Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 73

Chapter 733,665 wordsPublic domain

Ma Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Franzesi, verisimilmente perchè credeva che quello fosse il solo modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, aveva introdotto nel castello Sant'Elmo molti de' suoi aderenti e molti ancora che parteggiavano per la repubblica, ed inoltre, armandone quanti più gli venne fatto d'armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni. Avvisavano Championnet e Moliterni che il vincere i lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi ed arabbiati sarebbe stato piuttosto impossibile che difficile. Perciò Moliterni propagava ad arte fra l'acceso volgo l'opinione ch'era necessario andar ad assaltare i Franzesi che venivano contro Napoli, con dire che il piccol numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravanzante moltitudine del popolo. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il popolo, più impetuoso che esperto di battaglie, a combattere contro i Franzesi, che per la speranza di Sant'Elmo e di trovare in Napoli parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. Si affrontarono le due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda. Prevalevano i Franzesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati eventi la battaglia. Le artiglierie di Francia fulminando in quelle spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile ed atterravano le file intiere. Rimettevansi i lazzaroni e più aspramente di prima menavano le mani, cercando di avvicinarsi e di venire alle strette col nemico, per fare con lui battaglia manesca. Le artiglierie li guastavano da lontano, le baionette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni, ruppero parecchie volte i repubblicani, ma questi, come destri e sperimentati soldati, tosto si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si udivano le grida de' combattenti, al buio più si udivano quelle degli straziati; e pure nè anche di notte si perdonava alle ferite ed alle morti. Ned era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi grossi o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine, vi si aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre d'Abruzzo, del Sannio e della Campania, che la rabbia di guerra e la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte. Nuovi vesperi siciliani e nuove vendette di vesperi siciliani si agitavano. Non mai i Franzesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzia sostennero un urto di guerra. Infine un fortunato consiglio fece sopravanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine e Duhesme a ferire con truppe fresche, sbrigatosi testè dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.

Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano non solamente il castello di Sant'Ermo, ma ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorato in segno di pace e di possessione verso Championnet. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passata uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto tornarono sui furori, e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler impedire ai Franzesi la possessione. Nè si rimasero alle minaccie, perchè impetuosamente contrastavano ai repubblicani l'ingresso. Pendeva tuttavia in bilico la fortuna, quand'ecco calare dai castelli Moliterni con le sue genti ad assaltar alle spalle coloro che lor capo lo avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli avversarii, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Franzesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le strade con isteccati e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada fino al palazzo reale e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Franzesi, preceduti da novatori del paese, s'introdussero per forza nella contrada principale di Toledo e se ne fecero signori. Tuttavia combattevano ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio; il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue e terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimenti dei novatori, insinuarono ai lazzaroni che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono, questi uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (cose strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie. Restava che il castello del Carmine cedesse. Si venne all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo. Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro.

Il generale della repubblica, fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico ch'egli frenava i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue de' compagni morti nelle battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva essere i Napoletani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli strazii sofferti da lui: però rientrassero in sè stessi, esortava, deponessero le armi in Castelnuovo e con queste conserverebbe la religione, le proprietà e le persone salve ed intatte: al tempo stesso arderebbe le case e darebbe a morte coloro che contro i Franzesi usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il passato e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì questo manifesto l'effetto che Championnet se n'era promesso; Napoli fu ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono chi per timore dei Franzesi e chi per timore del volgo.

Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo Stato, creava Championnet un governo, a cui chiamava venticinque persone, la più parte risplendenti o per dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità congiunte insieme; uomini tutti sinceri d'opinione, continenti da quel d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto inabili a governar la nave dello Stato in tempi tanto tempestosi. Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile, in undici dipartimenti. Quindi crearonsi i distretti, poscia i municipii, ogni cosa a norma delle fogge franzesi: tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.

Ma prima di raccontar le cose del nuovo governo di Napoli fatte colle più oneste intenzioni, necessario è descrivere come Championnet, dabben uomo se non ingegnosissimo, oprò per solidare l'impresa del regno. Volendo far di Napoli altro che quello che si era fatto di Roma, intendeva non solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a farle sostegno non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo franzese e della grande nazione la libertà e l'indipendenza degli Stati napoletani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di mettere per una volta una contribuzione militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque milioni compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volontieri, se non fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati che già pagavano. Sapendo poi quanto importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti alla religione, mandava una guardia d'onore a San Gennaro. Non ammetteva il cardinale Zurlo Capece arcivescovo di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie e vieppiù confermavano le quiete.

