Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 44
Per supplire intanto alla voragine della guerra, pubblicava Buonaparte sulla conquistata Lombardia una gravezza di venti milioni di franchi, e faceva abilità ai commissarii e capi di soldati di torre per forza i generi necessarii, con ciò però che dessero polizze del ricevuto accettabili in iscarico della gravezza dei venti milioni. Intenzione sua era che cadesse principalmente sui ricchi, sugli agiati e sui corpi ecclesiastici da sì lungo tempo immuni. Nè fu diversa dall'intenzione l'esecuzione; ma i ricchi, sì perchè si sentivano gravati straordinariamente, sì perchè non amavano il nuovo stato, con insinuazioni creavano odio in mezzo ai loro aderenti e licenziavano i servitori, chè poco bene disposti in sè per natura vecchia, ed avveleniti dalla miseria nuova, andavano spargendo nel popolo, massimamente nel minuto, faville di gravissimo incendio. Volle il magistrato municipale di Milano, posciachè in Milano principalmente abitavano i ricchi, rimediare a tanto male, ordinando che i padroni dovessero continuar a pagare i salarii ai servitori. Ma fu il rimedio insufficiente per la difficoltà delle denunzie. Nè contento a questo, perchè la necessità delle stanze militari, le somministrazioni sforzate di generi d'ogni specie, i caposoldi da darsi, il piatto da fornirsi ai generali, ai commissarii, ai comandanti, agli uffiziali, talmente il costringevano, che non era più padrone di sè medesimo, stanziava un'imposta straordinaria sotto nome di presto compensabile, di denari quattordici per ogni scudo di estimo delle case e fondi milanesi. Non parlasi dei cavalli e delle carrozze che si toglievano, perchè essendo i padroni, come si diceva, aristocrati, pareva che la roba loro fosse diventata quella d'altrui. A questo si aggiungeva l'insolenza militare, consueta in ogni esercito, ma più ancora in questo che in altro, perchè a grandi e replicate vittorie era congiunta un'opinione politica ardentissima e molto diversa da quella dei popoli, fra' quali egli viveva. Il che sia detto generalmente, perchè molti uffiziali, o per gentile educazione o per bontà di natura, si portavano e dentro e fuori delle case del popolo conquistato in tale guisa che si conciliavano la benevolenza d'ognuno. Ma cagione gravissima di esacerbazione nei popoli erano le tolte sforzate di generi che per uso dei soldati o proprio alcuni facevano nelle campagne; perchè in quei villerecci luoghi, liberi di ogni freno essendo, involavano a chi aveva e a chi non aveva, e così agli amici come ai nemici del nome franzese. Aggiungevansi le minaccie e le insolenti parole, più potenti assai al far infierire l'uomo che i cattivi fatti. Ciò rendeva i Franzesi odiosi, ma più ancora odiosi rendeva gl'Italiani, che per loro medesimi o per le opinioni parteggiavano pei Franzesi. Nè il popolo discerneva i buoni dai tristi, anzi gli accomunava tutti nell'odio suo, perchè vedeva che tutti aiutavano l'impresa di una gente che, venuta per forza nel loro paese, aveva turbato l'antica quiete e felicità loro. Adunque lo sdegno era grande; la sola forza dominava. Prevalevansi i nobili, offesi nelle sostanze e nell'animo, di queste male contentezze dei popoli. A questi si accostavano gli amatori del governo dell'arciduca e gli ecclesiastici, che temevano o della religione o dei beni. Spargevano nel contado voci perturbatrici, che sarebbe breve, come sempre, il dominio franzese in Italia; che questa terra era pur tomba ai Franzesi, che sempre erano state subite le loro venute, ma più subite ancora le loro cacciate o gli eccidii; quindi eccitavano all'armi, quindi dicean calar dalle tirolesi rupi nuovi eserciti imperiali, quindi spargevano voler i Franzesi fare per forza una leva di gioventù lombarda per mandarla, con le genti franzesi incorporandola, alla guerra contro l'imperatore; e per quanto si sforzassero i magistrati di persuadere ai popoli il contrario, vieppiù nella concetta opinione si confermavano. In mezzo a tutti questi mali umori successe a Milano un fatto veramente enorme che li fece traboccare e crescere in grandissima inondazione.
