Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 69
Delle raccontate mutazioni fatte in Cisalpina per modo sì violento levarono un grandissimo romore in Francia coloro che, o sedendo nei consigli legislativi o con le stampe addottrinando il pubblico, contrastavano al direttorio; e i cambiamenti stessi, fatti per forza di soldatesche, diedero molto a pensare ai Cisalpini e generalmente a tutti gl'Italiani. Si persuasero facilmente che la Francia tutt'altra cosa voleva piuttostochè l'indipendenza loro, e che, dalle parole in fuori, ch'erano veramente magnifiche, essi erano destinati a servitù. Allora s'accorsero ch'era per loro diventato necessario, seppure liberi e indipendenti volevano essere, il camminare con le proprie gambe, e por mano essi stessi a quello che per opera dei forastieri non potevano sperar d'acquistare. Sorse in quel punto specialmente una setta, la cui sede principale era in Bologna, e che siccome da Bologna, come da centro, spandeva a guisa di raggi tutto all'intorno negli altri paesi d'Italia le sue macchinazioni, così fu chiamata Società dei Raggi. Voleano costoro la libertà e l'indipendenza d'Italia contro e a dispetto i di tutti, e queste cose vigorosamente tramavano ed i semi ne spargevano; ma vennero poco dopo i tempi grossi e le rotte dei Franzesi per le quali tutti questi intendimenti diventarono vani. Nondimeno le operazioni di Lahoz, che in progresso si leggeranno, furono, come immediato effetto, così piccola parte di questa vasta macchinazione.
Passando ora alle cose di Sardegna, il re, serrato da ogni parte dalle armi di Francia, aveva posto l'unica speranza nella sincerità della sua fede verso il direttorio; non che nel più interno dell'animo non desiderasse altre condizioni, perchè impossibile è che l'uomo ami il suo male, ma vedeva che era del tutto in potestà dell'oppressore il sovvertire i suoi Stati prima solo che l'Austria il sapesse. Così la repubblica di Francia voleva la distruzione del re, sebbene s'infingesse del contrario, ed il re voleva serbar fede alla repubblica, quantunque altri desiderii avesse. Reggeva il Piemonte il re Carlo Emmanuele IV, principe religiosissimo e di pacata natura, ma poco atto a destreggiarsi in un secolo tanto rotto e sregolato.
In mezzo agli umori che regnavano in Italia per formarne, mutati gli ordini politici in Piemonte, una sola repubblica, come alcuni bramavano, o veramente due, dell'una delle quali fosse capo Milano, dell'altra Roma, era arrivato l'ambasciatore di Francia Ginguenè a Torino. Era Ginguenè uomo di tutte le virtù, ma molto incapriccito in su quelle repubbliche, non vedendo bene alcuno se non negli Stati repubblicani. Di fantasia vivacissima ed essendosi poi molto nodrito degli scrittori italiani, e specialmente di Macchiavelli, si era egli dato a credere che l'Italia fosse piena di Macchiavelli e di Borgia, ed aveva continuamente la mente atterrita da immagini di tradimenti, di fraudi, di congiure, di assassinii, di stiletti e di veleni. Con questi spaventi in capo, veduto prima il ministro Priocca in cui scoverse, come diceva, non so che di perfido al ridere, faceva il suo primo ingresso al re. Solito alle accademie, solito ai discorsi al direttorio e del direttorio, poichè l'età fu ciarliera oltre ogni credere, si aveva Ginguenè apparecchiato un bello e magnifico discorso, non considerando che quello non era uso di corte in Torino, e che se gli apparati di lei sono magnifici, il re se ne vive con molta modestia. Traversate le stanze piene di soldati bene armati e di cortigiani pomposi, entrava Ginguenè in abito solenne e con una sciabola a tracollo nella camera d'udienza dove si trovò solo col principe. Stupì l'ambasciator repubblicano in vedendo tanta semplicità nel sovrano del Piemonte. Avrebbe dovuto, siccome pare, deporre il pensiero di recitare il discorso, perchè e le adulazioni ed i rimproveri erano ugualmente, non chè intempestivi, inconvenienti. Pure, ripreso animo, il recitava al re.
