Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 71

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In questo punto il generale Menard, che non per ufficio, ma per accidente si trovava in Torino, veduto che se più si procedesse, vi andava la salute dei Franzesi, la salute dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin che non si movesse, e con le sue esortazioni, con le sue minaccie, con l'autorità del suo grado tanto operava, che fece fermare e tornare in cittadella i repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoni concitatori, e frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe stato funestissimo. Il governatore non tralasciò uffizio, perchè il furore improvviso dei soldati piemontesi si raffrenasse, e diede ordine perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale del Piemonte dalla generosità di Menard e dalla moderazione di Thaon di Sant'Andrea.

L'ambasciatore di Francia, che nell'ora del tumulto se ne stava villeggiando sopra la collina di Torino, ebbe subito avviso dell'accidente, e pregato dal ministro Priocca, della sicurtà di lui e di tutta la sua famiglia promettendo, tornava la sera del medesimo giorno. Da quell'uomo diritto e dabbene ch'egli era, quando non isviato dai soldati fanatici, si dimostrò molto sdegnato contro Collin, condannando con forti parole la sua condotta e la schifosa mascherata. Poi per opera di lui fu Collin rimosso dal governo della cittadella e surrogato Menard, non senza grande contentezza del governo piemontese. Queste cose faceva Ginguenè sano; ma aggirato di nuovo dai novatori, tornò nel suo male, ed ingannandosi novellamente, incolpava il governo regio di congiura per ammazzare tutti i Franzesi il giorno stesso che si era fatta la mascherata; e, troppo facilmente condiscendendo ai desiderii di Brune, di nuovo tormentava Priocca: addomandava con insolente istanza che il re licenziasse tutti i suoi ministri e nuovi ne creasse in luogo loro; intorno a che molti furono i contrasti, i quali finalmente però terminarono con la dichiarazione che il re non voleva fare cambiamenti, poichè non li poteva fare con giustizia.

Dalle precedenti narrazioni si raccoglie che le cose tra l'ambasciatore di Francia ed il governo del Piemonte erano giunte al punto estremo, nè alcun termine di concordia si vedeva possibile. Continuamente instava Ginguenè presso al direttorio per la rimozione del conte Balbo. Da un'altra parte il conte presso al direttorio medesimo continuamente instava acciocchè chiamasse Ginguenè. Questi chiamava Balbo spargitor d'oro, seminatore di corruttele, agente operosissimo e pericoloso di tutta la lega europea contro la Francia. Balbo chiamava Ginguenè uomo buono e stimabile per le sue qualità private, ma cervello pieno di fantasmi lontani dal vero, corrivo al prestar fede alle follie ed alle calunnie dei novatori, accademico importuno, ambasciatore di penna intemperante e di natura tale che non lasciasse pur respirare un momento quel governo che avesse a fare con lui. Arrivarono in questo mentre le novelle della mascherata e della domanda fatta da Ginguenè della espulsione dei ministri. Si prevalse destramente e con molta istanza Balbo de' due accidenti, come già si era prevalso della domanda della cittadella. Per la qual cosa, giuntovi eziandio che Taleyrand sapeva che la nuova confederazione contro la Francia si preparava, ma non era ancora matura, e però voleva allontanar le cagioni di nuovi scandali, prevalse l'ambasciator piemontese. Fu Ginguenè per decreto del direttorio del 24 settembre richiamato dalla sua carica di ambasciatore. Gli fu sostituito d'Eymar, uomo piuttosto non senza lettere che letterato, amatore dei letterati e di natura dolcissima, ma non d'animo tale che si potesse maneggiare con la fermezza necessaria in tempi tanto tempestosi.

Gli altri fatti si apprestavano all'Italia. Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era l'ambasciatore Balbo accarezzato da tutti i ministri e massimamente da Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert, surrogato a Brune, in Italia, con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoia e di far rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo che i tempi stringevano, non frappose indugio a mandar ad effetto ciò che gli era stato commesso. Ma prima di venire ad una deliberazione del tutto ostile, mandava a Torino l'aiutante generale Munier con ordine di richiedere il re che desse incontanente i dieci mila soldati, a' quali era obbligato per trattato d'alleanza, e li mandasse a congiungersi coi Franzesi, ed, oltre a ciò, che rimettesse in mano di lui l'arsenale di Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella città stessa e vicino alla cittadella.