Era in Milano un monte di pietà assai ricco, dove si serbavano, o gratuitamente come deposito, o ad interesse come pegno, ori, argenti e gioie di grandissimo valore. Si aggiungevano, come si usa, capi di minor pregio, e fra tutti non pochi appartenevano a doti di fanciulle povere. Sacro era presso a tutti il nome di monte di pietà non solo perchè era segno di fede pubblica, ma ancora perchè le cose depositate la maggior parte appartenevano a persone o per condizione o per accidente bisognose. Come prima Buonaparte e Saliceti posero piede nella imperial Milano, si presero, malgrado dell'esortazioni contrarie di parecchi generali, le robe più preziose che si trovavano riposte nel monte e le avviarono alla volta di Genova, avvisando il direttorio che là erano condotte acciò ne disponesse a grado suo.
Di ciò si sparse tosto la fama, magnificandosi con dire che non si fosse portato più rispetto alle proprietà de' poveri che a quelle de' ricchi, il che in parte era anche vero. Le quali cose, giunte all'insolenza militare, allo strazio che si faceva nelle campagne, alle improntitudine dei patriotti, partorirono una indegnazione tale che dall'un canto prestandosi fede a nuove incredibili, dall'altro non vedendosi o non stimandosi il pericolo, si accese la volontà di far un moto contro i Franzesi. Nè fu la città stessa di Milano esente da questa turbazione; perciocchè, facendo i repubblicani non so quale allegrezza intorno all'albero della libertà, incitati i popoli a sdegno, correvano a far loro qualche mal tratto, e lo avrebbero anche fatto, se non sopraggiungeva Despinoy con una banda di cavalli, il quale, frenato l'impeto loro, gli ebbe tostamente posti a sbaraglio.
Ma le cose non passarono sì di queto ne' contorni di Milano, massimamente verso la porta Ticinese, perchè viaggiando e Franzesi e patriotti italiani, o soli o con poca compagnia, per quelle campagne, e non essendo pronta, come in Milano, la soldatesca a preservarli, furono da turbe contadine assaltati ed uccisi. Queste uccisioni presagivano uccisioni ancor maggiori ed accidenti tristissimi. Ma il nembo più grave si mostrava nelle campagne più basse verso il Po ed il Ticino. In Binasco principalmente l'ardore contro i Franzesi e contro i giacobini, come li chiamavano, era giunto agli estremi; e credendosi i Binaschesi ogni più crudele fatto lecito, ammazzavano quanti Franzesi o Italiani partigiani loro venivano alle mani. Essendo l'accidente improvviso, molti, anzi una squadra non piccola di Franzesi, furono barbaramente trucidati da quella gente.
A questo molo di Binasco, terra posta a mezzo cammino fra Milano e Pavia, moltiplicando sempre più la fama dello avvicinarsi de' Tedeschi, che i capi ad arte spargevano, si riscossero le popolazioni del Pavese, e fecero impeto contro la capitale della provincia. Chi poi non accorreva per la speranza de' soccorsi tedeschi, che non pochi sapevano esser vana, il facevano per la voce che s'era levata fra la gente tumultuaria che i Franzesi si avvicinassero per mettere a sacco Pavia. Già i Pavesi medesimi, irritati ad un piantamento di un albero della libertà, si erano sollevati la mattina del 23 maggio, e correvano la città armati e furibondi. Era la pressa grandissima sulla piazza. Crescevano ad ogni ora, ad ogni momento le truppe sollevate: suonavano precipitosamente in Pavia le campane a martello; rispondevano, con grandissimo terrore di tutti, quelle della campagna. Nascondevansi i patriotti, perchè il popolo li chiamava a morte: pure, più temperato in fatti che in parole, i presi solamente imprigionava. Gli uomini quieti serravano a furia le porte. I soldati di Francia segregati erano presi; i rimanenti, non più di quattrocento fanti, male in arnese, la maggior parte malati o malaticci, a grave stento si ricoverarono nel castello, dove, per mancanza