Al discorso squisitissimo del repubblicano non rispose il re, non essendo accademico. Bensì venne sull'interrogare del buon viaggio e della buona salute dell'ambasciatore; poi toccò delle infermità proprie, e della consolazione che trovava nella moglie, ch'era sorella di Luigi XVI re di Francia. A questo tratto ripigliando Ginguenè le parole, disse che ella aveva lasciato in Francia memorie di bontà e di virtù. Si allegrava a queste lodi della regina il piemontese principe, e mettendosi anch'egli sul lodarla, molto affettuosamente spaziò nel favellare delle virtù e della bontà di lei. Poi seguitando venia dolendosi del mancar di prole: Non ne ho, diceva, ma mi consolo per la virtuosa donna. Ritiratosi dalla reale udienza l'ambasciator di Francia, e, sebbene fosse molto acceso sulle opinioni repubblicane di quei tempi, si sentì non pertanto assai commosso ed intenerito a tanta bontà, semplicità e modestia del sovrano del Piemonte.
Frequentavano la casa dell'ambasciatore di Francia i desiderosi di novità in Piemonte, i quali, standogli continuamente a' fianchi, gli rapportavano le più smoderate cose del mondo, mescolando il vero col falso sulle condizioni del Piemonte e sulla facilità di operarvi la rivoluzione; e siccome questi rapporti andavano a' versi delle sue opinioni, così egli se li credeva molto facilmente. Per la qual cosa sentiva egli sempre sinistramente del governo, e, volendo tagliarvi i nervi, insisteva con istanza presso il direttorio, acciocchè sforzasse il re a licenziare i suoi reggimenti svizzeri, che tuttavia conservava a suoi soldi.
Mentre da una parte l'ambasciator di Francia dava animo ai novatori, vedendoli volentieri e dando facile ascolto ai rapportamenti loro, e dall'altra voleva che si disarmasse il re con licenziare gli Svizzeri, i mali semi producevano in Piemonte frutti a sè medesimi conformi. Sorgevano in più parti moti pericolosi suscitati da gente audace con intendimento di rivoltar lo Stato. Il più principale pel numero e pel luogo ed il più pericoloso si mostrava in Carrosio dove erano concorsi oltre un migliaio i fuorusciti piemontesi. Circa due mila soldati liguri, partitisi improvvisamente dai soldi della repubblica, ed usciti da Genova senza ostacolo, andarono ad ingrossare a Carrosio la squadra dei Piemontesi. Capi principali del moto erano uno Spinola, nobile, Pelisseri e Trombetta popolani, gente oltre ogni modo ardita ed intenta a novità. Un Guillaume ed un Colignon franzesi erano con loro. Nissuno pensi che uomini incitatissimi abbiano mai pubblicate cose più immoderate contro i re di quelle che costoro mandarono fuori contro quel di Sardegna.
Dalle parole passavano ai fatti e con infinita insolenza procedendo, svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci. Fatti poscia più audaci dal numero loro che ogni giorno andava crescendo, marciarono armata mano contro Serravalle, la quale combattuta vanamente ed assaliti gagliardamente dalle genti regie, se ne tornavano con la peggio. Parecchi altri assalti diedero alla medesima fortezza con esito ora prospero ed ora avverso. Così la guerra civile ardeva sulle frontiere del Piemonte.
