Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 66
Incamminandosi alla distruzione del governo pontificio, mandava fuori Berthier da Ancona, il dì 29 gennaio, un manifesto, in cui tra le altre cose diceva che un esercito franzese movevasi ora contro Roma, ma che solo si muoveva per punire gli assassini del prode Duphot, per punire quegli assassini medesimi ancora rossi del sangue dell'infelice Basville, per castigar coloro che si erano arditi disprezzare il carattere e la persona dell'ambasciatore di Francia; che la Francia sapeva, essere il popolo romano innocente di tanta immanità e perfidia: che l'esercito franzese il terrebbe indenne e sicuro da ogni oltraggio. Poscia, rivoltosi ai soldati, gli ammoniva ed avvertiva che il popolo romano non si era mescolato nelle scelleraggini di chi li riggeva, l'amassero pertanto, il proteggessero; sapessero che la repubblica comandava loro che rispettassero le persone, le proprietà, i riti ed i templi di Roma; darebbesi pene asprissime a chi si dasse al sacco.
Ciò detto, moveva le schiere al destino loro. Le genti repubblicane, preso Loreto e commessovi qualche sacco, posto a taglia Osimo che si era levato a favor del papa, varcati prestamente gli Appenini, alla appetita Roma si approssimavano. Era in questo estremo punto l'aspetto della città vario e per ogni parte pericoloso; alcune condizioni riguardavano le passate cose, alcune le presenti; generavansi sette ed umori molto diversi. Il trattato di Tolentino aveva tolto al papa gran parte della riputazione e della riverenza che prima gli portavano. Il vedere poi la magnifica Roma spogliata dei suoi ornamenti più preziosi partoriva sdegno ne' popoli non solamente contro gli spogliatori, ma ancora contro il pontefice; giudicando essi sempre dagli effetti e non dalle cagioni. Trovavasi inoltre il pontefice ridotto alla necessità, per le stipulazioni del trattato, d'aggravare con nuove tasse i sudditi, a fine di poter bastare alle somme esorbitanti ch'era tenuto di sborsare alla repubblica. Quindi, speso tutto il tesoro di San Pietro, si era dovuto por mano negli ori ed argenti dei privati, gittar nuove cedole con maggiore scapito così delle vecchie come delle nuove, ed ordinare una tassa del cinque per centinaio su tutti i beni. Di più si venne alla vendita del quinto dei beni ecclesiastici, il che parve grande attentato contro le immunità ecclesiastiche, e questa rivoluzione fu molto dannosa al pontefice, perchè gli tolse il favore di coloro sui quali principalmente si fondava la sua potenza. Le casse piene di gentilezze antiche, quelle che contenevano i denari estorti con tanta difficoltà dal pubblico e dal privato, da Roma continuamente partendo e la sembianza e il fatto di uno spoglio indefesso ai Romani rappresentando, accrescevano la mala contentezza e rendevano il papa spregiato ed odioso. Nè era nascosto che le gioie stesse per la valuta di parecchi milioni erano state poste in balia del vincitore. Per le angustie dell'erario aveva il papa molto rimesso da quelle pompe e da quella magnificenza con le quali era stato solito vivere. Mancato questo splendore, si cambiava l'affetto in disprezzo.
In tanta mutazione d'animi le antiche querele si rinnovavano. I servitori soprattutto, di cui tanto abbonda Roma, diminuiti i salarii, si lamentavano e facevano, sfrenati, un parlare perniziosissimo. Si arrogevano i discorsi dei politici e degli amatori dell'antica disciplina della Chiesa, gridavano quelli contro il governo di preti inesperti, ed affermavano doversi lo Stato commettere al freno di uomini prudenti e conoscitori delle umane cose; se Roma spirituale periva, vociferavano, doversi almeno salvare Roma temporale. I secondi dimostravano dannosa la potenza terrena dei pontefici; esser tempo di ridurre i costumi trascorsi della Chiesa alla semplicità antica, e la potenza dei papi ai limiti primitivi. Le dottrine pistoiesi, mostrandosi più spacciatamente, acquistavano maggior credito ed i fautori loro nutrivano speranza che lo Stato della Chiesa si avesse a ridurre in similitudine ai tempi che furono prossimi a quelli degli Apostoli.