di vitto, era certamente impossibile che si potessero difendere lungo tempo. Arrivarono in questo punto i contadini, e, congiuntisi coi cittadini, aggiungevano furore a furore. Alcuni fra i più ricchi, o che temessero per sè o che volessero aiutare quel moto, mandavano sulla piazza botti di vino, pane e carni, ed altri mangiari in quantità. In mezzo a tanto tumulto i buoni non erano uditi, i tristi trionfavano: i villani ignoranti, forsennati, e non capaci di pesar con giusta lance le cose, non vedendo a comparire da parte alcuna soccorsi in favore degli avversarii, davansi in preda all'allegrezza, e concependo speranze smisurate, già facevano sicura nelle menti loro, non solo la liberazione di Milano, ma ancora quella della Lombardia e di tutta l'Italia. Arrivava a questi giorni in Pavia il generale franzese Haquin; nè così tosto ebbe messo il piede dentro le mura, che, minacciato nella persona, fu condotto per forza al palazzo del comune, dove già era una banda grossa di soldati franzesi, che disarmati ed incerti della vita e della morte, se ne stavano del tutto in balìa di quella gente furibonda. Fu Haquin nascosto da' municipali, che ogni sforzo facevano per sedare quel cieco impeto. Ma finalmente il popolo sfrenato entrava nel palazzo per forza, e, trovato Haquin, lo volevano ammazzare; i municipali, facendogli scudo de' corpi loro, il preservavano, benchè ferito di baionetta in mezzo alle spalle. Mentre alcuni si adoperavano per la salute del generale, altri si ingegnavano di salvar la vita de' Franzesi; nè riuscì vano il benigno intento loro. Bene fece poi Haquin ufficio di gratitudine a Buonaparte, che, ritornata Pavia a sua devozione, gli voleva far ammazzare come autori della ribellione, raccomandandogli e con istanti parole pregandolo perdonasse a uomini già vecchi, a uomini più abili a pregare il popolo concitato che a concitar il quieto.
Intanto si viveva con grandissimo spavento in Pavia non già perchè vi si temessero dai più i Franzesi, avendo la rabbia tolto il lume dell'intelletto, ma perchè tutti i buoni temevano che quella furia, per trovar pascolo, si voltasse improvvisamente a danno ed a sterminio della misera città. Così passarono le due notti dai 23 ai 25; ma già si avvicinava l'esito lagrimevole di una forsennata impresa, quando più la moltitudine, per la dedizione del presidio ricoverato in castello, si credeva sicura della vittoria. Era giunto il 25 maggio, quando udissi improvvisamente un rimbombar di cannoni, prima di lontano, poi più da presso; e via via più spesseggiando il romore, dava segno che qualche gran tempesta si avvicinasse dalle parti di Binasco.
Erasi già Buonaparte, lasciato Milano in guardia a' suoi, condotto a Lodi, con animo di perseguitare con la solita celerità il vinto Beaulieu, quando gli pervennero le novelle del tumulto di Binasco e di Pavia. Parendogli, siccom'era veramente, caso d'importanza, perchè questi incendii più presto si spandono che non si estinguono, tornossene subitamente indietro, conducendo con sè una squadra eletta di cavalli ed un battaglione di granatieri fortissimi. Giunto in Milano, considerato che forse le turbe sollevate avrebbero mostrato ostinazione uguale alla rabbia, o forse, volendo risparmiare il sangue, si deliberava a mandar a Pavia monsignor Visconti, arcivescovo di Milano, affinchè con l'autorità del suo grado e delle sue parole procurasse di ridurre a sanità quegli spiriti inveleniti. Intanto, applicando l'animo a far sicuro colla forza quello che le esortazioni non avrebbero per avventura potuto operare, rannodava soldati e li teneva pronti a marciare contro Pavia. Infatti già marciavano; già incontrati per via i Binaschesi, facilmente li rompevano, facendone una grande uccisione. Procedendo poscia contro Binasco, appiccato da diverse bande il fuoco, l'arsero tutto.
