Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 65

Chapter 653,655 wordsPublic domain

Il palazzo pubblico di Venezia fu dei più preziosi ornamenti espilato. Con pari rabbia fu la galleria privata dei nobili Bevilacqua di Verona da mani violente tocca e spogliata. Le opere di Bassano, di Paolo Veronese, di Tiziano, di Tintoretto, di Pordenone, di Bellini, di Mantegna, tanto care ai Veneziani e per bellezza propria e per essere di mano di artisti paesani, dai luoghi loro deposte se ne andavano ad ornare forestieri e lontani lidi. Molte statue di bassi rilievi antichi, sì di marmo che di bronzo, di grandissimo pregio, e tre vasi etruschi di egregio lavoro erano tolti dalla libreria pubblica di Venezia e dalla galleria Bevilacqua. Nè i camei, opere preziose, si risparmiavano, e fra di loro quello tanto famoso che rappresentava Giove Egioco. Sessantanove medaglie greche o romane erano levate dai privati musei dei Muselli e dei Verità di Verona. Dei manoscritti, con grandissimo dolore degl'Italiani, dalla sola libreria di Venezia più di duecento greci o latini o italiani o arabi, o in carta pergamena, o carta usuale o in carta di seta, saziavano le voglie dei repubblicani d'oltramonti. Sentivano la comune spogliazione le librerie pregiatissime dei monasteri di Venezia, di Treviso e di San Daniele in Friuli, dai quali atti delle mani vincitrici mancarono settantasei testi a penna preziosissimi. Alle medesime espilazioni andavano soggette le stampe tenute tanto care degli Aldi, la Magontina nominatamente, opera del 1459, le quali con somma gelosia si custodivano nelle librerie di Venezia, Treviso, Padova, Verona e san-Daniele. Queste preziosità erano state tolte dalle interiori mura dei templi, dei musei e delle librerie. Restava il più bello e più glorioso segno della grandezza veneziana, che sull'anteriore faccia del principal tempio di Venezia dimostrava quale fosse stato anticamente il valore di questa generosa nazione. I cavalli di bronzo, opera, come si narra, di Lisippo, dati prima in dono a Nerone da Tiridate, re di Armenia, poi trasportati da Costantino a Bisanzio, e conquistati finalmente pel valore dei Veneziani congiunti ai Franzesi, ch'ebbero in sorte altre costantinopolitane spoglie, e mandati a Venezia dal doge Pietro Ziani, accrescevano, involati essendo, il dolore pubblico della gente veneziana. Spiaceva al letterato Arnauld che questi cavalli restassero a Venezia: spiacevagli altresì che i leoni conquistati dal valore del Morosini nel Pireo continuassero a starsene nella sede loro, segni della veneziana gloria. Ne gli spiacque e ne scrisse a Buonaparte. Cavalli e leoni furono per suo comandamento condotti in Francia. Il che venne fatto in cospetto dei Veneziani con tanto dolore loro che, instupidite le menti, parevano piuttosto attonite che dolorose. Alcuni dicevano e tuttavia dicono che questi spogli si eseguivano in virtù del trattato di Milano. Ma Buonaparte non aveva voluto ratificare questo trattato, e perciò la Francia lo doveva aver per nullo. Che se poi ad ogni modo si voleva aver per valido, bel modo di eseguirlo certamente era quello di mandar ad effetto tutte le sue peggiori condizioni contro Venezia e di non osservar quelle che erano in suo favore.

Non solo gli ornamenti e le ricchezze veneziane si trasportavano, ma quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano. Erasi il duca di Modena, come si è detto, fuggendo la furia dei repubblicani, ricoverato in Venezia; poi giù romoreggiando le armi loro d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, s'era per sua sicurezza ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o non sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per la neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli agenti del direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che fosse lor venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti tostamente si calavano e circondato improvvisamente con soldatesche armate il palazzo in San Pontaleone, dove aveva abitato il duca, cercarono il tesoro, in ogni parte diligentemente investigando. Ciò fu indarno; perchè era stato deposto in casa del ministro d'Austria. Perlochè fatto armata mano improvviso insulto contro di essa, e ricercato in ogni canto, trovarono il denaro e via se lo portavano; furono, come portò la fama, circa duecento mila zecchini. I Modenesi erano venuti a Venezia per averselo; ma ei furon novelle. Gli agenti li serbarono, dissero, per la cassa militare.

Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande apparato di soldati, perchè, sebbene fossero i piè dei Veneziani in ceppi, si temeva che ad un bel levarsi il popolo prorompesse e rivendicasse alla patria, con qualche solenne precipizio degl'involatori, le gloriose spoglie. Accresceva il timore il pensare che le rapine di Venezia rinfrescavano la memoria delle altre rapine d'Italia. Per ogni lato si fremeva nel vedere questi spogli. Pubblicavasi a questi giorni in Italia con le stampe un libro che aveva in titolo: _I Romani in Grecia_, e che fu generalmente creduto opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore, sotto spezie dei Romani in Grecia simboleggiando i Franzesi in Italia, eccitava i popoli italiani allo sdegno, alla vendetta, alla rivendicazione. Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne cercava per ogni dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava e più era letto. Villelard istesso il chiamava pieno pur troppo di allusioni veridiche sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni del nome franzese. Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e siccome quello che accusava i municipali del caro del pane, che paragonava l'Italia ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato d'infiniti cadaveri, e che stimolava i popoli a correre armati contro i Franzesi, partoriva un effetto incredibile.

Cercavasi intanto di coprire con segni di allegrezza le apparenze tristi e funeste. Correva il dì della Pentecoste, quando la piazza di san Marco si vedeva tutt'addobbata a festa pel piantamento dell'albero della libertà. Avevano eretto a capo della piazza dalla parte opposta a San Marco un'ampia loggia a cui si saliva per due scale laterali ornate di vaghi fiori e di arbusti odoriferi. Da ambi i lati della loggia sorgevano due adorni palchi con colonne, con ghirlande, con insegne repubblicane. Quivi dovevano sedere i musici della cappella ducale. Due altre logge adorne e belle si vedevano in mezzo alla piazza e davanti alle procuratie, con orchestre pure a lato. Gli archi delle procuratie e così ancora la chiesa di San Marco comparivano alla vista dei circostanti carchi ed adorni di festoni tricolorati. Steso a terra in mezzo della piazza giaceva il fusto ancor fronzuto dell'albero. Ed ecco alle diciassette italiane comparire con solenne comitiva di tutti i suoi ufficiali Baraguey d'Hilliers. L'incontravano i municipali. Quindi poscia essendosi congiunti col corteggio del generale, si ordinavano a processione. Le campane tintinnavano, gli strumenti suonavano, i democrati dall'allegrezza gridavano. Intanto giva la processione; soldati italiani precedevano, seguitavano due fanciulli vagamente vestiti, poi una coppia di un giovane e di una giovane che si dovevano sposare, poi un vecchio ed una vecchia con istromenti d'agricoltura. Veniva dietro la guardia nazionale in addobbo; indi Baraguey in addobbo ancor esso; i consoli delle nazioni, e i magistrati sì civili che militari e i capi delle arti coi simboli delle arti loro. Mostravansi alla coda del corteggio, seguitati da musica militare, i municipali. Toccavano i due fanciulli il fusto ed in un batter d'occhio fra le grida ed i suoni festivi era rizzato nelle sue radici in mezzo alla piazza: sopra le radici deponevano i due vecchi i rurali strumenti. Compariva in questo una berretta rossa sulla punta dell'albero, e la moltitudine applaudiva. Le orchestre suonavano, le musiche militari rispondevano, le campane rimbombavano, i cannoni tuonavano, le tricolorite bandiere si sventolavano. Fatto silenzio, orava lo arciprete Valier municipale, con magnifiche parole commendando la generosità franzese e la rigenerazione veneziana. Poscia entrati in San Marco, cantavano l'inno delle grazie e facevano il maritaggio del giovane e della giovane. Uscito il corteggio di San Marco ed in piazza tornatosi, dove promiscuamente e Franzesi e Veneziani intorno all'albero già ballavano, ardevano il libro d'oro e le insegne ducali; in quel mentre orava enfaticamente l'abate Collalto. Continuossi a ballare il giorno, ballossi ancora la notte; si recitava in musica una bella e magnifica opera nel bellissimo teatro della Fenice.

Per tal modo si piantava l'albero in Venezia da Baraguey d'Hilliers. Al tempo stesso Bernadotte proibiva con animo sincero che in Udine si piantasse. Guyeux, al contrario, metteva una taglia di centomila lire sur un piccolo comune del Padovano sotto pretesto che l'albero vi fosse stato tagliato; doloroso avviluppamento di accidenti strani in proposito di un medesimo fusto figurativo.

Continuava Buonaparte a mostrarsi propenso ai Veneziani. Dimostrava non potere per le molte e gravi faccende che il travagliava, visitare, come desiderava, per sè stesso Venezia; ma mandarvi la donna sua, perchè in lei vedessero i Veneziani, così appunto si spiegava, quanta fosse l'affezione che loro portava. Veniva la moglie in Venezia: le adulazioni dei repubblicani di quei tempi sì veneziani che franzesi furono oltre misura. Traevano per comandamento del generalissimo i cannoni a festa e ad onore di privata donna. Accolta nella sala dei municipali era segno d'applaudisi infiniti: deputavano due di loro ad intrattenerla ed a farle onoranza. Furonvi feste, balli, canti, allegrezze d'ogni sorta: alla Giudecca una gran cena, al canal grande una luminaria; nè mancovvi la regata, spettacolo gradito dei Veneziani. Dandolo e gli altri municipali trionfavano e sempre stavano accanto alla donna e dal suo volto pendevano. Solo Giuliani repubblicano se ne stava bieco ed alla traversa. Infine, dimoratasi quattro giorni, il quinto se ne partiva con assai ricchi presenti.

Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, coloro che avevano in mano la somma delle cose in Venezia, trattavano di unirsi strettamente alle città di terraferma, che, come si è narrato, molto ripugnavano al dominio veneziano. Laonde operavano che le principali mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi mandava Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natio di Desenzano, si sperava che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti. Non arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte impediva che deputasse. Vi mandava Buonaparte Berthier affinchè presiedesse il congresso. Vi furono molte parole e contenzioni. Verona voleva esser capo della terraferma, Padova andava alla medesima volta, i Bassanesi piuttosto a' Padovani aderivano che ai veronesi, i vicentini piuttosto ai veronesi che ai padovani, Treviso stava in favor de' veneziani, i deputati d'Oltremincio propendevano verso la Cisalpina. Però Berthier, disciogliendo il congresso, pubblicava che circa l'unione i deputati non s'erano potuto accordare.

Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne facevano anche inchiesta formale al direttorio cisalpino. In questo mentre si era concluso il trattato di Campoformio, che abbiamo più sopra riferito; Buonaparte se ne tornava a Milano. Di colà egli scriveva a Villetard: pel trattato di pace essere i Franzesi obbligati a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperadore impadronire; ma non doverla vuotare che venti o trenta giorni dopo le ratificazioni; potere tutti i patriotti che volessero spatriarsi, ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero de' diritti di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro; essere indispensabile di creare un fondo, il quale potesse alimentare quelli fra i patrioti che si risolvessero a lasciar il paese loro e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica Franzese parata a soccorrerli se ne avessero bisogno, con la vendita de' beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia molte munizioni navali o di guerra e di commercio che appartenevano al governo veneziano; essere indispensabile che la congregazione di salute pubblica (quest'era una congregazione di municipali), le trasportasse più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù e se ne facesse stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un Roubault e con un Forfait e con la congregazione di salute pubblica per vedere a qual pro si potessero condurre una nave ed una fregata recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da inalberare, le piatte, il Bucintoro e le barche dorate, i barconi, i palischermi grossi e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini, sei cannoniere e tre galere sui cantieri.

Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima lasciar nulla che potesse servire all'imperadore per creare un navilio; la seconda, trasportare in Francia quanto fosse utile alla nazione; la terza usare quanto si vendesse nel miglior modo possibile, perchè più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurare le sorti de' Veneziani che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute pubblica e co' deputati delle città di terraferma, alla salute de' fuorusciti loro.

Avuto Villetard questo mandato, nella sala delle adunanze recatosi, ai municipali favellava, e gli esortava, in nome anche di Buonaparte, che ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e salva al nuovo dominio. Serrurier, accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia ed il mandato di far la consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale e del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in S. Giorgio il Bucintoro per cavarne le dorature, rovinata e deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni la città di Venezia. Francesco Pesaro riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.

Gli eccidii si moltiplicavano, continuavasi a spogliar Roma in virtù del trattato di Tolentino; nella qual bisogna con molta efficacia si travagliavano i commissari del direttorio. E perchè non mancasse in mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro che la moglie di Buonaparte desiderava per sè alcune belle statue di bronzo, le comperarono, e con le involate, a grado di lei incassarono. Saputisi dal papa il desiderio e la compera, ne pagava tosto il prezzo, perchè la donna se le avesse senza costo. Oltre a ciò apparecchiava una collana di preziosi camei, perchè fosse offerta da sua parte alla signora.

Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano de' due terzi per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault, ministro del direttorio, e per questo non voleva che si facesse una rivoluzione violenta per ispegnere il governo papale, ma bensì che si lasciasse andare di per sè stesso alla distruzione. I democrati non incitava Cacault, nè aveva partecipazione delle loro macchinazioni, perchè gli stimava gente dappoco e credeva che il popolo non li volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il che veniva in grande diminuzione della reputazione del governo pontificio. Crescevano la penuria ed il caro delle vettovaglie; i popoli male si soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte dei grani, che il papa era sforzato a concedere ad alcuni fra gli agenti sì civili che militari della repubblica. Il papa, oltre la sua età cadente, si trovava infermo di paralisia. S'aggiungevano spaventi come se il cielo fosse sdegnato contro Roma. La polveriera del Castel Sant'Angelo s'accendeva la vigilia di San Pietro con orribile fracasso; furonvi molte morti e parecchi edifizii rovinati.

S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione: in pena di guerra non si volle che il pontefice conducesse a' suoi soldi il generale Provera, su cui aveva fatto disegno. Alle cagioni politiche, le quali operavano contro il papa, se ne aggiungeva una di natura molto singolare, e quest'era il pensiero nato in Francia, del voler fondare la religione naturale che col nome di teofilantropia chiamavano.

Era a Cacault succeduto nell'ufficio di ministro di Francia a Roma Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore del generale, uomo di natura assai rimessa, ma siccome indolente e debole, così facile a lasciarsi aggirare da chi voleva piuttosto fare che aspettare la rivoluzione. Per la qual cosa era la sua casa piena continuamente di novatori, ai quali dava segrete speranze, però che aveva dal suo governo avuto mandato espresso di mutar lo Stato in Roma, pur facendo le viste di non parervi mescolato. Ma siccome nè era soldato, nè d'indole risoluta, mandarono per dargli spirito ed aiutarlo a perturbar Roma i generali Duphot, e Sherlock. Aveva il governo papale avviso delle trame che si macchinavano; e però faceva correre, principalmente di nottetempo, da spesse pattuglie la città e teneva diligentissime guardie.

S'avvicinava quest'anno al suo fine quando nasceva in Roma un caso funestissimo, dal quale scorsero improvvisamente con precipitosa piena quelle acque che già tanto soprabbondando, minacciavano di allagare. La notte del 27 dicembre i soldati urbani, incontrando un'affollata di democrati armati, ne sorse una mischia confusa; un democrato fu morto, due urbani feriti. Il sangue chiama sangue, il terrore già dominava la città. L'ambasciatore Giuseppe di ciò informato, rispondeva, farebbe che i suoi non si mescolassero in quei tumulti; ma non giovava, perchè, o il volesse egli o nol volesse, si adunavano il dì 28 nella villa Medici circa trecento democrati. Era fra di loro Duphot, e con la voce e coi gesti e coll'alzar il cappello gli animava a novità, e le facevano. Bande di fanti e di cavalli li disperdevano. Correvano al palazzo Corsini, dove aveva le sue stanze l'ambasciatore di Francia, d'onde chiamavano ad alta voce la libertà e gridavano di volerne piantar le insegne sul Campidoglio.

Roma tutta si spaventava. Mandava il papa contro quella gente fanatica i suoi soldati, i quali, prese le strade per al palazzo Corsini, rincacciavano verso di esso a luogo a luogo i resistenti novatori. Fra quella mischia i ponteficii traendo d'archibuso ferivano alcuni democrati. Il terrore gli occupava: cercavano rifugio nel palazzo dell'ambasciatore, ne empievano il cortile, gli atri, le scale. Si fermavano, così comandati essendo, i soldati del pontefice per rispetto a quell'asilo fatto sicuro dal diritto delle genti. I democrati intanto, prevalendosi della sicurezza del luogo con parole e con gesti agl'irati soldati insultavano. Non si poterono frenare, entrarono con l'armi impugnate nel cortile. Nasceva una mischia, un gridare, un fremere misto che meglio si può immaginare che descrivere. Indarno mostravasi l'ambasciatore. Preso allora Duphot da empito sconsigliato, siccome quegli che giovane subito ed animoso era, sguainata la spada, si precipitava dalle scale e messosi coi democrati, gli animava a voler scacciare i soldati pontificii dal cortile. In tale forte punto i dragoni viemmaggiormente inferociti, traevano. Morivano parecchi furiosi, ne riportava Duphot una ferita mortale, per cui dopo morì.

