Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 67

Chapter 673,395 wordsPublic domain

Gli accidenti romani fin qui narrati sapevano di tumulto e di confusione, siccome quelli che succedevano sulle prime alla militare conquista. Restava che la oppressione e la servitù si ordinassero sotto ingannevole forma di governo regolare, come se fosse intento dei conquistatori di fare scherno alla libertà e di metterla in odio a tutti coloro che l'amavano. A questo fine aveva il direttorio mandato a Roma quattro suoi commissarii, che furono Faipoult, Florent, Daunon e Monge, uomini che facevano professione di amore la libertà. Deliberarono fra di loro di dar una costituzione alla repubblica Romana. Ed ecco pubblicarsi un corpo di costituzione, il quale altro non era che sotto nomi romani la costituzione franzese; imperciocchè sotto nome di consolato, di senato, di tribunato, di tribunale di alta pretura e di alta questura, vi era un direttorio, un consiglio degli anziani, un consiglio dei giovani, un tribunal di cassazione, e commissarii dei conti. A questi si aggiungevano gli altri fastidii servili delle amministrazioni centrali per ciascun dipartimento della repubblica, e di una amministrazione centrale per ogni cantone. Si noveravano otto dipartimenti, del Tevere, del Cimino, del Circeo, del Clitunno, del Metauro, del Musone, del Trasimeno, e del Tronto: avevano per capitali Roma, Anagni, Viterbo, Spoleto, Macerata, Sinigaglia, Perugia e Fermo. Erano questi i magistrati; le leggi come quelle di Francia. Dalle leggi passava l'imitazione insino agli abiti; perchè i magistrati furono ordinati vestirsi alla franzese, mutato solo pei consoli, senatori e tribuni il color rosso in nero; la forma simile a quella dei quinqueviri, degli anziani, dei cinquecento di Francia.

Si crearono consoli per la prima volta Liborio Angelucci ed Ennio Quirino Visconti da Roma, Giacomo Dematteis da Frosinone, Panazzi e Reppi da Ancona. Ma variarono molto nella breve vita della repubblica Romana i consoli, perchè si scambiavano ad un primo capriccio del generale o del commissario di Francia. Fu instituito segretario del consolato un Bassal, il quale già mandato da Buonaparte a fomentare la rivoluzione di Venezia, se n'era venuto a fomentar quella di Roma. Chiamaronsi ministri un Torriglioni, un Camillo Corona, un Mariatti, un Bremond franzese.

I quattro commissarii inserirono però nella costituzione romana questo capitolo, che si avesse a fare al più presto un trattato d'alleanza tra la repubblica Romana e la Franzese, il quale sino a che fosse ratificato, tutte le leggi fatte dai due corpi legislativi romani non potessero essere nè pubblicate nè eseguite senza l'approvazione del generale franzese che stava al governo di Roma; e che il generale medesimo potesse di sua propria autorità fare tutte quelle leggi che a lui paressero necessarie, conformandosi non ostante alle instruzioni del direttorio. E questa, oltre gli spogli, le tasse violenti, ed il rimanente, era la libertà di Roma.

