Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 45
Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta quelle fortificazioni che per la brevità del tempo poterono. Intanto Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico, si apparecchiava a mettere ad esecuzione il suo disegno, ch'era di sforzare il passo del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale austriaco senza sospetto di ciò, quantunque, per le dimostrazioni del suo avversario, avesse ritirato parte dello sue genti ai luoghi superiori. Però aveva munito il ponte con le opportune difese, avendo ordinato che quattro mila soldati eletti si trincerassero sulla destra alla bocca del ponte, e che sulla sponda medesima diciotto centinaia di cavalli stessero pronti a spazzare all'intorno la campagna ed a calpestare chi s'accostasse. Il resto delle genti alloggiava sulla sinistra accosto al ponte per accorrere in aiuto della vanguardia, ove pericolasse. Muovevansi improvvisamente, la mattina del 29 maggio, i repubblicani da Castiglione, Capriana, Volta, e s'indirizzavano al ponte di Borghetto. Successe una battaglia forte, perchè gli Austriaci, già tante volte vinti, non si erano perduti d'animo, anzi, valorosamente combattendo, sostenevano l'impeto dei Franzesi. Restavano superiori sulla prima giunta, perchè, non essendo ancora arrivate tutte le genti di Francia, la vanguardia, che prima aveva ingaggiato la battaglia, cominciava a crollare e ritirarsi. Ma sopraggiungendo squadroni freschi, massimamente cavalli ed artiglierie, furono gli Austriaci risospinti, nè, potendo più resistere alla moltitudine che gli assaltava virilmente da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra del fiume, si ricoveraron sulla sinistra, guastato un arco del ponte, perchè il nemico non li potesse seguitare. Ma erano le battaglie dei Franzesi di quei tempi più che d'uomini. Ed ecco veramente che il generale Gardanne, postosi a guida d'una mano di soldati coraggiosissimi, si metteva in fiume, non curando nè la profondità di esso, perciocchè l'acqua gli arrivava infino a mezzo petto, nè la tempesta delle palle che dall'opposta riva si scagliavano: già varcava ed alla sinistra sponda si avvicinava. A tanta audacia, il timore occupava gli Austriaci; si ricordarono del fatto di Lodi, rallentarono le difese, e fu fatto abilità ai repubblicani non solo di passare a guado, ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa diede la vittoria compiuta ai Franzesi; e, come l'ebbero, così l'usarono; perchè, avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per romperlo intieramente e sì per impedire, se possibil fosse, che gittasse un presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma Buonaparte, che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar la strada al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau contro Peschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo della fortezza, e corresse a Caslelnuovo ed a Verona. Così, impossibilitati a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo, gl'imperiali sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva pe' suoi corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo che, poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più avere speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al ritirarsi ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare, perchè il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra, s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa e sostenere una stretta battaglia tra Villeggio e Villafranca, sulla sponda di un canale largo e profondo che congiunge le acque del Mincio con quelle del Tartaro. Infatti, mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e, per tal modo, raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo la notte interrotto la battaglia del canale, verso l'Adige: quindi, passato questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo. Augereau trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.
Questa fu la conclusione della guerra fatta da Beaulieu in Italia, da cui si rende manifesto, che se le armi franzesi di tanto riuscirono superiori alle sue, debbesi, non a mancanza di valore ne' soldati dell'imperatore attribuire, ma bensì all'arte ed all'astuzia militare, per cui il giovine generale di Francia di sì gran lunga superò il vecchio generale d'Alemagna.
