secondo il disegno ordito dal generale franzese, circondato o preso se Montrichard avesse vinto sulla destra come Macdonald aveva sulla mezza e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi, non credendosi sicuro sulla riva sinistra del Po, venuto a San Benedetto e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San-Nicolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto per le nuove genti mandate da Macdonald contro di lui, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi, andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.

Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici centinaia di prigionieri è forse pari numero, tra morti e feriti. Dei Franzesi mancarono, fra morti e feriti, circa un migliaio; pochi vennero in poter de' vinti. Macdonald fu ferito non da Tedeschi nè nella mischia, ma dopo la vittoria da' Franzesi del reggimento Bussy che militava sotto le insegne austriache. Cinquanta di questi vollero aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici per raggiungere i compagni; e riuscirono, ridotti da cinquanta a sette.

Era la sorte d'Italia in pendente e doveva fra breve giudicarsi. Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu detto, una squadra di Liguri sotto il governo di Lapoype a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per trovare o Moreau o Macdonald innanzi che fra di loro si fossero congiunti.

Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern, condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì 15 di giugno. Quindi gli si era accostato Victor, che, mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno, era arrivato al suo destino. Macdonald, volendo prevenire il nemico e romperlo prima che fosse fatto più grosso, nè forse sapendo che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il Tidone ed a correre fino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo passo i cavalleggieri della repubblica. Ma Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow d'arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich, che sostenne la impressione dei Franzesi; poscia sopraggiunse opportunamente la vanguardia russa, e tutte queste genti insieme unite fecero un tale sforzo che i repubblicani, quantunque con molta costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni e dalle ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone.

Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato, durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti ostinate alla vittoria o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere a nissuno e scannassero gridando _urrà, urrà_. Ma nel fatto i soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al Tidone. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti. Passato il giorno 18 di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia; ma, essendo la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Franzesi, vedutolo a venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano e sarebbero anche andati in rotta s'ei non fosse stato presto a soccorrerli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò che non solo la fortuna della battaglia si ristorò dal canto degli alleati, ma ancora i Franzesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale accidente veduto da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte un'asprissima battaglia che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia, composta massimamente di Cosacchi e di uno squadrone austriaco, si attaccava con la vanguardia repubblicana, e, dopo un ostinato conflitto, la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnie, ed urtando a forza la vanguardia franzese che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.

Macdonald, che vedeva che in questo fatto andava la fama propria e la fortuna della battaglia, rannodò i suoi di nuovo, facendo in questo tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Indi, bene ordinato e di nuovo confidente, marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto se Froelich, veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Franzesi, cioè verso il Po, si combatteva anche egregiamente per la repubblica e per l'impero. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di fanterie e di cavalleria. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar ricovero, straziati dalle ferite e bruttati di sangue, sulla destra della Trebbia. Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti o moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano sangue.

Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani innanzi che Moreau gli romoreggiasse alla spalle. Pensava medesimamente Macdonald, per la sua pertinacia insolita ad esser vinta od a piegarsi, di assaltare alla nuova luce quel nemico che già per due volte aveva tentato con tanto danno de' suoi e con sì poco frutto.

Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva alle 11 della mattina del 19 di giugno le sue genti contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima che ne' giorni precedenti. Con singolare intrepidezza passarono i repubblicani la Trebbia, ancorchè fossero aspramente bersagliati dalle artiglierie nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che ferivano a scaglia. Nissuno creda che maggior valore nelle più aspre battaglie si sia mostrato mai di quello che in questa mostrarono e Franzesi, e Polacchi, e Russi, ed Austriaci. Senza scendere ai particolari è da notare che bene fu combattuta questa battaglia dalle due ale dell'esercito franzese sul principio, male sulla fine; il che fu cagione che se esse si ritirarono intiere sulla destra della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta.

Avevano i Franzesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi, bravamente resistendo, li rincacciava. Venuta la seconda fila repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere di lontano, vennero tosto alle prese con le baionette: fu quest'urto tanto micidiale sostenuto quindi e quinci con un valore inestimabile. Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle file, i viventi vi si gettavano e facevano battaglia con le sciabole, e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi che diede animo ai Russi, lo scemò ai Franzesi; caricando e smagliando la cavalleria che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se ne desse tanto pensiero e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow, accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale franzese per fianco. Pensò allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, per quanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera e fieramente seguitata dalla cavalleria nemica, si era ritirata a salvamento oltre quel fiume che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima passato.

Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezza dei combattenti; fuvvi riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi, quantunque a ciò di mala voglia e costretto dal parere dei compagni si risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita, s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce illustrasse l'italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar l'assalto al nemico ne' suoi propri alloggiamenti. Nè avendolo trovato ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i Russi a Zema il retroguardo franzese governato da Victor e l'assalirono con molto valore e con ugual valore fu loro risposto dai Franzesi, cosa maravigliosa dopo gli infortuni recenti: la sola diciassettesima dovè darsi prigioniera. Dall'altro lato i Tedeschi arrivarono addosso ai Franzesi presso a Piacenza, e ne fecero molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente Rusca, Salm e Cambray.

Avrebbe voluto Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto che Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla Bocchetta, minacciava trarre a mal partito gli assediatori di Tortona e di Alessandria. Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a Hohenzollern ed a Klenau che perseguitando facessero a Macdonald tutto quel maggior male che potessero.

Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di Levante condurre le sue genti all'unione di Genova con quelle di Moreau. Ei ne venne, ciò nonostante, a capo con uguale e perizia e felicità. Ordinava a Victor che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i sommi gioghi dello Apennino, calasse per quello della Magra nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e felicemente più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoia. Disperse le genti leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a grossa taglia, mandò presidii a Bologna ed al forte Urbano: poscia salendo s'internava nelle valle del Panaro ed arrivava al suo alloggiamento di Pistoia. Poco stettero Bologna ed il forte ad arrendersi ai confederati. Nè il generale franzese voleva pei disegni avvenire e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana. Perlochè, chiamate a sè le guernigioni di Livorno e dell'isola d'Elba, che avevano capitolato, e poste sulle navi per a Genova le artiglierie e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla volta dei territorii Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto per lo smisurato valore dimostrato. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti franzesi che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.

Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone, Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava, essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il giorno 18 assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona, e, quantunque si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i Franzesi in numero, furono costretti a cedere, e perdettero San Giuliano, disordinati e rotti ritirandosi oltre la Bormida.

Questa, vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Scaramucciossi il giorno 19 ed il 20 sulle rive della Bormida. Il 21, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria e da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano. Accorreva Bellegarde, accorreva Moreau. Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, serrandosi addosso con molto impeto agli Austriaci, li rompeva e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Quivi Moreau ebbe le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito era quella di ritirarlo prestamente là donde era venuto, condottosi con frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per maggior sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta e Serravalle che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli, assunto al grado di generale ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle piauure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia fortificate e munite con buoni presidii.

Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Franzesi in Italia che non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto principio in questo anno, perdute sette battaglie campali e le fortezze di Peschiera e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva che i gioghi dei monti liguri ed alcune fortezze. Conoscevano gli alleati che l'impero d'Italia non si rimarrebbe in mano loro sicuro se non quando tutte quelle fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova e delle fortezze del Piemonte. Per la qual cosa non così Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchi, sperando per l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.

Era dentro Alessandria un presidio di circa tre mila soldati sottomessi al generale Gardanne, soldato che, pel suo valore in queste guerre italiche, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Risolutosi egli a difendersi fino agli estremi, animava continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessario alla difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava per venire a capo dell'espugnazione. Aveva con sè venti mila soldati tra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi d'artiglierie assai grosse, con obici e mortai in giusta proporzione. Si convenne da ambe le parti che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato della città e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato che difendesse la fortezza e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortai. Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierie. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande che in poco d'ora, o per proprio colpo o per riverberazione ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierie, sboccò le restanti, uccise non pochi cannonieri, arse una caserma ed una conserva di polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo o debolmente trasse la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e si spinsero avanti coi lavori; tentava Gardanne di impedirgli. Ciò non ostante tanto fecero che si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina dedizione. Già erano alzate le batterie per battere in breccia, già le scale pronte, già le artiglierie della piazza più non rispondevano. Di tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente giorno si preparava; una presa di soldati fortissimi trascelti a questo mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i soldati; però inclinando l'animo alla concordia, chiese ed ottenne patti molto onorevoli il dì 21 luglio. Uscisse il presidio con tutti i segni d'onore che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati ereditarii e vi stesse fino agli scambi; avesse Gardanne facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati sino allo scambio. Fu celebrata la conquista d'Alessandria con ogni maniera di pubblica dimostrazione.