Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 72

Chapter 723,672 wordsPublic domain

Ma, non ostante le battaglie combattute infelicemente dal generale napolitano sulla destra riva del Tevere, la guerra non era ancora vinta; perchè da una parte il conte Ruggiero di Damas venendo da Orbitello si avvicinava, dall'altro rimanevano ancora sulla sponda sinistra del fiume ai Napolitani genti superiori per numero ai loro nemici. Per la qual cosa Mack, non disperando ancora delle sorti, si accingeva a fare un nuovo sforzo sulla sponda medesima, il cui fine era di rompere la schiera di mezzo di Championnet; il che avrebbe disgiunto le due ali franzesi. Ebbe il generale franzese sicuro e pronto avviso dell'intento del suo avversario. Laonde per resistere a quel nuovo impeto e non si commettere se non con vantaggio alla fortuna, ristringeva i suoi ed affortificava con nuove genti i luoghi di Contigliano e di Magliano. Poi fe' ritirare Macdonald da Civitacastellana, solo lasciato un presidio nel forte di Borghetto affinchè quivi validamente difendesse il passo del fiume. Finalmente chiamava il generale Lemoine, che oltre l'Apennino sotto il freno di Duhesme combatteva contro il cavaliere Micheroux, generale del re, ad occupare Civitaducale e Rieti, la prima città del regno, la seconda, dello Stato romano.

Le cose succedevano a prima giunta prosperamente ai Napolitani; conciossiachè, sebbene per opera di Mathieu fossero stati scacciati da Magliano, che già avevano conquistato, una loro schiera di gran polso, sotto guida del generale Moesk, si era, cacciatone di forza i Franzesi, impadronita di Otricoli, e già faceva correre da' suoi cavalleggieri la strada per a Narni. La guerra diveniva pericolosa pei Franzesi. Ma non perdutisi punto d'animo si risolvevano al combattere, e provarono tostamente che nelle battaglie più può l'ardire che la prudenza; poichè Mathieu, per comandamento di Macdonald, assaltò furiosamente i Napolitani in Otricoli, e, quantunque valorosamente si difendessero, li vinse con perdita di due mila soldati, di cinquecento cavalli, di otto cannoni e di tre bandiere. Diedero in questo fatto pruove di singolar valore i Polacchi e fu ferito in una gamba un Santacroce, principe romano, che combatteva per la repubblica. Ritirossi Moesk colle reliquie de' suoi a Calvi, dove per la fortezza del sito si poteva sostenere e fare ancor dubbia la vittoria. Ma lo stesso Mathieu, già vincitore di tanti fatti per valore di questa napolitana guerra mandato da Macdonald, vincitore ancor esso dei fatti medesimi per perizia, occupate le eminenze che stanno a sopraccapo alla terra e minacciato aspramente Moesk se non si arrendesse, il costringeva, aiutato anche dalla presenza di Macdonald sopraggiunto in quel frangente, alla dedizione. Questo fatto ruppe ad un punto tutte le speranze cui Mack aveva concetto di poter durare nello Stato romano, e lo fece accorgere che niun altro scampo gli restava che quello di ritirarsi con presti passi nel regno. Già il re, udite le sinistre novelle ed abbandonata Roma, si era avviato prima a Caserta, poscia a Napoli; Mack, raccolti più prestamente che potè tutti i suoi, andava a Capua, in cui sperava di difender Napoli, giacchè non aveva potuto difendere Roma nè a Calvi nè a Cantalupo. Entravano i Franzesi vittoriosi in Roma, donde diciassette giorni prima erano partiti non vinti. Tornaronvi i consoli ad occupare le perdute sedi.

Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella resistenza che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra. Rifulse in sì estremo accidente la virtù del conte; poichè, non isgomentatosi punto, se ne continuava a marciare con sette mila soldati da Baccano verso Roma. Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo aiutante Bonami a sapere che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte che voleva passare, o per amore o per forza, per ritornare nel regno; ed ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che Bonami non aveva dato tempo per altro motivo che per far accorrere nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo, incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani, ma difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare virilmente. Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellermann da Borghetto. Incontratisi repubblicani e regi a Toscanella, si travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, con tuttocchè fosse ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si difendevano anch'essi con molta costanza; nè si spiccarono dalla battaglia se non quando per l'arrivo delle cavallerie di Kellermann, era divenuta disuguale. Intanto non aveva omesso il conte mentre col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi vieppiù coll'antiguardo e col grosso della schiera ad Orbitello. Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte tostamente, vi s'imbarcarono sulle navi napolitane che quivi le attendevano. Restava che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente seguitato dai Franzesi; ma non così tosto il conte col retroguardo medesimo vi entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di volersi difendere. Si appicava intanto una pratica tra di lui e Kellermann, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte d'imbarcarsi con tutte le sue genti solo lasciando in mano ai Franzesi le artiglierie. Viterbo vinta ed occupata dal vincitore, pagò le pene d'aver anteposto lo Stato antico e dispotico allo Stato nuovo e tirannico. Ciò nonostante non vi furono più vendette esorbitanti, ed il giovane Kellermann vi si portò più moderatamente che i tempi non comportassero.

