Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 52

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Non erano a tanta mole pari pel numero i Franzesi, perchè certamente non passavano i quaranta mila noverati gli assediatori di Mantova. A questi nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani ed i Polacchi ordinati a Milano e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne servisse nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima utilità ed accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidii nelle piazze, contenevano il papa, e facevano il paese sicuro infino alla Romagna ed al Veneziano. Trovavansi allora i Franzesi raccolti nelle stanze, perchè Kilmaine con otto mila soldati stava attorno a Mantova, Augereau con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige; Massena, sempre il primo ad essere esposto alle percosse del nemico, alloggiava sulla Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine, una schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto la condotta dei generali Macquart e Beaumont.

Aveva Buonaparte comandato a Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo a Davidowich, e volle che, ancorchè inferiore di forze, non aspettasse il nemico, ma lo andasse ad assaltare nei proprii alloggiamenti: soprattutto il cacciasse dei luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli intanto si apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di Alvinzi che, già arrivato sulle rive della Brenta ed avendola passata, faceva le viste di volersi incamminare verso Verona. Guyeux, obbedendo agli ordini di Vaubois, assaltava San Michele, terra posta al Livisio, con intento, se la battaglia riuscisse prospera, di correre contro Newmark. Fu grande la resistenza che incontrava: tre volte andarono alla carica con grandissima animosità i Franzesi, e tre volte erano con grave uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza, perchè dall'esito dipendeva la conservazione o la conquista del Tirolo, e soprattutto la congiunzione o non congiunzione delle due schiere alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati a Vienna per la ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Franzesi un ultimo sforzo, entravano in S. Michele e se ne impadronivano.

Bene auguravano i Franzesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti. Aveva bene Fiorella espugnato il castello di Segonzano; ma, non avendo sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi, scendendo improvvisamente, lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa non poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarli più che di passo verso Trento. S'aggiunse che Davidowich medesimo, udite le novelle dell'assalto dato ai Franzesi, si era calato col grosso de' suoi a soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori ed a pezzi, che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto sotto le mura, la città stessa di Trento in balia degli antichi signori. Successe questo fatto a' 2 di novembre; due giorni dopo entrava Davidowich in Trento.

Vaubois, dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento intorno al quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto de' vincitori. Tenevano in guardia questo forte luogo quattro mila soldati eletti, che aspettavano confidentemente l'incontro del nemico. Marciava Davidowich, sospinto dalla prosperità della fortuna, grosso e minaccioso, dopo l'occupazione di Trento, all'ingiù dello Adige. Avrebbe potuto, invece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito di Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia e riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma qual si fosse la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta. Combattessi il giorno 6 di novembre con incredibile audacia e vario evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di superare il passo: restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto degli Alemanni infruttuoso. Ricominciavasi il giorno 7 una ferocissima battaglia, in cui, come fu il valore uguale da ambe le parti, così fu varia la fortuna. Venne verso le 5 ore della sera il castello di Bezeno in poter de' Croati; il presidio, parte preso, parte tagliato a pezzi. Poco stante cedeva anche il castello della Pietra; ma di nuovo i Franzesi se ne impadronivano e di nuovo ancora lo perdevano. Con lo stesso furore si combatteva ne' luoghi più bassi verso Calliano, e fu quel forte passo, preso ripreso, perduto riconquistato più volte, ora da questi, ora da quelli. Era tuttavia dubbia la vittoria, quando improvvisamente udissi fra i Franzesi un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si scompigliava tutto il campo e si metteva in rotta. Non si perdeva per questo d'animo Vaubois, e raccolti meglio che potè i suoi, e calatosi vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare ne' siti forti della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto e tutte le terre circostanti tornarono sotto la devozione dell'antico signore. Questa fu la seconda battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna, pel valore e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.

Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina de' repubblicani, se Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldati al combattere. Ma per una tardità o negligenza certamente inescusabile, se ne stava più di dieci giorni alle stanze di Roveredo, con lasciare quasi quiete l'armi, e non si moveva per alle fazioni del Mincio se non quando la fortuna, per la perizia e velocità di Buonaparte, aveva già fatto una grandissima variazione tra la Brenta e l'Adige.

Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta con occupare Bassano, Cittadella e Fontaniva, ed avendo avuto avviso delle prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato che i suoi varcassero il fiume. Buonaparte, confidando di compensare con la celerità quello che gli mancava per la forza, aveva fatto venire a sè, oltre le schiere tanto valorose di Massena e di Augereau, le guarnigioni di Ferrara, Verona, Montebello e Legnago. Era suo pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e, camminando quindi con somma celerità per la valle verso le fonti della Brenta, di riuscire alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal modo e al tempo stesso l'Italia ed il Tirolo dalla presenza degli Austriaci; pensiero certamente molto audace e da non venir in capo che a lui, che tutto era, per la gioventù e pel vigor d'animo, coraggio e prestezza. Urtava Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il dì 6 novembre una sanguinosa zuffa. Dure furono le prime italiche battaglie, ma questa è stata molto più: il valore degno della fama austriaca e franzese. Quosnadowich, benchè, dopo perduto e ripreso più volte il villaggio delle Nove, finalmente il perdesse del tutto, seppe tanto acconciamente postarsi che si mantenne unito e rendè vano ogni sforzo del suo animoso avversario. Ma dall'altro lato non si combattè tanto felicemente per Provera contro Massena; perchè, sebbene l'Austriaco non fosse rotto, sentissi nonostante tanto gravemente pressato, che stimò miglior partito il ritirarsi sulla sinistra del fiume, rompendo anche il ponte di Fontaniva, acciocchè il nemico nol potesse seguitare. Fessi notte intanto; l'oscurità e la stanchezza pose fine al combattere che fu mortalissimo; perchè tra morti, feriti e prigionieri desiderò ciascuna delle parti circa quattro mila soldati.

Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diè a pensare a Buonaparte, il quale in fine, fatte sue considerazioni, si deliberava a levar il campo dalle rive della Brenta per andarlo a porre su quelle dell'Adige nel sito centrale di Verona. Per la qual cosa il dì 7 novembre molto per tempo mosse l'esercito verso Vicenza, e non fece fine al ritirarsi se non quando arrivò sotto le mura di Verona. Il seguitavano il giorno medesimo i Tedeschi; ed Alvinzi, cui erano pervenute le desideratissime novelle della vittoria di Calliano, ordinate varie mosse per dare diversi riguardi al nemico, ed apprestata eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare la scalata a Verona, già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.

Minacciato Buonaparte a stanca ed alle spalle da un generale vittorioso, a fronte da un generale, se non vittorioso, almeno più forte di lui, aveva tutti i partiti difficili. Ma non istette lungo tempo in pendente, perchè sapeva che i consigli timidi fanno i Franzesi meno che femmine, i generosi più che uomini. Si risolveva dunque a voler pruovare la fortuna a Caldiero. Il giorno 12 novembre, non così tosto aggiornava andavano i repubblicani all'assalto. Già Augereau aveva conquistato Caldiero; già Massena si distendeva a sinistra ed aveva circuito la punta dritta degli Alemanni, quando il tempo, che già era freddo e piovoso, si cambiava improvvisamente in minutissima grandine, che spinta da un vento di levante assai gagliardo, percuoteva nel viso i Franzesi e gl'impediva di vedere e di combattere con quell'ordine e con quel valore che si richiedevano. Le cose erano in grave pericolo; già pareva disperata la fortuna franzese; ma Buonaparte spinse innanzi a combattere la sessagesimaquinta, che fin allora aveva tenuto in serbo; rinfrescava ella la battaglia e la teneva sospesa fino alla sera, instando però sempre gl'imperiali grossi ed ordinati. Finalmente, pruovato grave danno, levandosi i repubblicani con tutto l'esercito da Caldiero, si ritraevano di nuovo a Verona.

