Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 59
La dichiarazione di guerra fatta da Buonaparte non pareva poter bastare per arrivare al fine del cambiar la forma del governo veneziano. Per arrivarvi aveva con tanto veementi parole intimorito i legati veneziani, toccato loro il capitolo del cambiamento di governo: a questo medesimo fine aveva ordinato a Baraguey d'Hilliers che si accostasse coi soldati alle rive dell'estuario e d'ogni intorno tempestasse, come se volesse farsi strada alla sede stessa della repubblica: a questo fine ancora Villetard e gli altri repubblicani rimasti a Venezia menavano un rumore incredibile contro l'aristocrazia, esaltavano la democrazia, accennavano che il solo mezzo di placare lo sdegno di Buonaparte era di ridurre il governo democratico: a questo fine altresì dai medesimi continuamente si animavano e si concitavano contro le antiche forme gli amatori di novità, ed eglino, confortati dall'aspetto delle cose ai disegni loro tanto favorevoli, più apertamente insidiavano e minacciavano lo Stato: al medesimo intento finalmente si spargevano ad arte voci di congreghe segrete, di congiure occulte, d'armi preparate. Il terrore era grande, le fazioni accese, i malvagi trionfavano; dei buoni i più ristavano per timore dell'avvenire, volendo accomodarsi al cambiamento che si vedeva in aria; pochi coraggiosi procuravano la salute della repubblica.
Non ostante tutto questo, le trame ordite facevano poco frutto nel senato in cui sedeva la somma dell'autorità, perchè egli era, o per prudenza o per consuetudine o per ostinazione, risoluto a voler perseverare nelle massime dell'antico Stato; già aveva ordinato che diligentemente e fortemente si munisse l'estuario. Prevedevano i novatori che, ove fosse commesso al senato di proporre alterazioni negli antichi ordini della costituzione al consiglio grande, in cui si era investita la sovranità e dal quale solo simili alterazioni dipendevano, non mai il senato vi si sarebbe risoluto. Per la qual cosa coloro che indrizzavano tutti questi consigli segreti, si deliberarono di trovar modo per evitare l'autorità del senato, allegando che ad accidenti straordinarii abbisognavano rimedii straordinarii. I savi attuali, dei quali Pietro Donato aveva qualche entratura con Villetard, operarono in modo che si facesse un'adunanza insolita nelle stanze private del doge, la sera del 30 aprile. Interveniva il doge Manin, i suoi consiglieri, i tre capi delle quarantie, i savii attuali, i savii di terraferma, i savii usciti ed i tre capi del consiglio dei Dieci. Si trattava in questa adunanza di ciò che si convenisse fare in sì luttuosa occorenza per la salute della repubblica. Il principal fine era di rappresentar le cose in maniera che il consiglio grande autorizzasse l'alterazione degli ordini antichi.
Il doge, venezianamente favellando, cominciava il suo discorso in questi termini: «La gravità e l'angustia delle presenti circostanze chiama tutte elle a proponer il miglior mezzo possibile per presentar al supremo maggior conseio el stato nel qual se trovemo per le notizie che sta sera ne avanza Alessandro Marcello, savio de settimana. Prima peraltro ch'elle fazza palese la loro opinion, le abbia la bontà de raccoglier brevemente quel che xe per espornerghe el cavalier Dolfin.»
Assumendo le parole il cavalier Dolfin, ragionava che fosse molto a proposito alle cose della repubblica l'obbligarsi Haller, col quale egli aveva amicizia ed era, secondo ch'egli opinava, molto innanzi nello animo di Buonaparte, per mitigare il vincitore. La quale proposta dimostra a quanto abbassamento fosse condotta quell'antica e gloriosa repubblica; poichè ero parere di uno de' principali statuali, già ambasciadore in Parigi, che si aspettasse la sua salute in sì ponderoso momento dall'intercessione di un pubblicano.