Erasi intanto l'arcivescovo condotto a Pavia, e, fattosi al balcone del municipale palazzo, orava istantemente alle genti che si erano affollate per ascoltarlo. Con grande ardore parlava, desiderosissimo di salvar la città; ma più poteva in chi lo ascoltava un feroce inganno che le persuasive parole. Gridarono non doversi dar orecchio all'arcivescovo, esser dedito ai Franzesi, esser giacobino; e così su questo andare con altre ingiurie offendevano la maestà del dabben prelato. Adunque non rimaneva più speranza alcuna alla desolata terra; le matte ed inferocite turbe, accortesi oggimai che lo sperare aiuti estranei era vano, e che i Franzesi giù stavano loro addosso, chiusero ed abbarrarono le porte, ed empierono tutto all'intorno le mura d'armi e di armati. Ma ecco arrivare a precipizio il vincitor Buonaparte ed atterrare a suon di cannoni le mal sicure porte. Fessi in sulle prime una tal qual difesa; ma superando fra breve le armi buone e le genti disciplinate, abbandonavano frettolosamente i difensori le mura, e ad una disordinata fuga si davano. Fuggirono per diverse uscite i contadini alla campagna; si nascondevano i cittadini per le case. Restava a vedersi quello che il vincitor disponesse; aspettava Pavia l'ultimo eccidio.
Entrava la cavalleria della repubblica, correva precipitosamente, trucidava quanti ne incontrava: cento sollevati in questo primo abbattimento perirono. Entrava per la milanese porta Buonaparte, e postovisi accanto con le artiglierie volte contro la contrada principale, traeva a furia dentro la città. Quivi fra il romore dei cannoni, fra le grida dei fuggenti e dei moribondi, fra il calpestio dei cavalli, fra lo strepito delle case diroccanti, tra il fremere dei soldati infiammatissimi alla ruina della terra, era uno spettacolo spaventevole e miserando; ma se periva chi andava per le vie, non era salvo chi si nascondeva per le case. Ordinava Buonaparte il sacco; dava Pavia in preda ai soldati.
Non ci fermeremo a narrare il tenore di questa tremenda esecuzione. Nel giorno 23, nella susseguente notte, nel dì 24, le soldatesche, avventate di natura ed irritate alla morte dei compagni, non si ristavano, e vi commisero opere non solo nefande in pace, ma ancora nefande in guerra. Erano in pericolo le masserizie, erano le persone; e le persone quanto più dilicate ed intemerate, tanto più appetite ed oltraggiate dagli sfrenati saccheggiatori. Tal era l'universale dei soldati; ma non sono da dimenticare i pietosi ufficii fatti da molti soldati franzesi in mezzo alla confusione sì fiera e sì orribile. Non pochi furono visti che, abborrendo dalla licenza data da Buonaparte, serbarono le mani immuni dall'avaro saccheggiare, altri, più oltre procedendo, fecero scudo delle persone loro ai miserandi uomini ed alle miserande donne, chiamati a preda od a vituperio dai compagni loro; sì che sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli altri in sì strana contesa, pietosa ad un tempo e scellerata. Quali si affaticavano per rinsensare le donne svenute, e riconfortarle; quali anche, vinti dalla compassione, tornavano indietro a far la restituzione delle rapite suppellettili. Nè si dee passare sotto silenzio che se si fece ingiuria alle robe ed alla continenza, non si pose però mano al sangue. Parte anche essenziale di questo fatto fu l'immunità data alle case dell'università, che pur avevano molti capi di pregio anche per soldati. Questo benigno riguardo si ebbe per comandamento dei capi. Più mirabile fu ancora la temperanza de' capitani subalterni, ed anche dei gregarii medesimi, che portando rispetto al nome di Spallanzani e di altri professori di grido, si astennero, o pregati leggiermente od anche non pregati, dal por mano nelle robe loro. Tanto è potente il nome di scienza e di virtù anche negli uomini dati all'armi ed al sangue.
Finalmente il mezzodì del giorno 26, siccome era stato ordinato da Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva fatto, non incrudelì di soverchio contro i presi colle armi in mano ancora grondanti di sangue franzese: uno solo fu fatto passare per l'armi in sul primo fervore in Pavia; poi altri tre, che, portati all'ospedale, già vi stavano, per le ferite avute, col mal di morte. Calaronsi dai campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni, ordinossi che la prima terra che strepitasse, sacco, ferro e fuoco avrebbe.
