Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 49

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Questa fu un'epoca seconda nelle rivoluzioni di Italia, in cui uomini prudenti per la necessità dei tempi vennero partecipando delle faccende pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti ed indotti, e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da quelle acque tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro. Tra costoro non tutti pensavano alla stessa maniera; perciocchè alcuni amavano i governi spezzati, altri desideravano l'unità d'Italia: fra i primi si osservavano i più attempati, fra i secondi i più giovani; i primi moderavano, i secondi incitavano; i primi più manifestamente operavano, i secondi più nascostamente, ed i Franzesi chiamavanli la lega nera, e di essa i capi dell'esercito avevano più paura che del nemico.

Quanto al reggimento interno di ciascuna parte o di tutta Italia, amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la volevano ridurre al patriziato, instituito con la moderazione della potenza popolare prudentemente ordinata, governo antico all'Italia. A questo consiglio si opponevano le operazioni disordinate dell'armi, l'assurdo capriccio de' Franzesi di quei tempi di voler applicare il modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la volontà di Buonaparte, finalmente gl'Italiani servili imitatori delle cose d'oltremonti ed incapricciti ancor essi de' governi geometrici. Ma quegli altri confidavano che la società si sarebbe fermata al governo patrizio misto di democrazia.

Questi sentimenti principalmente sorgevano nell'Emilia, e più particolarmente in Bologna, ma non potevano impedire che la fazione democratica, pazza e servile imitatrice di quanto si era fatto in Francia, non vi producesse una grande inondazione. Nè essa operava da sè, quantunque ne avesse voglia, ma suscitata a bella posta dagli agenti di Buonaparte e dal direttorio. Il duca di Modena solo e senza amici, e, quel che era peggio, ricco o in voce di essere, si trovava esposto ai tentativi di questi uomini fanatici e sfrenati; nè rimaneva, per la forza delle opinioni e degli esempi che correvano, fedele disposizione ne' popoli. Furono le prime mosse date da Reggio, città scontenta, per le emulazioni con Modena, del governo del duca. La notte del 25 agosto vi si levarono improvvisamente a romore i partigiani della democrazia. Era il presidio debole, i magistrati timidi, l'infezione grande. Laonde, senza resistenza alcuna crescendo il tumulto, in poco d'ora fu piena la città di lumi, di canti repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar continuo di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale governo: i soldati del duca, impotenti al resistere, se ne tornarono di queto a Modena. Si accostarono ai primi motori uomini riputati per ricchezze e per dottrina per dar norma a quell'impeto disordinato. Condotto a fine il moto, crearono un reggimento temporaneo con torma repubblicana, moderarono l'autorità del senato, instituirono magistrati popolari, descrissero cittadini per la milizia. Questi erano i disegni interni. Ma, desiderando di rendere partecipi i vicini di quanto avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in Lunigiana ed in Garfagnana, acciocchè, parlando e predicando, muovessero a novità. Inviarono Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi Milanesi. L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a sè stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare con segrete insinuazioni e con incentivi palesi quella città. Tanto operarono, che già una banda di novatori, portando con sè non so che albero, il volevano piantare in piazza; gridavano accorruomo e libertà. Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie a' Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze de' comuni.

Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non voleva che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello che le reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca: non avere pagato ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano dagli Stati; lasciare interi gli aggravii di guerra ai sudditi, nè volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della repubblica; incitare i sudditi con perniciose arti e per mezzo di genti contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli Austriaci. Dichiarava pertanto non meritare il duca più alcun favore dalla Francia; essere annullati i patti della tregua; l'esercito italico ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere in protezione i popoli di Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà ed i diritti de' Modenesi e de' Reggiani sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi fatti. E però, non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la fortezza, sconficcavano le case, cacciavano i soldati, afferravano le insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al medesimo tempo occupavano Sassuolo, Magnano ed altre terre del dominio ducale, facendo variare lo Stato e ponendo mano in tutto che al pubblico si appartenesse. Pure le allegrezze furono molte; piantossi l'albero, cantossi, ballossi; furonvi conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle riforme: annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi alla repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i comandamenti di Buonaparte.

Or si torni alle cose di Bologna, che non era vacua nè di sospetti nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per conservarsi lo stato, quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il generale repubblicano, fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme. Ma l'aristocrazia era odiosa ai più ardenti instigatori, la democrazia trionfava. Perlochè voci subdole si spargevano contro gli aristocratici; li chiamavano tirannelli; il popolo sempre era di mezzo, e lo dicevano sovrano. Imperversavano gridando che, scacciato quel tiranno del papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche que' tiranni de' senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano; il popolo adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse significare; i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e con Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni tanto perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranze di riforme, non accorgendosi che se il resistere alla piena era impossibile, il secondarla era insufficiente. Pubblicava si creasse una congregazione d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un modello di costituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel modo di reggimento che sussisteva in Bologna prima della signoria de' pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica forma non piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano d'aristocrazia. La verità era, che niuna forma buona, se non la democratica, pareva a coloro che menavano più romore. Compariva intanto il modello della costituzione tutto democratico e, secondo il solito, levato di peso dalla costituzione franzese, ma contenente altre parti: si abolisse la tortura, si moderassero le pene, si abbreviassero i processi.

