Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 64
Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi. Quest'erano le operazioni palesi di Buonaparte: altre, uguale anzi di maggiore importanza se ne stava macchinando in segreto. Erano a quei tempi al mondo quattro cose che a tutte le altre sovrastavano, la gloria molto risplendente di Buonaparte, il timore che avevano i re che quella repubblica Franzese non li conducesse tutti a ruina, la repubblica franzese stessa fondata in una nazione che per la natura sua non può vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone, esule sì, ma con molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci e più profonde per le enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava pertanto e dentro della Francia da non pochi uomini temperati, e fuori da tutte le potenze, che la repubblica si spegnesse ed il consueto reggimento, per quanto gl'interessi nuovi permettessero, col mezzo dei Borboni si ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguire coll'armi civili della Vandea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa, perchè la nazione franzese, che forte ed animosa era, non aveva voluto lasciarsi sforzare, si pensava che i maneggi segreti, le promesse, le corruttele e le adulazioni potessero avere maggior efficacia.
Da ciò, di passo in passo e di mena in mena, vennero quelle risoluzioni del direttorio che resero tanto famoso il dì 18 fruttidoro, anno V della repubblica, o il 4 settembre del presente anno. Per esse si carceravano ed in istrane e pestilenziali regioni si mandavano Barthelemi, Pichegru e gli altri capi della congiura. Alcuni, e fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei cercatori, trovarono in forastiere terre scampo contro chi li chiamava a prigione ed a morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale, affortificatosi il direttorio coll'esclusione dei dissidenti e coll'unione dei consenzienti e fattosi padrone dei consigli, recava in sua mano la somma delle cose e pareva che vieppiù avesse confermato la repubblica.
Tornato vano questo tentativo, i confederati si gettarono ad un altro cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabile repubblica. Volgevansi a Buonaparte, e gli venivano dicendo le cose più incalzanti. Le esortazioni lo muovevano; ma da Borboni a repubblica ei non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in dispregio, ed anche la felicità o le disgrazie umane troppo nol toccavano. Bensì, siccome quegli che sagacissimo era e di prontissimo intelletto, avvisava in un subito che quello che gli si offeriva, poteva aprirgli la strada all'altissime sue mire. Si mostrava pertanto disposto a fare quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo di favorirsi del consentimento e cooperazione altrui per arrivare alla potestà suprema di Francia.
Dato in tal modo intenzione ai confederati, aveva procurato la libertà al conte d'Entraigues, ministro molto fidato di Luigi XVIII, fatto già arrestare in Trieste e condurre gelosissimamente custodito nel castello di Milano, e mandato in Russia, dove l'imperadore Paolo, succeduto alla sua madre Caterina, piegavasi con divenire molto meno acerbo verso la Francia. Al tempo stesso i negoziati di Udine e di Montebello si fecero assai più morbidi per modo che non tardarono ad avvicinarsi alla conclusione. Tutti i disegni molto gli arridevano e quantunque fosse uomo di natura molto coperta e di pensieri cupissimi, tuttavia si lasciava di quando in quando uscir di bocca certi moti, che disvelavano la sua intenzione e le fatte macchinazioni.
Frattanto la necessità in cui si trovava il direttorio di rammollire con un solenne fatto i risentimenti nati in Francia per la terribile rivoluzione del 4 settembre operava di modo che, rimosse da ambe le parti tutte le difficoltà, si veniva il giorno 17 ottobre alla conclusione nella villa di Campoformio di un trattato di pace in cui fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica Franzese si avesse i Paesi Bassi; che lo imperatore consentisse che le isole venete dell'Arcipelago e dell'Ionio, e così ancora tutte le possessioni della veneta repubblica in Albania, cedessero in potestà della Francia; che la repubblica Franzese consentisse che l'imperadore possedesse con piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la Dalmazia, le isole venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro e tutti i paesi situati fra i suoi stati ereditarii ed il mezzo del lago di Garda, poi la sinistra sponda dell'Adige insino a Porto Legnago, e finalmente la sinistra sponda del Po; che la repubblica Cisalpina comprendesse la Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e fortezza di Mantova, Peschiera e tutta la parte degli Stati veneti, che è posta a ponente e ad ostro dei confini sovraddescritti; che si desse nella Brisgovia un conveniente compenso al duca di Modena; che finalmente i potenziarii di Francia e d'Austria convenissero in Rastadt per accordare gl'interessi dell'impero d'Alemagna.
A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza pe' quali l'imperadore consentiva che la Francia acquistasse certi territorii germanici infino al Reno, e dalla parte sua prometteva la Francia di adoperarsi acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominii una parte del circolo di Baviera.
Fatto il trattato di Campoformio ed ordinata a suo modo la Cisalpina, se ne partiva Buonaparte dell'Italia per andare a Rastadt. Quale e quanto da quella diversa la lasciasse che nel suo primo ingresso la aveva trovata, facilmente concepirà colui che nella mente andrà riandando i compassionevoli casi già raccontati. Le difese delle Alpi prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora servo; una repubblica di Genova, prima independente per istato, ricca per commercio; ora disfatto ed in licenze convertito l'antichissimo governo, fatta provincia e sensale di Francia; un duca di Parma, ingannato dalle speranze di Spagna e taglieggiato da genti oscurissime; un duca di Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa, schernito e spogliato; un regno di Napoli, poco sicuro e per poca sicurezza crudo; un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del mondo e gran parte della civiltà moderna, condotta all'ultimo fine, prima dagl'inganni, poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di Firmian cambiato in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri, tributario di governo forastiero, e là dove una volta addottrinavano le genti con dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria ed i Verri, farla da maestri i Beauvinais ed i Prelli. A questo, le opere di Tiziano e di Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze di soldati strani; una lingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti gl'ingegni volti alla adulazione; le ambizioni svegliate, le virtù schernite, i vizi lodati, e, per giunta, il che fu il pessimo de' mali, uomini virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per forza o per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage de' tempi. In tanto male, nissun lume di bene; perchè nè a quali governi avessero a dar luogo si vedeva, perchè i fondamenti privati erano corrotti, i fondamenti pubblici estranei, e, se fosse mancata o la mano franzese o la potenza tedesca, nissuno poteva congetturare che cosa fosse per sorgere, di modo che non si scorgeva se la indipendenza non fosse per diventare condizione peggiore della servitù. Così corrotte le speranze e cambiati i tempi erano succeduti ai benefizii di Giuseppe, di Leopoldo, di Beccaria e di Filangeri una rapina incredibile, una tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un dolore acerbissimo di vedere allontanato quel bene ch'essi avevano tanto vicino e tanto soave alle menti nostre rappresentato. In somma fu la bella Italia contaminata, e peggio, che chi le faceva le membra rotte e sanguinose, le lacerava anche la fama.
Ora, tornando alla pace conchiusa, restava che le stipulazioni di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di raccontare la consegna fatta di quella città, è indispensabile andar brevemente rammemorando quali accidenti, quali umori, quali disegni sorgessero nelle varie parti dell'antico Stato veneto e nella metropoli stessa innanzi che i capitoli di Campoformio si pubblicassero, e dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto il nuovo, al quale non si sa qual nome dare.
Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano alle parti, chi seguitando i modi dei democrati franzesi più ardenti a' tempi delle rivoluzioni, e chi accostandosi a pensieri più miti e più temperati; quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da altri giacobini; questi presso alcuni avevano nome di veri amatori della libertà, presso altri, di aristocrati. Seguitavano queste parti i Veneziani, pochi con que' primi consentendo, molti, fra' quali i nobili, per lo minor male si accostavano ai secondi. Sedevano i municipali, pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le discussioni e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia, anche posta al giogo forastiero, parteggiava; tutti però in questo consentivano, ch'ella intiera si conservasse.
Perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano delegati e lettere a tutte le città del dominio veneto, dando loro parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia, ed invitandole ad accomunarsi ed incorporarsi con esso lei. Ma i patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime mire che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna e dominatrice, avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Anzi una nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta la terraferma contro Venezia. Poichè poi gli odii già tanto intensi vieppiù si invelenissero, li rinfiammavano, non solo colle parole, ma ancora con gli scritti: Victor generale, che aveva le sue stanze in Padova, esortava con lettere pubbliche e con parole molto veementi i municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco ed a diffidarsi de' municipali di Venezia.
I democrati, facevano quello, e più di quello a che gli aveva esortati Victor. E appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia, si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette cisalpine; anzi i Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorii, cosa che solo contro ad un nemico, e forse nemmeno a chi fosse nemico in guerra, non si sarebbe usata.
Diminuiva Venezia, ad onta delle orazioni democratiche del Giuliani e del Dandolo, di riputazione, ma ancor più di potenza, essendole occupati o sotto spezie di sicurezza di stati, o sotto spezie di amicizia, i suoi dominii verso levante. Veniva di leggieri fatta l'occupazione, perchè gl'Istriotti a quelle novità democratiche non s'erano potuti accomodare, ed ancorchè fossero affezionati al nome veneziano, si piegavano facilmente all'obbedienza austriaca, perchè l'imperio franzese, sotto il quale era caduta l'antica patria loro, stimavano odioso.
Mentre queste cose succedevano nell'Istria, sanguinosi accidenti atterrivano la Dalmazia. Erano i popoli di questa provincia avversi per antica consuetudine al nome franzese, e delle nuove opinioni per lontananza e per poco commercio di lettere molto alieni. Erano anche giunte a loro con veri e forti colori dipinte le espilazioni e le ruine d'Italia, onde all'odio antico si veniva a congiungere uno sdegno recente. A questo si aggiungeva che i soldati della loro nazione, che in Venezia ed in Verona ed in altre piazze venete erano stati di presidio, si ricordavano della poca stima, anzi delle derisioni, che verso di loro avevano usato i repubblicani, troppo intemperanti della vittoria. Udite poi le veneziane cose e come e quanto i municipali di Venezia trascorressero nelle opinioni e nei costumi nuovi, si erano concitati a gravissimo sdegno, dichiarando apertamente che non avrebbero più comportato che s'ingerissero nelle loro faccende. Già minaccie annunziatrici di crudeli fatti sorgevano in ogni luogo contro gli aderenti o veri o supposti dei reggimenti nuovi. I primi a muoversi furono i villani ed i montanari di Traù e di Sebenico, i quali, scesi a furia commettevano atti di estrema barbarie; ucciso il Dalmata che fungeva le veci di console di Francia con tutta la sua famiglia; saccheggiate le case dei deputati eletti dai municipali di Venezia ad ordinare a modo nuovo la Dalmazia, ed i lor parenti perseguitati e parte uccisi. La mala usanza si propagava dal continente nelle isole vicine, ed ogni luogo era pieno di terrore, di ferite, di uccisioni e di sangue.
Partivano da Trieste e da Fiume alla volta di Zara quattro mila soldati imperiali e vi giungevano parte sul finire di giugno, parte al cominciar di luglio. Accettavano i Zaratini lietamente gli Austriaci a sicurtà contro l'anarchia: giuravano fede all'imperatore tutti i magistrati e circa due mila soldati veneti che si trovavano in quella fortezza per presidio. Dopo Zara restava che si occupasse il rimanente della provincia. Casimiro, capitano di nome pel fatto della presa di Trieste, occupava Spalatro, Clissa e Singo, per terra; per mare entrava Roccavina in Sebenico, dov'era accolto con molta allegrezza, perchè la ferocia dei villani scesi dalla montagna vi aveva più che altrove infuriato, e ad ogni ora faceva le viste d'infuriare vieppiù. Scendeva quindi dai monti con una mano di Ungari di Transilvani, il conte di Warstensleben, e si univa a Roccavina, e così insieme occupavano i siti importantissimi delle Bocche di Cattaro. La Dalmazia tutta e l'Albania veneta entravano sotto il dominio dell'imperatore. A questo modo si andava sfasciando appoco appoco l'antichissimo imperio dei Veneziani.
A novità di tanto momento si risentivano i municipali di Venezia e facevano istanze presso Buonaparte e il direttorio, domandando che la Francia intercedesse, perchè l'antico dominio si restituisse. Querelavasene con Buonaparte Battaglia, imperciocchè è da sapersi che quest'antico provveditore di Brescia era stato chiamato da Buonaparte ai municipali veneziani, acciocchè appresso a lui risiedesse quale ministro loro. Querelavasi anche gravemente Sanfermo mandato dai municipali, anche per opera di Buonaparte, a sedere presso il direttorio di Parigi. Ne ottenevano entrambi buone parole: non dubitassero, o che la Francia sforzerebbe con le armi l'Austria a rilasciare le provincie occupate, o procurerebbe coi trattati che Venezia con nuove possessioni si compensasse, ora dando speranza che i paesi della terraferma, anche quei d'oltre Mincio, le si restituirebbero, ed ora che le sarebbero date in compenso le legazioni.
Era necessario che le isole del Levante veneto venissero in potestà dei Franzesi. Per la qual cosa Buonaparte aveva operato che con accordo dei municipali si facesse una spedizione di forze navali e terrestri a Corfù, isola per la grandezza e la fortezza molto principale in quelle spiagge; e perchè una forza preponderante vi fosse, ed anche perchè vi erano fornimenti di marineria di molta importanza, aveva, per mezzo del direttorio, dato ordine che al tempo medesimo da Tolone l'ammiraglio Brueys si avviasse all'isola stessa con la sua armata. Erano a quei tempi le isole del Levante veneto rette con dolce e giusto freno dal nobile Vidiman, fratello del municipale, il quale aveva con tanta efficacia e senza alcuno sforzo, ma solamente pel suo buon naturale operato che quelle immaginazioni greche tanto vivaci e mobili, malgrado delle parole incentive che suonavano da Francia e da Italia, fermamente si conservassero affezionate al nome veneziano. Quando poi incominciavano ad arrivare a Corfù i romori del cambiamento succeduto a Venezia, ancorchè grandissima molestia ne ricevesse, siccome quegli che per opinione e per consuetudine era dedito all'antica repubblica, nondimeno pensando che, se era perduto lo stato vecchio, gli rimaneva, se non una patria, almeno un paese al quale era suo debito servire, s'ingegnava con ogni sforzo di calmare gli spiriti per farli perseverare nella loro fede ed affezione verso Venezia, qualunque avesse ad essere il suo destino. Nel che faceva grandissimo frutto a cagione dell'amore che generalmente gli era portato.
Finalmente per la via di Otranto gli pervenivano lettere dei municipali di Venezia, che recavano le novelle della rivoluzione, dell'essersi distrutta l'aristocrazia ed allargato il governo alla democrazia. Aggiungevano, nominerebbe un dì il popolo i suoi rappresentanti; ma che intanto, per impedire la cessazione dei magistrati, si era creato nei municipali un governo a tempo; avrebbero i municipali gli abitatori delle isole e dei luoghi del Levante in luogo di fratelli; manderebbero due commissarii per metter all'ordine il nuovo Stato; Vidiman sarebbe il terzo; verrebbero con una forte armata e con sei mila soldati. Tacevano se i soldati avessero ad essere veneziani o franzesi. Preparasse adunque, esortavano, con la prudenza e destrezza sua gli animi; spiasse bene e raffrenasse coloro che fossero di genio aristocratico; usasse a quiete di tutti l'opera delle persone prudenti e religiose di ogni rito; soprattutto impedisse, che gli uomini inquieti e torbidi prorompessero in qualche discordia o tumulto; in lui riposarsi, terminavano, con animo tranquillo i municipali ed intieramente rimettersi nella fermezza, nell'avvedutezza, nella temperanza e nella esperienza sua. In sì solenne e tanto terminativo accidente di quanto egli aveva di più caro e più onorato su questa terra, adunava Vidiman i primarii magistrati sì civili che militari, e leggeva loro il municipale dispaccio, esortandogli alla sopportazione ed all'obbedienza. Furonvi rammarichi ed alte querele; ma mostrarono rassegnazione, ignari ancora a che cosa li serbassero i fati.