Buonaparte, passato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che, essendo padrone dei ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva facilmente accesso sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi della repubblica veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana da' suoi territorii, doveva tra breve scagliarvisi, e due nemici adiratissimi l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie, che ogni cosa presagiva aver a riuscir ostinate e micidiali. Vedeva il senato che la terra ferma, quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe presto divenuta sedia di guerra, perchè sapeva che i Franzesi si erano risoluti d'andar ad assalire il loro nemico dovunque il trovassero, e che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e l'altra per primo pensiero di procacciarsi i proprii vantaggi anche a pregiudizio della neutralità veneziana.
Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di Bergamo d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui confini, e del pericolo che ogni giorno si faceva più grave; ma le instanze loro restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava ed i partigiani della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle consulte della repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando il senato che in un caso di tanta, anzi di totale importanza le cose di terraferma fossero rette con unità di consigli, aveva tratto a provveditor generale in essa Nicolò Foscarini, stato ambasciadore a Costantinopoli, uomo amatore della sua patria e di sana mente, ma di poco animo, e certamente non atto a sostenere tanto peso; del che diè tosto segno, perchè nell'ingresso medesimo della sua carica già si mostrava pieno di spaventi e di pensieri sinistri. Diessi, come moderatore a Foscarini, il conte Rocco Sanfermo, con quale prudenza non si vede, perchè Sanfermo parteggiava piuttosto pei Franzesi, ed era in cattivo concetto presso i Tedeschi per essere stata la sua casa in Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna e di Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in Verona vicina ai luoghi dove aveva primieramente a scoppiare quel nembo di guerra. L'accoglievano i Veronesi molto volentieri, e gli fecero allegrezze, considerando che la sua presenza avesse pure ad operar qualche frutto a salute loro. Ma non conoscevano i tempi; il senato medesimo non li conosceva; perchè l'operare in tanta sfrenatezza di principii politici, ed in un affare in cui dalle due parti vi andava tutta la fortuna dello Stato, che si sarebbe portato rispetto al retto ed all'onesto, e che un magistrato privo d'armi potesse fare alcun frutto, era fondamento del tutto vano.
Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero, per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu ch'egli volesse, correndo per la sponda occidentale del lago di Garda, occupare Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada che dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela, poneva gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le sue genti più leggieri verso Desenzano; anzi, procedendo più oltre, mandava una grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo lago sulla sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa credenza che sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra per correre verso le parti superiori del lago col fine suddetto di mozzar la strada agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro e sulla destra le sue genti indietro per guisa che, invece di star minacciose sulla destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia lontano dal fiume nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e Mariana, e le teneva quiete negli alloggiamenti loro.
Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè gli Austriaci avevano passato pei territorii veneti, ma non occupato le terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia, il dì 29 maggio, un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non aveva in animo di attenere; tra le altre cose dicendo: passare i Franzesi per le terre della veneziana repubblica, ma non essere per dimenticare l'antica amicizia da cui erano le due repubbliche congiunte; non dovere il popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione, il governo, i costumi, le proprietà; pagherebbesi in contanti quanto fosse richiesto; pregare i magistrati ed i preti informassero di questi suoi sentimenti i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse quell'amicizia che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli nell'onore, fedeli nella vittoria.
Come Beaulieu ebbe avviso avere i repubblicani occupato Brescia, pose presidio in Peschiera, fortezza veneziana situata all'origine dell'emissario del lago di Garda; poichè temeva che Buonaparte non portasse più rispetto a Peschiera che a Brescia, ed era la prima, se fosse stata bene munita, principale difesa del passo del Mincio. Bene aveva il colonnello Carrera, comandante, rappresentato al provveditor generale la condizione della piazza, domandato soldati, armi e munizioni, avvertito il pericolo dell'indifesa fortezza in tanta vicinanza di soldati nemici. Ma Foscarini, che aveva più paura del difendersi che del non difendersi, aveva trasandato le domande del comandante. La quale eccessiva continenza gli fu poi acerbamente rimproverata da Buonaparte, il quale affermava che se il provveditor generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona a Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata.