Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 61
Il doge, i governatori ed i procuratori della repubblica avvertivano del fatto il pubblico; esortando se ne vivessero intanto quieti e non corrompessero con moti inopportuni un'occasione dalla quale dipendevano il riposo e la felicità di tutti. Spedivano al tempo stesso il nobile Stefano Rivarola a Parigi, comandandogli in una faccenda di tanto momento per la repubblica s'ingegnasse con ogni possibil modo di fare, che la forma antica il meno che fare si potesse si alterasse e la integrità dei territorii in sicuro si ponesse.
Il direttorio di Francia era per le cose d'Italia piuttosto servo che padrone di Buonaparte, e però a Montebello piuttosto che a Parigi si doveva definire il destino di Genova. Quivi consuonando i pensieri di Buonaparte, che la somma delle cose si confidasse non a gente fanatica e spaventevole ai re, ma bensì ad uomini temperati e savii, che o per necessità consentivano al cambiamento o volevano la democrazia mista con leggi, non pura e senza leggi, con quelli dei legati, ed anche la volontà del vincitore non essendo contrastabile, non fu lungo il negoziare, e a dì 5 giugno si concludeva un accordo per mezzo loro tra la repubblica di Francia e quella di Genova, pei principali capitoli del quale si statuiva: che il governo rimettesse alla nazione, così richiedendo la felicità della medesima, il deposito della sovranità che gli aveva confidato; ch'ei riconoscesse la sovranità stare nella universalità dei cittadini; che l'autorità legislativa si commettesse a due consigli rappresentativi, uno di trecento, l'altro di cencinquanta consiglieri; che la potestà esecutiva fosse investita in un senato di dodici e a cui presiedesse un doge; il doge ed i senatori dai consigli si eleggessero; ogni comune avesse ad esser retto da ufficiali municipali, ogni distretto da ufficiali distrettuali; le potestà giudiziali e militari, e così pure le divisioni dei territorii secondo il modello da farsi in una congregazione a posta si ordinassero, con ciò però che la religione cattolica salva ed intera si serbasse; i debiti dei pubblico si guarentissero; il porto franco ed il banco di San Giorgio si conservassero; ai nobili poveri, per quanto possibil fosse, si provvedesse; che ogni privilegio per abolito si avesse; che intanto si creasse un reggimento temporaneo di ventidue, ed a cui il doge presiedesse; che questo reggimento prendesse il magistrato il dì 14 di giugno. Statuisse delle indennità dei Franzesi offesi nei giorni 22 e 23 maggio; finalmente la repubblica perdonasse a tutti che l'avessero offesa nei giorni suddetti, e mantenesse l'integrità dei territorii della repubblica genovese.
Mandava Buonaparte questi capitoli al doge con lettere portatrici di dolci parole mostrando, molta affezione verso la repubblica e consigliando fossero savi, fossero uniti e non dubitassero della protezione della Francia. Eleggeva al reggimento temporale Giacomo Brignole, doge, ed altri soggetti a lui piacenti, e col pensiero, non solamente di dare autorità ad uomini prudenti e lontani da voglie estreme, ma ancora, mescolando uomini di diverse condizioni, di mostrare che la sovranità non cadeva già in pochi, ma bensì in tutti, cosa che avrebbe dovuto far quietare, contentando le ambizioni, molli mali umori. Ma nelle rivoluzioni le ambizioni sono incontentabili, e come se le faccende pubbliche potessero maneggiarsi continuamente dalla moltitudine, il restringerle in pochi magistrati era riputato aristocrazia; gli esclusi gridavano tirannide, gente pericolosissima perchè pretendeva parole d'amore di patria.
Incominciava appena a farsi giorno, che già le piazze e le contrade erano piene di gente, accorrendo da una parte il popolo tratto dalla novità del caso, dall'altra i libertini portati dall'allegrezza e dal desiderio di far certe dimostrazioni che credevano libertà; ed era uno spettacolo mirabile il vedere tutta quella città mossa a gioia, che, ancora non faceva un mese, si era veduta mossa a sangue. «Viva la libertà, muoia l'aristocrazia, viva Francia, viva Buonaparte,» gridavano le genovesi voci; in ogni angolo piantavansi gli alberi della libertà; i balli, i canti ed i discorsi che si facevano loro intorno erano eccessivi. Morando era fuori di sè dalla contentezza, sebbene non del tutto si soddisfacesse dei membri del governo temporaneo, parendogli aristocrati anzi che no. Vitaliani predicava. I nobili o si nascondevano nelle più segrete case o fuggivano dalla città, e ne avevano ben anche il perchè; che ad un primo trarre il popolo mosso e stimolato dai novatori più vivi, gli avrebbe manomessi.
La servile imitazione verso la tragicomedia della rivoluzione franzese dominava; ed ecco una calca di gente trarre con grida al ducale palazzo, i patriotti li guidavano, con animo di levarne il libro d'oro, infame catalogo, come dicevano, volume esecrato dell'antica aristocrazia. La plebe, rotte a forza le porte dell'archivio, se lo portava con incredibili scede e giullerie sulla piazza dell'Acquaverde, e quivi, acceso un fuoco, lo ardeva, e le grida e le risa e gli scherni furono molti. Ardevano col libro d'oro anche la bussola del doge e l'urna dove s'imborsavano i nomi dei senatori pegli squittinii. Vi si aggiunsero altri stemmi gentilizii raccolti a furia di popolo da diversi luoghi; poi piantavano sulle ceneri delle reliquie aristocratiche, come dicevano, il solito fusto, e gli applausi e le musiche e i discorsi andavano al colmo.
Arso il libro d'oro, trascorreva il popolo, ed anche i carbonari vi si mescolavano, ad un atto assai più biasimevole, e questo fu di rompere ed atterrare la statua di Andrea Doria, che per memoria ed onore delle sue virtù e de' suoi meriti verso la patria, i Genovesi antichi avevano eretto nella corte del palazzo ducale. Dalle ingiurie si trapassava ad insolenze criminose; perchè, sospettando che fossero ancora sostenuti nelle carceri alcuni fra coloro che erano stati arrestati nei giorni 22 e 23 maggio, vi correvano a folla, ed, avendole sforzate, davano comodità di fuggirsi a parecchi malfattori contaminando a questo modo il nuovo governo con lo stesso fatto col quale avevano già assaltato l'antico; tristi principii di libertà e di stato civile.
Come prima ebbero i nuovi magistrati preso l'ufficio, mandavano fuori un manifesto, ringraziando Buonaparte della benevolenza mostrata verso la repubblica, lodando i privilegiati della rinunziazione dei privilegii, commendando i preti dello aver usato l'autorità loro a stabilimento della libertà; invitavano i popoli della riviera ad unirsi e ad affratellarsi con Genova; esortavano tutti a vivere quieti e concordi. Venivano a congratularsi ed a parlare encomii dell'acquistata libertà le città principali delle riviere; l'allegrezza si diffondeva; la fratellanza e la concordia fra le varie parti della dizione genovese parevano pigliar radice. Accresceva l'allegrezza il sentire che i feudi imperiali avevano fatto dedizione di sè medesimi a Genova e mandato deputati. Poi, per esser allora odioso quel nome di feudi, li chiamavano Monti Liguri. Erano volontieri accettati nella società genovese, lodati e ringraziati i deputati.
Ordinavasi intanto il corpo municipale di Genova, soggetto molto geloso. Prendevano i municipali il magistrato il dì primo luglio con non mediocre apparato, e non mancavano i soliti discorsi. Ma l'affare più importante che si esaminava nelle consulte genovesi, era quello di formar il modello della nuova costituzione. Perlochè, conformandosi ai patti di Montebello, creava il governo la stabilita congregazione, chiamando e dalla città e dalla riviera e d'oltremonti uomini di riputato valore. S'adunavano bene spesso, ma servilmente procedendo, modellavano alla franzese e secondo i comandamenti di Buonaparte. Serra, un di loro, s'intendeva col generalissimo ed aveva più dominio degli altri. N'era imputato dai patriotti che incominciavano a mostrarsi mal soddisfatti di lui, chiamandolo aristocrata. Piacevano a Buonaparte quasi tutti i pensieri di Serra, e, come se fossero suoi, ne scriveva lettere al governo genovese.
Incominciavano a prepararsi i semi delle future discordie. Si faceva principio della religione, non che toccassero le opinioni dogmatiche, ma soltanto la disciplina. I popoli confondevano l'una coll'altra; i chierici non che li disingannassero, li mantenevano nel falso concetto. Comandava il governo che non fosse lecito ai vescovi di promuovere, senza sua licenza, alcuno agli ordini sacri, se non coloro, che, già suddiaconi o diaconi essendo, desiderassero ricevere il diaconato o il pretato, e parimente, senza suo beneplacito, nessuno potesse, o uomo o donna si fosse, vestir l'abito di nessuna regola di frati o di monache; ordinamenti presi in mala parte dai più, perchè la setta contraria al nuovo Stato se ne prevaleva. Poi decretava che ogni cherico, o regolare o secolare che si fosse, se forastiero, dovesse fra certo termine e con certe condizioni uscire dai territorii. Parevano questi stanziamenti molto insoliti; ma bene più insolito e più strano appariva quell'altro precetto, col quale si ordinava che uomini deputati dal governo a tempo e dopo i divini uffici predicassero la democrazia alle genti. Fu questo un gran tentativo; non succedeva bene, perchè in molti luoghi i deputati non fecero frutto, in altri furono scherniti, in alcuni scacciati. Si sollevarono universalmente gli animi religiosi contro questa novità: i nemici dello Stato crescevano.
Questo quanto alla religione; si moltiplicavano per altre ragioni gli sdegni. Oltrechè con gl'incessabili discorsi e scritti non si lasciavano mai quietare i nobili, fu preso decreto, che si mandasse a Parigi, come ministro della repubblica, l'avvocato Boccardi, e si richiamasse Stefano Rivarola: si richiamasse ancora Cristoforo Spinola, ministro a Londra: se non obbedissero, i beni loro fossero posti al fisco, intanto si sequestrassero. L'atto rigoroso offendeva i nobili; vieppiù gli animi s'inasprivano. Questo era riprensibile; ma bene del tutto intollerabile fu un altro atto, con cui si ordinava che i principali autori della convenzione fatta a Parigi da Vincenzo Spinola, per la quale la repubblica si era obbligata a pagare quattro milioni di tornesi alla Francia, fossero tenuti in solido a restituire la detta somma all'erario, e se non la restituissero, fossero i beni loro posti al fisco. Erano in questa faccenda interessate le principali famiglie, specialmente i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i Fieschi, i Gentili, i Carega, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i Catanei, personaggi che tiravano con loro una dipendenza grandissima. Ciò faceva maggiormente inviperire gli animi degli scontenti, i quali, vedendo di non trovare dopo la mutazione alcun riposo nè per le sostanze nè per le persone, pensavano a vendicarsi; non che si consigliassero di far congiure o moti popolari perchè troppo erano sbigottiti a voler ciò tentare, ma spargevano ad arte voci sinistre nel popolo, ed aspettavano le prime occasioni per insorgere. Mescolavano il falso col vero: vero era che il generalissimo aveva domandato parecchi milioni pel vivere delle sue genti: questo anzi era stato uno dei principali motivi della mutazione. Il governo poi, trovandosi ancor debole in quei principii e non avendo altre radici che i discorsi vani dei democrati e il patrocinio forastiero, andava lento alle tasse, e perciò aveva trovato il rimedio di quell'ingiusto balzello. A tutto questo si aggiungevano le rapine dei Barbareschi tanto più moleste, quanto più si aveva avuto la speranza data espressamente che, cambiato il reggimento, la Francia avrebbe tutelato dagli assalti dei Barbari le navigazioni dei Genovesi.
Motivo potente di malumore era altresì quello che due generali franzesi, Casabianca e Duphot, fossero venuti a reggere e ad ordinare i soldati, segno certo essere perita l'indipendenza. Ciò significava inoltre che Buonaparte, o non si fidava dei Genovesi, o gli stimava inabili alle cose militari: dal che nasceva che chi pensava altamente, si teneva mal soddisfatto. Udivasi che si voleva si smantellassero le fortezze di Savona e di San Remo, soli propugnacoli dell'indipendenza verso Francia. Vedevano anche levarsi dalle porte della metropoli i cannoni, il che interpretavano come voglia di aprir l'adito più facile e più sicuro ai forastieri per invadere il cuore stesso della repubblica. Gridavano, doversi insorgere contro reggitori fatti servi dei forastieri. I nobili, i preti e gli aderenti loro, che non erano pochi, fomentavano questi mali umori. Frano allora i reggitorii divisi in due sette, dell'una delle quali compariva capo Serra, dell'altra Corvetto, Ruzza e Carbonara; quello per un reggimento più stretto e pendente all'aristocrazia: questi s'intendevano meglio con Faipoult, alcuni per ambizione, altri a buon fine, credendo che, poichè i cieli avevano destinato che i Franzesi divenissero padroni di Genova, miglior partito era per arrivar a bene il vezzeggiarli che l'aspreggiarli, perchè, volere o non volere, i Franzesi dominavano. Ma la maggior dipendenza di questa parte verso Francia, dall'un canto la faceva odiosa, dall'altro la rendeva dipendente, più che non sarebbe stato necessario, dai democrati più ardenti, i quali non amavano Serra, anzi il chiamavano tiranno e nuovo duca di Orleans. Questi semi pestiferi erano pullulati, ne prendevano animo i nemici della mutazione e si apprestavano a far novità. Già si udivano sinistri suoni dalle valli di Bisagno e di Polcevera. Era la cagione od il pretesto la nuova costituzione, violatrice, come spargevano, della religione, e che, come si era data intenzione, si doveva accettare il dì 14 settembre. Per far posare gli animi, annunziavano essere prorogata l'accettazione, e si torrebbe quanto potesse offendere la coscienza dei fedeli.
In questo mezzo tempo Corvetto e Ruzza erano stati mandati a Buonaparte per consultar con lui degli articoli che avevano fatto adombrare i popoli. Ma gli umori popolari più presto si muovono che s'arrestano. Dava loro l'ultima pinta di essersi fatto arrestare tanto in città quanto nel contado alcuni nobili che si credevano pericolosi; cinque Durazzi, due Doria, due Pallavicini, tre Spinola, un Ferrari, uomini per nome e per ricchezza di molta dipendenza. Incominciavano il dì 4 settembre a tumultuare le popolazioni di Bisagno. Suonavano le campane a martello, i curati esortavano e guidavano i sollevati, si facevano adunanze nelle ville dei nobili, poi, crescendo il numero ed il furore, armati di armi diverse ma con animi concordi, fatta una gran massa, s'incamminavano infuriati verso la capitale. Duphot con una squadra di Franzesi e di democrati andava loro all'incontro; il principal nervo consisteva nelle artiglierie, di cui i sollevati mancavano. Seguitava una mischia molto aspra in Albaro. Prevalevano finalmente l'arte e la disciplina, contro il numero ed il furore: andavano in fuga i sollevati; alcuni furono presi, altri in mezzo alla mescolata fuga crudelmente uccisi. Tornavano i soldati di Duphot in Genova vincitori, sanguinosi e non senza preda.
Non ancora del tutto spenta la sedizione di Bisagno, un nuovo rumore di guerra già si faceva sentire nella Polcevera. Gli abitatori di questa valle, mossi dall'esempio dei Bisagnani e dalle instigazioni di alcuni ecclesiastici, si levavano ancor essi in gran numero e correvano contro la capitale. Accostatisi a loro non pochi degli avanzati alle stragi di Binasco, la moltitudine armata s'impadroniva per una battaglia di mano del forte della Sperona; poi, più avanti procedendo, occupava tutto il secondo cinto delle mura, restando solo esente la batteria di San Benigno. Una prima squadra di soldati liguri e franzesi mandata in quel primo tumulto contro di loro, vedutigli bene armati e bene fortificati, se ne rimaneva e tornavasene. Poi si negoziava e si fermava un accordo. Ma ecco che dai più ardenti Polceverini si spargeva che i giacobini erano gente infida, e che solo avevano promesso il perdono per meglio far le vendette. Novellamente s'inferocivano, e, prese impetuosamente le armi, assaltavano il posto principalissimo di San Benigno. In questo punto Duphot, vincitore di Albaro, che per l'indugiarsi del trattato, aveva avuto tempo di raccorre e di ordinare tutti i suoi, aiutato fortemente dal colonello Seras, soldato molto animoso, traversava la città e correva contro la turba degli insorti. Seguitava una feroce mischia, come di guerra civile. Combattevano valorosamente Duphot e Seras, vecchi soldati: non resistevano meno valorosamente i paesani, nuovi soldati; durava quattro ore la battaglia; furono non pochi i morti, non pochi i feriti; superava infine la veterana disciplina: i paesani scacciati dai posti, voltavano le spalle e seguitati con molta pressa dai repubblicani, perdevano gran gente. Cinquecento, essendo presi, empievano le carceri di Genova.
La fama della doppia vittoria di Albero e di San Benigno, e le forze mandate sedavano i moti, che già erano sorti a Chiavari ed in altre terre della riviera di levante, come altresì nei feudi imperiali, o Monti Liguri che si voglian nominare. Ogni cosa si ricomponeva in quiete, ma per terrore, non per amore; truce e minacciosa, non lieta e consenziente.
Avuta la vittoria, si pensava alla vendetta. Creavasi un consiglio militare, perchè nelle forme più pronte e più sommarie avesse a giudicare i ribelli. Sette ad otto, ma di oscuro nome, dannati a morte tingevano col sangue loro il suolo dell'atterrita Genova: non pochi erano mandati al remo. Si apprestava il destino medesimo ad altri. Faipoult avvertiva Buonaparte che si dannavano soltanto gli ignobili: mettevagli in sospetto Serra; chiamavalo uomo pericoloso, dissimulatore, ambizioso: stimava la quiete del pubblico in pericolo, finchè Serra stesse al governo. I due Serra, giuntosi Gerolamo col fratello, dal canto loro accusavano Faipoult e Duphot di essersi fatti protettori di una parte turbatrice e pervertitrice di ogni buon ordine politico, e d'impedire che la quiete tornasse in Genova. Niuno altro mezzo di salute e di riposo esservi, dicevano, che quello di mandar via Duphot, e di contenere nelle funzioni del suo ufficio Faipoult; senza ciò nascerebbero necessariamente la debolezza dello Stato, l'anarchia, i disordini, il sangue. Per tal guisa gli animi si invelenivano; ed era vero che Faipoult addomandava imperiosamente al governo che annullasse il decreto, pel quale aveva ordinato che la commissione militare terminasse al più presto le sue operazioni. Addomandava oltre a ciò che i nobili carcerati, anche innocenti, quali ostaggi si conducessero nel castello di Milano.
In questo arrivava a Genova con nuovi soldati mandati da Buonaparte, a cui le turbazioni genovesi davano sospetto, il generale Lannes, il quale, non curandosi nè di governo nè di Faipoult, nè di preti nè di frati, nè di nobili nè di plebei, nè di patriotti nè di aristocrati, e solo alla forza mirando, si alloggiava alla soldatesca nella città e se ne faceva padrone.
Intanto i legati, accordatisi con Buonaparte intorno ai cambiamenti della costituzione della repubblica Ligure, la conducevano a compimento e, lui permettente, era pubblicata. Fossevi un consiglio dei giovani, uno degli anziani, e un direttorio; dividessesi la repubblica in quindici dipartimenti; dei magistrati giudiziali, distrettuali e municipali si statuisse a modo di Francia. Fu questo un modello tutto franzese; e insomma la genovese costituzione fu data, non presa. Pure fra le armi serrate ed i soldati apprestati fu sottoposta ai comizii popolari. L'approvavano cento mila voti favorevoli, diciassette mila contrarii. Facevansi feste, cantavansi inni, erano nel teatro allegrie assai. Nominavansi i due consigli e dai consigli il direttorio. Eleggevansi a questo Luigi Corvetto, Agostino Maglione, Niccolò Littardi, Ambrogio Molfino, Paolo Costa; creavano Corvetto presidente. Sul principiare dell'anno seguente prendevano il magistrato tutti i nuovi ordini e s'instituiva la costituzione. Poi, partitosi Faipoult, gli veniva sostituito un Soltin. A questo modo periva l'antica repubblica di Genova, feroce, animosa, sanguinosa ed impaziente.
Periva per mano dei vincitori Genova, perchè ricca e con pochi soldati; si conservava il Piemonte, perchè povero e con soldati. Essendo ancora le cose dubbie coll'imperatore, importava alla Francia l'avere in suo favore i soldati del re se di nuovo si dovesse tornare sull'armi. Poi, quantunque il direttorio molto l'avesse in odio, Buonaparte se ne compiaceva, invaghito per indole propria dei governi assoluti ed allettato dalle adulazioni dei nobili piemontesi. Pure non era possibile che le massime che correvano, i rivoltamenti della vicina Genova, i giornali, le predicazioni, le trame di Milano non partorissero in Piemonte effetti pregiudiziali alla quiete dello Stato.
Quanto prima fu fermata la tregua di Cherasco tra la Francia ed il Piemonte, i ministri del re ed il re medesimo, anteponendo la salute dello Stato all'inclinazione propria, posero ogni cura nel nodrire l'amicizia con Francia, ed a questo fine indirizzavano tutti i loro pensieri. La principale difficoltà a superarsi però in questo consisteva, che si persuadesse al direttorio che il re per interesse proprio doveva star aderente colla Francia, e che la Francia, anche per interesse proprio, doveva avere per aderente il re.
A questo fine, e perchè un trattato di alleanza si stipulasse, aveva, come già si è narrato, Carlo Emmanuele mandato suo ambasciadore a Parigi il conte Balbo. Perchè poi potesse il conte più facilmente entrar di sotto, aveva fra le mani molto denaro. Del che molto sagacemente valendosi, si aveva acquistato molta entratura. Poi facendosi avanti con progetti politici, massimamente di ordinamenti delle cose italiane, insisteva e dimostrava, esser necessario contentare il re di Sardegna, compensargli con nuovi acquisti Savoia e Nizza, farlo insomma polente e grande; ma perchè non fosse scemata autorità alle sue parole, come d'uomo che parlasse per sè, aveva operato che Franzesi de' primi, coi quali si era accordato, queste medesime cose per bocca e come per motivo proprio rappresentassero. Per tal modo si proponeva al direttorio, fra gli altri, per mossa del Balbo, ma per mezzo di Franzesi che avevano parte nello Stato, un ordinamento per l'Italia superiore, pel quale l'Austria sarebbe stata od intieramente esclusa dall'Italia, desiderio principale della Francia, o frenata in quei termini che le si stabilissero per la pace. L'ambasciatore piemontese, avendo trovato la materia tenera, e volendo dimostrare che con la grandezza del re era congiunta la sicurtà e il benefizio di Francia, procedeva più innanzi forse poco prudentemente, perchè in ciò andava a ferire l'edifizio prediletto di Buonaparte. Argomentava, e certamente con verità, che le nuove repubbliche italiane non potevano di per sè stesse sussistere. Necessaria cosa essere adunque che si compensassero al re le perdite fatte, e che se gli assicurassero gli Stati; il che meglio e più fermamente non si poteva fare che col metterlo in possesso della Lombardia.