Si moltiplicava continuamente il dispiacere che riceveva il re dalle sommosse democratiche; infatti il prenunzio di romori di verso la Cisalpina non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani Piemontesi, non senza intesa del governo cisalpino e del generale Brune, in Pallanza, sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione l'alto Novarese, e faceva le viste di volersi calare, se trovasse l'adito facile e la fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano come capi principali questo moto Seras, originario del Piemonte, ma ai soldi di Francia ed aiutante di Brune, ed un Lèotaud franzese, con un Lions franzese ancor esso, aiutante di Lèotaud. Si scopriva la fortuna favorevole ai primi loro conati; s'impadronirono della fortezza di Domodossola; vi trovarono alcuni cannoni, opportuno sussidio per loro, e se li menarono per servirsene contro le truppe della parte contraria. Una terza testa di repubblicani armati era discesa da Abriez nelle valli Valdesi, e già aveva occupato Robbio ed il Villard, ed accennava a Pinerolo.
Trovavasi il governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che il cuore stesso del Piemonte, che tuttavia perseverava sano, avesse a fare qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva se non lontano ed inabile ad aiutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina, fomentando i moti. Pure intendeva all'onore se alla salute più non poteva, e faceva elezione, giacchè si vedeva giunto alfine, di perire piuttosto per forza altrui che per viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a sì rovinosi accidenti un editto, in cui, mostrando fermezza d'animo uguale al pericolo, diè a vedere che maggior virtù risplende in chi serba costanza a difender sè stesso nelle avversità, che in chi assalta altrui con impeto nelle prosperità.
Non ignorava però il re che la rabbia e la ostinazione delle opinioni politiche non lasciano luogo alle persuasioni. Laonde, facendo maggior fondamento sulle armi che sulle parole, aveva mandato sul lago Maggiore parecchi reggimenti di buona e fedele gente, affinchè combattessero i novatori dell'alto Novarese, e, ritogliendo dalle loro mani Domodossola, la restituissero al dominio consueto. Medesimamente mandava truppe sufficienti contro gl'insulti dei Carrosiani. Pinerolo si empiva di soldati per frenare e spegnere l'incendio sorto nelle valli dei Valdesi.
Ma il fondamento di tutto consisteva nel modo in cui la repubblica di Francia sentirebbe queste piemontesi sommosse; perchè s'ella le fomentava, era impossibile il resistere. A questo fine insisteva fortemente il ministro Priocca presso a Ginguenè, acciò dichiarasse qual fosse veramente negli accidenti presenti l'animo del governo franzese. Gli estremi lamenti che ei faceva sentire della cadente monarchia piemontese, non erano certo segni di animo doppio e non sincero; che anzi la sincerità era tale, che non solamente induceva persuasione nella mente, ma ancora muoveva vivamente il cuore.
Rispose Ginguenè con sincerità e con parole degne, non di lui, ma del direttorio; ed al suo dire aggiungeva rimprocci sul modo con cui il governo piemontese reggeva i suoi popoli, favellando degli abusi che gli scontentavano, dei rigori usati, dell'angustia delle finanze, del caro dei viveri, della insopportabile gravezza delle imposizioni. Concludeva che i moti di sedizione non portavano con sè alcun pericolo, se niuna radice avessero nella propensione dei popoli; ma che bene era da temersi, che i Piemontesi, la nobiltà in fuori, desiderassero esito felice alla impresa dei sollevati: chè però esortava preoccupassero il passo e prevenissero la rivoluzione col dare spontaneamente al popolo tutto che si prometteva dalla rivoluzione.
In mezzo a tante angustie del governo regio, Ginguenè, come se desiderasse torgli non solo la forze, ma ancora la mente ed il tempo di deliberare sulle faccende più importanti, non cessava di travagliarlo con importune richieste, muovendolo a ciò fare parte i comandamenti del direttorio, parte i proprii spaventi. Chiedeva perciò ed instantemente ricercava Priocca, operasse che il re cacciasse da' suoi Stati i fuorusciti franzesi, ed ancora proibisse, sotto pena di morte gli stiletti e le coltella. Voleva altresì, e minacciava il re se nol facesse, che disperdesse i Barbetti che infestavano le strade ed assassinavano i Franzesi. Schermivasi Priocca con ottime ragioni, ed affermava che il governo regio, per quanto stava in lui, fosse molto vigilante a render sicuri i Franzesi in Piemonte, e quello che diceva anche sel faceva. Ma bene debbe far maravigliare ognuno che, secondo gli umori o alla prima favola raccontata all'ambasciator di Francia dai democrati che gli andavano per casa, tosto ei si movesse a domandare anche con termini molto imperativi, la liberazione degl'incolpati. Tra questi è famoso il fatto di un Ricchini, detto per soprannome Contino, che Ginguenè a nome del direttorio richiese solennemente al re, ed il re lo satisfece dell'effetto, dandogli incontanente e senza difficoltà l'uomo accusato d'assassinio di un Franzese.
