Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 56

Chapter 563,228 wordsPublic domain

Era la mattina del 12 marzo, quando un moto insolito si manifestava in Bergamo; i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano, aiutare i Franzesi l'impresa; fermavansi tratto tratto ai capi delle strade, poi di nuovo marciavano; guardie franzesi raddoppiate alle porte, cannoni condotti dal castello in piazza, due rivolti al palazzo; interrogato il comandante franzese dal podestà che cosa volesse significare questo, accusava pattuglie insolite di soldati veneziani e della sbirraglia. Erano in Bergamo due compagnie di cavalleria croata, due di fanti d'oltremare, tre d'Italiani, forse, con tutto questo, trenta sbirri; non montavano fra tutti a quattrocento; i Franzesi quattromila, se non mentivano le polizze, perchè per altrettanti forniva i viveri la provincia. Di quei pochi, col castello in mano, con tutte le artiglierie in suo potere, temeva il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti gli amatori dello Stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo. Lefevre, comandante per Francia, fatti chiamare a sè i deputati alle provvisioni, intimava loro, avessero a sottoscrivere il voto per la libertà ed unione del Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol facessero, andrebbe la vita. In questo mezzo, due uffiziali repubblicani, l'Hermite e Boussion, presiedevano ai voti per la libertà ed unione alla Cispadana. Sottoscrivevano alcuni per amore, molti per forza. Era un andare e venire, una confusione, un trambusto incredibile. Scendeva la notte intanto e rendeva più terribile l'aspetto delle cose. In questo mentre si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo stendardo veneto che ancora sventolava sulle mura del castello. Era ancor libero Ottolini; instava presso a Lefevre, comandante, della santità dei neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera, faceva udire questo suono che il popolo di Bergamo era libero, che per questo egli aveva fatto torre lo stendardo veneto; che le intraprese lettere del podestà (queste erano le lettere con le quali Ottolini mandava agl'inquisitori di stato la nota dei congiurati, e che erano state intercette ed aperte da Lefevre) gli servivano di regola; che però egli, Ottolini, avesse a sgombrare tosto da Bergamo; quando no, il manderebbe carcerato a Milano. Mentre il comandante minacciava Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e con loro i conti Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa franzese. Di bel nuovo intimavano ad Ottolini, partisse subito o sarebbe mandato a Milano. Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in potere dei novatori; i soldati veneti, prima disarmati poi mandati a Brescia.

Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per informare, come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano entrati in ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del popolo sovrano di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo conquistato la libertà, desiderare collegarla con quella della Cispadana; l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo cispadano.

Pubblicavansi frequenti scritti, parte seri, parte faceti, parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di Venezia, sugl'inquisitori di Stato, sulla tirannide di Ottolini, sull'aristocrazia, sull'oligarchia e simili altre parole greche: strana occupazione di menti nel condannare in altri ciò che era in sè.

Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana. Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione a Brescia per vieppiù stabilire nella devozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso Ottolini, quando era ancora in ufficio, d'informare il provveditore straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa città, e gli aveva mandato i nomi dei congiurati, dei quali non si era punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti, il che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il 21 del mese, e ad arrestarli e ad ucciderli. Inoltre, il rappresentante veneto a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore straordinario, stesse avvertito, perchè la congiura era vicina ad aver effetto: si armasse, non si fidasse del comandante franzese del castello di Brescia perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose turbavano l'animo del provveditore, e lo tenevano sospeso; non sapeva a qual partito appigliarsi; le artiglierie in mano de' Franzesi; il castello poteva fulminare la città. Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva qualche entratura d'amicizia, macchinarsi in Brescia, contro lo Stato, da gente scellerata sotto nome di protezione franzese; e stantechè tutte le artiglierie venete erano in poter suo, richiederlo che lo accomodasse di sei ad otto, perchè si potesse difendere; richiederlo, oltre a ciò, vietasse ai soldati lombardi il passo per la città, frenasse chi si vantava della protezione di Francia. Dei cannoni nulla rispondeva Buonaparte; dei Lombardi e del frenare rescriveva, non doversi perseguitare gli uomini in grazia delle loro opinioni, non essere delitto se uno inclinava più ai Franzesi che ai Tedeschi, come se in questo caso si trattasse tra Franzesi e Tedeschi, e non tra ribelli ed uno stato al quale egli aveva tolto i mezzi di difesa; e come se ancora si trattasse di opinioni e non di fatti e di congiure contro lo Stato. Desiderava finalmente di vedere il provveditore. Accrescevano il pericolo ed il terrore i moti di Bergamo. Le cose si avvicinavano all'estremo fine.