Ma i democrati, che non amavano meglio una religione riformata che uno stato regolato, confortati da apparenze tanto nemiche al papa, ed avendo ardente desiderio della vittoria de' Franzesi, pigliavano novelli spiriti, e, più vivamente operando, minacciavano prossima la ruina al reggimento antico. Sentivano e vedevano i raggiratori della turbata Roma queste cose, ma meglio desideravano che potessero porvi rimedio. Pure mandavano fuori provvisioni contro lo sparlare, ma il tempo era più forte di loro e la proibizione accresceva la licenza. Così lo stringere e l'allentare il freno era parimente esiziale al papa, crollavasi lo Stato già prima che Francia gli desse la ultima spinta. Il pontefice, abbandonato da que' primi rumori da quasi tutti i cardinali, trovava un debole conforto di parole nel cardinale Lorenzana, protettore del reame di Spagna, nel principe Belmonte Pignatelli, mandato a lui dal re di Napoli, e finalmente nel cavaliere Azzara, ministro di Spagna. Vedutasi dal papa la ruina inevitabile, ordinava ai capi de' suoi soldati, facessero nissun moto di resistenza, e si ritirassero con quel passo con cui i Franzesi si avvicinavano; pensava alla quiete di Roma, ingrossando il presidio; perchè non voleva che l'anarchia precedesse la conquista.
Il dì 10 febbraio molto per tempo si mostravano i repubblicani sui romani colli: ammiravano una tanta città. Tagliavano trincee, piantavano cannoni. Per accordo stipulato per parte del papa da Azzara e da alcuni cardinali, entravano nella magnifica Roma il giorno medesimo e, fatto sloggiare dal Castel Sant'Angelo il presidio pontificio, l'occupavano. Pretendevano anche, condotti da Cervoni, i principali posti della città. Poi, accompagnato da' suoi primi ufficiali e scortato da grosse squadre di cavalleria, entrava il dì 11 trionfando Berthier. Al tempo medesimo i manifesti promettitori di rispetto alle persone, alle sostanze, ai riti, alla religione si affiggevano su per le mura. Alloggiava Berthier nel Quirinale, mandava Cervoni al Vaticano per far riverenza al pontefice, assicurandolo della persona e dell'antica sovranità. Scriveva il dì medesimo del suo ingresso a Buonaparte, che un terrore profondissimo occupava Roma, e che lume nissuno di libertà appariva da nessun canto; che un solo democrata era venuto a trovarlo offrendogli di dar libertà a due mila galeotti. Dava speranze e faceva promesse d'aiuto ai novatori, piuttosto per ordine che per voglia. Queste promesse e questi incitamenti sortivano lo effetto; il giorno 15 di febbraio, correndo l'anniversario della incoronazione del pontefice, che a quel dì medesimo compiva ventitrè anni di regno, si levava subitamente per tutta Roma un moto grandissimo di gente che chiamava la libertà, e, mossa fin su quel primo principio da servile imitazione, traendo seco non so qual fusto di pino, s'incamminava a calca verso Campo Vaccino. La folla, le grida, la veemenza crescevano ad ogni passo. Molti correvano per vedere, alcuni per aiutare, nissuno per contrastare, perchè le pattuglie repubblicane che giravano, impedivano ogni moto contrario. Giunta che fu quella immensa frotta dirimpetto al Campidoglio, crescendo vieppiù le grida e lo schiamazzo, a fronte del famoso colle rizzava l'albero con una berretta in cima, e viemmaggiormente infiammandosi a tale vista, gridava _libertà, libertà_! nè contenti a questo, i capi givano ad alta voce interrogando gli astanti, se volessero viver liberi: risuonava tutto Campo Vaccino del sì. Seguitavano capi a domandare: È _volontà questa del popolo Romano?_ Di nuovo risuonava il Campo Vaccino del sì. Cinque notai richiesti rogavano l'atto, siccome il popolo romano sovrano e libero aveva vendicato i suoi diritti, che libero e franco si dichiarava, che al governo del papa rinunziava, che in repubblica voleva libero vivere e libero morire. Qui le grida, gli strepiti, il gittar dei cappelli, l'abbracciarsi, il confortarsi, il pianger della gioia, il rider per pazzia che sorsero, non son cose che da umana penna si possano agevolmente descrivere. Poi i motti contro i preti, contro i cardinali, e le ipotiposi sui vizii della corte romana andavano all'eccesso. Gli atti e gli scherzi che si fecero, non sono da raccontarsi.
Rogato l'atto, si eleggevano dal popolo convocato uomini a posta perchè l'atto medesimo portassero a Berthier e gli raccomandassero la novella repubblica. Eravi solennità: entrava a guisa di trionfatore per la porta del Popolo il generale di Francia, con magnifico corteggio dietro ed intorno di splendidi ufficiali e di cento cavalli eletti da ciascun reggimento. Suonavano con grandissimo strepito gli stromenti della musica militare; l'affollato popolo applaudiva. Non così tosto compariva alla porta del Popolo, che era presentato di una corona dai capi in nome del popolo romano. L'accettava, protestando ch'ella di ragione apparteneva a Buonaparte, le cui magnanime imprese avevano preparato la libertà romana. Salito in Campidoglio bandiva la repubblica Romana solennemente, la riconosceva in nome della Francia, lodava la libertà, chiamava i Romani figliuoli di Bruto e di Scipione. Queste cose si facevano veggendo ed udendo dalle stanze del deserto Vaticano il canuto ed infermo pontefice. Erano tutto il restante giorno e la seguente notte canti, balli e rallegramenti di ogni forma.
La Cisalpina repubblica a questi sovvertimenti si rallegrava; scriveva il direttorio nella solita lingua servile, per mezzo del presidente, ai legislatori cisalpini mille esagerazioni. Queste erano le poesie, o, per parlare con Buonaparte, i romanzi dei tempi.
Fra mezzo a tanta ruina continuava a starsene nelle sue stanze del Vaticano papa Pio VI con qualche apparato di sovranità. Ma in quello stato di Roma non poteva più un papa sussistere, nè per lui, per la dignità, nè pei repubblicani per la sicurezza. In oltre, l'opera del direttorio doveva consumarsi intiera. S'incominciavano a mandar carcerati in Castel Sant'Angelo, o confinati nelle proprie case, alcuni cardinali ed altri personaggi di nome e d'autorità. Toglievasi quindi dal Vaticano la guardia svizzera con dolore vivissimo del pontefice, che non se ne poteva dar pace; vi surrogavano la guardia franzese. E qui la verità vuol che si dica che il venerando Pio, ridotto in caso di sì estremo abbassamento, non andava esente da parte di alcuni repubblicani di Francia da scherni tali che l'ammazzarlo sarebbe stato poco maggiore mancamento. Agli scherni succedeva l'esilio: Cervoni, avutone comandamento da Berthier, introdottosi nelle stanze del pontefice, in nome della repubblica Franzese gl'intimava che si dispogliasse della sovranità temporale. Rispondeva Pio, avere la sua temporale sovranità ricevuto da Dio e per libera elezione degli uomini; non potere nè volere rinunziarvi; alla età sua di ottant'anni potersi bene fare mali grossi, ma non lunghi; essere parato a qualunque strazio; essere stato creato papa con piena potestà; volere, per quanto in lui fosse, papa morire con piena potestà; usassero la forza, poichè in mano l'avevano, ma avvertissero che se avevano in poter loro il corpo, non avevano parimenti l'animo, il quale, in più libera regione spaziando, di accidenti umani non temeva; esservi un'altra vita per lui oggimai vicina, in lei nulla gli empi, nulla i prepotenti potrebbero.