Scriveva risolutamente l'ambasciatore al cardinale segretario di Stato, comandasse ai soldati che si ritirassero dai contorni del palazzo. Rispondeva rappresentando quanto fosse difficile la condizione in cui versava il governo del papa. Fuvvi chi, tentando di mitigare l'animo dell'ambasciatore, voleva indurlo a far uscire dalla sua sede i nemici del governo; alla quale richiesta non solamente non volle acconsentire, cagionando che essi l'avevano preservato contro una nuova tragedia Basvilliana, ma ancora più sdegnato che mai, rescriveva mandando al cardinale una lista coi nomi degli assassini di Basville che dicea abitare in Roma tuttavia, comparire alla luce impunemente. Il governo di Roma rispondeva di nuovo che coloro che l'ambasciatore notava nella sua lista o in Roma non dimoravano o erano stati per esami giuridici e per sentenze solenni conosciuti innocenti.

Si turbava fortemente a queste parole l'ambasciatore, e, chiesti i passaporti, protestava di volersene partire, il che era segno di guerra. Quindi, non avuto riguardo alle offerte di satisfazione che gli si facevano, nè alle preghiere del papa, nè deponendo il pensiero di fare una dimostrazione ostile, tutto sdegnato, o che il fosse o che il facesse, se ne partiva pei cavalli delle poste in tutta fretta verso Toscana. Giunto a Parigi, rapportato il fatto nel modo più conforme al suo intento ed a quello del direttorio, stimolava la Francia alla guerra contro Roma.

Ordinava il pontefice rimedii spirituali di preghiere, di digiuni, di penitenze, per ovviare alla ruina imminente. Parigi intanto veniva fulminando: il sangue di Basville e di Duphot chiamar vendetta; doversi disfare quel nido di assassini; l'ultima ora esser giunta della romana tirannide; a quest'opera d'umanità esser serbata la Francia; vedrebbe il mondo quanto avesse la repubblica a cura i suoi cittadini che vivi li proteggeva, uccisi li vendicava. Tali erano le amplificazioni dei tempi, e le turbe seguitavano. Il direttorio, imputando a disegno espresso del pontefice ciò che era l'effetto fortuito di provocazioni straordinarie, mandava comandando a Berthier, marciasse incontenente con tutto l'esercito a passi presti contro Roma.

Anno di CRISTO MDCCXCVIII. Indiz. I.

PIO VI papa 24. FRANCESCO II imperatore 7.

Avutosi da Berthier il comandamento di marciare incontanente con tutto lo esercito a passi presti contro Roma, quantunque se ne vivesse molto di mala voglia per essergli venute a noia le rivoluzioni, si metteva in assetto per mandarlo ad esecuzione. Commesso l'antiguardo a Cervoni, gli comandava che si alloggiasse in Macerata: dava il governo della battaglia a Dalemagne per modo che d'un solo alloggiamento si tenesse discosto dall'antiguardo. Alloggiava il retroguardo a Tolentino con Rey, con mandato di osservare le bocche d'Ascoli per le quali si va nel regno di Napoli, e di far sicure le strade degli Appenini fra Tolentino e Foligno. Lasciava finalmente con grosso presidio in Ancona Dessolles, con avvertimento di sopravvedere con bande sparse il paese e tenerlo purgato dai contadini Urbinati che, portando grande affezione alla sedia apostolica, erano sempre inchinati a far moto in suo favore. Metteva alle stanze di Rimini quattro mila Polacchi sotto la condotta di Dombrowski, e con questi anche le legioni cisalpine, le quali nissuna cosa santa ed inviolata avendo, commisero atti di cui quei popoli si erano mossi a grandissimo sdegno: le avrebbero anche condotte all'ultima uccisione se non fosse sopraggiunto Berthier coi soldati di Francia. Così il sacco e la rapina erano usati in Italia non solamente dai forastieri, ma ancora dagli Italiani.