Riconquistata Roma ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad assicurarsi ed ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno, tuttavia considerato il lor valore il terrore dei vincitori e la forza delle opinioni favorevoli, che da lungo tempo e largamente vi si erano sparse e che ora più potentemente operavano per la vicinanza dei Franzesi e per la sconfitta dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era necessario di debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la fortezza della città, per la profondità delle acque del Volturno e per avervi Mack adunato tutte le genti ancora forti se non per valore, almeno per numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini doveva varcare il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Coprano, e al tempo stesso dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso del disegno, perchè Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli, arrivavano alla designata oppugnazione sulle sponde del Volturno.

Precipitavano a gran rovina le cose del regno non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti come speculatore ed apritor di strade quell'arrischiato condottiere Rusca, sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli assalti improvvisi delle popolazioni mosse a rumore ed armate d'ogni sorta d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Tuttavia a poco a poco prevaleva il valore regolato. Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in abbondanza; poi si conduceva a Sulmona, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di Duhesme era Pescara, città che con la sua fortezza situata in luogo eminente dominava tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva il mare per la quale possono passare le artiglierie. Due mila soldati la presidiavano, ma non fecero miglior pruova dei difensori di Gaeta; perchè come prima i soldati della repubblica si mostravano sulle alture che stanno a sopraccapo al ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianelle ed a Cività di Penna, il comandante pensò alla dedizione dando in mano dai Franzesi quel luogo tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del regno. Vi trovavano i vincitori armi e munizioni in copia. Acquistata Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi, per la strada di Popoli, con Lemoine a Sulmona, donde, varcato il sommo giogo dell'Apennino, condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua. Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora cominciavano a precipitare a manifesta rovina.

Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre la sconfitta dei regi, aveva udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva occupato Lucca e si apparecchiava ad andarlo e combattere, imbarcate le genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.

Non erano senza fortezza i nuovi allogiamenti di Mack. Posto il campo col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a difendere il passo del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un presidio di dieci mila soldati. Tra per questi e le genti del campo, aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Franzesi, e se avesse avuto e migliori soldati o più fedeli capitani o minore capriccio in una certa squisitezza d'arte che gli faceva sempre moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò che Capua si poteva difendere e si perdè, non per forza, ma per accordo.

Ma già i casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite insieme. Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello che in breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila, di Pescara e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo dei nemico al cuore stesso del regno, i soldati o dispersi o fuggitivi, che per escusazione propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria delle vittorie dei Franzesi in Italia e il terrore delle armi loro rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento di animo in chi sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i consiglieri di Ferdinando sul partito che fosse a prendersi, alcuni propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse a tostamente ritirarsi oltre il Faro. Intanto il volgo, fattesi alcune istigazioni, anche da parte del governo, si armava da sè: la città fra il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro e, come si usa in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversarii o veri o supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziava nel porto di Napoli, restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re, gridando orrendamente i feroci uccisori e l'invasata moltitudine che gli accompagnava: _Muoiano i traditori, viva la santa fede, viva il re_. Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fatta uccisione del corriero aveva persuaso a Ferdinando, che tralasciando anche la forza franzese che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con dignità. S'aggiunse che Mack non confidando di poter far guerra con quei soldati, che peraltro quanto potessero valere avea dimostrato l'esempio del conte Ruggiero, consigliava un accordo.

Tutte queste considerazioni, e forse più ancora il timore di qualche congiura per opera dei novatori, essendo la rabbia loro grandissima pei sofferti supplizii, fecero prevalere la sentenza di coloro che consigliavano che il re si ritirasse in Sicilia.

Anno di CRISTO MDCCIC. Indizione II.

PIO VI papa 25. FRANCESCO II imperadore 8.

Fatta la deliberazione di abbandonar Napoli, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e confusione, come suole in simili accidenti. L'ultima notte dell'anno antecedente imbarcarono sulle navi inglesi e portoghesi ch'erano sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di Napoli, le gioie della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano meglio di venti milioni coniati ed oro ed argento vergati in quantità: a queste ricchezze si aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano.

Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di conchiudere un accordo coi Franzesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè la città salva ed incolume si conservasse. S'imbarcava Ferdinando la notte medesima sulla nave di Nelson con Acton, Hamilton ed i cortigiani.

Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti contrarii, sorse uno spettacolo miserabile; poichè fatte uscir prima le navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del re che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco che le proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso le barche armate della costa di Posillipo ed i magazzini dell'arsenale: la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando affinchè restasse, proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua; ma fu negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì 2 gennaio, infelice per l'aspetto terribile di Napoli che ancora agli occhi dei naviganti appariva; più infelice pei venti avversi che poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe il dolore, la mestizia e il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re, fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre. Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le dimostrazioni amorevoli dei Siciliani mitigarono l'amarezza concetta per l'esilio e per la fresca perdita del morto figliuolo.