Adunaronsi i comizii nella chiesa di San Petronio; il fine era di accettare o rifiutare la costituzione. Per voti concordi nominarono presidente Aldini avvocato raccolto il partito, trovossi avere squittinato quattro cento ottantaquattro; quattro cento trentaquattro pel sì, cinquanta pel no. Bandì il presidente, il popolo bolognese avere accettata la costituzione. Intuonossi l'ambrosiano canto, al tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar nei tamburi, una musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta Bologna. Godeva il popolo; la notte fuochi artificiali, luminarie, teatri, e quanto si usa fare dai popoli nelle grandi allegrezze.

Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi; tutta l'Emilia commossa.

In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla i popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in questi moti con maggiore ardenza camminavano. La sua presenza in Modena fruttava altro che parole. Chiamati a sè i primi, fece loro intendere, con un'arte esortatoria che era in lui molto efficace, si unisse tutta l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi. Questi consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però si adunavano, il dì 16 ottobre, in Modena ventiquattro deputati per parte di Ferrara, venti per Modena, venti per Reggio. Decretava il consesso, tutta l'Emilia in una sola repubblica sotto protezione della Francia si unisse; la nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure a tutti i pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse che avesse carico di levare, ordinare, armare quattro mila soldati a difesa comune; un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse il dì 27 dicembre; questo secondo congresso statuisse la costituzione che avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva di esempio ai Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi ultimi, per non parer da meno, offerirono dodici mila soldati. Già si dava opera a Milano ad ordinare la legione lombarda, in cui entrarono Italiani di ogni provincia, e la legione polacca, in cui si scrissero molti Polacchi, o disertori o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti in tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè delle parole nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Franzesi, li facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da ambe le parti. Presentarongli in una modenese festa trionfalmente a Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani e li faceva intingere contro lo imperatore.

Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva fatto quanto per lui si era potuto per adempire le condizioni, ancorchè gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi non veniva a conclusione. Voleva il direttorio che il papa recedesse da qualunque lega contro Francia; negasse il passo ai nemici, il desse ai Franzesi; serrasse i porti agl'Inglesi; rinunziasse a Ferrara, a Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo; proibisse l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio richiedeva che il papa rivocasse qualunque scritto od atto emanato dalla santa Sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia dall'89 in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con consentimento unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte le pratiche, non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse colla forza. Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una terza mossa austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di aver seco congiunte le armi imperiali.

Sapeva Pio VI a quale pericolo sottoponesse sè medesimo e tutto lo Stato ecclesiastico col rifiutar la pace. Perciò non ometteva alcuno di quegli aiuti che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve a tutti i principi cattolici, col quale, gravissimamente favellando, gli esortava a non abbandonare dei sussidii loro la santa Sede in così imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella religione che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; dimostrando quindi di quanto danno fosse minacciata, sorgessero adunque, esortava, accorressero, pruovassero aver cura di quanto ha posto il cielo quaggiù di più sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli, tanto vicino al pericolo, l'esempio della costanza, nè potere o il romore di sì perniziosa guerra o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei mali affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto a difesa di quella religione che, scesa da Cristo Dio pel ministero dei santi Apostoli sino a questi miseri tempi incorrotta e pura, doveva parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.

Queste voci mandava ai principi cattolici il pontefice ottuagenario, primo sostenitore, e con le parole e con l'esempio, dell'autorità e della dignità dei principi.

Non aveva il re di Napoli intermesso per mezzo del principe di Belmonte Pignatelli i suoi negoziati a Parigi, ora con più vivezza procedendo, ora allungando il dichiararsi, secondochè gli accidenti d'Italia succedevano o più prosperi o più avversi alle armi franzesi. Lo stimolavano dall'un de' lati l'Austria e l'Inghilterra a mantenersi in fede; dall'altro il ritraeva il timore dei Franzesi saliti in tanta potenza. Il direttorio, che si accorse dell'arte, volle stringere; ma in tal fatto meritossi riprensione dell'aver tacciato, accennando alle tergiversazioni del principe di Belmonte, d'infame nota la fede italica, come la chiamò; perchè niun vede come si possa accusare una nazione dell'infedeltà de' suoi governi, e nemmeno vede come le arti usate dal principe napolitano, ora di stringere, ora di allargarsi, possano chiamarsi arti fedifraghe e da chiamarsi con nome odioso; perciocchè di simili arti usarono tutti i governi in tutti i loro negoziati politici, e la Francia stessa le usò in ogni tempo, e più ancora a quei del direttorio. L'udire poi accusarsi la fede italica come infedele da coloro che a bella posta cercavano lite ai principi italiani per cavarne denaro e per distruggerli, non si potrà certamente senza sdegno comportare da chi, libero da ogni anticipata opinione essendo, è solo amatore del giusto e dell'onesto.

Intanto, tra per la mediazione di Spagna e per le nuove che ogni dì più si moltiplicavano del venire i Tedeschi verso l'Italia, fu concluso fra la Francia e Napoli un trattato di pace il dì 10 ottobre, molto onorevole, secondo i tempi, al re; perchè nè gli si comandava di serrare del tutto i porti alle potenze nemiche della repubblica, nè gli s'imponeva l'obbligo di scarcerare i mescolati in congiure. Le principali condizioni furono: che il re rinunziasse a qualunque lega coi nemici della Francia; si mantenesse puntualmente in neutralità con le potenze belligeranti; vietasse l'entrata nelle sue marine alle navi armate in guerra di esse potenze, così franzesi, come di altre nazioni, se più di quattro fossero; si restituissero tutti i beni sì mobili che stabili sequestrati e confiscati, tanto in Francia, quanto nel regno, a motivo della presente guerra; si stipulasse un trattato di commercio; avesse luogo nella pace la repubblica batava.

Anche la tregua tra la Francia e Parma si convertiva in accordo, per verità non troppo superbo pel duca, per la protezione in cui l'aveva la Spagna, sicchè la pace gli recò minor danno che la tregua: accidente insolito, perchè le paci del direttorio erano per l'ordinario peggiori delle tregue.

Udissi a questi giorni la morte (16 ottobre) di Vittorio Amedeo III, re di Sardegna, principe che avrebbe avuto in sè tutte le parti che in un reggitore di popoli si possono desiderare, se non fosse stata quella smania di guerra che notte e dì il tormentava. Quindi consumò l'erario per mantenere i soldati, ed i soldati consumarono il paese: lo soggettarono anche alla forza, che sarebbe stata intollerabile, se la natura buona del principe e le vecchie abitudini di governo regolato non l'avessero temperata. Restano e sempre resteranno le memorie delle onorate cose fatte da lui in pace e nel riposo de' suoi popoli; ma fatalmente Vittorio Amedeo lasciò morendo un regno servo che avea ricevuto intero, un erario povero che aveva ereditato ricchissimo, un esercito vinto che gli era stato tramandato vittorioso. Così le sue virtù, che furono molte e grandi, non partorirono pe' suoi sudditi tutto quel benefizio che promettevano.

Successe nel regno a Vittorio Amedeo III Carlo Emmanuele IV di questo nome, principe ammaestrato in molte belle discipline, ornato di tutte le virtù che in uomo capir possono, e devotissimo alla religione. Ma con l'animo ottimo aveva il corpo infermo; perciocchè pativa straordinariamente di nervi, e questo male, al quale non era rimedio, gli rappresentava spesso di strane fantasie, che il facevano parere assai diverso da quello ch'egli era veramente. Essendo gli Stati del re frapposti tra Francia ed Italia, e provveduti tuttavia di buone armi, sebbene infelicemente usate, molto importava alla prima di averlo per amico; perciò il direttorio nissuna cosa lasciava intentata per congiungerselo in amicizia stabile per un trattato di alleanza. Si aggiungeva la tenerezza di Buonaparte pel re, cui fu sempre primario intendimento di trasportare il dominio del re dal Piemonte nello Stato di Milano, e d'incorporare alla Francia il Piemonte e l'isola di Sardegna. Questo pensiero stesso ei si volgeva in mente, quando più con le istigazioni tentava di accalorare lo spirito repubblicano in Milano. Ma non andava a grado del direttorio, o fosse che non avesse ancor deposto il pensiero di restituire, se bisognasse, il Milanese allo imperatore, o fosse che per una tal quale ambizione di repubblica credesse che con tante vittorie potesse alzar l'animo a maggiori cose, con fondare una nuova repubblica negli Stati dell'imperatore in Lombardia. Amava meglio di compensare il re a spese di Genova. Ambidue cercavano con queste speranze di adescar tanto Carlo Emmanuele, ch'ei venisse a concludere con la repubblica la confederazione. E siccome queste pratiche non si potevano tenere tanto segrete che le altre potenze non le subodorassero, confidavano che l'imperatore intimorito si sarebbe più facilmente inclinato a fare la volontà della repubblica. Ma il re non volle a questo tempo consentire al trattato, perchè gli pareva che, se congiunto fosse in lega difensiva ed offensiva con Francia, sarebbe stato costretto a volgere le sue armi contro il papa, al quale sapeva che i repubblicani macchinavano allora di far guerra, nè gli poteva sofferir l'animo di offendere il capo della Chiesa che non gli aveva fatto alcuna ingiuria.

In questo mentre Carlo Emmanuele aveva chiamato ai consigli dello Stato, invece del conte d'Hauteville, il cavaliere di San Damiano di Priocca. Inoltre, avendo il direttorio ripudiato il conte di Revel, come fuoruscito franzese, dall'ambasciata di Parigi, il re gli aveva surrogato il conte Balbo, uomo di alto lignaggio, di molte lettere e di non poca dottrina. Del rimanente, quanto al politico, era il conte piuttosto amatore di mettere l'Italia in Piemonte, che il Piemonte in Italia, ed aveva ottimamente conosciuto di che qualità fosse la libertà di quei tempi. Arrivato come ambasciatore di Sardegna a Parigi, gli furono date gratissime parole; ed egli, siccome quello che era accorto e buon conoscitore degli uomini, si mise tosto in sul negoziare, non disperando di trovar modo di far servigi importanti al re fra quei repubblicani amatori di denaro e di nomi illustri. Intromesso al cospetto del direttorio, disse non essere mai stato il re suo signore nemico a Francia nè al governo di lei; tempi fatali avergli posto in mano l'armi.... non aver mai cessato di desiderare la pace.... consigliarlo il rispetto dell'interesse suo, che era quello stesso del suo popolo, che restasse affezionato alla Francia: naturale adunque essere, soggiungeva, l'amicizia dei due Stati; avere lui carico di nudrirla; e perchè nissuna cattiva impressione restasse, avere carico di disdire i fatti accaduti in Piemonte contro l'ultimo ambasciatore di Francia; presentare le sue credenziali; vedrebbero per loro quanta fede avesse il re posta in lui; stimerebbe meritarla, se quella del direttorio meritasse.

Rispose magnificamente il presidente, la moderazione del principe del Piemonte (quest'era la qualità di Carlo Emmanuele prima della sua assunzione) avere preparato la strada alla stima del popolo franzese verso il re; accrescersi la contentezza del direttorio alle nuove protestazioni; renderebbe il governo di Francia amicizia per amicizia; desiderare che l'esempio di un re amatore della pace piegasse tutti i nemici della repubblica ad accettarla; rallegrarsi il popolo franzese per le vittorie acquistate ad assicurazione della sua libertà, ma vieppiù essere per rallegrarsi, quando tutte le nazioni vivessero in amicizia con lui; non conoscere la repubblica l'astuzia politica; stipulare i trattati con lealtà, osservarli con fede, difenderli con coraggio; soddisfarsi il direttorio al vedere che il re l'avesse eletto a nutritore di concordia, sperare si sforzerebbe in adempir bene il quieto mandato.

Tali furono i vicendevoli parlari tra Francia e Sardegna. Quantunque il re non potesse amare un governo che l'opprimeva, la sua amicizia politica verso di lui era nondimeno sincera, perchè credeva che ciò importasse alla salute ed agl'interessi del suo reame. Dall'altro lato il direttorio mostrava il viso benigno al re, per aver seco congiunte le sue armi, sebbene avesse disegni di distruzione del governo regio in Piemonte.

Ma quel che faceva ricercare il re della sua amicizia in questo momento cagionava il pericolo della repubblica di Genova. Vennesi pertanto in sui cavilli e sulle superbe parole. Ricominciaronsi le querele pel fatto della Modesta già composto tante volte. Esortava Faipoult Buonaparte a venire armato a Genova per cacciare dai magistrati gli avversi a Francia, a bandirli, a cambiare le forme delle deliberazioni del governo.

Mandava la signoria all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo, uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tirava più su colle richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agli Inglesi, sei mila Franzesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova, un presidio franzese la lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili, mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola patrizio veduto volontieri dagli agenti franzesi. Si faceva lo Spinola avanti, parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.

Intanto il dì 11 settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto che fece precipitar Genova alla parte franzese. Nelson, viceammiraglio d'Inghilterra, rapì sulla spiaggia di San Pier d'Arena una nave franzese: fu il caso tanto improvviso, che nè le artiglierie della Lanterna furono a tempo di romperne il disegno. Faipoult, usando l'occasione, ed acceso in gravissima indegnazione, domandava che Genova, dal cui porto era uscito Nelson per quella prepotente fazione, intercludesse i porti agl'Inglesi e desse, in compenso della nave rapita, in mano di Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti: quando no, sarebbe tenuta del fatto verso la repubblica.