Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 50

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Le insolenze d'Inghilterra e le minaccie di Francia fecero facilmente andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la qual cosa, tacendo o poco contrastando nelle consulte coloro che inclinavano alla parte inglese, sorse più potente la parte franzese. Però fu risoluto nel consiglio grande, ed approvato nel piccolo, che si chiudessero tutti i porti ai bastimenti inglesi sì da guerra che da commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.

Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome franzese, pubblicava, per giustificare la sua deliberazione, un manifesto, in cui, raccontate tutte le ingiurie ricevute, da poi che aveva incominciato la guerra, dagl'Inglesi, concludeva che poichè la lunga pazienza ed i frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza si aveva che gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati, si era risoluto ad escludere infino a nuova deliberazione dai porti genovesi le navi britanniche, la presenza delle quali, sotto colore di non adempita neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato occasione a tanti incomodi ed a tanti pericoli.

Intanto si stipulava, il dì 9 ottobre, a Parigi tra il direttorio ed il plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono le condizioni, a norma delle quali i due Stati dovevano vivere tra di loro. L'accettarono i Genovesi, sperando che con lei sarebbe confermato lo Stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava loro denaro. Fu convenuto fra i due Stati che il decreto del governo di Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri e di munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se non potesse, la Francia la servirebbe di presidii; se la Gran Bretagna intimasse la guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse Genova i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi o scritti politici; i nobili processati nel grande e nel piccolo consiglio si redintegrassero; la Francia promettesse di conservar intero il territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze barbaresche, di far libere e franche le terre vincolate per dritti di feudo all'impero germanico; i Genovesi accettassero la mediazione della Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero alla Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei territorii, due milioni di franchi, e le facessero un prestito di altri due milioni. Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di San Giorgio, i due del prestito pagati dai più ricchi.

Genova debole e lacerata da due nemici potenti fu obbligata a comporsi con uno di loro: il che non fu la sua salute. Venezia anch'essa tra due nemici potentissimi, ma più forte, più padrona di sè medesima, più tenace nella neutralità, non volle comporsi, nè ciò fu la sua salvezza. Bisogna premettere che principal mira del governo di Francia, alla quale tutte le altre subordinavansi, era sempre la pace con l'imperatore non solamente per la sua potenza, ma ancora per la dignità e pel grado. Parevagli che, ove Francesco avesse accettato le condizioni, la repubblica riconosciuta da un tanto principe sarebbesi bene radicata e, per così dire, naturata in Europa. Sola l'Inghilterra sarebbe rimasta nemica; ma non avendo più speranza di muovere l'Europa contro la Francia, si conghietturava che anch'essa sarebbe sforzata di venire agli accordi. Chiaro appariva che dalle condizioni dell'Italia, essendo già i Paesi-Bassi austriaci posti in possessione della Francia, pendeva principalmente la pace con l'imperatore. A questo principal fine dirizzando i suoi pensieri il direttorio, aveva mandato in Italia il generale Clarke, personaggio molto dipendente da Carnot, col mandato di veder vicino le cose e di fare convenienti proposte all'Austria. Era Clarke uomo molto atto a questo atto, non solo per la sua destrezza, ma ancora perchè detestava, e sapevasi, le esagerazioni dei tempi. Inoltre egli pare che il direttorio, od almeno qualche membro di lui, avesse concepito sospetto di pensieri ambiziosi in Buonaparte, e però si era risoluto a mandare in Italia un uomo, quale gli sembrava Clarke, molto fidato, affinchè investigasse ed accuratamente rapportasse gli andari del generale italico. Del che o accortosi o sospettando Buonaparte, quando se lo vide comparire innanzi, siccome quegli che non amava gl'imperii dimezzati, gli disse a viso scoperto che se veniva ad accordarsi con lui, il vedrebbe volentieri, e l'accetterebbe; quando no, se ne poteva tornare. Questa insolenza o non seppe il direttorio, o saputa, per lo meno male, la passò. Clarke, che uomo accorto era, avvisò facilmente dov'era e dove aveva a rimanere la potenza; si piegava perciò facilmente, e da inviato del governo divenne fidato di Buonaparte. Da quel punto nacque fra ambidue quella benevolenza e quella intrinsichezza che si mantennero in tanti e sì diversi tempi ed in tante rivoluzioni d'uomini e di cose.