Non erano ancora gli animi de' circostanti tanto abietti che non deridessero la vanità del partito posto dal Dolfin. Seguitavano diversi pareri. Voleva Francesco Pesaro che non si alterasse a modo alcuno la costituzione e si facessero le più efficaci risoluzioni per difender fino all'estremo quell'ultimo ridotto della potenza veneziana. Disputava dall'altra parte Zaccaria Vallaresso, si desse autorità ai legati di trattare con Buonaparte dell'alterazione degli ordini. Mentre si stavano esaminando i partiti posti, ecco per Tommaso Condulmer, soprantendente alle difese dell'estuario, arriva novelle che già i Franzesi dalle rive dell'estuario tentavano di avvicinarsi a Venezia. Parve si udisse il romor de' cannoni. Si suscitava gran terrore fra gli adunati; il serenissimo principe, tutto paventoso, più volte e su e giù per la camera passeggiando, lasciava intendere queste parole: «Sta notte no semo sicuri neanche nel nostro letto». Per poco stava che per suggerimento di Pietro Donato ed Antonio Ruzzini non si cedesse e non si trattasse della dedizione. Vinceva peraltro ancora in questo la fortuna della repubblica; perchè opponendosi gagliardamente al partito Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo, si mandava al Condulmer resistesse alla forza con la forza. Non ostante, operando il timore e le instanze dei novatori, fu preso partito che il doge medesimo esponesse al maggior consiglio la condizione della repubblica; proponesse la facoltà di alterar la costituzione, si convocasse il maggior consiglio il dì seguente, primo di maggio. Fatta questa risoluzione, e mentre ella tuttavia si stava dal segretario Alberti distendendo, il procurator Pesaro lagrimando disse in dialetto veneziano queste parole: «Vedo che per la mia patria la xe finia; mi no posso sicuramente prestarghe verun aiuto; ogni paese per un galantomo xe patria; nei Svizzeri se pol facilmente occuparse.» Poi cesse da Venezia.
Era la mattina del primo maggio, quando la repubblica veneta doveva cadere da per sè stessa. Era il palazzo pubblico circondato per ogni parte da genti armate, i cannoni presti, le micce accese, apparato insolito da tanti secoli in quella quieta repubblica. Custodivano, per antico rito gli arsenalotti le interiori stanze del palazzo; i capi di strada pieni di uomini in armi. Si maravigliava il popolo, ignaro della cagione, a quel romor soldatesco; la città tutta occupava un grandissimo terrore; quei luoghi medesimi che per sapienza di governo, per benignità di cielo, per fortezza di sito erano stati sempre pieni di gente, allegrissima per natura, civilissima per costumi, ora risuonava d'armi e d'armati, e quelle armi e quegli armati accennavano, non a salvamento, ma a distruzione della patria.
Convocati i padri al suono delle solite campane e adunatisi in maggior consiglio, rappresentava con gravissime parole il doge la funesta condizione a cui era ridotta la repubblica; e dopo ch'ebbe nel patetico suo discorso annoverate le vicissitudini precorse; «Cedessero adunque, cedessero, esortava, ad una necessità ineluttabile, e poichè l'estremo de' tempi era giunto, in quell'estremo tempo pensassero che meglio era recidere qualche ramo, sebbene essenziale, che l'albero tutto; che cosa di poco momento era una modificazione, purchè si conservasse la repubblica; che bisognava, a guisa di provvidi marinari, far getto di una parte del carico per salvare la nave. Li pregava pertanto e scongiurava, per quanto avessero cara la patria, per quanto avessero care le famiglie, per quelle mura stesse tanto magnifiche e tanto dilette, per la nobile Venezia, per la salute di lei, per quanto aveva in sè di dolce, di augusto e di reverendo un'antica congiunzione d'amore e d'interessi, udissero benignamente quello ch'erano per proporre alla sapienza loro i savii, a fine di far abilità ai zelanti legati eletti a trattare col supremo dispositore delle cose franzesi in Italia, di qualche alterazione negli ordini fondamentali della repubblica.»
Queste compassionevoli parole del doge ingenerarono terrore, dolore e pianto negli ascoltanti. Favellava nella medesima sentenza Pietro Antonio Bembo, che fu poi uno de' municipali eletti da Villetard. Posto il partito e raccolti i voti, fu approvato con 598 favorevoli e 21 contrarii. Lodava il doge la virtù del maggior consiglio, esortava ad aver costanza, a non disperare della repubblica, a tener credenza del partito deliberato; poscia tra il dolore, la mestizia ed il terribile aspetto dell'avvenire si scioglieva il consiglio.
Il capitano in tanto perseguitava Venezia. Calava Buonaparte dalle noriche Alpi e la circuiva d'ogni intorno. Villetard l'insidiava dentro. Ma in tanta depressione di spiriti e viltà d'animi, costanza somma mostrava in Treviso, in cospetto del generalissimo, Angelo Giustiniani, provveditore di quella provincia, mentre sdegnato quegli accusava i Veneziani di perfidie, di tradimenti, di assassinii; minacciava sterminio, domandava il sangue di Pesaro, degl'inquisitori, del comandante del Lido.
Intanto i macchinatori non si ristavano in Venezia, non contenti al cambiamento parziale autorizzato dal consiglio grande. Spargevano voci insidiose, non potersi resistere, dovere lo Stato accomodarsi al secolo con un totale cambiamento negli ordini primitivi; potere Venezia vivere ancora gloriosa lungo tempo; antiquate essere le sue forme, alcune inutili, alcune dannose, alcune ridicole; popolo, popolo vuol essere; non patriziato, non aristocrazia; la ragione aver a governare gli Stati; i diritti essere per natura uguali, dover essere uguale l'autorità; nuovi secoli sorgere alla rigenerata umanità; nuova libertà nascere, non di pochi potenti, comandanti a molti schiavi, ma di tutti sovrani comandanti a nessuno schiavo. Quindi la cosa ritraevano a Venezia: detestavano Pietro Gradenigo, lodavano Baiamonte Tiepolo; i piombi, i molinelli, il canale Orfano con frequenti discorsi memoravano, gl'inquisitori di Stato abbominavano. Capi a costoro erano un Giovanni Andrea Spada, di fresco uscito dai piombi, antico daziero, e, come troviamo scritto, antico esploratore e rapportatore degl'inquisitori, ed un Tommaso Pietro Zorzi, di professione droghiere. Seguitavano, ma più celatamente e più con desiderii dimostrati che con opere attive, un Gallino da Padova, un Giuliani da Desenzano, un Sordina da Corfù, finalmente un Dandolo da Venezia, uomo assai chiaro per fama, per dottrina, per eloquenza e per un certo splendore d'animo e di corpo che molto il rendevano osservabile. S'aggiungevano, come suol avvenire, donne amatrici d'una politica libertà che non intendevano; ma siccome elle avevano l'animo volto al bene, così formavano nelle facili fantasie loro una immagine di libertà piena di ogni bene, spoglia di ogni male.
Ma trattando di coloro che tenevano lo Stato, alcuni per debolezza non erano capaci di risoluzione generosa ed obbedivano al tempo. Altri per ambizione o per opinione secondavano il moto. S'accostavano ai promotori di novità, parte ingannati, parte ingannatori; non pochi altri che credevano che una mutazione nelle forme politiche avesse a ritrar la repubblica da quell'abisso in cui era precipitata. Aveva contrastato a tutti questi gagliardamente Francesco Pesaro; poi quando cesse dalle faccende della patria, anzi dalla patria stessa, contrastava la maggior parte dei savi di terraferma, fra di loro più animosi mostrandosi e più vivi Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo.
Principalissimo fondamento ai disegni dei novatori era Villetard, segretario del ministro di Francia, il quale, sebbene fosse stata dal generalissimo intimata solennemente la guerra ai Veneziani, continuava a starsene come persona pubblica a Venezia; ed anzi teneva alzato alla sua porta lo stemma della repubblica di Francia, testimonianza sensibile della rotta irregolarità di quei tempi e della debolezza del governo veneziano. Era Villetard giovane molto infiammato nelle opinioni di quei tempi, ma d'animo integerrimo: i suoi maneggi in Venezia piuttosto da un grande errore di mente che da perversità di cuore procedevano; le geometrie politiche gli avevano stravolto lo intelletto.
Adunati ed ordinati in tal modo tutti gli amminicoli di distruzione, restava ad ordinarsi il modo di usargli, perchè sortissero l'effetto proposto; del che i capi non istavano lungo tempo in forse. Villetard, Donato e Battaglia continuamente istavano presso il governo, acciocchè riformando gli ordini e riducendoli alla forma democratica, pensasse finalmente alla salute sua. Spaventavano rapportando che il numero degli scontenti e dei novatori era incredibile, che cresceva ogni dì più, che già erano sedici mila, che già si congiurava alla rovina dello Stato, e molte altre cose aggiungendo.
Tutte queste rapportazioni partorivano effetti maravigliosi in animi ammolliti da lunga pace ed insoliti a sì terribili rimescolamenti. I raggiratori, veduto il tempo propizio e temendo che la riforma si arrestasse a mezza strada, e che solo il governo si allargasse, ma non scendesse fino alla forma democratica, si misero in sul fare maggiori spaventi e in sul volere che del tutto il patriziato si abolisse. Di questo negozio arrivavano cenni da Milano, dove Buonaparte si era condotto coi due legati veneti, ai quali era stato aggiunto per terzo Alvise Mocenigo. Recavano le Milanesi novelle, la salute della repubblica consistere nella abolizione del patriziato e nella creazione della democrazia pura. Di questo scrivevano i veneti legati; di questo quell'Haller che si era fatto da pubblicano uomo di Stato. Perchè poi non mancasse a questa fraude anche la parte del ladroneccio, si dava voce che sei mila zecchini di beveraggio, senza dir per chi, avrebbero fatto gran forza. Adunque tra gli spaventi e le speranze, tra le minaccie e le promesse, si piegava la consulta del doge, e con lei il maggior consiglio, il dì 4 di maggio, ad ampliare il mandato ai legati, acciocchè potessero consentire all'annullamento del patriziato ed alla creazione della democrazia. Fu anche fatto abilità al savio cassiere di rimettere all'ebreo Vivante, perchè li trasmettesse a Milano, i sei mila zecchini in tante paste d'oro e d'argento che ancora si ritrovavano nella zecca.
Avendo Venezia ceduto, vieppiù insorgevano i repubblicani. Non si soddisfacevano del tutto del mandato fatto ai legati di consentire al cambiamento totale della forma del governo; desideravano che il maggior consiglio di per sè stesso rinunziasse alla sovranità, abolisse il patriziato e creasse la democrazia. Pareva questa mutazione più solenne e più sicura. Desideravano al tempo stesso di occupare co' soldati franzesi Venezia, e far apparire che l'occupazione di una città tanto nobile e tanto importante in Europa fosse spontaneamente chiamata da dentro, non violentemente prodotta da fuori. In questo si proponevano mille altri fini di non poco momento, ed erano l'entrare di queto, l'avere intiero ed intatto l'arsenale e tutto che fosse del pubblico, il poter volgere tutte le forze del territorio veneto contro l'imperatore, se la pace non si effettuasse, e contro l'Inghilterra, che tuttavia perseverava in condizione ostile. Per la qual cosa, mentre Villetard e chi operava con lui tendevano insidie al governo in Venezia per ispegnerlo, Buonaparte negoziava molto apertamente fra i conviti e le feste un trattato coi legati della repubblica in Milano.
All'indurre il gran consiglio a cambiare lui medesimo la forma del governo, ed all'introduzione di un presidio franzese indirizzavano Villetard ed i Veneti che il secondavano, tutti i loro pensieri. Per questo si rendeva necessario il privare Venezia delle sue difese con disarmare i legni e con allontanare gli Schiavoni che vi alloggiavano in numero di circa dodicimila. Per questo Morosini, che aveva il carico di preservare quell'antica sede della sua patria, spargeva che i congiurati crescevano di numero e di forza, che oggimai non si potevano più frenare, che nuovi soldati abbisognavano. Intanto da persone apposta si accusava la fede degli Schiavoni, si affermava, voler loro fare un moto per saccheggiare. Dava favore a questi spaventi Condulmer, affermando non essere le difese apprestate nelle lagune abili ad arrestare i Franzesi, ove si risolvessero a passarle per assaltar Venezia; già esser grossi a Mestre, già da Fusina minacciare, già Brondolo e Chioggia pericolare dalle armi loro.
Quando più operava nell'animo dei patrizii il terrore, parendo ai congiurati che fosse il momento propizio, si appresentavano per suggestione di Villetard, alle camere del doge Spada e Zorzi, facendo una gran pressa di essere uditi per cosa che, come dicevano, importava alla salute della repubblica. Furono destinati ad udirli Pietro Donato e Francesco Battaglia, e quindi, sulle loro rapportazioni, ad intendere dal segretario di Francia quello che vero fosse dei detti di Spada e di Zorzi. Tornati riferivano, Villetard, non per modo di richiesta, ma di consiglio, avere dimostrato, importare alla salute della repubblica che si abolisse nel giorno stesso il patriziato, s'instituisse la democrazia e di più le seguenti condizioni si effettuassero: si carcerasse il conte d'Entraigues, agente del re Luigi, e tutti i suoi ricordi si dessero in mano del generalissimo; si liberassero i carcerati per opinione; gli Schiavoni partissero; si surrogasse una guardia nazionale; si pubblicasse un manifesto per voce del governo; si creasse un municipio di trentasei Veneziani di ogni classe; le città di terraferma e delle isole venete s'invitassero a mandar deputati in Venezia a fine di comporvi un consesso generale di governo temporaneo; tutti i delitti politici si condonassero; vi fosse libertà di stampare, sì veramente che del passato nè quanto alle persone nè quanto al governo non si parlasse; si chiamassero i Franzesi a presidiar la città con quattromila soldati, ed occupassero l'arsenale, il castello Sant'Andrea, Chioggia e tutte le isole circonvicine che fossero a grado del generalissimo; con questo l'assedio si togliesse; la guardia nazionale custodisse la camera ed altri posti d'onore. Il doge Manin fosse presidente del municipio, Andrea Spada vicepresidente; Querini si richiamasse da Parigi; si mandassero deputati a Buonaparte per annunziar la nuova forma del governo; si spacciasse col fine medesimo alle repubbliche Batava, Cispadana, Transpadana e Genovese.
