Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 76

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Arrivava il vincitore Melas il dì 28 aprile in cospetto della città. Gli andavano incontro sino a Cresenzano l'arcivescovo ed i municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla, e con lietissime grida salutandolo. Cresceva ad ogni momento la calca; pareva che tutta la città si versasse a vedere ed a salutare le insegne dell'antico signore. La sera si accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi d'allegrezza. La bontà del popolo milanese risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria nè minaccia ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono le persecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il palazzo del duca Serbelloni. Per frenar il furore di questi uomini facinorosi in paese tanto reputato per dolcezza degli abitatori, l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e persecuzioni la allegrezza comune. Avvisava inoltre che chi non obbedisse sarebbe gastigato. Volendo Melas ed il commissario imperiale Castelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano che al governo solo si apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse vendette private o turbasse il pubblico sarebbe senza remissione punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le intemperanze popolari. Arrivava intanto Suwarow; il riguardavano come un nuovo uomo: disse all'arcivescovo essere venuto a rimettere la religione in fiore, il papa in seggio, i sovrani in onore. Soggiunse ai municipali venuti a fargli riverenza, che li vedeva volentieri; che solo desiderava che come suonavano le parole loro, così avessero i sentimenti.

Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse il procedere dell'avversario; o di premere a destra per disgiungere i Franzesi di Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare sulla stanca, passando il Po per impedire la congiunzione di Macdonald con Moreau. Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila combattenti, stava in dubbio a quale parte gli convenisse condursi; perchè o doveva egli pensare a tenersi accosto alle Alpi per consentire con Massena che continuava a combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a Macdonald. Elesse questo secondo partito. Conduceva dunque lo esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. Per tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini. Per la qual deliberazione del capitano di Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po e la catena di questi monti.

Venute in mano degli alleati Peschiera, Pizzighettone ed il castello di Milano, rimanevano in favor dei Franzesi Mantova, intorno alla quale, siccome piazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnate le fortezze conquistate, e fatti animosi delle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido in cui si era ricoverato. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì 11 maggio, il Po a Bassignana; ma tentata invano con dimostrazioni parziali e con romoreggiare all'intorno l'ala sinistra di Moreau, avvisarono di far pruova se, minacciando sulla destra, il potessero sforzare alla ritirata. S'ingaggiava una battaglia molto viva, dopo cui tornando intero e minaccioso Moreau nel suo sicuro alloggiamento, dimostrava ch'era ancor vivo, e che gl'infortunii presenti non gli avevano tolto nè la mente nè la fortezza d'animo.

Oramai la guerra che gli romoreggiava tutto all'intorno lo sforzava a far nuove deliberazioni. I popoli si erano levati a calca contro i repubblicani: commettevansi crudeltà, saccheggi, uccisioni. Le terre astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda o per la valle d'Argentera. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di gente, sul destro dorso degli Apennini

Partiti i Franzesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte creata da Moreau, passando per Torino, andasse a far capo in Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a ripararsi in Francia. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora l'amore del sacco e gli odii privati producevano questi effetti, cui venne ad accrescere un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue stanze di Voghera, incitandogli alle armi. Atroci falli seguitavano le parole.

Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè, essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornare all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierie e delle munizioni che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza delle genti che gli restavano, lasciar in Torino un presidio sufficiente, e, dalla guarnigione della città in fuori, non vi era forza che potesse preservar la città, quantunque fosse cinta di mura forti ed ordinate secondo l'arte a difesa. Arrivava Wukassovich con genti regolari e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva Fiorella volersi difendere. Principiava dai monte dei Cappuccini e dar la batteria; e non facendo frutto con le palle, provò le bombe. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po. In questo punto la guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di Wukassovich: gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe infami di Branda-Lucioni, famoso capo di briganti. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani che alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in potere di Francia, ma non era ancora in poter d'Austria del tutto, perchè su quel primo giungere le truppe contadinesche dominavano, uccidevano, davano il sacco; ed insomma la città piena di spavento aspettava qualche gran ruina, e, se i confederati non fossero stati presti ad accorrere ed a frenare questi uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che si temevano.

Quando i tumulti che avevano conquassato il Piemonte alcun poco restarono, entrava, a guisa di trionfatore, il generalissimo Suwarow. Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le artiglierie; i confederati traevano contro di lui; era vicino un altro sterminio. Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in subbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla parte della città, ed i Franzesi non infesterebbero la città dalla cittadella. Era Suwarow continuamente veduto e corteggiato dai nobili; i più savii consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.

Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba, massime in queste faccende di Stato, più volentieri udiva i primi che i secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo la parzialità del luogo o i desiderii di vendetta. Chiamava a sè il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re; ed il marchese pubblicava un suo manifesto, e alle sue parole senza tardità i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow, consigliandosi col marchese medesimo e con gli altri capi del governo regio, creava, per dar forma alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino al ritorno del re.

Vedeva il consiglio che per confermare lo Stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamente ella era di sicurtà grande al Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della potestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il dì 13 giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso ed alla trincea della prima circonvallazione. Non mancarono gli assediati a sè medesimi nel volere impedire colle artigliere che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed aiutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterie, e la mattina del 18 diedero mano a bersagliare la fortezza. Prodotti gravissimi danni, faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di questa oppugnazione, la intimata alla piazza. Fiorella rispondeva, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio ricominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del 19. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governator Fiorella ardevano, una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molta acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri; le batterie scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglieria. Già la seconda circonvallazione si cavava a gittata di pistola dalla strada scoperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso.

Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono, il dì 20, i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati sino agli scambi; Fiorella e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambi, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numero di circa tre mila; entrarono i vincitori il dì 22. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regi felici augurii. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, attraversava questo disegno.

La guerra, che insanguinava le terre italiche, non risparmiava le greche. Ma noi non potremo dilungarci dalle cose nostre per narrare come le isole del mare Ionio ed altre terre circostanti, tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, venissero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Il termine fu, che dopo i fortunosi casi di questa guerra, piena di fatti altri alti e generosi, altri crudeli ed atroci, il consiglio generale di Corfù, convocato dai confederati, secondo gli ordini antichi, decretava che si ringraziasse santo Spiridione, e con annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti russo e turco e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo I, Giorgio III, Selim III. Fu data la somma del governo non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole e territorii ionici, ad una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù finchè dai confederati fuvvi ordinato governo stabile di repubblicani sotto tutela della Porta Ottomana. A questo modo, per opera, prima dei Franzesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio degli oltramontani o degli oltremarini il dominio del mare Ionio, che Venezia avea saputo conservare per tanti secoli contro tutte le forze dell'impero dei Turchi. Venuto Corfù in poter dei confederati, divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia: vennervi i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi Gabrielli e Massimi, il cavalier Ricci e molti altri personaggi. Le flotte russa e turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo, le quali siamo per vedere in progresso.

Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito italico, avea applicato i suoi pensieri a far venire sul campo delle nuove battaglie le genti che sotto l'impero di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi, determinando il luogo della congiunzione dei due eserciti nei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili e da non dar passo alle artiglierie, era necessitato a camminare fra l'Apennino e la sponda destra del Po; e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavalleria nelle pianure di Bologna e di Modena, avea mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana e del Genovesato. Partiva Macdonald, accompagnandolo Abrial, da Napoli, lasciati presidii franzesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli e nelle fortezze di Gaeta, di Capua e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultava lo Stato romano, e da Roma in fuori non v'era luogo che fosse sicuro ai Franzesi. Tumultuava la Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavalleria bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vittovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire.

Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini con l'intento di riuscire per la strada di San-Germano, Isola, Ferentino, Valmontone e Frascati, verso Roma. La sinistra, condotta da Macdonald, seguitava verso la capitale medesima dello Stato romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierie e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San-Germano si oppose con le armi; fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Franzesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo, cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali, sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, e alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per modo che il furore della presente ebbrezza, congiunto col furore della precedente battaglia, li fece trascorrere in opere abbominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali o generali, che li volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte; era una grande oscurità, pioveva a dirotto. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da sè stessa tanto disforme che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine.

Passarono i Franzesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì 16 maggio del presente anno 1799 nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse e con discorsi, lasciate per marciare più spedito le artiglierie e gl'impedimenti più gravi, e guernite di presidii le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi in cui i Franzesi insistevano coi presidii, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.

La sede principale della sollevazione erano Arezzo e Cortona, le quali il sito rendeva sicure. Arezzo si era con ogni miglior modo fortificata, anzi ogni edifizio era fortezza. Numerose squadre di gente venuta dal contado e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente e diligentemente esaminavano chi entrava e chi usciva. Movevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, o a ragione o a torlo, di giacobino. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia questi uomini, tanto sfrenati contro i Franzesi e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, mostravansi obbedienti, al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un magistrato supremo, in cui entravano preti, nobili e notabili; uomini nè sfrenati nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo; solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale, come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Franzesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero. Fu Cortona messa a dura prova da' Polacchi venuti di Perugia; ma si difese sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna franzese molto forte, ch'era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.

Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva l'intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Franzese non si accinse a domarli, però che volea camminar veloce all'impresa. Si mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Franzesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andarono i Franzesi, saccheggiarono ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammutinamenti di truppe per mancanza dei soldi, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro.

Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese; il principe Hohenzollern il Modenese; Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli; Bellegarde, venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Cortona; Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a devozione alcune valli delle Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni, o verso Cuneo o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia.

Moreau, dato voce che avesse avuto rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta franzese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi, speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno, ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze ed alle montagne piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi che se per valore ei non era inferiore agli avversarii, gli avversarii lo avanzavano per arte. Già Victor, camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a congiungersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva l'assicurazione d'Italia. L'ala sua dritta, condotta da Montrichard, marciava contro Bologna; la sinistra si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro, e inoltrato sino al casino Brunetti a piccola distanza do Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Cortona ed Alessandria. Già aveva mandato, per dar la mano più verso il piano e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.

Queste mosse dei capitani della repubblica fecero accorti i generali de' due imperi ch'era loro mestiero di rannodarsi con molta prestezza, a tale strettezza essendo condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir l'occasione di una totale vittoria ai Franzesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con dieci mila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau ed a Hohenzollern, ch'erano in pericolo d'essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale franzese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Franzesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor con la sinistra Otto, e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma. Ma i raccontati rimedii usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern ed Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.