Ecco la sera del 17 marzo arrivare improvvisamente le novelle, essere giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali franzesi condotti da un Antonio Nicolini, Bresciano, aiutanti di Kilmaine, ed impedire il passo ad una squadra di cavalleria che da Brescia mandava il provveditore a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori, perchè una massa di circa cinquecento tra lombardi e bergamaschi, guidati da capi franzesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con due cannoni, certamente avuti da' Franzesi, perciocchè portavano lo stemma imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina del 18 già erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo punto aprir le cannoniere del castello che miravano ai palazzo. Dei congiurati, quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi andato all'incontro de' lombardi, e chi sparso in vari luoghi eccitava il popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà che si armassero i soldati della repubblica e con la forza si resistesse ai ribelli; Battaglia titubava per paura dei Franzesi, de' nobili e di tutto: certo il minor male che si possa dire di lui è che ebbe paura. La somma fu, che sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante, dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto a fulminare; poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà de' novatori. Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato, ch'era fuggito. Arrestarono Battaglia, e per poco stette che non lo uccidessero. Lo serravano poscia in castello, dov'era custodito da soldati franzesi.

Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia a Venezia. Scriveva il senato le sue querele al ministro Lallemand; le scriveva al nobile Querini in Francia. Si rispondeva che non si sapeva capire, che i Franzesi non s'ingerivano, che la Francia era amica a Venezia, che qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle soldatesche. Ma la importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della somma delle cose in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due savi del collegio, Francesco Pesaro e Giambattista Corner, affinchè gli dimostrassero quanto offendessero la neutralità e la sovranità della repubblica le cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera de' comandanti franzesi, e quanto fossero contrarie alle protestazioni di amicizia che la repubblica di Francia continuamente ed anche recentemente aveva fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo ed asseverantemente protestassero dell'incorrotta fede e della costante amicizia del senato verso la Francia; stringesserlo a disapprovare pubblicamente la condotta de' comandanti delle due città ribellate ed a restituire i due castelli, fonti evidenti della ribellione; richiedesserlo infine che consentisse che il senato con le armi in mano rimettesse sotto la obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il generale repubblicano, espostogli il fatto da' legati, rispondeva, non abbastanza ancora essere sicure le sorti della guerra, perchè potesse restituire alla repubblica i castelli occupati: potrebbe il senato fare quanto gli sarebbe a grado per sottomettere i ribelli, purchè le genti franzesi e gl'interessi loro non ne fossero offesi: del comandante di Bergamo, perchè questi più di quel di Brescia si era mescolato nella rivoluzione, ordinerebbe fosse condotto a Milano e processato; sarebbe, se colpevole, castigato: allegava, essere sincera la fede della Francia verso Venezia. Trapassando poscia più oltre, si offeriva ad usare le proprie forze per ridurre i novatori a devozione del senato, e che ove ne fosse richiesto, il farebbe. Toccava finalmente che sarebbe bene che Venezia più strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.

Ma mentre affermava Buonaparte, essere in potestà del senato il fare quanto gli parrebbe conveniente per ridurre allo ordine i ribelli, pubblicava Landrieux a Bergamo, forse volendo ricoprire, con mostrar severità i sospetti, che potevano concepirsi di lui dai repubblicani di Francia e d'Italia, che nissuna gente armata sarebbe lasciata entrare nè in Brescia nè in Bergamo, e che se alcuna vi si appresentasse, questa avrebbe assalito, come nemico, con tutte le sue forze. Le cose però da più alta sede pendevano che da Landrieux, perchè visitato a Parigi dal nobile Querini uno dei cinque del direttorio, e dettogli, che poichè i Franzesi protestavano non volersi mescolare nel governo interno delle città venete, doveva riuscire cosa indifferente al direttorio se il senato rimettesse nel dovere i Bergamaschi, rispondeva risolutamente il quinqueviro, non lo sperasse e che finchè fossero in Bergamo truppe franzesi, non l'avrebbe mai il direttorio permesso. E terminava dicendo, che infine non toccava alla repubblica di Venezia a comandare alla Franzese, e che vedeva bene che i discorsi del Querini dimostravano che il governo veneto non si fidava della lealtà del direttorio, ma che se così fosse, avrebbe potuto farlo pentire. Da ciò si vede quale concetto si dovesse fare della condiscendenza di Buonaparte.

Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i legati, parendo loro cosa enorme, pericolosa e di pessimo esempio, che soldati forastieri si adoperassero per tornare a devozione i ribelli della repubblica. Per la qual cosa negavano l'offerta, restringendosi con dire che, poichè i castelli erano in mano dei Franzesi e servivano di appoggio ai turbatori dell'antico Stato, ragion voleva, acciocchè si pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche dimostrazione pubblica per disapprovare i moti che si erano suscitati. Al che non consentendo rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle nuove opinioni che molto avevano aiutato le sue armi, sarebbe certamente incolpato se ora si dimostrasse avverso a coloro che si erano scoperti fautori del nome e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si sarebbe piegato, quando il direttorio precisamente comandato glie l'avesse. Tornava poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia colla Francia, proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava esser questo il mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Rispondevano i legati della repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia; dell'alleanza risolverebbe quando, ritratta l'Europa da quell'immenso disordine e ricomposta in questo Stato, potrebbe con sicurezza di consiglio deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore: poi tornando sulle antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani il ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava quanto fosse in lui lo sprezzo della neutralità.

Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine, generale che reggeva la Lombardia, biasimando il comandante di Bergamo. Ma come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o finte che fossero, perchè la lettera che gli si attribuisce è di data incerta, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema, opera non solo certa, ma anche evidente delle truppe Franzesi. Occupavano violentemente la città, e, distrutta per la forza e per l'inganno l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne givano affermando che i Franzesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Creavasi il municipio, piantavasi l'albero, ballavavisi intorno, appiccavasi una fune al collo del Lione di San Marco come se fosse tempo da ridere; facevasi la luminaria, gridavasi libertà. Il podestà fu lasciato partire senza offesa.

Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere nuovi pensieri tanto nei capi franzesi, quanto nel senato veneziano, così come ancora fra i sudditi che si conservavano fedeli. Vedevano i primi che l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era di somma importanza ai loro ulteriori disegni. Principale fondamento ad ogni moto era Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini fieri e bellicosi. Quivi pur accorrevano Dombrowski co' suoi Polacchi, Lahoz co' suoi Italiani, e davano incentivi con le parole, animo con le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani, Milanesi, Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuatamente, chi con lingue pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi erano incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse andar sossopra tutta ed a ruina la veneziana repubblica. Lahoz, Gambara, Lecchi ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato in questi moti, trionfavano.

Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente della potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose, proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza e per essere passo del fiume. Mentre ne tramavano gl'inganni, non erano le cose sicure pei Franzesi, che tuttavia si trovavano a fronte dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in Verona contro i Veneziani, gli rappresentava che il moto di lei sarebbe riuscito pericoloso e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo più propizio. Rispondeva, gisse pure e sommuovesse Verona. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori rispetto a quella città.

Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quegli stessi che macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi reggimenti di Schiavoni; vi mandava due provveditori straordinarii, Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Nicolò Erizzo, uomo di natura molto calda ed amantissimo del nome veneziano. Ma perchè le radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte Francesco degli Emilii, personaggio ricchissimo e di molto seguito, acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni e qualunque cosa che in poter suo fosse, facesse per isventare le macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte Emilii, e tra per l'autorità del suo nome e l'efficacia delle sue ricchezze faceva non poco frutto, soldando gente, provvedendo armi, ammassando munizioni, traendo a sè buoni e cattivi per tenere in piedi la insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte Verità ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro, alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e lo spoglio di Loreto: gli animi, già infieriti per tante ingiurie, di maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo sdegno lo orribile governo che facevano delle provincie le truppe repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano. Vieppiù inaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli rapiti dai Tedeschi in guerra erano fatti pagare dai comuni.

Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò; perchè andata contro questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di qualche Franzese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani aiutati dagli abitatori della valle di Sabbia. Queste erano le masse ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole esempio di fedeltà e di ardire dava nello fazione di Salò il provveditore Francesco Cicogna. I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di cento, furono condotti a trionfo per Verona; i sudditi, carcerati come rei di Stato. La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la terra ferma. Armavansi a gara i popoli e protestavano della fede loro verso il senato. E questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani dai Franzesi e da' lor partigiani.

Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti della terraferma erano spontanei e solo cagionati dalla rabbia concetta dai popoli infastiditi delle insolenze e sdegnati dalle ingiurie dei forastieri. Perciò il senato li poteva qualificare come opera non sua e sempre protestare, quanto spetta alla direzione dei governo, della perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando il talento proprio, e, credendo di far cosa grata al generalissimo, pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno dei magistrati più principali, far in modo che il governo veneziano egli medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Franzesi. Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto attribuendolo a Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terra ferma, col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Franzesi e ad ucciderli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori, novatore molto operativo di Milano e rapportatore palese e segreto di Buonaparte, poi caduto in miseria tale che, gittatosi in fiume a Parigi, terminò con fine disperato una vita poco onorevole. Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale che si scriveva in casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor essi dalla illusione e dalle vertigini di quell'età. Quantunque astutamente gli sia stata apposta la data del 20 marzo, uscì veramente al 5 aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a Judenburgo a questo tempo, e già fatto sicuro della pace con l'imperadore, non aveva più timore delle masse veneziane. Non daremo nè il manifesto nè le parole gravissime nelle quali in tale proposito proruppe uno storico famoso; ma dobbiam dire che il manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi franzesi, massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude, che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, gli avvertiva con bando pubblico che la neutralità era stata rotta dai tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, si era pazzamente persuaso che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare, sareste, i vincitori dei Franzesi, la prima nazione dell'universo pel coraggio e la scienza della guerra. Sappiate adunque che il generale Buonaparte ha ordinato che Battaglia sia messo in ferri ed impiccato; che saranno pure impiccati coloro che v'inciteranno alla ribellione; le vostre case saranno arse, le famiglie desolate; uscite d'errore e presto; deponete le armi, portatele al comando di Brescia, mandategli deputati; quando no, perirete tutti.»

Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del manifesto per far vedere ai popoli ch'ei fosse vero; e que' ferri e quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi allora in Venezia, non era in podestà loro nè di farlo arrestare nè di farlo impiccare. Allontanava da sè Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo; lo smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano più forti delle protestazioni.