La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la fortuna si mostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi difficoltà per le popolazioni armate che loro contrastavano il passo, Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto le popolazioni medesime crescevano di numero, di forze e di furore, e già facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa lasciavano sicura alle spalle dei Franzesi. La rabbia loro era incredibile, e commettevano contro i repubblicani che viaggiavano alla spicciolata, atti di ferità più bestiale che inumana. Già Itri, Fondi e Sessa erano in poter dei sollevati, già San Germano si muoveva a stormo; già Teano, alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso; già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano e non lasciava alcuna speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava Championnet ad incontrar la Rey, il quale avendo combattuto più valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte che i Franzesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre procedendo, nel parco di riserva rapirono le artiglierie, fracassarono i carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale guasto, le cartucce di provvisione vennero mancando ai Franzesi, già le vettovaglie mancavano, nè vi era modo di andar alla busca per pascere l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato, la popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre da Garigliano in aiuto di Capua e dell'esercito che ancor la difendeva. Nè è da passarsi sotto silenzio che la virtù dei Franzesi, oltre il suono dell'armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava ad indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con danno gravissimo. Ciò dava loro a temere che i soldati napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto un pericoloso assalto a tergo dei Franzesi, mentre sboccando Mack da Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a fronte che si ostinava a voler difendere una città ed un passo tanto abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Franzesi poca speranza di salute.

La debolezza del vicario Pignatelli aperse una via di scampo ai Franzesi che già incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack. Perì Napoli per mano di coloro ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in quell'ora, tanto pregna di dubbio avvenire pei Franzesi, agli alloggiamenti di Championnet il principe di Milano ed il duca di Gesso, che, mandati dal vicario, venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva Napoli, e volendo mostrare abilità al combattere; infine pregato da coloro che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare, ricominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua si consegnasse in mano dei Franzesi; l'esercito di Francia occupasse il paese alla destra dei laghi napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica e mandò Pignatelli, tornato in Sicilia pel sollevamento di Napoli che or ora racconterassi, nella fortezza di Girgenti.

I Napolitani affermarono essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet come di accordo vile. Ma piacque il trattato a Championnet, perchè con quello e salvava l'esercito e si procurava abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli e convertirlo in repubblica. Infatti alcuni fuorusciti napolitani che aveva seco, incominciarono a tenere pratiche segrete coi loro compagni di Napoli, per modo che il generale franzese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi avvenisse.

Mali semi sorgevano, si aspettava la occasione. Una cagione che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse, ma in verso contrario. Un Arcambal commissario franzese era andato a Napoli per levarvi il denaro pattuito; il volgo se n'accorse. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare; si trascorse finalmente agli sdegni e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un tumulto ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimolando, tutti gridavano! _Muoiano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re_. Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal; ma trovò modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco impeto; ma il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo, vieppiù inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore chiamando a morte e Pignatelli e Mack e i soldati e tutti che governavano, accusandoli di tradimento. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo, Sant'Elmo e del Carmine: indi correvano all'armeria, dove prese e distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano ad opere maggiori. Pignatelli e Mack pensarono che quello non fosse più tempo da starsene a Napoli e fuggirono, il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito che da Capua consegnata ai Franzesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte sbandatosi cercò ricovero in mezzo ai Franzesi, parte sotto il governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa gridando: Viva la patria, viva Napoli, viva il re. Fatti più arditi dal numero e dall'impeto assaltarono rabbiosamente la guardia franzese al ponte Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per questo fatto che i Napolitani avessero rotto la tregua ed aperto l'adito alle ostilità. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti, depredazioni, incendii e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli, fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le minaccie degli uccisori, si udivano cosa che ad ognuno recava maggior terrore: _Viva San Gennaro, viva la santa fede_. Durò gran pezza il tumulto spaventevole.

Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo avvisò di crearsi un capo che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni. Prima cosa diede opera a piantar certe forche smisurate in parecchi luoghi con minaccia che impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti ed a dar qualche sesto alle cose.

Ed ecco spargersi subitamente voce, marciare i Franzesi contro Napoli, già esser giunti ad Aversa. Fu Moliterni a parlamento con Championnet nei campi d'Aversa. Riportonne che il generale di Francia non voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano i castelli e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Per poco stette che non facessero Moliterni a pezzi gridandolo a furore assassino e traditore. Nè più volendo udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo fratello Clemente Filomarino, maltrattarono Zurlo già ministro delle finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali; trucidarono un fuoruscito tolonese; trucidarono un ufficiale di marina inglese: facevansi della barbarie gioia.