Aboliva il governo i diritti feudatarii ed i fidecommessi e preparava per mezzo della congregazione legislativa la costituzione che avesse a reggere la repubblica. Fu questa costituzione opera specialmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di Francia, vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza e di utilità evidente. Fuvvi principalmente l'autorità censoria commessa ad un tribunale di cinque; fuvvi anche l'eforato. Degni anche di commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno; il resto il copiava dalla costituzione franzese, dando in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente e la servilità dei tempi. Nè deve essere passato sotto silenzio il ragionamento che si leggeva preposto al modello della costituzione; opera in cui tutto l'acume dei greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principii astratti con astrattezze maggiori.

Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa parte di Championnet, parte dei tempi. Era Championnet di natura buona, ma non aveva nervo tale che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli Stati romani e cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violenti erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più ardenti. I baroni, come aristocrati, come li chiamavano, erano o scherniti con dileggiamenti, o provocati con ingiurie, o nelle tasse sforzate con brutti arbitrii aggravati; il che gl'inimicava, e, siccome quelli che avevano una grande dipendenza, sì per le loro ricchezze e sì per l'effetto degli ordini feudatarii, procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica.

Seguitava a tutte queste un'altra peste ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani infiammatissimi ed invasati delle nuove opinioni si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo Stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi li rendevano più savii, perchè con la medesima veemenza parlavano. Nè procedeva che per le immoderate cose che vi si dicevano, i popoli si alienavano. Peggio poi che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero per istravagante ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio e contro coloro che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la potenza. Quando prevale il costume che gli uomini più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè occupano le cariche dello Stato e tengono i magistrati, ogni regola diviene impossibile e lo Stato diviene preda degli ambiziosi.

Tal era la condizione del governo napolitano, che odiato dagli aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Franzesi, non aveva modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi ed a secondare gli sforzi di coloro che più avevano in animo l'ordinare un buono Stato che il signoreggiarlo. Accadde che il direttorio di Francia aveva mandato a Napoli per soprantendere ai frutti della conquista, una commissione civile di cui era capo quel Faipoult già mescolato nelle rivoluzioni genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando che quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni Championnet fosse stato troppo indulgente, pubblicava un editto con cui dannando quanto il generale aveva fatto, affermava che niun altro magistrato che la commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra cassa che in quella della commissione, male pagherebbe. Poscia, più oltre procedendo, ordinava che in proprietà di Francia erano caduti per conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia reale, spiegando che in esso diritto cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville, caccie e simili; ma ancora i beni Farnesiani che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i costantiniani, i gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che un deposito dei denari dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito e al tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendite per cui potesse supplire. Sdegnossi Championnet all'ardimento del commissario e lo cacciava soldatescamente di Napoli. Era discordia tra i Franzesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo Stato.

Preparavasi in questo mentre un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in disgrazia del direttorio, e perchè non contento all'aver rincacciato dallo Stato romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi comandamenti, invaso il regno di Napoli, mentre esso direttorio desiderava di temporeggiare, e perchè si apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re quell'ultima parte de' suoi dominii; il quale intento toccava certi tasti molto reconditi del ministro Taleyrand, sì che questi, accennando col direttorio in un luogo col pretendere il motivo che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. Prese allora Macdonald il governo supremo dei Franzesi; tornò Faipoult in Napoli ad estenuare i poveri Partenopei.

Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica, moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i baroni il nuovo Stato, manco ancora i Franzesi, e siccome tutti avevano bande di bravi che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano che, sebbene fossero vezzeggiati in quei principii del governo, erano da lui veduti malvolentieri, con le maggiori persuasioni che potessero pruomovevano le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei luoghi più lontani ed inaccessi; quivi attendevano a fomentare discordie e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati dell'esercito regio, i quali, dopo di essersi dimostrati pronti a servire i repubblicani, da loro non curati o per necessità o per la penuria dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente partiti e condottisi nelle provincie, quivi con le parole incendevano e con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi erano anche confortati da qualche corpo di gente armata che, dopo l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi od erano mandati dalla Sicilia appunto con l'intento di sostenere quei moti che si manifestavano sulla terra ferma in favore della potestà regia. A questi motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate turche e russe che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con grossi soccorsi di gente da sbarco in favore de' regii. Questi aiuti, parte veri, parte ancora esagerati dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni che già avevano concetti.

Dimostravano quanto fossero deboli nelle provincie i fondamenti del governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da alcuni fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio di fuggire che di combattere: ma il moto si fece d'importanza: accorrevano buoni e cattivi, nobili, plebei, laici, ecclesiastici, e da un accidente fortuito nasceva un gran fondamento a far risorgere l'autorità del re.

Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria il cardinal Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime, chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia Winspear e l'uditor Fiore. Questo debole principio in poco spazio di tempo cresceva a dismisura e produceva un moto che fu cagione di accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava il cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale si aggiungeva, e finalmente chi voleva il re o le vendette o il sacco, a lui cupidamente si accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le terre aperte, finalmente le murate e tanto crebbe la sua potenza, che presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, lo scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi nelle parole, anzi, seguitando il corso favorevole della fortuna, assaltava Cosenza, capitale della Calabria esteriore, e quantunque ella fosse una forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce se ne impadroniva. Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese Paola, bellissima città di Calabria, la prese e l'arse per l'animoso contrasto fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre civili. Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava e gli dava in mano tutte le Calabrie insino Matera. Quivi si congiunse con de Cesare, sommovitore della provincia di Bari.

Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le provincie, anche le più vicine a Napoli, più quiete; gente sfrenata guidata da capi ancor più sfrenati, commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo regio e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno Sciarpa, antico soldato, uomo tanto audace quanto feroce, aveva posto a romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno. Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto pericolosissimo, suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima mulinaro, poi capo dei sollevati di Sora. Commise costui opere indegnissime. Dall'altra parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le sue Abruzzesi bande, risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si erano condotti sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa e più importante sommossa, dopo quella del cardinale ardeva nella Puglia, sì perchè era molto grossa per sè, sì perchè a lei si erano congiunti gli Abruzzesi, sì perchè alle abruzzesi rive avevano adito le armate russe, ottomane ed inglesi, e sì perchè la Puglia per la feracità delle sue terre nodriva la popolosa Napoli.

A questo modo, nonostante la gloriosa vittoria di Championnet, da Napoli in fuori e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato che con isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore del re, quantunque i modi che si usavano non fossero degni nè del re nè di alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le cose della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i Franzesi, per tanto ardimento dei popoli, continuamente di riputazione, ed ogni giorno più si rendeva necessario che con qualche nuovo e segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie di Napoli il valore.

Per la qual cosa erasi deliberato Championnet (queste cose accadevano prima della sua partenza) a fare due spedizioni, una contro la Puglia, l'altra contro la Calabria, commettendo la prima alla fede ed al pruovato valore di Duhesme, la seconda al generale Olivier. Accompagnava Duhesme, da parte del governo napolitano con una legione napolitana ma con le compagnie ancor non piene, il conte Ettore di Ruvo, giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce e capace di tentare qualunque difficile e pericolosa impresa. Dopo varie vicende, era venuto con Championnet, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo napolitano, conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre pasceva l'animo di pensieri smisurati e si mostrava più inclinato a comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio e pieno di parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità e per pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanche se questo fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie e fece depredazioni incredibili, non considerando nè come nè contro chi, o repubblicani o regi che si fossero: soldati e denari per pagargli, questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure era il solo uomo capace di puntellare quello Stato cadente: l'avrebbe anche fatto, ma forse per sè, non per la repubblica.

Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani, piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura tale che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa e dell'astuto ed animoso cardinale. Partivano Duhesme ed il conte Ettore: marciavano cauti per paura d'agguati e di assalti improvvisi in un paese sollevato; marciavano spigliati e divisi per ispazzare largamente il paese: con loro marciavano i consigli militari, sempre pronti a dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono incontanente uccisi. Così dall'un canto Duhesme ed il conte Ettore incrudelivano coi supplizii contro i regi, dall'altro Sciarpa, Mammone e Ruffo incrudelivano anche coi suplizii contro i repubblicani. Le ire erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano le vendette, le vendette le ire. Marciava Duhesme spartito in due colonne. Vinte parecchie città, si deliberava ad andare all'assalto di San Severo, perchè distrutto quel nido principale, sperava che gli altri si sottometterebbero. Erano i regi in San Severo grossi di dodici mila combattenti fra soldati vecchi e gente collettizia. Prese le stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la pianura sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni piantati contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito. Accorgendosi i regi che i repubblicani si distendevano a sinistra per assaltarli di fianco e alle spalle, si calarono con grandissimo ardire ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Durò lunga pezza, con grave uccisione da ambe le parti, perchè il valore era uguale nei due eserciti nemici, e se prevalevano i regi di numero, prevalevano i repubblicani in perizia. Infine andarono i primi in volta, e già al punto stesso il generale Forest arrivava alle loro spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che uccisione. Tre mila soldati vi perdettero la vita: tutti o la più parte l'avrebbero perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito squallido e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere umilmente ed istantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e dei figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti.