Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 60
Poichè i patrizii ebbero preso il partito di rinunziare all'autorità propria e di rimettere lo Stato nelle mani di Buonaparte, tale un timore gli assalse in quelle stanze piene tuttavia delle immagini de' loro forti antenati e di quanto fu da essi fatto di grande e di glorioso sì in pace che in guerra, che, non sapendo più nè dove restassero nè dove gissero, si abbandonarono, come perduti ad ogni affetto più disperato. Si ritraevano alcuni alle stanze private del doge che, tutto smarrito, aveva dato ordine che di tutti i ducali segni si dispogliassero: altri usciti all'aperto per ritirarsi alle case loro, lagrimando e gridando: Non è più Venezia, non è più San Marco, facevano uno spettacolo miserabile in mezzo alle turbe affollate, che ancora non ben sapevano chè alla patria sovrastasse. I novatori, che pensavano essere avvenuto quello che aspettavano, trepidando dall'allegrezza gridavano: Viva la libertà. Ma il popolo, che prima era stato incerto, nè poteva recarsi nell'animo tanta abbiezione dalla parte de' patrizii, saputo il fatto, si accendeva di una furia incredibile ed incominciava minaccioso a fare una gran tumultuazione, chiamando unitamente il nome di San Marco. Cresceva la folla, a cui si erano fatti compagni pochi Dalmati non ancora imbarcati. Accorrevano le donne, i vecchi ed i fanciulli. Cominciavano le turbe rabbiose a correre gridando e schiamazzando. Ma non può il popolo sollevato star lungo tempo sui generali, anzi tosto dà nei particolari o d'amore o d'odio. Correva alle case d'un pizzicagnolo che aveva fatto certe dimostrazioni a favor di uno uscito dai piombi, ed, in men che non si dice, sperdeva e rompeva ogni mobile: poi trovatagli una nappa di tre colori addosso gliela conficcava in fronte; già uno Schiavone stava in atto di mozzargli il capo, quando il mal arrivato, per iscampo della vita, prometteva di palesare i rei della congiura. Nè così tosto usciva dalla sua bocca il nome di qualcuno, che una mano di popolo partiva per mettere a sacco la casa del nominato. Saccheggiavansi per tale modo Zorzi, Gallino, Spada, Zatta libraio. Fu avuto rispetto ai palazzi de' ministri, anche a quello di Francia. Villetard, non sapendo fino a qual termine potesse trascorrere quel furor popolare, si era nascosto dal ministro di Spagna: là scriveva a quel governo ch'egli medesimo aveva distrutto, che frenasse quell'impeto. Poi egli e Donato, ai quali più d'ogni altro importava il calmar quel furore, facevano opera che si adunassero alcune compagnie di soldati italiani, e ne presidiavano il ponte di Rialto. Vi conduceva Bernardino Renier due cannoni, coi quali tratto ed ucciso tre o quattro popolani, poneva fine a quello incomposto accidente. Usavano Villetard, Donato e Battaglia la occasione, e, preparato e mandato il navilio a Mestre, la notte del 16 al 17 maggio, levavano, sotto il comandamento di Baraguey d'Hilliers, quattro mila soldati franzesi. La mattina molto per tempo si scoprivano schierati sulla piazza di San Marco soldati ed armi forastiere non mai viste in Venezia da quindici secoli. Creossi il municipio, si promisero cose che non si attennero, lusingossi con le parole, gravitossi coi fatti, e tanto si continuò l'inganno che la ricca e potente Venezia rimase spogliata del tutto ed inerme.