Ma venendo al mandato politico di Clarke, quantunque ei dovesse principalmente indrizzarsi all'imperatore, fece opera per viaggio di racconciar le faccende colla Sardegna. Offeriva, in nome della repubblica, di dare al re Genova co' suoi territorii con patto ch'egli cedesse alla Francia l'isola di Sardegna e si unisse in lega con la repubblica, obbligandosi a congiungere all'esercito italico un numero determinato di soldati. Disordinò anche questo pensiero il rifiuto di Carlo Emmanuele del voler entrare in questa lega; perchè, come già rapportammo, detestava grandemente di voltar le sue armi contro il papa. Allora fu fatto il trattato con Genova, col quale il direttorio, non potendo più farla cosa del re, la fece cosa sua.

A questo succedeva ne' consigli dei reggitori della Francia un altro disegno per opera principalmente di Buonaparte; ma alle loro proposizioni se ne stava dubbiosa l'Austria, perchè non aveva ancora perduto la speranza di ricuperare per forza d'armi gli Stati d'Italia; questi negoziati correndo prima delle ultime rotte di Wurmser. Però Clarke e Buonaparte, non ostante le vittorie contro Wurmser, insistevano sempre maggiormente.

Conoscendo il direttorio la renitenza dell'Austria, aveva mosso, per vincerla, altre pratiche lontane, per le quali sperava di operare che il timore superasse a Vienna ogni ostacolo. Dipendeva intieramente la Spagna, pei consigli e per la autorità del principe della Pace, dalla Francia. Dipendeva anche da lei per la necessità delle cose la Porta Ottomana. Venne adunque il direttorio in pensiero, condotto da quel suo fine principalissimo di aver amicizia con l'imperadore, di far proposizioni di lega difensiva tra la Spagna, la Porta Ottomana, la Francia e la repubblica di Venezia contro l'Austria: presumeva il direttorio, oltre il timore da darsi all'imperadore, che Venezia, stante la costanza del senato a volersene star neutrale, avrebbe ricusato d'entrar nella lega, e però che se gli sarebbe porta più colorita cagione di pigliarsi la repubblica. Il Reis Effendi, favellando a Costantinopoli col dragomanno di Venezia, si era lasciato intendere che in quel totale sovvertimento d'Europa il senato veneziano non poteva e non doveva più starsene isolato e da sè, ma sì consentire a quelle congiunzioni che per la sicurtà dei suoi Stati fossero necessarie, e che nissuna congiunzione migliore poteva essere che un'alleanza con la Porta, la Francia e la Spagna. Poco dopo Verninac, ministro di Francia a Costantinopoli, avuto un segreto colloquio con Ferigo Foscari, bailo della repubblica, gli aveva significato le medesime cose, protestando della amicizia della sua repubblica verso quella di Venezia, e non solamente promettendo sicurtà per tutto il territorio veneto, ma ancora dando speranza di considerabile ingrandimento. Infine, in qualità di persona pubblica procedendo, l'ambasciatore dava al bailo uno scritto, acciocchè lo tramandasse al senato, in cui veniva ragionando che la repubblica franzese, oltremodo tenera della quiete generale e della preservazione degli Stati contro gli altrui disegni ambiziosi, si era risoluta a non istarsene da sè, in mezzo all'Europa commossa; che a questo fine desiderava congiungere a quella d'altrui tutta la forza sua; che confidava che i governi interessati sarebbero disposti a secondarla; che sperava che specialmente il senato veneto si mostrerebbe pronto a concorrere a questo fine; che perciò proponeva al senato per mezzo del bailo e per comandamento espresso del direttorio un'alleanza fra le due repubbliche. Quindi, più apertamente spiegandosi, dicea sue ragioni, perchè si avesse ad accettare la lega che il direttorio veniva proponendo. Non avendo il bailo mandato per trattare una sì importante materia, rispondeva pe' generali, offrendosi solamente di trasmettere lo scritto di Verninac al senato.

Le medesime mosse diedero a Madrid il principe della Pace ai nobili Bartolammeo Gradenigo e Almorò Pisani, a Parigi il ministro degli affari esteri Lacroix al nobile Alvise Querini, finalmente a Brescia Buonaparte al provveditor generale Francesco Battaglia. Quest'era un concerto per maggiormente muovere la repubblica. Ma il senato non avendo ancora deliberato, perchè i savi non gli avevano participato affare di tanta importanza, il 27 settembre, quando appunto più vive bollivano le pratiche di Clarke, si appresentava in Venezia al serenissimo principe con un memoriale il ministro di Francia Lallemand, col quale, annunziando che la repubblica franzese, desiderosa di stringersi vieppiù in amicizia con l'antica sua amica la repubblica di Venezia, le proponeva di nuovo per mezzo suo quello che già le era stato proposto e da lui medesimo e da altri ministri di Francia, cioè un'alleanza a difesa ed assicurazione de' suoi Stati; e caldamente ragionando in acconcio della proposta, seguitava: offerirle il direttorio la alleanza del popolo franzese; essere questo popolo, fatto potentissimo per le sue vittorie in grado di dare al mondo, e per quiete sua, quell'aspetto che gli piacerebbe, stipulerebbe patti proficui e nobili per una nazione alleata; obbligherebbe tutte le sue forze a difenderla, se i suoi vicini si attentassero di molestarla; le mandasse il senato un negoziatore a Parigi, si concluderebbe un trattato ad unione de' due popoli fondato sulla sincerità e sulla buona fede, sole basi della politica franzese; già prepararsi la pace del continente, già esser vicine a definirsi le sorti d'Italia; ogni cosa dovere sperar Venezia congiunta in alleanza con Francia.

In tale modo instava con molta pressa Lallemand in cospetto del serenissimo principe, e per aprir l'adito alle future cose, aggiungeva altri discorsi ancora ed altri motivi, cui aiutava presso al senato il provveditore Battaglia, il quale, non si sa bene perchè, si era discostato, accettando le nuove, dalle antiche consuetudini del governo veneziano.

Grave al certo deliberazione era questa e che importava alla somma tutta della repubblica; perchè se da una parte si vedeva, che il collegarsi con la Francia in mezzo a tanta vertigine di cose avrebbe necessariamente condotto Venezia per sentieri insoliti, non mai battuti da lei, e pieni d'un dubbioso avvenire, dall'altra il non collegarsi poteva portare con sè una immediata pernicie; ed in questo non si era infinto il ministro di Francia, avendo accennato a quale pericolo si esporrebbe Venezia se a starsene scollegata e da sè continuasse. Questa materia fu maturamente esaminata in una consulta di tutti i savi di collegio, e, sebbene la sentenza in cui entrarono sia stata da molti biasimata e da alcuni allegata come pretesto valevole di fare a Venezia quello che le fu fatto; come se uno Stato independente fosse obbligato, sotto pena di eccidio, di opinare come uno Stato forastiero vorrebbe che opinasse, non si dubita di affermare che fu giusta, onorevole e conveniente ai tempi. Concludevano adunque che se la fortuna franzese preponderante non permetteva che si pendesse di più verso l'Austria, la maggior fede dell'Austria non permetteva che si pendesse di più verso la Francia. Pensarono finalmente, che se era destinato da' cieli che la repubblica perisse, doveva ella perire piuttosto innocente che rea, piuttosto per violenza altrui che per colpa propria, piuttosto con compassione che con biasimo del mondo, e senza che ne fosse diminuita la maestà del suo nome.