Accordati tutti questi capitoli fra i deputati della consulta del doge ed il segretario di Francia, che altri ne volea aggiungere, ma fu dissuaso da Battaglia, restava che il maggior consiglio gli approvasse. Per questo Donato e Battaglia avevano persuaso a Villetard, il quale voleva che senza soprastamento si mettesse mano all'opera, aspettasse tre o quattro giorni, affinchè potessero fare le pratiche necessarie per indurre il maggior consiglio alla risoluzione. Incominciavano il maneggio con le solite promesse e coi soliti spaventi; fra le altre insidie si mandava attorno una lettera di Haller, apportatrice delle risoluzioni di Buonaparte, che cessassero i diritti ereditarii, che si creasse la democrazia, che si fondasse il governo rappresentativo: se nol facessero volontariamente, verrebbe egli a farlo per forza. Di notte tempo Spada svegliava all'improvviso Battaglia, e gli mostrava la lettera, la mattina molto per tempo la recava alla signoria. Intanto gli Schiavoni, sola sicurezza contro gli assalti e forastieri ed interni, erano stati fatti imbarcare, e già se ne stavano sulle navi aspettando il vento prospero per alla volta di Zara; le lagune disarmate da Condulmer.
Era il giorno 12 di maggio destinato da chi regge queste umane cose alla distruzione della veneta repubblica. Era adunato il maggior consiglio, gli arsenalotti, ma pochi, il custodivano; le navi difenditrici ritirate dall'estuario si accostavano vuote al lido; si vedeva un avviluppamento degli ultimi Schiavoni che s'imbarcavano; il popolo atterrito, nè ben sapendo che significassero que' tristi presagi, si raccoglieva in folla intorno al palazzo: i congiurati di dentro discorrevano per ridurre il maggior consiglio a spegnere l'antico governo; i congiurati di fuori spargevano mali semi. Aiutava le fraudi loro la risoluzione del primo maggio favorevole al modificare le antiche forme. La setta democratica trionfava.
Orava il doge pallido e tremante sui pericoli presenti: parlava delle congiure, de' desiderii di Buonaparte, dell'inutile resistenza, e delle promesse date, se si riformasse: proponeva in fine il governo rappresentativo. Mentre si stava deliberando, ecco udirsi improvvisamente alcune scariche d'archibusi fatte per festa e per forma di saluto nell'atto del partire dagli Schiavoni, che nel sottoposto canale s'imbarcavano; rispondevano ugualmente per festa e per forma di saluto coi tiri loro i Bocchesi alloggiati a San Zaccheria. Un subito spavento prendeva gli adunati padri; credettero che fossero i congiurati intenti ad ammazzare il doge e tutto il ceto patrizio, siccome ne era corsa fama per le congiure; si aggiravano per la sala privi d'animo e di consiglio. Gridavano confusamente e con gran pressa, parte, parte, che in lingua veneziana significava, squittinisi, squittinisi. Posto il partito, si vinceva con 512 voti favorevoli, 20 contrari, 5 non sinceri. A fine di preservare incolumi, diceva il decreto, la religione, le vite e le sostanze degli amatissimi sudditi della città di Venezia, e di allontanare l'imminente pericolo di novità violente, ed altresì sulla fede che fossero i giusti riguardi avuti verso il ceto patrizio, e verso tutti i partecipi dello Stato, e con questo che la sicurtà della zecca e del banco fosse guarantita, conforme ai partiti già presi il primo e quarto giorno di maggio; accettava il maggior consiglio il governo rappresentativo, purchè a questo fossero conformi i desiderii del generalissimo di Francia; ed importando che in nissun modo senza tutela la patria comune restasse, si faceva carico ai magistrati di provvedervi. A questo modo i patrizii veneti dell'antichissima loro autorità si dispogliarono, non con dignità in una tanta disgrazia, ma minacciati da due sudditi di oscuro nome ed aggirati da due colleghi infedeli; non per armi perirono nè per assalto di un nemico aperto, ma per fraude di amici disleali. Non mancò il popolo al governo, ma il governo al popolo, e morì una pianta con le radici buone, perchè era la testa guasta; nè ebbero i patrizi il conforto dello aver perduto lo Stato per virtù superchiata, perchè coraggio non mostrarono e la cautela fu vizio. Epperò se i buoni ebbero compassione a Venezia pel destino, la biasimarono per debolezza; i tristi la schernirono. Ma certamente esempio terribile fu; il caso di Venezia turbò allora tutto il gius pubblico d'Europa.