Avevano Buonaparte ed i legati veneziani, ai quali, come si è narrato, erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste novelle degli accidenti di Venezia, specialmente della rinunzia fatta nel giorno 12 dai patrizi e della dissoluzione dell'antico governo aristocratico. Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi aveva dato il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati nè a conclusione di trattato. Ciò nondimeno le pratiche si continuarono pei loro fini, tanto per parte dei Veneziani come del generalissimo. Adunque si stipulava da ambe le parti il giorno 16 maggio in Milano un trattato di pace e di amicizia tra la repubblica Franzese e la Veneziana: cessassero tra di loro tutte le offese; rinunziasse da parte sua il gran consiglio al suo diritto di sovranità, ordinasse la annullazione dell'aristocrazia ereditaria, riconoscesse la sovranità dello Stato consistere nella universalità dei cittadini: a tutte queste cose consentisse con patto che il nuovo governo guarentisse il debito pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le provvisioni a vita: la repubblica Franzese concedesse, siccome n'era stata richiesta, una schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi conservasse intero l'ordine e la tranquillità, vi tutelasse le persone e le proprietà, procurasse la esecuzione delle prime risoluzioni del governo nuovo; questi soldati partissero da Venezia tostochè il nuovo governo dichiarasse non averne più bisogno; le altre truppe franzesi sgombrassero gli altri territorii veneti, tostochè la pace del continente fosse conchiusa: si facesse sollecitamente il processo agl'inquisitori di Stato, ed al comandante del Lido; la repubblica Franzese perdonasse ad ogni altro Veneziano. Questi erano i capitoli mostrabili: i segreti contenevano altri effetti importanti: si accorderebbero le due repubbliche pel cambio di territorii, la Veneziana pagasse alla Franzese tre milioni di tornesi, somministrasse una valuta di altrettanti in arnesi di marineria, le desse tre navi di fila con due fregate fornite di tutto punto, consegnasse a' commissarii a ciò destinati venti quadri, e cinquecento manoscritti a scelta del generalissimo: la repubblica Franzese si interponesse a pace comune tra la Veneziana e la reggenza di Algeri.
Di tale forma furono i capitoli del trattato concluso in Milano tra Buonaparte e i Veneziani. A loro fu aggiunto quest'altro, che le due parti ratificassero nel più breve spazio il trattato. Il ratificarono in fatti i municipali di Venezia, persuadendosi, non si vede come nè perchè, che tutta l'autorità della repubblica e del maggior consiglio in loro fosse investita. Negava Buonaparte la ratificazione, allegando essere da parte dei mandatarii veneziani cessato il mandato, perchè era estinto il mandatore.
La forza aveva insidiato Venezia, le chimere di una libertà fallace le diedero il tracollo. La medesima forza e le chimere medesime usando contro Genova, la si tirava ancor essa all'ultimo eccidio. Laonde, non ancora terminata, ma già prossima a terminarsi la tragedia di Venezia, scriveva Buonaparte, a Faipoult, ministro di Francia a Genova, ed operatore attivo dei disegni franzesi, che la rovina di Venezia doveva partorire necessariamente la rovina di Genova. Sapeva che il governo genovese non avrebbe gagliardamente contrastato, quantunque in lui fosse più vigore che in quello di Venezia, sì perchè alcuni dei senatori erano abbacinati dai fantasmi dei tempi, e sì perchè nel ceto medio era molta opinione contraria, credendo molti che la democrazia fosse da anteporsi all'aristocrazia, come se democratici fossero i modi di reggimento politico indotti in Italia in quei tempi. Aggiungevansi i capitali genovesi investiti in gran parte in Francia, ed i traffichi tra Francia e Genova frequentissimi, cose molto tenere e capaci a far calare i Genovesi ad un primo rumore d'armi. Infine pei passi frequenti delle genti di Francia sulle riviere, erano sorte in esse le opinioni nuove. Savona titubava e per questo e per le antiche emulazioni. Alcune fortezze e molti siti del Genovesato erano in mano dei buonapartiani. Nè a questo contento il direttorio, aveva operato che Rusca e Serrurier appoco appoco e sotto altri colori le schiere loro accostassero a Genova, e che l'ammiraglio Brueys comparisse con navi grosse e sottili nelle acque delle riviere.
Genova pericolava; ma molte erano le insidie interne. Spargevansi artifiziosamente voci che la Francia voleva dare la riviera di Ponente al re di Sardegna, e si affermava che una tale calamità sola si poteva allontanare con ridurre il governo a forma più consimile a quella di Francia. Queste voci Faipoult, magnificando la fede della sua repubblica e quasi sdegnandosi, asseverava essere false e calunniose. Buonaparte ed egli richiedevano nuovi prestiti di parecchi milioni alla signoria, consumata ed odiosa ai popoli se li concedesse, accusata d'inimicizia verso Francia se li negasse. Il farla vile fu anche parte dell'insidia: perchè un consiglio militare franzese, adunatosi nella sede stessa della repubblica, processava e condannava al bando da tutti i territorii di Genova il marchese Agostino Spinola, come reo delle turbazioni sorte contro i Franzesi nei feudi imperiali. Non era più sovranità dove un tribunale forestiero dannava un cittadino: mancava col buon concetto la forza dello stato. Nè l'opera dei novatori di dentro si trascurava. A questi erano capi alcuni Genovesi, alcuni forastieri: fra i primi osservabile era massimamente lo speziale Morando, uomo precipitoso e di estremi pensieri; fra' secondi più vivo e più operativo si mostrava un Vitaliani da Napoli. Erano costoro favoriti da Faipoult più nascostamente per la sua qualità pubblica, da Saliceti, a questi fini venuto a Genova, più apertamente. Vociferava Saliceti, doversi, poichè l'aristocrazia in Venezia si era spenta, spegnere anche quella di Genova. I novatori, sicuri omai dello esito, si adunavano, s'indettavano, s'accordavano, s'apprestavano; più il termine si avvicinava e più palesemente operavano. Avvertito il governo, creava inquisitori di Stato con ampia facoltà, e per opera loro carcerava Vitaliani. Se ne risentiva gravemente Faipoult; richiedeva la sua indennità come di Franzese, perchè addetto all'ambasciata. La signoria essendo sforzata, rimetteva il Napolitano in libertà. Vitaliani e Morando con somma attività si adoperavano. A loro si faceva compagno un Filippo Doria, o per ambizione o per opinione. Si pruovava all'estremo caso ad insorgere; gl'inquisitori di Stato facevano carcerare due dei più audaci e temerarii novatori, sperando che il timore potesse frenare quella gente incitatrice. Fu indarno, poichè tanto favore l'aiutava dentro e fuori. Questa fu scintilla a suscitare ad incendio il fuoco che covava. Non così tosto giungeva ai congiurati la novella della carcerazione dei compagni, che furiosamente dato alle armi, e proprie od a questo fine apprestate in casa Morando, ed avendo Morando medesimo con Vitaliani e con Filippo Doria a guida, facevano improvvisamente, era il giorno 21 maggio, un tumulto terribile. Si rallegrava Faipoult che la rivoluzione nascesse in Genova per opera dei Genovesi, perchè in quella rivoluzione ei voleva ben essere, ma non parere. Venuti a lui due legati del senato, Gian Luca Durazzo e Francesco Cataneo, il pregavano che facesse dimostrazione di non secondare i novatori, ed operasse che la frenesia dei giornali milanesi contro Genova cessasse. Dava loro la volta sotto sulla prima richiesta, speranza per la seconda. Si metteva poscia sull'esortargli a riformare essi medesimi lo Stato ed a biasimarli dei tridui e delle novene come di dimostrazioni dirette ad odio dei Franzesi: cercava di temporeggiare, perchè gli accidenti di Venezia finissero. I congiurati con ischiamazzi orribili e con grida spaventose, cantando a tratto la marsigliese, s'incamminavano al palazzo ducale. Aggiungevansi per istrada, come suole avvenire, nuovi congiurati, e fra il popolo i più tristi e chi più ambiva il sangue o il sacco. A tanto rumore si adunava una calca incredibile fra quelle strette vie di Genova; serravansi a furia le botteghe; i buoni fuggivano, od erano tratti dalla tempesta. La folla tumultuosa giunta al palazzo, dov'era raccolto il senato, con minacciose grida addomandava i carcerati. Rispondevano con molta costanza i padri, a buona ragione sostenersi, si farebbe giustizia, fra breve paleserebbero al popolo l'intento loro. I sollevati avrebbero voluto sforzare il palazzo; il vietavano le guardie; si rimanevano perchè in quel primo impeto non avevano nè armi sufficienti, nè accordo, nè numero che bastasse. Riscaldati dal vino e dalle cose fatte, passavano la notte fra l'allegrezza dei piaceri presenti e la cupidigia dei tumulti avvenire.
Sorgeva ai 22 l'alba che doveva addurre a Genova un giorno funestissimo. Prorompevano dai ritrovi loro i congiurati, e, ad ogni passo ingrossandosi per l'accostamento di nuovi compagni, facevano una turba assai numerosa, con non pochi Lombardi ed alquanti Franzesi ancora. Il senato senza difese pel caso improvviso, si era perduto d'animo ed aspettava invece di operare.
Il popolo fedele al principe non si moveva. Andando loro il moto a seconda, i sollevati ardivano cose maggiori ed orrende. Traevano alle prigioni della Malpaga, sentina infame d'indebitati e di falliti, e rotte le porte non senza qualche violenza sanguinosa, e liberati ed armati i prigionieri, se li facevano compagni ai disegni loro. Cresceva il furore. Impadronitisi della darsena, davano la libertà ai condannati, e poste loro l'armi in mano correvano con l'infame satellizio di ladri e d'assassini a disfare uno dei più illustri governi del mondo.
Fatto indi concorso sulla piazza, e preso maggior animo da quei primi successi, bandivano con allegria e romore incredibile, essere spenta l'aristocrazia, Genova libera, i poveri esenti da' tributi, cassi gli antichi magistrati, creati i nuovi. Ma ancora temevano le porte in mano del governo, i popoli di Bisagno e della Polcevera deditissimi al nome del principe ed all'antica repubblica. Però, credendo non esser compiuta l'opera se allo aver acquistato l'interno non aggiungevano l'assicurarsi delle porte e delle mura, spedivano, a ciò consigliati da Morando e da Doria, i più audaci ed i meglio armati ed occupar l'arsenale, il ponte reale, la lanterna, le porte di San Tommaso e di San Benigno. Il che veniva agevolmente fatto, sorpresi essendo e pochi i difensori.
Intanto s'era il senato raccolto timoroso e non pari tanto estremo. Consultavano discordi, statuivano spaventati. Mandavano legati a Faipoult, perchè lo pregassero s'interponesse a concordia ed offerissero riforme negli ordini antichi. Piaceva la profferta al Franzese, per essergli aperta l'occasione, e, condottosi al senato, con efficacissime parole esortava i padri, cedessero al tempo, s'accomodassero al secolo, riformassero lo Stato, verso gli ordini democratici l'allargassero, questa sola via di salute restare. Stanziavano, si traessero quattro patrizi, i quali, convenendo con quattro deputati del popolo, fra di loro accordassero come e quanto la forma antica dovesse scendere alla democrazia. S'eleggevano i patrizii, gli eletti del popolo non comparivano; riuscì vano il tentativo. La massa de' novatori infuriata correva al ducale palazzo e contro di lui piantava un cannone, sforzandosi di entrarvi; ma cessava vedutolo ben custodito. Tuttavia pareva che più rimedio non vi fosse per reprimere la ribellione.
Ma ciò che non aveva fatto il senato senz'animo e senza forza, il faceva il popolo. Si adunava, correndo da ogni lato, principalmente dal porto, una gran massa di popolo minuto, carbonari, e facchini massimamente, ed opponendo allo improvviso grida a grida, nappe a nappe, armi ad armi, rendevano dubbia una vittoria che già pareva certa. Facevano risuonare per tutta la città voce festose ad un tempo e minacciose. Gli amatori del governo antico, siccome quelli che avevano a combattere coi libertini bene armati, anche di artiglierie a cagione della presa dell'arsenale, avvisavano d'impadronirsi dell'armeria, nella quale essendo entrati, distribuite a ciascuno l'armi, con ardore inestimabile si mettevano a correre contro la parte contraria. A loro si accostavano i soldati regolari rimasti fedeli alla repubblica, e fra questi alcuni che sapevano maneggiar le artiglierie. Si attaccava una battaglia asprissima, dove i padri combattevano contro i figliuoli, i fratelli contro i fratelli, ed il suono delle armi civili, già da lungo tempo insolito, si udiva da lungi ne' più segreti recessi de' liguri Apennini. Durava la battaglia parecchie ore; prevaleva finalmente la parte del senato, ricuperati, non senza molta fatica e sangue, dagli uomini fedeli a lui tutti i posti. Il quale fatto saputosi da' Morandiani, era cagione che precipitosamente abbandonassero l'impresa. La maggior parte fuggirono o nelle private case si nascosero: i più animosi, ristrettisi insieme, si facevano sforzatamente strada al ponte reale, che si teneva ancora per loro mediante il valore di Filippo Doria. Li seguitavano i vincitori, e s'accendeva a questo ponte una battaglia ostinatissima, combattendo dall'un dei lati la disperazione, dall'altro il furore, ed il numero ognor crescente delle genti. Erano finalmente oppressi i Morandiani con ferite e morte di molti: morì Doria medesimo. Usavano i vincitori molta crudeltà come nelle guerre civili: il cadavere di Doria fu lunga pezza ludibrio a quegli uomini infieriti.
In mezzo a quella furia perirono parecchi Franzesi, parte mescolati coi sollevati, parte non mescolati. Ciò fu in mal punto, perchè Buonaparte ne prese occasione per disfare il governo. Si vegliava la notte fra il dolore de' morti, il terrore de' vivi: s'accendevano i lumi alle case da chi per gioia, da chi per paura, perchè i carbonari minacciavano. Il senato vincitore per opera altrui, di nuovo si adunava per consultare sulle turbate cose. Mostravasi Giacomo Brignole doge al popolo, da cui era veduto e salutato con grandissimi segni di allegrezza. Faipoult, veduto che la forza de' novatori era stato indarno, tornava sull'esortare e più accesamente di prima insisteva sulla necessità delle riforme.
Si stava intanto per la signoria in grandissima apprensione del come l'avrebbe sentita Buonaparte. Gli scriveva il doge in nome del senato lettere molto sommesse di rammarico e di scusa pei Franzesi uccisi. Arrivavano, portate da Lavallette, aiutante del generalissimo, risposte funestissime: non potere, scriveva, la repubblica franzese tollerare gli assassinii e le vie di fatto di ogni sorte commesse contro i Franzesi in Genova da un popolo senza freno, suscitato da coloro che avevano fatto ardere la Modesta e maltrattare i Franzesi cittadini: se fra ventiquattr'ore i carcerati non si liberassero, se coloro che il popolo contro di loro avevano provocato non si carcerassero, se la feccia di quel popolazzo non disarmasse, aver vissuto la genovese aristocrazia e partirsi da Genova il ministro della repubblica: stare la vita de' senatori per quella de' Franzesi in Genova, tutto lo Stato per le proprietà loro. Del resto tale fu la forza della verità che Faipoult attestava ed affermava a Buonaparte, che il governo genovese aveva fatto in quell'accidente quanto per lui si era potuto per evitar i disordini; che in facoltà sua non era di comandare a coloro che, non che gli obbedissero, gli comandavano ed il difendevano; che delle uccisioni de' Franzesi i patriotti erano stati cagione per aver inalberato i tre colori; che senza questa insolenza democratica, nissun Franzese avrebbe perduto la vita; che i democrati soli avevano messo in pericolo i Franzesi; ch'essi avevano fatto oltraggio alla repubblica Franzese per aver usurpato i suoi colori nazionali: ch'essi finalmente avevano operato pazzamente per l'impeto sregolato, infamemente per l'apertura delle carceri e delle galere.
Quest'era la condizione di Genova: il senato sbigottito, e servo della moltitudine, e diviso per le opinioni, tra il non poter inveire contro il popolo perchè lo avea salvato, ed il dover inveire perchè gli agenti del direttorio gridavano vendetta. La moltitudine armata, fatta la buona opera di redimere il principe, prorompeva, come suole, in opere ree, oltraggiando e manomettendo gli onesti cittadini, solo perchè gli aveva per sospetti. Già la casa di Morando spogliata da capo a fondo, incomiciavano a spogliar le case con solo degl'innocenti, ma ancora dei benemeriti. Ogni cosa piena di terrore. Insisteva più acerbo che mai Faipoult, perchè si scarcerassero i Franzesi, si arrestassero gli uccisori, si dichiarasse non aver i Franzesi avuto parte nella ribellione. Infuriava Lavallette e secondava Faipoult. Affermava che i carbonari erano stati pagati perchè uccidessero i Franzesi, e che per ordine espresso erano stati assassinati. Orrore, dolore, terrore prendeva i senatori alla richiesta. Resistevano in prima, poi, spinti dall'ultima necessità, arrendendosi facilmente quei della parte franzese, a loro malgrado consentirono.
Il fine principale a cui miravano tutte le arti, gli spaventi e le minacce, non era punto la liberazione di pochi carcerati, nè l'incarcerazione di pochi magistrati. Volevasi la mutazione. Perilchè, vintesi dagli agenti repubblicani le prime domande, insorgevano con maggior calore, richiedendo il senato riducesse lo stato a forma più democratica e facesse abilità ai legati che si volevano mandar al generalissimo, di accordar con lui il cambiamento che si desiderava; e alla richiesta aggiungendo rappresentazioni, considerazioni ed esortazioni calorosissime.
Cotali esortazioni fortissime in sè stesse, operavano gagliardamente. Pure trovava non poca difficoltà; perchè molti dei senatori vedevano in quei reggimenti democratici, non amore nè gratitudine per la rinunziazione dei privilegii, ma scherni e persecuzione, nè cambiando era andare dall'aristocrazia alla democrazia, ma bensì dal dominio consueto al dominio di una parte prepotente. Atterriva anche l'esempio di Venezia, che già si vedeva non avere, pel cambiamento fatto, trovato nè la libertà nè la concordia. Così si stava in pendente, e come accade nei casi dubbii e pericolosi, si amava lo stare solo perchè lo stare era consueto.
Mentre si deliberava nel piccolo consiglio di quanto si dovesse fare in quella occorrenza di suprema anzi di unica importanza per la patria, comparivano le prime squadre di Rusca, le quali, sparsesi prima per la Polcevera, si distendevano poscia insino alle porte di Genova. Si udiva eziandio che Serrurier poco lontano succedeva con le sue, e che da Cremona si muovevano nuovi soldati per dar rinforzo a Rusca ed a Serrurier ove da per sè non bastassero. Erasi alcuni giorni innanzi appresentata alla bocca del porto l'armata di Brueys; ma per la istanza del Senato e per la tempera del popolo, che non l'avrebbe lasciata entrare quietamente, aveva Faipoult operato, che l'ammiraglio se ne tornasse verso Tolone. Sebbene però quell'armata si fosse ritirata, si sapeva che andava volteggiandosi ora a vista ed ora poco lontana dalla riviera di ponente, e poteva dare animo e fare spalla facilmente ai novatori della riviera ed a quei della metropoli. Nè fu l'esito diverso dal prevedere; perchè tra la presenza di Rusca nella Polcevera, alcune squadre di soldati franzesi sparsi nella riviera e la prossimità di Brueys, si tumultuava in vari luoghi, non senza sangue; gli abitanti delle ville e delle montagne combattevano acremente i novatori. Ciò nonostante questi ultimi erano rimasti superiori in Savona, e già in essa e nel Finale e nel porto Maurizio avevano piantato l'albero che chiamavano della libertà. Il senato, minacciato da una setta potente nella sua sede medesima, attorniato da soldati forastieri, lacerato dalla guerra civile, stretto continuamente dagli agenti di Francia, che sempre parlavano dello sdegno del direttorio e di Buonaparte, non aveva più libertà di deliberare.
Cedevano i padri, perchè il contrastare era impossibile. Statuivano, si riformerebbe lo Stato; la mutazione, quantunque in termini generali, al popolo si annunzierebbe. Mandavano poi legati a Buonaparte, con facoltà di accordare con lui la forma futura degli ordini politici, i nobili Michiel Angelo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gerolamo Serra. Partivano i deputati per Montebello, alloggiamento di Buonaparte. Partivano anche, conseguito l'intento, per alla volta medesima Faipoult e Lavallette, per informare il generale dell'adempimento delle commissioni loro, e per consigliarlo intorno alle persone che per gl'interessi della Francia si convenisse introdurre nel nuovo reggimento.