Rispose che darebbe incontanente i dieci mila soldati: mandò il giorno stesso della richiesta gli ordini perchè si adunassero; spedì un ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo del marciare dell'esercito piemontese verso il franzese, e del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo apposta affinchè questo emergente si accordasse col direttorio.

Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei repubblicani. Perlochè il generalissimo vi mandava a governarla il dì 27 novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, ch'era stimato od aborrente per natura da sì gravi ingiurie o non alieno dal favorire gl'interessi del re. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per sè stesso senza che si venisse all'esperimento dell'armi. Ma dubitando che l'apparato della forza non bastasse a muover l'animo di Carlo Emmanuele, si usò anche la astuzia. Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese e di quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e dei ministri, e soprattutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono gli agenti del direttorio sapendo quanto Carlo Emmanuele fosse dedito alla religione, dal tentar mezzi insoliti di sedizione con volersi insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla rinunzia. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano che il re per l'atto stesso della sua rinunzia ordinasse ai Piemontesi ed a' suoi soldati che non si muovessero ed obbedissero al governo temporaneo che sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul primo giungere si era tenuto nascosto, a procurarsi segrete intelligenze con uomini d'importanza; ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine del confessore. Moltiplicavansi intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva; chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano e chiamavano a rovina e la reggia e i popoli e il Piemonte. Già i repubblicani ordinati da Jubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice de' suoi tetti e de' suoi penetrali stessi, ed al quale altro fondamento non restava consolativo ma insufficiente, che la fede dei soldati e la devozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì 5 dicembre queste parole.

«La corte di Torino ha colmo la misura ed ha mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commesso; sangue di repubblicani piemontesi fu versato in copia da questa corte perfida: sperava il governo franzese, amatore della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con istringere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia vilmente ingannata delle sue speranze da una corte infedele ai trattati. Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di portar pace e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito repubblicano corre ad occupare i dominii piemontesi.»

Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Desoles, raunatisi con le schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso ed a Buffalora, passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regi, facendone prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava ad Asti, donde, spingendosi più avanti, andò a piantare gli alloggiamenti sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciatori di Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella, il che tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di proietti poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sotto sopra e d'incendiar Torino se l'esercito francese fosse obbligato di rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportasse di nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni d'ogni genere, procurandosi in tale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo. Era di non poca importanza pei repubblicani che in loro potere recassero Chivasso terra munita di un forte presidio e per cui Victor doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine e per obbedire al generalissimo mandava Grouchy segretamente una colonna di buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso ed aiutati dai soldati di nuova leva, che qui per accidente alloggiavano, l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto e per ogni parte lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di lui gli estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse dichiarata.

Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governator di Torino assicurandolo che quanto si faceva solo si faceva per modo di cautela e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un solo amatore di libertà o francese o piemontese che si fosse, incendierebbero la città e farebbero che di lei pietra sopra pietra non rimanesse. Il governo pubblicava un manifesto con cui esortava gli abitatori a restarsene quieti, chiamava i Franzesi gli alleati più fedeli che si avesse, affermava che niuno nissuna cosa aveva a temere da loro. Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle, che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie sorprese ed assaltate all'impensato erano state disarmate e poste in condizione di prigioniere. Vide allora il re che ogni speranza era spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno, che mille anni di dominio della sua reale casa erano giunti al fine. Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che i posteri sapessero che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il 7 decembre le sue ultime parole; ma anche le sue generose, le giuste sue difese gli vennero poco dopo interdette ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della forza propria, ma ancora si sdegnava dalle ragioni altrui.

