Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 63
Quali effetti partorissero questi incentivi in Piemonte e nel Genovesato, si è già raccontato. Il ducato di Parma, a grave stento si manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia non voleva pregiudicare. Continuava la Toscana nel suo tranquillo stato, sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita per le contribuzioni, e le arti cisalpine vi avessero prodotto qualche impressione. Lucca, corrotti con denari e fattisi benevoli alcuni agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi, non senza grandissime querele dei patriotti cisalpini che quella aristocrazia ardentemente detestavano. Del resto si contaminava Roma stessa, dove si scoversero congiure per cambiar lo Stato, ed in cui si mescolarono Franzesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed ebrei. Condotti dall'occupamento del secolo, avevano parlato molte cose e nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione. Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva e gli animi si sollevavano. A Napoli covavano crudi fatti sotto velame quieto; oltre a ciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere romane: il governo macchinava ingrandimento; e voleva per sè e domandava con molta istanza ai Franzesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia e Zante nella Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal direttorio e da Buonaparte, più inchinati a sovvertire gli Stati deboli che ad ingrandirli. Nella Valtellina, provincia suddita ai Grigioni, nascevano più che parole o congiure o desiderii; i popoli vi tumultuavano a mano armata, protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi qualche sangue: poi dai Grigioni e dai Valtellini fu fatto compromesso nella repubblica Franzese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che non erano comparsi a dir le loro ragioni i legati dei Grigioni che avessero i popoli della Valtellina a divenir parte della cisalpina. Per tale sentenza Chiavenna, Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre principali di quella valle con tutti i distretti, sottratte dalla divozione di gente tedesca si congiungevano con gente italiana. Così dalla parte d'Italia si apriva ai repubblicani la strada nelle sedi più recondite delle nazioni elvetiche, grande aiuto ai disegni che si avevano.
Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerie dei patriotti per sommuovere gli Stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per fondare un suo governo, perchè sapeva che con modi di simil forma non si reggono i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina con una costituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia col freno d'una amministrazione generale, potestà non solo serva del generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe lunga bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano. Quello non era governo nè civile, nè libero, nè comune; ma bensì un reggimento incomposto, difforme ed a volontà di forastieri; perciò era veduto non senza disprezzo e indegnazione dei popoli.
Buonaparte, ch'era solito a gettar via gli stromenti, che per servir lui erano divenuti odiosi, si risolveva a far mutazione. Avendo dato vita alla Cisalpina nei patti di Leoben, le volle dar ordine con leggi a Montebello. Primieramente creava una congregazione di dieci personaggi rinomati per sapienza e per costume, a cui commetteva il carico di formare il modello della costituzione cisalpina. Fra essi notavasi il padre Gregorio Fontana, uomo maraviglioso per la profondità e vastità delle dottrine, e certamente fra i dotti dottissimo. Buonaparte interveniva spesso alla congregazione. Pareva che dovesse sorgere qualche gran fatto da un Buonaparte e da un Fontana. Ne usciva una copia della costituzione franzese con poche mutazioni e di niun momento. Restava che quello che si era fatto in nome, si recasse in atto. Eleggeva Buonaparte quattro cisalpini al direttorio; furono quest'essi: Serbelloni, Moscati, Paradisi, Alessandri. Siccome poi non si potevano così presto eleggere i rappresentanti che nei due consigli legislativi dovevano sedere, creava Buonaparte quattro congregazioni, l'una di costituzione, l'altra di giurisprudenza, la terza di finanze, la quarta di guerra, composte d'uomini, se non tutti, certamente la maggior parte, migliori dei tempi. Conservassero, voleva, il mandato infino a che fossero creati ed entrassero in ufficio i consigli legislativi. Finalmente per compir quanto ai supremi ordini politici dello Stato si apparteneva, il capitano di Francia chiamava ministro di polizia Porro, di guerra Birago, di finanza Ricci, di giustizia Luosi, di affari esteri Testi. Al tempo medesimo nominava secretario del direttorio Sommariva.
Tessuto con parole di molta superiorità pubblicava un manifesto da servir per principio alla cisalpina repubblica. Destinavasi il dì 9 luglio ed il campo del Lazzaretto fuori di Porta Orientale, vasto e magnifico, al pubblico e solenne ingresso della Cisalpina repubblica. Accorrevano chiamati alla solennità piena di tanti augurii i deputati di tutti i municipii, di tutti i drappelli delle guardie nazionali, di tutti i reggimenti assoldati dalla repubblica. Era, nei giorni che precedevano la festa, in tutta la città una folla ed un andar e venire di popoli contenti; pareva che non solo la nobile Milano, ma ancora tutta l'Italia a nuovo destino andasse. Aprivasi alle ore 9 del destinato giorno il campo della confederazione (che così dal fatto chiamarono il Lazzaretto), e vi accorrevano giulivamente ed a pressa meglio di quattrocento mila cittadini. Suonavano le campane a gloria, tiravano i cannoni a festa; innumerevoli bandiere tricolorite col turchino o col verde sventolavansi all'aria, e le grida e il tumulto e le esultazioni per l'infinita contentezza andavano al colmo. I democrati non capivano in sè dall'allegrezza e dicevano le più strane cose del mondo. Pareva, ed era veramente un gran passo da quella vita morta di una volta a quella viva d'adesso; la magnifica Milano, città di per sè stessa e per naturale indole allegrissima, ora tutta più che fatto non avesse mai, sin dall'intimo fondo suo si commoveva e si rallegrava. Entrava nel campo il direttorio coll'abito verde ricamato d'argento alla cisalpina: il seguitavano i magistrati e gli uomini eletti della città; gli uni e gli altri magnifico spettacolo. Nel punto dell'ingresso spesseggiavano vieppiù con le salve le artiglierie, i popoli applaudivano, le bandiere si sventolavano: celebrava l'arcivescovo sull'altare apposito la messa; in questo mentre a quando a quando rimbombavano le artiglierie. Dopo il santo sacrificio benediva l'arcivescovo ad una ad una le presentate bandiere. Seguitava un concerto strepitosissimo e pure melodioso d'inni, di suoni, di _viva repubblicani_. Sorgeva in mezzo l'altare della patria; aveva sui lati inscrizioni secondo il tempo: sopra, un fuoco acceso simboleggiatore dell'amore della patria; a' piedi urne con motti dimostrativi del desiderio, e della gratitudine verso i soldati franzesi morti nelle cisalpine battaglie per la salute della repubblica. Quest'erano le cisalpine allegrezze e cerimonie. Assisteva Buonaparte seduto in ispecial seggio alla testa, al quale, come a vincitore di tante guerre ed a fondatore della repubblica, riguardavano principalmente i popoli circostanti. Nè piccola parte dello spettacolo erano gli uomini delegati di Ferrara, di Bologna, dell'Emilia, di Mantova stessa, ancorchè non ancora fosse unita alla repubblica, venuti ad esser presenti a quella solennità, non solo inconsueta, ma non vista mai nel corso dei secoli, grande testimonianza d'amore e di concordia italiana.
Serbelloni, presidente del direttorio, dal luogo suo levatosi, e sopra un più elevato seggio postosi, fatto silenzio in mezzo agli adunati popoli favellava, e giunto a quel passo: «Accendiamoci di un amor santo di patria, giuriamo concordemente di viver liberi o di morire: il direttorio della Cisalpina repubblica lo giura il primo e ve ne dà l'esempio,» sguainata la spada ed i suoi colleghi levati i cappelli, ad alta voce giuravano. Giuravano al tempo stesso gli uomini deputati, giuravano i capi de' reggimenti, giurava l'adunato popolo intiero: i viva, le grida, i plausi, il batter delle mani, il lanciare i cappelli, lo sventolar delle bandiere facevano uno spettacolo misto, romoroso ed allegro.
Ciò detto, continuava orando il presidente, «manterrebbe col sangue e con la vita, se fosse d'uopo, il direttorio la costituzione e le leggi. Sovvengavi, terminava, o cittadini, sovvengavi che questa terra che abitiamo, è la terra de' Curzi, degli Scevola, de' Catoni; imitiamo quelle grandi anime, in ogni umano caso imitiamole e lascino ogni speranza di vincerci i nostri nemici, e insieme la Europa si accorga che qui l'antica Roma rinasce.»
Qui ricominciavano i plausi ed i cannoni strepitavano. A questo modo s'instituiva la repubblica Cisalpina, mandata da un principio che pareva eterno ad un dubbio e corto avvenire. Furonvi tutto il giorno corsi di carri e di cavalli, suoni, balli, festini in ogni canto, poi la sera bellissime luminarie sì dentro che fuori del teatro. Insomma fu una grande e solenne allegrezza; e queste feste non in altra città del mondo riescono tanto liete e tanto magnifiche, quanto nella bella e splendida Milano.
Perchè poi la memoria di un giorno tanto solenne nella mente de' posteri si conservasse, decretava il direttorio, che si rizzassero nel campo della confederazione ad onore di ciascuna schiera dello esercito franzese otto piramidi quadrangolari; sur un lato di ciascuna piramide si scolpisse un segno eterno della gratitudine e dell'amicizia del popolo cisalpino verso la repubblica Franzese e l'esercito d'Italia; s'inscrivessero su due altri lati i nomi di que' forti uomini che avevano dato la vita per la patria loro e per la libertà cisalpina nelle battaglie; che lo ultimo lato si serbasse intatto per iscolpirvi, ove fosse venuto il tempo, i nomi di quei prodi cittadini, che fortemente combattendo avrebbero procurato col sangue loro salute e libertà alla patria cisalpina.
Contaminava l'allegrezza de' patriotti l'essersi fatta serrare dal direttorio la società di pubblica instruzione. Si trovò pretesto dell'essere contraria agli ordini della constituzione.
Continuava ad usare Buonaparte la autorità suprema. Nominava i giudici, gli amministratori de' distretti o de' dipartimenti, o que' dei municipii. Si faceva poi più tardi ad eleggere i membri dei due consigli, cioè del consiglio grande o de' giovani, e del consiglio de' seniori o degli anziani.
I popoli all'intorno, che se ne vivevano o con governi temporanei e tumultuarii, veduto le forme più regolari e più promettenti della Cisalpina, e quell'affezione particolare che il capitano invitto le portava, si davano a lei l'uno dopo l'altro. Bologna, Imola e Ferrara furono le prime a mostrar desiderio dell'unione, le due ultime più ardentemente per invidia a Bologna, la prima più a rilento per la memoria dell'antica superiorità. La giunta bolognese titubava; ma tanti furono i maneggi de' patriotti più accesi e l'intromettersi de' cisalpini, che ne fu vinta la sua durezza, ed accedeva anche essa alla prediletta repubblica; accostamento di grandissima importanza, perchè era Bologna città grossa e piena d'uomini forti e generosi. Unite le legazioni, pensava Buonaparte a compire il direttorio; vi chiamava per quinto un Costabili Containi di Ferrara.
Principalmente accrebbe la grandezza cisalpina la unione della forte Brescia, membro tanto principale della terraferma. Fu tratto presidente del consiglio grande Fenaroli, nativo di questa città, il quale, avuta principal parte nelle precedenti mutazioni, si mostrava molto ardente per la conservazione dello Stato nuovo.
Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe che pel trattato di Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra di lei, s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I Cisalpini poi, fatto di per sè stessi impeto nell'Oltre-Po piacentino, consentendo facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.
Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte le divideva in venti dipartimenti con Milano, città capitale. Per tal modo in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa larghezza si distendeva la Cisalpina che conteneva in sè la Lombardia austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara, Bergamo, Brescia coi territorii loro, la Valtellina, e le tre legazioni di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese e l'Oltre-Po piacentino. Poco dopo, Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si dava alla Cisalpina.
L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in sè non poca malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni che loro pareva che fossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa mala contentezza si era vieppiù dilatata quando si domandarono i giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocrati ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero e di contribuire con tutte le forze al sostegno della libertà ed uguaglianza e alla conservazione e prosperità della repubblica. Per mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo debiti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio VII. Il suo testimonio e le sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente anno 1797 una omelia, in cui parlava ai fedeli della sua diocesi parole di tanta soavità, che, dette com'erano da un uomo così eminente per dignità e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli spiriti raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo Stato.
Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la riconoscessero in solenne modo come potentato europeo. Vi si adoperava Buonaparte cupidamente, recando a gloria propria che non solo vivesse la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero Stato. In questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la chiamavano.
A questo fine mandava il direttorio cisalpino per suo ambasciatore a Parigi un Visconti. Fu veduto a Parigi molto volentieri ed in pubblica udienza, presenti tutti i ministri di Francia e gli ambasciadori delle potenze amiche, il dì 27 agosto, solennemente udito. Parlava magnificamente de' benefizii della repubblica Franzese, della gratitudine della Cisalpina; esprimeva unico e primo desiderio de' cisalpini essere il farsi degni della illustre nazione franzese; di loro non potere aver ella amici nè più affezionati nè più fedeli; comune avere le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune ancora dover avere la felicità, nè senza i Franzesi volere o potere essere i cisalpini felici; le vittorie del trionfatore Buonaparte già aver procurato pace e quiete alla Cisalpina; desiderare che la Francia ancor essa quella pace si godesse e quella felicità gustasse che le sue vittorie e la sublime di lei costituzione le promettevano. Queste cose scritte in franzese, poi tradotte in pessimo italiano ne' giornali dei tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente, secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla repubblica Franzese la creazione e l'amicizia della Cisalpina; non dubitasse che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di serpenti che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima poi deposte dai ministri delle due repubbliche. Sapere il direttorio che quest'uomini velenosi e perfidi volevano distruggere la libertà sulla terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più per una corona intorno di popoli liberi e governati da leggi consimili. Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non di quella degli animi vili e timorosi, ma di quella degli animi ben composti e forti. «Stessero pur sicuri i cisalpini, conchiudeva, e confidassero nelle grandezza e nella lealtà della nazione franzese, nel coraggio e nel valore de' suoi soldati, nella rettitudine e nella costanza del direttorio: niuno più acceso, niuno più ardente desiderio avere il direttorio di questo, che i cisalpini vivessero felici e liberi.»