Era a questo tempo caduta in grande declinazione e fatta molto pericolosa la condizione de' repubblicani. Poteva Davidowich prostrare improvvisamente i campi della Corona e di Rivoli e romoreggiare alle spalle di Buonaparte, mentre Alvinzi, grosso e vittorioso, lo assalirebbe di fronte, ed il manco che potesse avvenire era la liberazione di Mantova, scopo principale di tanti pensieri. L'animo stesso di Buonaparte, avvegnachè tanto vigoroso e forte fosse, da tristi pensieri annuvolato ed in gran malinconia venuto, incominciava a diffidar della vittoria. Ma se si era perduto in certo modo d'animo, non aveva perduto la mente e tosto trovava modo di riscuotersi; al che gli aprirono occasione le lentezze avversarie. Ebbe egli in questo ultimo punto un pensiero, si vede come da un solo concetto spesso pendano i destini degl'imperi, dal quale nacque inopinatamente la sua salute e quella de' suoi.

Aveva Alvinzi, dopo la giornata del 12, in mano sua tutto il destino della guerra; ma, invece di correre contro il nemico declinante e di non dargli respitto, soprastava inoperoso due giorni nelle stanze di Caldiero a deliberare intorno a quello che fosse a farsi. Ora Buonaparte, usando assai maestrevolmente l'occasione, ordinava una mossa, che convertendo del tutto le sorti, fece che siccome Alvinzi era padrone della guerra, dopo fosse Buonaparte; ed il generale tedesco, che poteva dare l'indirizzo alle fazioni militari, come conveniente gli fosse paruto, fu costretto ad obbedire a quello che fosse per dare il generale franzese. La notte adunque del 13, ordinava Buonaparte, e questo fu il pensiero salutifero, a Massena e ad Augereau, varcassero con tutte le genti loro l'Adige a Verona, corressero frettolosamente la destra del fiume fino a Ronco, quivi il rivarcassero sopra un ponte estemporaneo di piatte, e, passando per Arcole e per San Bonifacio, sovraggiungessero improvvisamente addosso a Villanova, alloggiamento principale degl'imperiali. Riuscirono improvvisi e senza che gl'imperiali sentore ne avessero, a Ronco i repubblicani, e tosto fatto un ponte, varcarono. S'incamminava Massena a Porcile, Augereau s'addirizzava verso Arcole; l'uno e l'altro dovevano ricongiungersi per marciare unitamente contro Villanova. La natura del paese pose impedimento all'esecuzione dell'intiero intento di Buonaparte, ma però non tanto che ei non conseguisse una somma e gloriosa vittoria, e con essa il principal fine del suo proponimento; per giovare al quale erasi deliberato, subito dopo il ributtamento di Caldiero, di far venire al campo principale tre mila soldati di quelli che stavano sopra l'assedio di Mantova. In fatti era il giorno medesimo in cui Massena ed Augereau avevano varcato l'Adige a Ronco, che fu il 15 del mese, arrivato a Verona Kilmaine, con la sua schiera dei tre mila. Utile pensiero nè ultimo fu questo a conseguire la vittoria.

Intanto Augereau già era alle prese col nemico al ponte d'Arcole. Avevano gli Austriaci reso l'accostarsi difficile e micidiale. I primi repubblicani che si affacciarono, furono da un'immensa grandine di palle e di scaglia sfragellati. Disordinati e titubanti si allontanavano i Franzesi da un luogo di sì grave tempesta. Ma i capi, che sapevano di qual momento fosse e che l'impeto in tal caso era più sicuro dell'indugio, gli ricondussero allo sbaraglio; e per fargli andare avanti si fecero essi medesimi guidatori delle colonne. Ma nè il nobile coraggio loro potè operare in modo che si superasse quel mortalissimo intoppo: i granatieri stessi, scelta ed invitta gente, cedettero. Ricordavasi in questo punto Augereau del ponte di Lodi, e dato, di mano ad un'insegna, si piantava in mezzo al ponte, invitando i compagni a seguitarlo. Il seguitavano laceri e sanguinosi come erano. Ma i Tedeschi gli sfolgoravano novellamente per tal maniera, che tra morti e feriti l'abbattuta fu in poco d'istante sì grande che i superstiti spaventati, ed Augerau medesimo a tutta fretta si ritiravano. Seguitava un silenzio nelle genti, segno di scoraggiamento; già i capi temevano che succedessero grida assai peggiori del silenzio. Pressava il tempo; la fortuna di Francia inclinava ad una fatale rovina. Nè poteva dubitarsi che Alvinzi, subito che avesse avuto avviso del fatto, non fosse per venire con tutta la sua mole in aiuto de' suoi; e come potevano sperar i repubblicani di superar tutti quando una sola e piccola parte si mostrava insuperabile? Queste cose riandava in mente Buonaparte, nè curando la vita, nè curando la sicurezza dell'esercito in sì estremo frangente, venuto là dove i più animosi lo potevano udire, disse loro ad alta voce: _Or non siete voi più i soldati di Lodi? or dov'è il vostro coraggio?_

Questo parlare di Buonaparte a Franzesi non potava non partorire un grandissimo effetto; si rianimavano anche i più timorosi: tutti gridavano, comandasse pure, li guidasse alla battaglia. Cominciava a sperar bene, si avventava egli il primo, attorniato dai principali verso il formidabil ponte. Ma primachè si muovesse al cimento fatale, comandava a Guyeux, che se ne gisse a varcar l'Adige al passo di Albaredo, ed evitato per tal modo l'Alpone, desse dentro alla impensata al fianco sinistro d'Arcole. Egli intanto, smontato da cavallo, e dato di mano ad un'insegna, e postosi in capo alla stretta fila, che sull'argine insistendo, si avviava al ponte, animava i suoi a seguitarlo. Nè furono lenti, anzi coi corpi loro serrandosi attorno a lui, i granatieri massimamente, coraggiosi per indole, furibondi per la resistenza, già facevano tremare coi tiri e col calpestio numeroso la destra sponda del contrastato ponte. Procedeva avanti quel globo formidabile; già metteva piede sul ponte, quando gli sopraggiunse adosso da fronte e dai fianchi un nugolo sì fitto di tedesche palle, tanto grosse quanto minute, che rotto e trafitto nelle più vitali parti, fu costretto a dare frettolosamente indietro. Sboccavano allora gli Austriaci dal ponte, e seguitando la vittoria, menavano con l'armi corte e bianche, strage di coloro che scampati alla furia delle artiglierie e degli archibusi si ritiravano. In quella feroce mischia era Buonaparte, per esortazione de' suoi rimontato a cavallo, e già cedeva all'impeto del nemico, quando un furioso caricare di scaglia rotti avendo, lacerati ed uccisi tutti coloro che gli stavano intorno, trovossi solo esposto al furore di tutte le armi nemiche. Ma il generale Belliard, accortosi del fatto, coi granatieri amatori del loro capitano supremo, voltato subitamente il viso e dato uo forte rincalzo ai Tedeschi, gli ributtavano di nuovo fino al ponte e impedivano un caso ponderosissimo; ricondotto Buonaparte dai soldati pieni di allegrezza ad un sicuro alloggiamento.

Non così tosto aveva Alvinzi avuto le novelle di un fatto tanto straordinario che costretto ad obbedire a quel nuovo corso di guerra, che con tanta audacia e perizia aveva il suo avversario aperto, dirizzava sei battaglioni di fanti sotto la condotta di Provera a Porcile, e quattordici battaglioni di fanti con sedici squadroni di cavalleria fidati a Mitruski a San Bonifacio per alla via di Arcole. Viaggiavano queste nuove schiere con molta prestezza, mentre si combatteva al ponte, e qualunque avesse a riuscire l'effetto della presenza loro sul campo di battaglia, già si comprendeva, che Buonaparte avea conseguito il suo intento di rompere ad Alvinzi il disegno di conquistare Verona e di unirsi con Davidowich.

Mentre in tal modo si combatteva ad Arcole ed a Porcile, dove Provera avea incontrato Massena che lo risospinse fin oltre Porcile stesso, erasi Guyeux, passato l'Adige ad Albaredo e comparso improvvisamente sotto le mura d'Arcole nel punto stesso in cui i difensori n'erano usciti per dar addosso alla risospinta schiera di Augereau, reso padrone facilmente della terra. Ma gli Austriaci, che ne conoscevano l'importanza, si muovevano col grosso delle loro forze da San Bonifacio e prestamente la ricuperavano. Già annottava: Buonaparte, perduta ogni speranza di acquistare Arcole in quel giorno, e temendo, giacchè era vicino lo esercito tedesco, di essere condotto a mal partito in mezzo all'oscurità della notte, riduceva tutte le sue genti sulla destra dell'Adige, lasciando solamente la duodecima alla guardia del ponte e la sessagesima quinta alloggiata in un bosco a destra dell'argine per cui si va ad Arcole.

Sorgeva appena il giorno 16 novembre, quando e Franzesi e Tedeschi givano di nuovo con animi infestissimi ad incontrarsi. Fu come quello del giorno precedente durissimo l'incontro dell'armi, combattendosi assai virilmente da ambe le parti. Fu il primo Massena a far piegare la fortuna in favore dei repubblicani risospingendo Provera sin dentro Porcile; il generale Robert assaltava i Tedeschi sull'argine di mezzo, e molti ne buttava nel pantano. Nè se ne stava Augereau ozioso; che anzi, opponendo valore a valore, già aveva risospinto gli Alemanni fin dentro ad Arcole e dava nuovo assalto al ponte. Ma quivi accadeva quello che era accaduto prima; che con tal furia menarono le mani gl'imperiali, condotti da Alvinzi medesimo, che i Franzesi se ne tornarono indietro dopo di aver patito un orribile macello. Parecchie volte andava alla carica Augereau, altrettante era costretto a cedere con istrazio maggiore.

Finalmente la sorte declinante della battaglia faceva accorto Buonaparte di quel che avesse a fare: si metteva alla opera del far gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso la sua foce, con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente, perchè i suoi soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano l'intento, perchè la corrente dell'acqua diveniva per quell'ostacolo tanto impetuosa, che il passare si trovò più difficile di prima. In questo mentre Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo prodotta necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ribadimenti, usciva grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare se gli venisse fatto di cacciar i Franzesi nell'Adige, od almeno costringerli a ripassare il ponte di Ronco. Ma fu pronto al riparo Buonaparte, e con alcune artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, faceva stare addietro i Tedeschi. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che faceva sosta al sangue ed alle morti.

Si avvicinava il giorno in cui doveva definirsi a chi dei due possenti nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi Buonaparte a tante infelici pruove, usando l'oscurità della notte e la cessazione dell'armi, aveva fatto dar opera all'edificar del ponte con cavalletti ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo dove mette nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però, la mattina del 17, erano usciti di Arcole con intenzione di rituffare la duodecima nell'Adige. Ma le artiglierie franzesi trassero sì aggiustatamente che fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di racconciar il ponte, di conservare la duodecima e di varcare. Andavasi adunque alla battaglia terminativa.

Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte: le cose succedevano come egli le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto da Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesima quinta, condotta da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi sino al ponte d'Arcole. Ma gl'imperiali si scagliavano poi con tanto impeto contro di lei, che non solo fu risospinta fin là donde si era mossa, ma, disordinatamente fuggendo, già aveva dato indietro fino al ponte di Ronco. Seguitavano i Tedeschi questa parte di Franzesi che fuggiva, credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente già loro usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i tempi ed usarli con vigore, compariva improvvisamente sulla destra loro, la diciottesima li percuoteva di fronte, Gardanne, uscito dall'agguato in cui se ne stava, gli urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei assalti disordinava la schiera tedesca, di cui parte si ritirava più che di passo verso Arcole, parte fu spinta nella palude vicina, dove divenne miserabile bersaglio e dell'artiglieria e dell'archibuseria di Francia.

Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau che, varcato il ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone; ned era facile a Buonaparte di sforzarlo, quando gli sovvenne uno stratagemma, e fu di mandare una compagnia di soldati a cavallo, acciocchè girando velocemente dietro il fianco degli austriaci, andasse a romoreggiar loro alle spalle con le trombe e con quel maggiore strepito che potesse. Un luogotenente Ercole, cui fu dato questo carico, lo condusse con quella celerità ed avvedutezza che meglio si potevano desiderare. Certo è intanto che, o che il romore improvviso di quest'Ercole o gli altri casi del conflitto sel facessero, gli Austriaci incominciavano a declinare manifestamente, ed infine a cedere il campo, se non con fuga, almeno con ritirata molto presta. Occupavano con infinita allegrezza i Franzesi il tanto combattuto Arcole e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi le sue genti ad Altavilla, poscia a Montebello sul Vicentino.