Frattanto si facevano a Venezia gli apparecchi necessarii per la spedizione di Levante. Intendeva il direttorio al far uscire da Venezia, col fine d'impadronirsene, quella parte d'armata veneziana, che sull'ancore se ne stava nel porto. Perilchè si appresentava Baraguey d'Hilliers con tutti gli ufficiali franzesi da mare che dovevano governare l'armata, in una solenne adunata, ai municipali, con parole melliflue protestando dell'amicizia del direttorio, chiamando la repubblica col suo nuovo governo sorella, e promettendo che tutte le forze franzesi si adoprerebbe perchè ella fosse restituita alla antica sua grandezza. Si destinava a governar le genti da terra il generale Gentili. Obbediva l'armata al capitano di nave Bourdé. Molte navi atte a trasportar soldati l'accompagnavano, empiute di Franzesi la maggior parte della settuagesimanona. Volle Buonaparte, poichè si trattava di andar in Grecia, che s'imbarcasse Arnauld, letterato di grido, in cui aveva il generalissimo posto molta fede per avere i rapporti sulle antichità dei paesi, sui costumi e sulle leggi dei popoli.
Sapevano i municipali a quali angustie fosse ridotto Vidiman a Corfù per la mancanza del denaro, e credendo anche allettare i popoli, se arrivando i primi agenti della mutata Venezia, portassero con sè danaro per dar le paghe già da tanto tempo corse, imbarcavano a governo degli amministratori che mandavano nelle isole, sei mila zecchini.
Appariva il dì 28 giugno nel porto de' Corfiotti l'armata apportatrice dei soldati stranieri. Vidiman e gl'isolani molto si maravigliarono al vedere insegne ed uomini franzesi in luogo d'insegne e d'uomini veneziani. Suonavano a festa il dì 29 gli stromenti da guerra; i nuovi repubblicani sbarcavano. Venivano i magistrati a far riverenza agl'insoliti signori.
Non così tosto ebbe Gentili sbarcato le sue genti, che le alloggiava nella fortezza, e così recava in sua mano la facoltà di fare a sua volontà qualunque cosa ei volesse. Poi s'impadroniva dei magazzini del pubblico e di tutte le artiglierie ch'erano belle ed in numero considerabile.
A Gentili succedeva Bourdé, che poneva le mani addosso ai magazzini di mare ed a sei navi di fila e tre fregate veneziane. Gentili intanto i sei mila zecchini mandati da Venezia recava in suo potere per dar le paghe a' suoi soldati ed agli amministratori venuti con lui.
Posto il piede e confermato il dominio franzese nell'isola principale di Corfù, mandavano Gentili e Bourdé forze di terra e da mare a prender possesso di Cefalonia e di Zante, e dell'isola più lontana di Cerigo. Poi Gentili ed Arnauld, fattisi dar liste di candidati dai primarii abitanti, creavano i municipali di Corfù, fra i quali nominavano Vidiman, già spogliato di ogni altra autorità.
A Venezia dominava con imperio assoluto Baraguey d'Hilliers, parte da sè, parte in conformità degli ordini di Buonaparte. Alloggiava in casa Pisani con fasto grande e con carico gravissimo di quella famiglia; i municipali non deliberavano se non sentito lui; i posti principali erano custoditi dai Franzesi; i municipali, chi per forza, chi per prudenza, chi per adulazione, servivano a Baraguey. Villetard, siccome giovane e confidente, si travagliava per ordinare il nuovo governo democratico, ed in ciò si trovava posto in difficile condizione; perchè gli spogli scemavano autorità alle sue parole, e pareva a tutti, come era veramente, che cattivo principio di libertà fosse quello che si vedeva. S'incominciava a dar mano alle opere gentili insino a tanto che arrivasse tempo al toccare le più utili. Quanto di più bello e più prezioso avevano prodotto gli scarpelli od i pennelli o le penne greche, latine ed italiane era rapito dagli strani amici. Le gallerie, le librerie, i templi, i musei sì pubblici che privati diligentemente si scrutavano e violentemente si sfioravano.