Un parlare tanto risoluto sbigottiva le potenze minori che, o già serve all'in tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente dipendenti, non avevano altra elezione che quella di obbedire. Per la qual cosa non esitavano i re di Spagna, quei di Napoli e di Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica Ligure ed il duca di Parma a mandar ambasciatori o ministri o simili altri agenti a Milano, acciocchè tenessero bene edificato e bene inclinato quel nuovo Stato tanto prediletto a Buonaparte. In questo ancora ponevano l'animo allo investigare in mezzo a tante gelosie ed a tanti timori quello che succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati loro; perchè a Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli Stati d'Italia. Perciò i patriotti gridavano che questi ministri erano spie per rapportare, stromenti per subornare. Li laceravano con gli scritti, gli oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti li maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti delle diverse parti d'Italia raccolti in gran numero in Milano, non si potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava e dava loro spesso sulla voce, e talvolta sulle mani; ma essi ripullulavano e straboccavano più molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.
Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole di pace e di amicizia, a cui non credeva nè chi le diceva nè chi le udiva.
Esitava il papa il mandare un ministro, perchè gli pareva chi i Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo e minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose e coi manifesti più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, secondo la suo dignità, volendo indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore a Milano, allegando, ciò che era vero, che la Cisalpina, anche come già si trovata costituita legalmente in repubblica ordinata, non era Stato franco e independente, perchè e le sue fortezze erano in mano dei Franzesi ed i comandanti Franzesi pubblicavano di propria autorità in tutta la Cisalpina e nella sede stessa di Milano ordini e manifesti, ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano se non dopo che fossero veduti ed appruovati dai comandanti franzesi.
Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio cisalpino mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze medesime. Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i legati cisalpini. Bene pe' suoi fini avea scelto gli uomini suoi la Cisalpina, perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti vivi ed accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti, almeno astuti e senza intermissione operativi. Solo Marescalchi, di famiglia principalissima di Bologna, che era stato mandato ambasciadore a Vienna, non faceva frutto, perchè l'imperadore non l'aveva voluto riconoscere nella sua qualità pubblica.
Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè non fosse il direttorio franzese amico, ma perchè l'inviato doveva arrivarvi con molta materia apprestata.
Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli ordinamenti politici quell'opera che con le armi aveva fondato, i legislatori cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per quello degli anziani. Onorati uomini vi risplendevano per sapere, per antichità, per ricchezze, per amore di libertà. A questi aggiungeva Francesco Gianni, giovane di singolare spirito poetico dotato e cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma; ma la Cisalpina, considerato, tali furono le parole della legge, che il cittadino Francesco Gianni aveva principalmente applicato i poetici suoi talenti a celebrare il genio della libertà italiana ed encomiare l'invitta armata franzese, con che nelle attuali circostanze si veniva a vieppiù promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne ed apposita legge la naturalità.
I consigli radunati ardentemente procedendo, si accostavano alle opinioni dei democrati più vivi, il che dall'un dei lati dispiaceva a Buonaparte a cagione della natura sua inclinata allo stringere, dall'altro gli piaceva per dar timore alle potenze nemiche.
Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli: «Il dì 21 novembre fia pienamente in atto la vostra costituzione; e saranno altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo, il tribunale di cassazione e le altre amministrazioni subalterne. Voi siete fra tutti i popoli il primo che senza fazioni, senza rivoluzioni, senza stragi, libero divenga. Noi vi demmo la libertà; voi sappiate conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa; secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione. Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini nudriti nei principii della repubblica ed amatori della sua prosperità. Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra forza e della dignità che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di voi, domi per tanti anni da un'importuna tirannide, voi non avreste mai potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni potrete anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia; proteggeravvi intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran nazione; col nostro sarà lo Stato vostro congiunto. Se il popolo romano avesse usato la sua forza, come la sua il franzese, ancora sul Campidoglio si anniderebbero le romane aquile, nè diciotto secoli di schiavitù e di tirannia avrebbero fatte vili e disonorate le umane generazioni. Per consolidare la libertà vostra e mosso unicamente dal desiderio della vostra felicità, io feci quello che altri han fatto per ambizione e per la sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione di tutti i magistrati e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo probo con posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste fatto voi stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano compiti. Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando un ordine del mio governo od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma qualunque sia il luogo a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti della mia patria, questo vi potete promettere di me che sono e sempre sarommi ardente amatore della felicità e della gloria della vostra repubblica.»