S'incominciavano intanto a manifestare i maligni segni di quel veleno che il direttorio e Buonaparte nutriano contro la repubblica di Venezia, meno forse per odio che per utile: il che per altro è più odioso. Due erano i principali fini a cui si tendeva: il primo che l'esercito acquistasse per sè tutti i mezzi di perseguitar l'inimico e d'impedire il suo ritorno; era il secondo di turbare lo stato quieto della repubblica veneziana, perchè pel presente si aprissero le occasioni di vivervi a discrezione, e per l'avvenire sorgessero pretesti di disporne a lor grado. All'uno e all'altro fine conduceva acconciamente l'occupazione di Verona, perchè il suo sito, dove sono tre ponti, è padrone del passo dell'Adige, ed è, a chi scende dall'Alpi Rezie, principale impedimento a superarsi. Da un'altra parte l'acquisto di una piazza tanto principale non poteva farsi da' Franzesi senza un grande sollevamento d'animi in quelle provincie.
Adunque al fine d'impossessarsi di Verona indrizzò Buonaparte, dopo la vittoria di Borghetto e la presa di Peschiera, i suoi pensieri; e però incominciò a levare un rumore grandissimo e ad imperversare, sclamando che Venezia, per aver dato ricovero nei suoi Stati al conte di Lilla, si era scoperta nemica alla Francia, e che l'aver lasciato occupare Peschiera dagl'imperiali dimostrava la parzialità del governo veneziano verso di loro. E così, tempestando e moltiplicando ognora più nello sdegno e nelle minacce, affermava volersene vendicare. Di tratto in tratto prorompeva anzi con dire che non sapeva quello che il tenesse che non ardesse da capo in fondo Verona, città, soggiungeva, tanto temeraria che si era creduta capitale dell'impero franzese. Nel che intemperantemente ed assurdamente alludeva al soggiorno fattovi dal già detto conte di Lilla, pretendente alla corona di Francia; soggiorno pel quale soltanto credettero i Veronesi aver fatto opera pia, dando dentro le loro mura ricovero ad un principe perseguitato ed infelice.
Quanto al fatto di Peschiera, dal già detto intorno al suo stato non difendevole, si vede se potessero i Veneziani in un caso tanto improvviso impedire che i Tedeschi vi entrassero. Bene sapeva egli cosa vi fosse in fondo di tutto questo, stantechè scriveva al direttorio, il dì 7 giugno, che Beaulieu aveva vituperosamente ingannato i Veneziani, avendo solamente domandato il passo per cinquanta soldati, e che con questo pretesto si era impadronito della terra. Ma queste querele faceva in primo luogo per accennare, come abbiamo detto, a Verona, nella quale, per esser munita di tre fortezze ed assicurata da una grossa banda di Schiavoni, non poteva entrar di queto senza il consenso de' Veneziani; in secondo luogo per fare dar denaro a Venezia, conciossiachè scriveva egli al direttorio il dì suddetto in proposito di questo medesimo fatto di Peschiera, a bella posta avere aperto questa rottura, perchè, se volessero cavar cinque a sei milioni da Venezia, sì il potessero fare.
Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore. E però, per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni che dalla sua bocca propria e non da quella di altrui voleva udire, si mise in viaggio col segretario Sanfermo per andarlo a visitare a Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con esso lui e con Berthier, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica veneta ed in ogni accidente seguitato i principii della più illibata neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, il quale non voleva esser convinto, ma bensì intimorire, che male aveva corrisposto Venezia all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar da' Tedeschi Peschiera, il che era stato cagione che egli avesse perduto mille e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le sue galere vietar loro il passo pel mare e pei fiumi; che in somma erano i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi, trascorrendo dalle minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani l'aver dato asilo negli Stati loro ai fuorusciti franzesi ed al conte di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava che prima del suo partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai Massena; che già forse le artiglierie di Francia la fulminavano, e che già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque, aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto, acciocchè il senato ne ragguagliasse.
Spaventato in tal modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un poco sopra di sè; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il seguente si appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe salva la città ed avrebbero i Veneziani la custodia delle porte; i magistrati il governo dello Stato; ma che se gli fosse contrastato l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.
Queste arti usava Buonaparte, il dì 31 maggio, per ottenere pacificamente il possesso di Verona; dal che si vede qual fede prestar si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì 29 del mese medesimo, e quale fosse la sincerità delle sue promesse.
Da queste insidie e da queste minacce si rendeva chiaro quali dovessero essere le deliberazioni del provveditor veneziano; posciachè, prescindendo anche dagli oltraggi, quel dire di voler arder sul fatto una città nobilissima del veneziano territorio, quell'affermare che fra sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la guerra a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non poteva a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta, ma ancora necessaria una subita presa d'armi dal canto de' Veneziani. Quello era il momento fatale della veneziana repubblica, quello il momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto l'animo e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo perduto dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento, non piangerebbe il mondo tante vite infelicemente spente per fondare il dispotismo di un capitano.
Ma Nicolò Foscarini, invece di gridar campane, come Pietro Capponi, corse, pieno di paura, a Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei quali consisteva la principal difesa, l'abbandonassero, e che così i magistrati come i cittadini ricevessero pacificamente i soldati di Buonaparte.
Come prima si sparse in Verona che i Franzesi vi sarebbero entrati per alloggiarvi, vi nacque nelle persone di ogni condizione e grado uno spavento tale che pareva che la città avesse ad andare a rovina. Più temevano i nobili che i popolani, perchè sapevano che i repubblicani li perseguitavano. Il popolo, raccolto in gran moltitudine sulle piazze e per le contrade, pieno di afflizione e di terrore, accusava la debolezza di Foscarini e le perdute sorti della repubblica. Lo stare pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il pericolo presente prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in un subito la strada da Verona a Venezia impedita da lungo ingombro di carrozze, di carri e di carrette che le atterrite famiglie trasportavano con quelle suppellettili che in tanta affoltata avevano a molta fretta potuto raccorre. Nè minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano i fuggiaschi occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le masserizie più preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarii dei poveri: navigavano intanto a seconda per andar a cercare in lidi più bassi, od oltre le acque del mare, terre non ancora percosse dalla furia della guerra.
Entrarono il dì primo giugno i Franzesi in Verona. Quivi Buonaparte lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose piazze, i templi, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto l'arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano anche padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono i ponti, ma ancora le porte e le fortificazioni. Nè così soltanto mancavasi al convenuto; ma contro alle promissioni fatte nel manifesto di Brescia, di voler pagare in contanti tutto che si richiedesse in servigio dei soldati, si facevano, nelle campagne testè felici del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del Veronese, tolte incredibili che, non che si pagassero, non si registravano; seguivano mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le cose rapite bastavano od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con quella prestezza medesima con cui si rapivano. Quindi era desolato il paese, nè abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto all'umana generazione è necessario così grave e così stolto come in questa terribil guerra si fece. I popoli intanto, vessati in molte forme, e cadendo da una tanta agiatezza in improvvisa miseria, entravano in grandissimo sdegno e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor più gravi.
A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello di Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta per le vittorie di Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese a patti il dì 29 giugno, salve le robe e le persone, eccettuati solo i fuorusciti franzesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Fu questo acquisto di grande importanza ai Franzesi, perchè era il castello come un freno ai Milanesi, e molto assicurava le spalle ai repubblicani.
La ruina sotto dolci parole si propagava in altre parti d'Italia; perchè, trovandosi Buonaparte, per le vittorie di Lodi e di Borghetto, e così per la ritirata di Beaulieu alle fauci del Tirolo, sicuro alle spalle e sul sinistro fianco, voltò l'animo ad allargarsi sul destro, chè quivi ricche e fertili terre l'allettavano. Restavano, oltre a ciò, a domarsi il papa ed il re di Napoli e ad espilare il porto di Livorno. Per la qual cosa, spingendo avanti le sue genti, dopo l'occupazione di Modena, s'incamminava alla volta di Bologna, città forte più d'ogni altra d'Italia, piena d'uomini forti e generosi, e che, conoscendo bene la libertà, non la misurava nè dalla licenza nè dal servaggio forastiero.