Restava, poichè l'animo non avevano potuto vincere, che vincessero il corpo. Il pubblicano dell'esercito, che al suono delle romane finanze era prestamente accorso, appresentatosi al pontefice, gl'intimava, tempo due giorni, da Roma si partisse. Rispondeva Pio, non potere resistere alla forza; ma volere che il mondo sapesse che sforzato il proprio gregge abbandonava.
Il dì 20 febbraio sforzavano i repubblicani il papa a partire. Lasciava Pio l'antica sede, cui non era per rivedere più mai. L'accompagnavano solamente, miserande reliquie di corte tanto sontuosa, oltre alcuni addetti ai servigi domestici, monsignor Incio Caracciolo di Martina, suo maestro di camera, e l'abbate Marotti, professor di retorica del collegio romano, suo segretario eletto. Uscito da porta Angelica s'incamminava verso Toscana. Lo scortavano e guardavano diligentemente soldati repubblicani a cavallo. Accorrevano dai luoghi vicini e dai lontani i popoli riverenti ad inchinare il pontefice cattivo: muovevanli a rispetto ed a compassione la dignità, l'età, la malattia, la sventura. Per tal modo, vecchio, infermo e prigioniero lasciava Pio Roma, caso non più veduto dappoichè Borbone ne cacciava Clemente; lasciava Roma cui aveva abbellito con opere magnifiche e che doveva fra breve essere spogliata di quanto la durezza dei patti Tolentiniani vi aveva lasciato d'intero e d'intatto; lasciava Roma, già padrona per opinione del mondo, ora serva per opinione e per baionette di nuove repubbliche. Singolare città che o padrona o serva, o magnifica o saccheggiata, ebbe sempre per destino di provare i due estremi in cui gli umani casi si concludono. Trovava il pontefice ricovero, contuttochè sempre gelosamente fosse custodito, nel convento degli Agostiniani di Siena, e confortato negli ossequii del granduca e nelle lettere consolatorie scrittegli da tutta la cristianità. Il tentavano spesso i repubblicani perchè rinunziasse alla potestà temporale; il che egli costantissimamente sempre ebbe negato. Per questa cagione si ordinava che strettamente si custodisse, e se gli restringeva la facoltà di veder gente; rigore tanto più da condannare quanto più non era di nessun frutto, ed aveva per fine una rinunzia per forza. Succedeva poscia un caso spaventoso, che tremava per terremoto il convento, come se Dio volesse provare sino all'ultimo la costanza del desolato pontefice. Distrutta parte della casa, gli fu forza sloggiare; raccolto prima nel palazzo Venturi, poi nella villa Sergardi, si riduceva finalmente ad abitare nella Certosa di Firenze. Ma la sua presenza sul continente, particolarmente in paese sì vicino a Roma, dava sospetto ai repubblicani. Perlochè ordinavano che si trasportasse in Cagliari di Sardegna. Ma, tra per le rappresentazioni delle persone benigne che continuavano ad avergli affezione, e per la ritrosia del re di Sardegna che abborriva dal divenir custode di un papa, era infine Pio lasciato stare nella Certosa infinochè, venuti in Italia tempi pericolosi pei repubblicani, lo trasferivano in Francia.
Roma, priva del pontefice, perdeva anche per sacco, parte violento, parte frodolento, le sostanze, e gli ornamenti più preziosi dello Stato. Nè in questo gli spogliatori portavano più rispetto alle sacre che alle profane cose, alle private che alle pubbliche, nè le rapine avevano termine che con le stanze dei repubblicani. Cominciava lo spoglio da alcuni capi sì militari che civili; scendeva per l'esempio nei soldati. Solo incorrotti si mantennero la maggior parte degli ufficiali di mezzo, i quali ne fecero un solenne risentimento. Giravano nello Stato romano ventisette milioni di cedole; fu ridotto al quarto il valore loro; ma questa legge savissima in sè stessa, fu crudele perchè promulgata subito dopo che gli agenti del direttorio avevano speso per le loro provvisioni sì pubbliche che private tutta quella copia di cedole che avevano trovato nelle casse papali; e fu anche aggiunto che se ne stampassero in fretta in fretta per altri sei milioni e si gittassero nel pubblico.
Oltre le cedole, le romane finanze consistevano in una quantità di beni assai considerabile, che appartenevano allo Stato, e questi in nome della repubblica franzese occupavano i suoi agenti. Poi ponevansi al fisco della repubblica i beni del collegio della Propaganda, quelli del Sant'Officio e dell'Accademia ecclesiastica, le paludi Pontine e le tenute della Camera apostolica. Ciò spettava agli stabili; ma i mobili non si risparmiavano: qui fuvvi non confiscazione, ma sacco. Quanto di più nobile e più prezioso adornava i palagi del Vaticano e del Quirinale fu involato. Fu la cupidigia degli agenti del direttorio veramente barbara.
Fu, come il Vaticano, spogliato Montecavallo, fu spogliato Castel Gandolfo, fu spogliata la nobil sede di Terracina. Come gli arnesi più squisiti, così il più misero vasellame di cucina furono involati, nè più risparmiati i sacri che i profani arredi. Passava il sacco dai palazzi dello Stato e del papa a quelli de' suoi parenti, ed anzi a que' di coloro, o principi romani o cardinali che si fossero, che più si erano dimostrati costanti nel far argine alle dottrine che avevano servito di mossa e tuttavia servivano di fondamento alla rivoluzione. Il palazzo della città, quei del principe e del cardinale Braschi, quello del cardinale di York furono con eguale avarizia depredati. Soprattutto miseramente guasto e devastato fu quello della villa Albani, di cui era signore il cardinale e principe di questo nome. Quanto in lui si trovava di più prezioso per materia e per lavoro, fu tocco e rapito dalle avare mani dei forastieri. Il giardino stesso dell'Albani fu guasto e deserto, gli aranci e le altre piante odorose o rare vendute a vil prezzo. La rapacità che si usava in Roma e nei contorni si dilatava in tutto lo Stato romano, ed ogni sostanza sì pubblica che privata era posta a mercato. Nè dal sacco andarono esenti le chiese appartenenti alla nazione spagnuola ed austriaca, sebbene una alleata, l'altra amica della repubblica vivessero a quel tempo. Al sacco succedevano le tasse, le quali qualche volta si convertivano in sacco segreto assai più vile del primo. Erano enormi, ma vi era modi di riscatto nascosti, e qualche volta a bella posta si mettevano perchè i modi del riscatto si usassero. Si tassava la sola famiglia Chigi di più di dugento mila scudi; l'incisore Volpato di più di dodici mila, e fra dodici ore avesse a pagargli. Talvolta si minacciavano le confische per aver denaro; talvolta si addomandava denaro per avere o quadri o statue od altre simili gentilezze preziose. Per tal modo Roma, già consumata dal trattato di Tolentino, fu del tutto spogliata per la presenza dei repubblicani.
Non ostante tanti spogli e tante rapine, se ne viveva l'esercito bisognoso di ogni cosa, e mentre le cassette piene di cose preziose che appartenevano agli agenti del direttorio, s'incamminavano alla volta di Francia, o segretamente od anche apertamente, perchè a tale di sfrontatezza si era venuti, i soldati non avevano le paghe corse da molti mesi, e laceri e scalzi, e privi di ogni bene, accusavano l'ingordigia di coloro che, preposti al vitto ed al vestimento loro, credevano dover convertire in benefizio proprio le ricchezze dei paesi conquistati con le fatiche e col sangue loro. Ciò produsse una gran lite degli uffiziali subalterni, ai quali stava a cuore l'onore di Francia, ed infinitamente cuocevano i raccontati disordini contro Massena, surrogato a Berthier, e cui imputavano di molte estorsioni fatte, come dicevano, in tutti i paesi italiani venuti sotto il di lui governo, massimamente nel Padovano, e contro Huller, cui principalmente accusavano delle italiane espilazioni e della franzese miseria.
Massena intanto era uscito di Roma ordinando, lasciato solamente un presidio di tre mila soldati in Castel Santo Angelo ed in altri luoghi forti, che tutto l'esercito il seguitasse, così sperando di scioglier quel nodo degli ufficiali contro di lui. Ma quelli insistevano; scrivevano a Berthier, ripigliasse il freno delle genti; protestavano a Massena, non volergli più obbedire. Pensò dunque a ritirarsi, e, lasciato il governo a Saint-Cyr e a Dallemagne, se ne andava in Ancona.
I Romani, osservato lo scompiglio delle genti franzesi ed essendo sdegnati per tante vessazioni, nè potendo più oltre portare sì dura servitù, perchè oramai un popolo di quasi due milioni d'anime era ridotto alla fame, tentavano un movimento più temerario che considerato. I primi a romoreggiare furono i Trasteverini, gridando: _Viva Maria_. Avviatisi verso San Pietro in grosso numero, uccidevano una guardia franzese, s'impadronivano di Ponte Sisto e delle strade che mettono capo in esso. Al tempo medesimo le campagne tumultuavano; Velletri, Albano, Marino, Cività di Castello si muovevano; la mossa era grave. Già i Franzesi erano uccisi alla spicciolata, e già le più grosse squadre si trovavano in pericolo. Ma essendo gente valorosa, usa all'armi ed ai tumulti improvvisi, poste dall'un de' lati le dissensioni loro, muovendoli il pericolo comune si ordinavano tostamente alle battaglie contro quei popoli spinti piuttosto da furore che da disegno bene ordinato. Vial muovevasi contro la gente tumultuaria di Roma, Murat contro quella del contado. Fu fatto in queste battaglie molto sangue, perchè i Franzesi coi loro squadroni agguerriti combattevano virilmente, ed i Romani, mossi da furore e da zelo religioso, menavano ancor essi le mani aspramente. Infine, prevalendo la disciplina e l'opera delle artiglierie bene governate dai repubblicani, di cui mancavano i Romani, acquistarono i primi con molta preponderanza il vantaggio. Dispergevansi gli avversarii e si nascondevano chi per le case e chi per le campagne. Fecero i contadini, ritiratisi ai monti, una testa grossa, ma Murat, penetrando coi soldati armati alla leggiera in quei riposti ricoveri, gli sperperava. Di centocinquanta prigioni, parte furono mandati al remo, parte giustiziati con le palle soldatesche. Roma, piena di terrore, d'orrore e di sangue, lagrimosamente si querelava. Si toglievano con diligente cura le armi ai popoli. Accagionaronsi, come fautori di questo moto, i cardinali ed altri prelati sospetti di affezione verso il papa. S'intimò ai primi, o rinunziassero alla dignità cardinalizia o andassero carcerati. Rinunziarono Antici ed Altieri; ricusarono Antonelli, Giuseppe Doria, Borgia, Rovenella, la Somaglia, Carandini, Archetti, Mauri, Mattei; fu dato bando ai due ultimi dalle terre della repubblica romani. Gli altri, prima posti in carcere, poi condotti a Cività Vecchia ed imbarcati su navi sdruscite, furono mandati a cercar ricovero in paesi stranieri. Il cardinal Rezzonico, come infermo di mal di morte, fu lasciato stare: Albani che più d'ogni altro desideravano di avere in poter loro, fu fatto correre dai cavalli leggieri, che il seguitavano, ma giunse a salvamento nel regno. In questo modo quanto avea la Chiesa cattolica di venerando per età, per dignità, per dottrina, era disperso e calpestato.