Serbando l'antica consuetudine di Venezia, come opinarono i Savi così fu approvato dal senato, che signora di sè medesima, e da ogni vincolo libera, si serbasse la repubblica. Rispondeva il senato gravemente a Lallemand, che grate ed accette gli erano le dimostrazioni amichevoli fatte dal governo della repubblica franzese, che appunto per queste stesse disposizioni amichevoli sperava il senato che il direttorio non avrebbe voluto condurlo a deliberazioni che verrebbero a produrre effetti contrari all'intento; che per antico instituto la repubblica di Venezia, lontana dall'ambizione e solita a temperare sè medesima, aveva riposto il fondamento dell'esser suo politico nella felicità e nell'affezione de' sudditi e nella sincera amicizia verso tutti i potentati di Europa; del quale giusto ed immacolato procedere si erano sempre, malgrado degl'inviti e delle sollecitazioni contrarie in vari tempi fatte, essi potentati mostrati contenti; che per esso ancora era stata la quiete conservata ai veneti dominii con utile costante e contentezza inestimabile dei sudditi; che questa condotta del senato, confermata dal corso di tanti secoli felici, non poteva abbandonarsi senza incontrare inevitabilmente il pericolo di guerra; che erano le guerre calamitose a tutte le nazioni, ma assolutamente insopportabili al senato pel suo amore paterno verso i sudditi, per la costituzione fisica e politica de' suoi Stati e per la sicurezza delle nazionali navigazioni. Alle quali cose s'aggiungeva il pericolo funesto di sconvolgere le basi del proprio governo, senzachè derivar ne potesse alcun rilevante appoggio alle grandi nazioni alle quali egli strettamente si unisse. Terminava il suo grave ragionamento con dire, sperare che il direttorio, conosciuta la ingenuità e la verità di queste considerazioni, le avrebbe per accette e non sarebbe per alienare l'animo, nè in qualunque evento, dalla innocente Venezia, da Venezia risoluta a conservare con ogni studio l'amicizia con Francia.

Rifiutata dal senato l'alleanza, con la Francia, restava a considerarsi se non sarebbe stato utile e sicuro alla repubblica il collegarsi con l'Austria. Ma a tutte le considerazioni prevalsero i consigli quieti, perchè il senato non voleva pendere più da questa parte che da quella e non voleva soverchiamente irritare contro di sè i repubblicani già padroni di buona porzione de' suoi territorii. Nondimeno, poichè non era da credere che l'Austria si tirasse indietro, potendo in mezzo alla fortuna avversa l'accessione di Venezia aver recato peso nella somma delle facende militari, se i Veneziani avessero congiunto le loro armi con quelle dell'imperatore, massimamente quando erano queste cose ancora minacciose e forti, avrebbero i Franzesi potuto ricevere grave danno.

Ma patti pieni di molta sicurtà venne offerendo a questo tempo medesimo a Venezia una potenza forte per proteggerla, lontana per non darle ombra; la Prussia. Il barone di Sandoz-Rollin, ministro plenipotenziario di Prussia a Parigi, in un abboccamento avuto col nobile Querini, si fece avanti dicendo che con dolore infinito vedeva la condizione del senato e delle venete provincie divenute campo e bersaglio di una crudele guerra; lodò il consiglio del senato dello aver saputo conservare in mezzo a tanto turbine e con tanto costo la sincera neutralità; che migliore contegno non poteva nè immaginare nè tenere il senato: soggiunse poi però che non doveva il senato aspettare i tempi sprovveduto d'amici e collegato con nissuno, nè abbandonare gl'interessi dello Stato ad un avvenire certamente molto incerto e probabilmente tempestoso; che il governo che facevano i Franzesi delle terre veneziane, con aver violato le leggi le più sante della neutralità, poteva facilmente dar pretesto agli altri di turbare l'attuale quiete e sicurezza della repubblica; che perciò gli pareva, che la prudenza del senato il dovesse indurre a premunirsi di qualche sostegno valevole a guarentire le sue possessioni contro qualunque tentativo. Detto tutto questo, passava Sandoz-Rollin a dire che ei credeva che la sola potenza con la quale la repubblica avrebbe utilmente e sicuramente potuto stringersi in alleanza, fosse la Prussia, perchè gl'interessi politici del re tanto erano lontani da quei di Venezia, che il senato non poteva a modo nissuno sospettare ch'ei volesse una tale alleanza procurarsi per qualche sua mira particolare; che anzi era la Prussia la sola potenza che potesse conservare l'incolumità e l'integrità dei dominii veneti; che a lui pareva, tale essere l'opportunità e la necessità di questa alleanza, che non fosse nemmeno da tenersi segreta; perchè la casa d'Austria non poteva recarsi a male che la repubblica cercasse di guarentirsi dai sinistri effetti delle correnti cose. Insistè finalmente il prussiano ministro affermando, che doveva il senato con la sapienza e prudenza sua internar la vista in un avvenire che non si poteva ben prevedere qual fosse per essere, poichè fatalmente la presente guerra poteva aver dato motivo a più d'uno di chiamarsi scontento dei Veneziani e di recar loro col tempo qualche grave molestia.

Questo parlare e questa proferta tanto secondo il bisogno potevano essere la salvazione di Venezia, ed ogni motivo di Stato concorreva a far deliberare che si accettasse. Ben si era fino allora consigliato il senato, seguitando il suo antico costume, di non congiungersi nè con questa nè con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria e tanto opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovasi scritto, questo rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto degl'inquisitori di Stato, checchè a ciò fare li movesse, e dei savii, che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro medesimi deliberato di scrivergli che non entrasse in questo trattato.

Intanto si laceravano dai belligeranti i sudditi veneziani con ogni maniera di più immoderata barbarie. Pretendendo parole soavi di amicizia, rapivano nei miserandi territorii veneti, non solo per necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con violenze, non solo con comando ma anche con ischerno, le vite, l'onore e le sostanze di coloro che amici chiamavano. Quello poi che era involato per forza era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere necessario; chi per ufficio o per grado aveva debito di provvedere ai soldati e di ritirarli dalia barbarie, si arricchiva; il perchè si vedevano capi ricchi, soldati squallidi. Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte preziose si sperdevano da questi sfrenati. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta rabbia; ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti. A questo tempo medesimo gli eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai diversi erano dal buonapartiano per moderazione e per rispetto ai vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre procedendo, era cagione che a gara le città italiche in presidio la chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera aristocratica, e vi furono delle male parole e dei peggiori fatti in questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato con tutti e da per tutto; le giustissime querele non facevano frutto.

Nè meglio erano rispettate da coloro che accusavano Venezia di non esser neutrale, le sostanze pubbliche che le private. Verona massimamente era segno della repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le chiavi della porta di San Giorgio all'ufficiale veneto, portava via dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva, prendeva l'armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armeria e nelle riposte veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava finalmente i forti, vi ordinava mutazioni e lavori e vi piantava le insegne franzesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie veneziane, tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio, a grado suo il fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e per sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per quelle valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei mila soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a Brescia, a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca di Milano depositata in casa del marchese Terzi sul territorio bergamasco; e finalmente levava le lettere dalle poste veneziane, aprendole per vedere che cosa portassero.

Considerando l'aspro governo fatto degli Stati veneziani, non si sa con qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Franzesi.

Trattati a questo modo gli Stati della repubblica di Venezia, apparivano interamente mutati da quello che erano prima che quella feroce illuvie li sobbissasse. Intanto gli atroci fatti inasprivano gli animi e gli riempivano di sdegno parte contro il senato, come se senza difesa desse in preda i popoli a nemici crudeli, porle contro i commettitori di tanti scandali. Da tutto questo ne nacque, che le popolazioni della terra ferma, tocche da quel turbine insopportabile, domandavano al senato ordini, armi e munizioni per difendersi con la forza da coloro, presso ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento, al danneggiare. Il senato piuttosto rispettivo che prudente cercava di mitigar gli animi, e quanto all'armi, andava temporeggiando, sperava che qualche caso di fortuna libererebbe i dominii da ospiti tanto importuni, e perchè temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse più padrone di regolare e frenare i moti incominciati, con grave pregiudizio e pericolo della repubblica.