Era nella costituzione un capitolo che ordinava di giurar odio alla monarchia, fedeltà ed attaccamento alla repubblica. Papa Pio aveva udito dal suo ritiro della Certosa di Firenze che il governo della repubblica esigeva questo giuramento da tutto il clero e dai parrochi di Roma. Volendo per regola delle coscienze definire questa materia, e parendogli che non si convenisse ai ministri della religione il giurar odio ad alcuna forma di governo, scrisse un breve a monsignor Passeri, vicegerente di Roma, ammonendolo, non esser lecito prestar puramente e semplicemente il giuramento suddetto, ed ordinandogli di notificare agl'intimati questa sua decisione pontificia e di avvertire che la eseguissero. Ma siccome, continuava a discorrere, interessava anche moltissimo che la repubblica fosse persuasa della rettitudine delle massime del clero di Roma relativamente al repubblicano governo, conformi in tutto agl'insegnamenti della cattolica religione, così statuiva che ciascuno potesse con sicura coscienza giurar fedeltà e soggezione alla repubblica che attualmente comandava, essendo stato unanime insegnamento dei santi Padri e della Chiesa che sia dovuta fedeltà e subordinazione a chi, secondo la varietà dei tempi, ha in mano le redini del governo, o sia a chi attualmente comanda. Definì inoltre che ciascuno potesse giurare di non prendere parte in qualsivoglia congiura, trama o sedizione pel ristabilimento della monarchia e contro la repubblica: e potesse altresì giurare odio all'anarchia, essendo questa uno stato di disordine. Finalmente deliberò che si potesse giurare fedeltà ed attaccamento alta costituzione, salva per altro la cattolica religione. Pensava papa Pio che i magistrati della repubblica non avrebbero rigettato questa formola, giacchè era in tutto conforme, come si esprimeva, all'atto del popolo sovrano del 15 febbraio del presente anno, con cui il popolo riunito innanzi a Dio ed al mondo tutto, con un sol animo ed una sola voce aveva dichiarato, voler salva la religione quale di presente venerava ed osservava, cioè la religione cattolica. Ma partito da Roma monsignor Passeri e succedutogli nella carica di vicegerente l'arcivescovo di Nassanzio, quest'ultimo di propria autorità e contro le intenzioni del papa, diede una seconda instruzione per cui i professori del collegio Romano e della Sapienza si credettero autorizzati a prestare, come fecero, il giuramento tale quale era prescritto dalla costituzione, solo facendo qualche protestazione a voce. Udì gravemente il papa quest'accidente, e rescrivendo all'arcivescovo, lo ammonì di nuovo delle sue intenzioni, gli comandò richiamasse la seconda instruzione, e si lamentò che per essa e per l'esempio dei professori soprannominati sembrasse che Roma, già maestra di verità, si fosse fatta maestra dell'errore. Savie, prudenti e conducenti alla quiete dello Stato erano queste sentenze di Pio. Intanto questa faccenda dei giuramenti, per l'ordinario tanto gelosa, si rammorbidì facilmente, sì per la prudenza del papa come per la sopportazione dei magistrati della repubblica, nè produsse, come si temeva, o movimenti o persecuzioni d'importanza.

Creata la repubblica Romana, si spegneva l'Anconitana, la quale non era stata mai altro che un appicco contro il papa. I suoi territorii, salvo San Leo, si incorporarono alla Romana.

Il dì 20 marzo, si celebrava nella vastissima piazza del Vaticano la confederazione della repubblica Romana a guisa di quella che fu da noi già descritta della Cisalpina. Furonvi archi trionfali, sinfonie, illuminazioni, canti, balli; magnifica festa, ma con molto schiamazzo e molte satire alla Romanesca. Saliva con grande apparato sul Campidoglio Dallemagne, chiamava i senatori, apriva il senato, spiegava al vento la romana bandiera. Poi instituiva il tribunato, quindi i consoli sulla piazza del Vaticano; bandiva la costituzione, dichiarava Roma libera; i consoli dall'alto della scalea giuravano. Si coniava, poscia, pure romanescamente al solito, la medaglia adulatoria, bella assai e con questi motti: _Berthier restitutor urbis; e Gallia salus generis humani_.

Qui sarebbero da descrivere alcune maggiori cose per cui mutossi inopinatamente lo Stato d'Europa, quel d'Africa turbossi, le ottomane spade chiamaronsi ad insanguinar l'Italia, ed il dominio di questa combattuta parte d'Europa passò da Francia a quello che di nuovo lo combatterono: ma non ci è dato che toccar di volo i principali fatti. Concluso il trattato di Campoformio, si riposava la Francia in pace con tutte le potenze del continente, ed, oltre a ciò, aveva per alleate la Spagna, il Piemonte, le Cisalpina, l'Olanda. Le vittorie conseguite, il nome de' suoi generali, il valore e la costanza de' suoi soldati, avevano dato timore a tutti. Per la qual cosa, quantunque tutti vedessero mal volentieri confermarsi in Francia, cioè nel centro dell'Europa, principii contrarii alla natura dei governi loro, contenuti dal timore, nissuno ardiva di muoversi ed aspettavano tempi migliori. Perciò la Francia, non avendo nissun sospetto vicino al continente, poteva voltar tutte le sue forze verso l'Inghilterra. A ciò fare ella si trovava molto ben provveduta d'armi, di navi, di capitani, d'alleanze, e di quanto potea condurre a prospero fine una spedizione.

In questa condizione di tempi i ministri d'Inghilterra, Pitt principalmente, guida allora e indirizzatore dei consigli di quel reame, conobbero il pericolo in cui erano, anche perchè non pochi nell'Inghilterra medesima avevano accettato i principii della rivoluzione franzese ed avrebber potuto secondare i Franzesi. Però, avendo potentissima occasione di muoversi, si mettevano all'ordine per ovviare a tanto precipizio, tentando con ogni sforzo di accendere un novello incendio di guerra sul continente con istimolar di nuovo le potenze alle cose di Francia, alle ragioni aggiungendo offerte di denari ed aiuti di genti.

A queste istigazioni l'Austria rispondeva, che quantunque debilitata, era per insorgere di nuovo e correre all'armi se la Russia consentisse a voler anche essa venire efficacemente a parte della contesa e la spalleggiasse con pronti aiuti. La Russia tentata rispondeva che si accosterebbe volentieri alla lega, quando l'Inghilterra l'assicurasse della Turchia. Gli Inglesi allora ed a questo fine tentarono il governo Ottomano. Rispondeva il sultano che per l'antica unione della Porta con quel paese non voleva pruovare le armi contra la Francia, nè collegarsi con loro che muovevano.

Non potendo adunque i ministri di Inghilterra venire a capo dell'intento loro di seminar nuove discordie, si voltavano ad altre arti, mandando agenti a Parigi con le mani piene d'oro per muover la Francia contro sè medesima. Costoro con discorsi infiniti voleano distogliere il direttorio dall'impresa d'Inghilterra e portarne le viste sopra paesi più lontani, per allontanare gli ambiziosi, Buonaparte specialmente, che poteva al direttorio dar ombra, e indicavano come opportuna conquista l'Egitto. Speravano gli autori di queste insinuazioni che l'assaltare la Francia l'Egitto avesse ad essere per lei cagione di nimicizia col sultano, la qual nimicizia era il fondamento principale di tutte queste nuove macchinazioni.

Questi discorsi andavano molto a versi del direttorio. Ma dall'altra parte i medesimi agenti andavano tentando l'animo di Buonaparte, le più seducenti cose del mondo ripetendogli. Piacque la proposta al giovane capitano, il quale, sebbene fosse giusto e sagace estimatore degli uomini e delle cose in ogni altra faccenda, sentiva, ciò non ostante, un poco del romanzesco quando si trattava di guerra e di gloria militare.

In tale forma accordate le cose, s'incominciava a disporre gli animi in Francia ad una impresa tanto straordinaria. Vi si parlava dell'Egitto come della terra promessa, della prosperità del commercio, della scoperta delle antichità, dei progressi della civiltà, del cacciamento degl'Inglesi dall'Indie, della padronanza di quelle ricche sponde del Gange. Allignavano facilmente questi pensieri in Francia, perchè la nazione, animosa per indole propria, era a quei tempi talmente accesa, che qualunque più alto e difficoltoso fatto le pareva di facile esecuzione, e la difficoltà stessa le era sprone e speranza. Talleyrand leggeva all'Istituto uno scritto composto con singolare eleganza e maestria, con cui dimostrava e l'importanza dell'Egitto e l'utilità della sua possessione. Si dava voce, ch'egli stesso fosse per essere mandato ambasciadore straordinario presso la Porta Ottomana per ispiegar bene a quel governo i pensieri della Francia rispetto alla spedizione d'Egitto e per mantener tuttavia salva l'antica concordia fra i due Stati. Furono anche spediti dispacci indirizzati a lui a Costantinopoli come se già fosse partito ed avviato a quella volta.

Intanto con grandissimo apparato si provvedevano le cose necessarie alla spedizione. Concorrevano sì da Francia che da Italia, uomini, navi, armi e provvisioni di ogni sorta a Tolone, dove si era condotto Buonaparte per sopravvedere e sollecitare. Era egli poco innanzi stato tratto membro dell'Instituto e con tale qualità ne' suoi dispacci s'intitolava, volendo conciliarsi gli animi degli scienziati e dei letterati di Francia che aveano grande autorità nelle faccende e si mostravano molto invidiosi del dominio militare. Voleva altresì che gli uomini si persuadessero che quantunque soldato ed uso alle guerre, era nonostante protettore della civiltà e di chi la fomenta. Ciò importava anche alla spedizione in un paese antico, fonte del sapere. Imbarcaronsi pel medesimo fine alla volta dell'Egitto molti scienziati di chiaro nome in Francia. Ma l'Inghilterra dall'un de' lati favoreggiando Buonaparte e sollecitando le sue passioni più vive, dall'altro nutrendo gli smisurati desiderii ed i sospetti del direttorio, aveva riuscito ad un fine molto utile per lei, quello di metter discordia tra la Francia e la Turchia, d'abilitar la Russia ad unirsi all'Austria, di aprir la occasione all'ultima di levarsi a nuova guerra, di sviare dai proprii lidi una gran tempesta, di privar la Francia de' suoi migliori capitani e soldati, di avventurare in mari lontani il potente naviglio franzese, ed in somma di fare in modo che l'Europa tutta si turbasse di nuovo con grandissimi movimenti. Questa fu una delle opere più memorabili di Guglielmo Pitt.

Salpava l'armata franzese che portava con sè tante sorti, avviandosi verso Levante. S'appresentava sul principio di giugno in cospetto della degenerata Malta. Portava forti armi e corruttele ancor più forti. Chiedeva il generale repubblicano l'entrata sotto pretesto di fare acqua: gli fu risposto, entrasse, ma con due navi soltanto. Finse di averla per male, e sbarcato nella cala San-Giorgio, servendogli di guida i fuorusciti Maltesi, antichi cavalieri che Buonaparte aveva condotto seco, assaltava le opere esteriori delle fortificazioni. Fu debolissima la difesa; nè i cannoni entro i luoghi loro, nè le munizioni piene, nè i soldati confidenti. La Valletta poteva ancor tenersi per la fortezza del luogo, ancorchè le difese non fossero apprestate; ma da una parte le corruttele operavano, dall'altra le femmine, i fanciulli, i fuggitivi di ogni grado e di ogni condizione, che dalle campagne si erano ricovrati in città all'apparire del nemico, facevano un gran terrore. Si diede sotto la mediazione di Spagna, con questi patti; rimettessero i cavalieri dell'ordine di San Giovanni Gerosolimitano ai Franzesi la città di Malta, rinunziando in favore della repubblica di Francia alla proprietà ed alla sovranità ch'essi avevano su quella isola e su quelle di Gozo e Camino; usasse la repubblica la sua autorità presso il congresso di Rastadt, perchè il gran maestro, sua vita durante conseguisse un principato almeno uguale a quello ch'ei perdeva; e di più essa repubblica si obbligasse a dargli per sostentazione della sua vita, una pensione di trecento mila franchi annui e due anni anticipati della pensione per compenso del suo mobile; avessero i cavalieri franzesi della repubblica una pensione di settecento franchi, i sessagenari di mille; facesse la repubblica ufficio presso la Ligure, la Cisalpina, la Romana e l'Elvetica, perchè i cavalieri liguri, cisalpini, romani e svizzeri ottenessero la medesima promissione; conservassero i proprii beni in Malta; procurasse la repubblica presso tutti i potentati d'Europa, che i beni dell'ordine fossero conservati ai cavalieri di ciascuna lingua; la religione si serbasse salva ed intatta.