I terrori di Ginguenè erano anche fomentati dalle esorbitanze dei democrati più ardenti, i quali, veduto che i Franzesi a tutt'altro pensavano che alla libertà d'Italia, si erano deliberati a voler camminare da sè ed a fare un moto contro i nuovi signori, tacciandoli di tirannide e d'oppressione. Questa gente audacissima, presa occasione d'un lauto desinare dato dall'ambasciator di Francia a tutti i ministri che si trovavano alle stanze in Torino, si misero a dire le cose più smodate che uomo immaginarsi possa. Nè contenti alle parole mandarono attorno uno scritto, che fu portato da Cicognara a Ginguenè. Egli era espresso in questa forma: «Popoli della terra, e voi massimamente patriotti ed amici sinceri della libertà e dell'umanità, ascoltate le mie voci. Ha la Francia accettato e dichiarato i diritti degli uomini in presenza dell'Ente supremo; ella ha punito il tiranno che a loro voleva opporsi, ella ha rovesciato il suo trono, ella ha disperso tutte le forze dei confederati di Europa, ch'erano accorsi in suo aiuto. Tutti questi miracoli ella gli ha fatti perchè ha trovato dappertutto uomini che e conoscerono la giustizia della sua causa, e non esitavano a dichiarirsi per lei contro la tirannide. Si era la Francia conciliato l'amicizia loro, dichiarandosi l'amica di tutti i popoli e promettendo di aiutar quelli che com'ella portassero odio ai tiranni. Popoli della terra, la Francia ha mentito. Il solo scopo ch'ella si è proposto è quello dell'interesse; ella non ha in nissuna stima i popoli, i tiranni soli le stanno a cuore. Ella se ne sta tranquillamente rimirando le carnificine dei patriotti, e si rallegra del trionfo dei despoti. Gli agenti che manda presso a loro per compiacere al loro orgoglio e per istringere gli empi nodi della loro amicizia, invece di vestirsi a lutto per la morte degli amici della libertà, celebrano feste scandalose e bevono nelle medesime coppe dei tiranni. Il sangue di coloro che amici della libertà si protestano, scorre a rivi e dilaga sovra una terra fatta per esser emola della patria loro. Ciò non ostante e' non si risolvono ad abbandonarli. Gli splendori del trono li rendono spettatori insensibili dell'orribile ecatombe immolata a piè della tirannide. E col nome di amici dei popoli si chiamano! Col nome di amici dei popoli si chiamano essi, cui la guerra civile con tutte le sue orribilità non turba, essi che l'oro dei tiranni corrompe! Popoli della terra ascoltate le voci d'un uomo che è spettatore di tante scelleraggini e che ne pruova un dolore orribile. Ardete le dichiarazioni fraudolente dei diritti dell'uomo ch'eglino vi hanno portato. Chiudete gli occhi alla luce che risplende dal tempio della libertà, fate lega coi vostri tiranni, servite ai capricci loro, abbracciate sinceramente la causa loro, o perirete. La Francia non atterra più troni; essa li difende: essa vuol fare ammenda dell'insulto fatto alla tirannia: con una mano opprime i popoli ai quali per suo proprio interesse dà la libertà, dall'altra tutela i tiranni che divorano i popoli servi. Le spoglie degli uni e degli altri appena bastano a saziare l'immensa sua cupidigia. Popoli, ancora un lustro, e non vedrete più nella deserta Europa, salvo che in Francia, che tiranni e ruine.»
Questo scritto tanto impetuoso e sfrenato e principalmente diretto contro Ginguenè, avrebbe dovuto farlo accorto, se non avesse avuto la mente inferma, del cammino a cui si andava con questi amatori della libertà, e quale speranza di governo buono da loro si potesse aspettare. Intanto tutta l'ambasceria di Francia ne era mossa a rumore. Ginguenè prese contegno con Cicognara; poi ne scriveva al direttorio, con molta istanza pregandolo operasse efficacemente col direttorio cisalpino affinchè Cigognara avesse presto lo scambio a Torino, ed in ciò andarvi la salute della Francia.
L'ecatombe mentovata nello scritto fu quella della battaglia combattuta tra Gravellona ed Ornavasso, nella quale prevalendo alla fine i regi prima perdenti, i repubblicani assaliti di fronte e da tergo e soprafatti dal numero soprabbondante degli avversarii che su quel punto si erano spinti avanti con grande sforzo, andarono in rotta, nè fu più possibile ai capi di rannodarli. Centocinquanta repubblicani perirono nella fazione; quattrocento vennero vivi in mano dei vincitori. Cento furono uccisi soldatescamente in Domodossola, tornata, subito dopo la battaglia, in poter dei regi. I superstiti furono condotti nel castello di Casale, dove si fecero loro i processi militarmente; trentadue condannati a morte.
In questo mezzo tempo arrivarono novelle importanti da Parigi. Mancava al cupo ravviluppamento dei tempi che si accagionassero dal governo di Francia i re, e specialmente quel di Sardegna, di essero loro medesimi gli autori delle ribellioni. Aveva Ginguenè con instanti parole descritto al suo governo i supplizii dei Piemonte. Il direttorio, che poteva veramente intromettersi per umanità, amò meglio mescolarvi le accuse e l'inganno. Scriveva il dì 17 maggio Taleyrand a Ginguenè, che i moti d'Italia, quelli soprattutto ch'erano sorti in Piemonte, mostrandosi con sembianza minacciosa e molto pericolosa, era venuto il direttorio in una risoluzione definitiva; che sapeva il direttorio di certa scienza che si era ordita una congiura col fine di far assassinare tutti i Franzesi in Italia; che sapeva ugualmente che moti sediziosi si fomentavano a questo fine in ogni parte, acciocchè i soccorsi di Franzesi essendo addomandati al tempo medesimo in luoghi diversi, le loro forze per la spartizione si indebolissero e fosse per tal modo fatto abilità agli assassini di ucciderli. Sapeva finalmente che non contenti al dare compimento a sì scellerato proposito, volevano ancora imputarlo a coloro che si credevano amici della Francia, affinchè la morte loro si rendesse più sicura. In tanta complicazione, come diceva, di preparati delitti, faceva Taleyrand sapere a Ginguenè che il direttorio aveva risoluto di salvare e l'Italia e i Franzesi e gli amici della repubblica dai mali che loro sovrastavano; gl'intimava pertanto che si appresentasse al governo del re, della orribile cospirazione favellando tanto evidentemente tramata dalle potenze straniere e nemiche della Francia, e dimostrasse volere il governo franzese risolutamente ch'ella e per cagioni e per pretesti intieramente fosse diradicata; volere che prima di tutto offerisse il governo del re indulto leale ed intiero a tutti i sollevati sì veramente che le armi deponessero, ed alle case loro ritornassero; volere che il re adoperasse le sue forze contro i Barbetti che desolavano quelle infortunate regioni, ed usasse tutti i mezzi per fare che le strade tra Francia e Italia fossero libere e sicure. A queste condizioni, e per allontanare il timore che le repubbliche Cisalpina e Ligure turbassero il Piemonte, interporrebbe il direttorio la sua autorità, perchè si mantenessero in quiete. Ordinerebbe anzi a Brune che apertamente ed espressamente comandasse ai sediziosi che disolvessero le bande loro e si ricomponessero nel riposo. Caso importante ed urgentissimo essere, aggiungeva il ministro di Francia, le anzidette condizioni, perchè tanti giudizii arbitrarii, tanti supplizii crudeli contro uomini raguardevoli per virtù e per dottrina, e che solo parevano essere stati condotti alla ora estrema, perchè erano amatori della repubblica Franzese, non permettevano che si proponesse indugio. Se il governo sardo non accettasse le condizioni offerte, si renderebbe manifesto esser lui, non più vittima, ma complice delle sedizioni, cui fomenterebbe in segreto fingendo di temerle in palese. Del resto badasse bene Ginguenè a non chiamare mai i sediziosi patriotti, ma sì sempre amici della Francia.