Intanto perchè si venisse a conclusione si moltiplicavano le arti e gli spaventi; si parlava che a nissun'altra condizione sarebbero i Franzesi contenti che all'abdicazione. Cedesse al fato, nè v'era modo da ostare, giacchè Carlo Emmanuele era chiamato a distruzione dal suo alleato. L'atto di abdicazione fu accordato e stipulato il dì 9 di dicembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo obbligandolo a ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno 7, ed a mandar Priocca in mano loro alla cittadella, come sigurtà di non resistenza e come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si vede sul fine dell'atto, dopo il nome di Carlo Emmanuele quello di Vittorio Emmanuele con queste parole: _Io prometto di non dare impedimento all'esecuzione di questo trattato._

Fu in buon punto pel re e per tutta la sua famiglia, che Grouchy e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato che fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute non piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non imponendo la condizione della cattività dei reali. Da che ne seguitò che avevano già fatta la rinunzia e già erano arrivati a Parma, quando pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta come ostaggio per la osservanza dei patti e qualche timore del suo nome, udite le rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu cagione che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow, in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.

Accordossi nell'atto dell'abdicazione che il re rinunziava alla sua potestà, e comandava ai Piemontesi che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia; comandava altresì a' suoi soldati che come parte dell'esercito franzese si sottomettessero al generale medesimo; disdiceva il manifesto del giorno 7 e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella: che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare e ricuperassero tutti i diritti loro; potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna; finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti e scorta mezza franzese e mezza piemontese; se il principe di Carignano eleggesse di rimanersi in Piemonte o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi e con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivii e le casse dell'erario; non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche di Francia.

Creava Joubert un governo che per modo di provvisione ed insino a tanto che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Bandisone, Rossi, Sartoris; per un secondo, Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme, nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro; sì che in breve non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la confidenza, presso i forastieri l'amicizia.

Grouchy, conseguita una tanta mutazione sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Franzese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso che per volontà deliberata. Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani; Priocca, esempio d'animo forte, di mente sana, di sincerità singolare e d'una fede inalterabile; uno degli uomini dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare.

Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede degli antenati loro. Era la notte, fra le 9 e le 10 della sera, oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta che dà nel giardino e quivi in carrozza montati, per l'altra porta ch'è tra le due del palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza che mai non si potrà abbastanza lodare e per debito di religione, come protestava, le gioie preziose della corona, tutte le argenterie e settecento mila lire in doppie d'oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a cavallo franzesi, altrettanti piemontesi; gli accompagnavano fino a Livorno di Piemonte. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono accolti dal granduca come si conveniva al grado, alla parentela ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono portate via le gioie e le altre suppellettili preziose, alle quali Carlo Emmanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo, portato rispetto.

Così ruinò la casa reale di Savoia. Nè sapremmo se si abbia a raccontare l'intimazione di guerra fatta il dì 12 dicembre dal direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte.

Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del 1799, arrivava il 3 di marzo, in cospetto di Cagliari. Quivi, vistosi in potestà propria, volle fare manifesto a ciascuno e pubblicò solennemente, come altamente ed in cospetto di tutta Europa ei protestasse contro gli atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorii di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe di Emmanuele Filiberto.

Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei repubblicani, le sorti della parte meridionale d'Italia, tentate dal re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili. Non aveva il generale Mack trovato nello Stato romano quel seguito, che si era concetto con la speranza, poichè l'essersi ritirati, ma interi, non rotti, i Franzesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano timore, che ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero scoperti contro di loro. Il terrore poi concetto per le infelici pruove fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia, massimamente il caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo d'ognuno, impediva che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e frenava i popoli desiderosi di prorompere. Si aggiungeva che sebbene i Romani odiassero i Franzesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire da una servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non meno odiosa. Tutte queste cose non erano nascoste a Mach, e però argomentando che la guerra era piuttosto incominciata di nome che di fatto, e che se con qualche fazione importante, in cui si venisse al sangue, non dimostrava che le mani fossero tanto forti quanto le lingue pronte, il tempo avrebbe presto condotto una mutazione di fortuna, si deliberava ad andare all'incontro delle armi repubblicane. Del che tanto maggiore necessità gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva genti in fretta e continuamente si ingrossava.

Avendo adunque avuto avviso che con felice navigazione era Naselli sbarcato a Livorno e Ruggero di Damas ad Orbitello, si muoveva a tentare la fortuna delle battaglie, eleggendo di far impeto contro l'ala destra dell'esercito franzese che, governata dal generale Macdonald, da Terni si distendeva fin verso Nepi, Cività castellana e Monterosi.

Marciava Mack, divisi i suoi in cinque schiere, il dì 5 dicembre, da Baccano contro i repubblicani, mentre al tempo stesso ordinava un moto verso Civitaducale per tener in rispetto i Franzesi da quella banda. Prevaleva di gran lunga di numero, conducendo quaranta mila soldati contro un nemico, che se arrivava agli otto mila, non li passava, poichè in questo numero consisteva l'ala destra dei repubblicani. Sboccava la prima schiera Napolitana verso Nepi, la seconda, insistendo sull'antica via romana, verso Rignano, la terza verso Santa Maria di Falori, schiere destinate tutte a combattere sulla destra sponda del Tevere. La quarta aveva il carico d'impadronirsi di Vignanello per guadagnare la terra d'Osta, e quivi varcare il fiume. Finalmente per fare un po' di spalla a destra a tutte queste genti, la quinta schiera dei regi marciava contro a Magliano, e già aveva traversato il Tevere al passo di Ponzano.

I Franzesi, sentita prestamente la venuta del nemico, non si fermarono ad aspettarlo, ma siccome quelli che stimavano sè stessi da quegli uomini valorosi che erano e tenendo in poco conto le genti napolitane, uscirono incontanente ad incontrarle. I capi poco dubitavano della vittoria, perchè oltre il provato valore dei soldati, sapevano che gli assalti dei Franzesi, per la natura pronta dalla nazione, sono sempre più fortunati che le difese.

Non fu l'esito diverso dalle speranze. Kellerman, figliuolo del vecchio generale di questo nome, contuttochè sulle prime trovasse un duro incontro, ruppe la prima napolitana schiera, cacciolla infino a Monterosi, e quivi rompendola di nuovo, tagliava a pezzi i valorosi, disperdeva i codardi. Non procedettero con maggior riputazione le cose dei Napolitani dalle altre parti: il colonnello Lahure ruppe la schiera di Rugnano, sebbene sulle prime avesse perduto del campo; perchè Macdonald con pronti aiuti soccorrendolo, lo ebbe tostamente abilitato alla vittoria. S'incontrava la schiera che giva all'assalto di Santa Maria di Falori, in una squadra polacca capitanata dal generale Kniazewitz e che aveva con sè una legione romana, che aveva alzate le bandiere della repubblica. Polacchi e Romani valorosissimamente combatterono: i Napolitani andarono in volta, non senza grave perdita d'uomini, d'armi e di bagaglie. Il generale Maurizio Mathieu affrontava, così avendo ordinato Macdonald, la quarta schiera, la quale cedendo si ricoverava nella terra di Vignanello forte per sito e cinta di buone mura. Si difendevano i Napolitani virilmente, sapendo che questa fazione era di grandissima importanza; erano anche aiutati dai terrazzani, nemicissimi del nome franzese. Ma Mathieu tanto fece con le armi e con le minaccie, che sforzava i Napolitani a lasciar la terra libera al vincitore. Entraronvi i Franzesi trionfando, non senza qualche licenza, come di gente vincitrice ed irritata. Acquistato Vignanello, correva Mathieu ad assicurare il ponte di Borghetto.

Restava la quinta schiera che camminava verso Magliano; ma udite le infelici novelle delle compagne, se ne tornava, senza aver combattuto, per Ponzano, al principale alloggiamento dell'esercito regio. Così pel valore delle sue genti e per l'arte egregia con la quale le mosse, venne fatto a Macdonald di variare lo stato della guerra e di riuscir vincitore da un assalto molto pericoloso.