Aveva il senato di Bologna anticonosciuto che per la vittoria di Lodi diveniva il generale franzese signore di tutta la Lombardia. Però, desiderando di preservare il Bolognese dalle calamità che accompagnano la guerra, aveva a molta fretta, dopo di aver creata un'arrota d'uomini eletti con autorità straordinaria, mandato a Milano i senatori Caprara e Malvasia coll'avvocato Pistorini, acciò, veduto il generalissimo, il pregassero d'aver per raccomandata la patria loro. Al tempo medesimo il sommo pontefice, spaventato dall'aspetto delle cose, siccome quegli che nell'approssimarsi dei repubblicani vedeva non solo la ruina del suo Stato temporale, ma ancora novità perniciose alla religione, specialmente se come nemici allo Stato pontificio si accostassero, aveva commesso al cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma, che già era intervenuto alla composizione con Parma, andasse a Milano e procacciasse di trovar modo d'accordo con quel capitano terribile della repubblica di Francia. Era Azara molto benignamente trattato da Buonaparte, e perciò personaggio atto a far quello che dal pontefice gli era raccomandato. Furono dal generale umanamente uditi i senatori di Bologna: parlaronsi nei colloqui segreti di molti gravi discorsi, il fine dei quali tendeva a slegare i Bolognesi dalla superiorità pontificia, a restituire quel popolo alla sua libertà statuita, già com'è noto da ognuno, fin dai tempi della lega lombarda, e ad impetrare che i soldati repubblicani, passando pel Bolognese, vi si comportassero modestamente. Questi erano suoni molto graditi ai popoli di quel territorio: Buonaparte, che sel sapeva, promise ogni cosa e più di quanto i deputati avevano domandato; sì che partironsi molto bene edificati di lui, e se ne tornarono a Bologna. Intanto le sue genti marciarono. Comparivano il 18 giugno in bella mostra e con aria molto militare poco distante da Bologna dalla parte di Crevalcuore. Nel giorno medesimo una banda di cavalli condotta da Verdier entrava, come antiguardo, in Bologna, e, schieratasi avanti il palazzo pubblico, faceva sembiante d'uomini amici e liberali. Il cardinal Vincenti legato, non prevedendo che fosse giunta al fine in quella legazione l'autorità di Roma, avvisava il pubblico dell'arrivo dei Franzesi e della buona volontà mostrata dai capi. Esortava che attendesse quietamente ai negozii; comandava che rispettassero i soldati; minacciava pene gravi, anche la morte, secondo i casi, a chi con parole o con fatti gli offendesse. Entrava poi il seguente giorno la retroguardia; arrivavano alla notte Saliceti e Buonaparte.
Era Bologna stata spogliata del dominio di Castelbolognese, terra grossa situata oltre Imola, e fondata anticamente dai Bolognesi desiderosissimi di ricuperare quell'antica colonia; nè alla ricongiunzione ripugnavano i castellani medesimi. Buonaparte, informato dai deputati di questi umori, come prima arrivava a Bologna, restituiva il possesso di Castelbolognese, ed aboliva ogni autorità del papa, reintegrando i Bolognesi nei loro antichi diritti di popolo libero ed indipendente. Nè ponendo tempo in mezzo, comandava al cardinal Vincenti legato se ne partisse immantinente da Bologna. Indi, chiamato a sè il senato, a cui era devoluta l'autorità sovrana, gli significava che, essendo informato delle antiche prerogative e privilegii della città e della provincia, quando vennero in potere dei pontefici, e come erano stati violati e lesi, voleva che Bologna fosse reintegrata della sostanza del suo antico governo. Ordinava pertanto che l'autorità sovrana al senato intiera e piena ritornasse; darebbe poi a Bologna, dopo più matura deliberazione, quella forma di reggimento che più al popolo piacesse, e più all'antica si rassomigliasse: prestasse intanto il senato in cospetto di lui giuramento di fedeltà alla repubblica di Francia, ed in nome e sotto la dipendenza di lei la sua autorità esercesse: i deputati dei comuni e dei corpi civili il medesimo giuramento in cospetto del senato giurassero.
Preparata adunque con grande sontuosità la sala Farnese, e salito sur un particolare seggio, riceveva Buonaparte il giuramento de' senatori; quindi si accostarono a prestarlo, presente sempre il generale di Francia, i magistrati sì civili che ecclesiastici: il che fece in tutta Bologna una gran festa, grata al popolo, perchè nuova e con qualche speranza, grata al senato, perchè da servo si persuadeva d'esser divenuto padrone, non badando che se era grave la servitù verso il papa, sarebbe stata gravissima verso i nuovi signori.
Diessi principio al nuovo stato, secondo il solito, a suon di denaro. Pose Buonaparte gravissime contribuzioni di guerra. Si querelavano i popoli, pure se ne acquetavano, perchè sapevano che bisogna bene che i soldati vivano del paese che hanno; solo si sdegnavano dello scialacquo, nè potevano tollerare di dar materia ai depredatori, chè i soldati e gl'Italiani ugualmente rubavano. Poco stante successe, come a Milano, un fatto enorme, che dimostrò vieppiù qual fosse il rispetto che si portava alle proprietà. Imperciocchè, poste violentemente le mani nel monte di pietà, lo espilavano per far provvisione, come affermavano, allo esercito. Solo restituirono i pegni che non eccedevano la somma di lire ducento. Ma, temendo gli autori di tanto scandalo lo sdegno di un popolo generoso, quantunque attorniati da tante schiere vittoriose, avevano per previsione ordinato che si togliessero l'armi ai cittadini.
I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni, il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio, finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli ambasciadore di Bologna. Creato dà vincitori a Ferrara un municipio d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione di scudi romani in contanti e di trecento mila in generi. Queste angherie sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara; ma non le potè tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza da Imola; perchè, concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro i conquistatori, si sollevarono gridando guerra contro i Franzesi. Concorsero nel medesimo moto coi Lughesi altre terre circonvicine, e fecero una massa di popolo molto concitata e risoluta al combattere. Augereau, come ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa squadra di cavalli e di fanti. Comandava intanto pubblicamente avessero i Lughesi a deporre l'armi e ad arrendersi fra tre ore, e chi nol facesse fosse ucciso. Aveva in questo mezzo il barone Cappelletti, ministro di Spagna, interposta sua mediazione; ma fu sdegnosamente rifiutata da que' popoli più confidenti di quanto fosse il dovere in armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi venire per la ostinazione loro al cimento dell'armi, i Franzesi si avvicinavano a Lugo partiti in due bande, delle quali una doveva far impeto dalla parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La vanguardia, che marciava con troppa sicurezza, diede in un'imboscata, in cui restarono morti alcuni soldati. Nonostante, volendo il capitano franzese lasciar l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a Lugo per trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutata la proposta; narra anzi Buonaparte che i sollevati, fatto prima segno all'uffiziale che si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione de' messaggi di pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i Franzesi ed i sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le parti con molto valore. Finalmente i Lughesi, rotti e dispersi, furono tagliati a pezzi, con morte d'un migliaio di loro, avendo anche perduto la vita in questa fazione ducento Franzesi. Fu quindi Lugo dato al sacco; condotte in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni cosa fu posta a sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato. Furono terribili le pene date dai repubblicani ai sollevati, ma non furono più moderate le minacce che seguitarono. Comandava Augereau che tutti i comuni si disarmassero e le armi a Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore fosse ucciso; ogni città o villaggio dove restasse ucciso un Franzese fosse arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Franzese fosse ucciso, e la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso; chi facesse adunanze di gente armata o disarmata fosse ucciso.