Fece Ginguenè molto efficacemente il dì 24 di maggio l'ufficio. Vi aggiunse di per sè parecchie parti. Ma parendo allo ambasciatore che lo sforzare il re a perdonare ai ribelli e di chiamare amici di Francia coloro che macchinavano contro il suo Stato, forse anche contro la sua vita, non bastassero a costituirlo in compiuta servitù, voleva ed instava presso al direttorio che la Francia doveva avere piena ed assoluta autorità in Piemonte, che per propria sicurezza ella doveva forzare il re a cambiare i suoi ministri ed a richiamare il conte Balbo da Parigi affermando essere lui l'agente di tutta la confederazione d'Europa in quella capitale.
Il governo piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi minaccie, ordinava il dì 25 di maggio, che si sospendessero sino a nuovo ordine i processi non dei condannati, e si soprassedesse alle pene dei Franzesi che si fossero mescolati nelle ribellioni.
Intanto il dì 26 di maggio alle 4 della mattina i fossi di Casale grondavano sangue. Lèotaud, aiutante del generale Fiorella, e Lions aiutante di Lèotaud, ambedue franzesi di nascita, ma non di servizio, con otto altri, parte forastieri, parte Piemontesi, che, per aver combattuto nella battaglia di Ornavasso erano stati condannati a morte, soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo piemontese, per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero veramente a pensare l'ora insolita dei supplizii e la tardità della staffetta apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi nove ore in Torino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo atroce fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le novelle ed accelerato i supplizii affinchè la salute arrivasse quando già morte spaziava. Levò Ginguenè pe' due Franzesi morti gravissime querele, minacciò il governo piemontese, scrisse a Parigi, ch'era oggimai tempo di purgar la Francia dal dire calunnioso che si faceva, ch'ella tollerasse le carnificine dei Franzesi e degli amici loro per forza dell'oro mandato a Parigi al conte Balbo.
Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria d'Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più molesti. Non ignorava il governo piemontese che i moti di Carrosio avevano più alte radici che quelle dei repubblicani piemontesi, perchè Brune e Sattin segretamente e palesemente li fomentavano. Tuttavia, non volendo mancare al debito degli Stati, si era deliberato di mostrar il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo estremo delle armi contro quella sede tanto irrequieta di Carrosio, poichè gli era forza traversare il territorio ligure, aveva rappresentato a quel governo che i suoi nemici non avevano potuto condursi a Carrosio senza passare pel territorio della repubblica; che lo stesso facevano per venir ad invadere il territorio piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di Gavi; che quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica, come neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio i nemici di sua maestà che ne abusavano per offenderla, tanto meno dar loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o dissipargli ella medesima o dare alle genti regie quel passaggio stesso ch'ella dava a' suoi nemici.
Rispose la repubblica che non consentirebbe mai a dare il passo; solo prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e di allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due parti. Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani ad ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio ligure per andar ad assaltare i regi ed intraprendevano le vettovaglie, che per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e svaligiavano i corrieri.