Il dì 12 giugno furono posti in poter dei Franzesi alcuni forti, il dì 13 i rimanenti. Venuto Buonaparte in possessione di un'isola tanto importante, ad onta delle proteste contro la dedizione fatte dal gran priorato di Malta ed altri cavalieri dell'ordine adunati a Pietroburgo, vi creava un governo temporaneo, di cui fe' capo Bosredon di Ransijat. Poi veniva agli esilii ed alle espilazioni. Bandiva i cavalieri dall'isola, e fra essi Hompesch, gran maestro, che se ne andò in Germania a vivere una vita ignota, perchè onorata non la poteva più vivere.

Quasi al tempo stesso l'isola di Gozo si arrendeva al generale Reyner, mandatovi a posta da Buonaparte. Poscia il generalissimo, partendo dall'espilata isola con tutta l'armata, si avviava a' suoi destini d'Egitto, lasciato Malta al governo di Vaubois, tanto onorato uomo quanto valoroso. La conquista di Malta, tanto conforme alle sorti fino allora continuate della repubblica di Francia e di Buonaparte, empiè di maraviglia l'Europa, di timore la Germania, di spavento Napoli. Solo gl'Inglesi che avevano il navilio intero e d'invitta fama, non se ne sgomentarono; anzi dimostrando animo maggiore, quanto più grave era il pericolo, si preparavano al gran contrasto.

Giunto Buonaparte sui lidi d'Egitto e con tutta felicità sbarcatovi, s'impadroniva di Alessandria: poscia con pari felicità procedendo s'insignoriva dei luoghi più importanti e più forti di quella contrada. Troppo lontana è dalle cose d'Italia l'egiziana guerra per esser qui narrata; ma vuolsi ricordare la battaglia navale d'Abukir, poichè per lei si cambiò lo stato d'Italia e fu avvenimento tanto grave per tutta l'Europa.

Correva il giorno primo d'agosto; destinato dal cielo ad una delle più aspre e più terminative battaglie che il furore degli uomini abbia mai fatto commettere e di cui vi sia memoria nei ricordi delle storie, pieni, per altro di tanti spaventevoli accidenti. Noveravansi nell'armata inglese tredici navi, ciascuna di settantaquattro cannoni, cui si trovavano congiunti il Leandro di cinquanta cannoni una fregata di trentasei; in somma mille e quarantotto cannoni. Tutto questo navilio governavano meglio di otto mila eletti marinai.

Erano nell'armata di Francia una nave grossa, stanza dell'Almirante, tre di ottantaquattro, nove di settantaquattro, una fregata di quarantotto, una di quarantaquattro, due di trentasei: insomma mille e novanta cannoni per armi, circa dieci mila e novecento marinai per governo. Aveva il supremo governo di tutto questo fiorito navilio l'ammiraglio Brueys, capitano delle faccende navali espertissimo e d'animo non minore della sua perizia; ed aveva contro il viceammiraglio Nelson. Azzuffaronsi, combatterono ferocemente, peritissimamente si mossero. Era lo spettacolo orrendo; i Franzesi, che si trovavano in terraferma, ansii del fine, che tanto grave era per la patria loro, ascesi sui luoghi più alti, prospettavano l'augurosa battaglia. Così la specola e le torri d'Alessandria, così i terrazzi e le logge di Rosetta, e la torre di Abul-Maradu, distante un tiro di cannone da questa città erano piene di repubblicani, paventosi a quello che vedevano ed a quello che udivano. Al tempo stesso gli Arabi si erano sparsi sul lido, condutti parte dalla contentezza di vedere i repubblicani, cui molto odiavano in sì grave pericolo, parte dalla speranza di avergli a svaligiare, quando cercassero di ricoverarsi a terra. Pareva che non si potesse aggiungere terrore ad uno spettacolo già tanto spaventevole pel rimbombo di tante e sì grosse artiglierie; ma s'era fatto notte e la scena fu piena di ancor maggiore spavento. Prevalse la fortuna inglese.

Dei Franzesi mancarono in questa battaglia tra morti, feriti e prigionieri circa otto mila, fra i quali i morti sommarono a quindici centinaia. Furono i feriti e i prigionieri dall'ammiraglio inglese, sotto fede di non guerreggiare contro l'Inghilterra fino agli scambii, liberati e mandati in Alessandria. Perdettero gl'Inglesi fra feriti ed uccisi circa novecento soldati, fra quali molto desiderarono un Wescott, capitano della nave il Maestoso. Dall'esito di questa battaglia nacquero altre sorti in Europa.

La rivoluzione di Roma e la presa di Malta, per cui i repubblicani si erano acquistati grandissima facilità di perturbare il regno di Napoli, avevano dato cagione di temere al re Ferdinando, che il governo di Francia avesse fatto pensieri sinistri anche su quella estrema parte di Italia; nè era certamente verisimile, che la smania d'innovare e di spogliare i paesi, che tanto sfrenatamente aveva turbato Genova, Milano, Venezia, Roma, fosse per arrestarsi ai confini dello Stato romano. Ciò non isfuggiva al direttorio, e per tal motivo avea timore che il re di Napoli facesse qualche risoluzione precipitosa contro di lui. Pertanto, siccome quello che voleva temporeggiare per vedere quale via fosse per pigliare la spedizione d'Egitto e qual effetto partorirebbe sui principi d'Europa e sul governo ottomano, aveva mandato ambasciatore a Napoli Garat, letterato di molto grido in Francia, per rendere il re persuaso che l'amicizia della Francia verso di lui era sincera e cordiale. Ma il patto stesso era contrario alle parole, perchè, sebbene Garat fosse di dolce e pacifica natura, aveva, ciò non ostante, molto capriccio sulle rivoluzioni di quei tempi, parendogli che all'ultimo avessero a produrre qualche gran benefizio all'umanità. Era anche in questo un altro particolare per cui il direttorio, se avesse avuto animo più civile, e Garat mente meno illusa, avrebbero dovuto quello non dare, questo non accettare il carico di Napoli, dove regnava Carolina d'Austria. Certo è bene che il suo arrivo dispiacque grandemente alla regina; e da un altro lato i novatori molto si confortavano nei pensieri loro di mutar lo Stato, perchè egli aveva nome di essersi mescolato nella rivoluzione di Francia. Favellava Garat nel suo ingresso al re parole di pace, di filosofia, di umanità; favellava per verità molto tersamente, siccome accademico. E sì solenne e squisito parlare teneva l'ambasciatore Garat ad un re che, secondochè egli narrava, d'altro non si dilettava che di pesca, di caccia e di lazzaroni. Ferdinando, che non s'intendeva di queste squisitezze accademiche, stava come attonito e non sapeva come uscirgli di sotto.

Fatto il complimento al re, se n'andava il giorno seguente, che fu il 9 di maggio, l'ambasciatore a complire e con la regina, favellandole dei desiderii di pace del direttorio, dei pensieri buoni e delle virtù di Giuseppe e di Leopoldo suoi fratelli, come se le riforme fatte nello stato politico da questi due principi eccellenti, ed anzi gli ammaestramenti pieni di umanità e di dolcezza dati alle genti dai filosofi franzesi che l'ambasciatore chiamò maestri di Giuseppe e di Leopoldo, avessero che fare con le sfrenatezze dei repubblicani di Francia a quel tempo.