Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 43

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Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali, o allettati dalla fama o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno dei signori loro, correvano, come in sede propria e di salute nella città conquistata. A costoro si univano i repubblicani milanesi, ed intendevano a far novità. Fra tutti questi gli utopisti, servi di un'opinione anticipata e di un dolce delirio andavano sognando una perpetua felicità. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli uomini da poco, scemi e, come sarebbe a dire, pazzi. V'erano poi quei patriotti che amavano lo stato libero per ambizione: di questi il generalissimo facevane maggiore stima, perchè, come diceva, erano gente che aveva polso, e, per poco che si stimolassero, avrebbero servito mirabilmente a' suo disegni. Finalmente quei patriotti, i quali amavano le novità per le ricchezze, e, sperando di pescar nel torbido, gridavano ad alte e spesse voci libertà, non frequentavano mai le stanze di Buonaparte, ma amavano molto aggirarsi fra i commissarii e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano sensali e mezzani.

Fecero grandi allegrezze tutti questi generi di patriotti, in sull'entrar dei Franzesi, di luminarie, di balli, di festini; ma per quella servile imitazione di cui erano invasati verso le cose franzesi, e che fu la principal cagione della servitù d'Italia, piantarono altresì alberi di libertà, vi facevano intorno canti, balli, discorsi, ed altre simili tresche. Poscia, acciocchè non mancasse quel condimento delle congreghe pubbliche per aringarvi intorno a cose appartenenti allo Stato, le fecero a modo di Francia, ed in loro chi aringava con maggior veemenza, più era applaudito.

Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con grida smoderate i patriotti e parte del popolo, solito a fare come gli altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si lodava Buonaparte che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo molto schifosa l'adulazione italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I buoni utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico quanto in privato; ma augurava male degl'Italiani.

Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un esercito sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi, varcato grossi e profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso eserciti più potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe, acquistato il dominio di una parte d'Italia, apertasi la strada alla conquista dell'altra, convertiti in sè stesso gli occhi di tutti gli uomini di quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa maravigliosamente se ne compiaceva. Ma perchè l'aspettativa che aveva desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori, mandava fuori, il 20 maggio, un discorso molto infiammativo a' suoi soldati:

«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso, dalle Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dell'austriaca dipendenza, spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la Francia. Vostro è lo Stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le alte cime della Lombardia le repubblicane insegne: i duchi di Parma e di Modena alla generosità vostra sono del dominio che ancora lor resta obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava? Ei non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino, nè l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati baluardi d'Italia, vani i gioghi inaccessibili degli Apennini. Sentì la patria infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole che ogni comune le celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti, de' fausti eventi vostri si rallegrano e si stimano dell'avervi per congiunti fortunatissime. Sì per certo, o soldati, assai faceste; ma forse altro a fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei, diranno i posteri, che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria? Accuseranci dell'aver trovato Capua in Lombardia? No, per Dio no, che già vi veggo correre alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad un vil riposo, già sento i giorni passati senza gloria esser giorni perduti per voi. Orsù, partiamne; restanci viaggi frettolosi a fare, nemici ostinati a vincere, allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie a vendicare. Tremi chi accese le faci della civil guerra, tremi chi uccise i ministri della repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi rapì le navi; già suona contro a loro in aria una terribile vendetta. Pure stiansi senza timore i popoli: siamo noi di tutte le nazioni amici, specialmente siamo dei discendenti di Bruto, degli Scipioni, di tutti gli uomini grandi che impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il Campidoglio, riporvi in onore le statue degli eroi, per cui tanto è famoso al mondo, destar dal lungo sonno il romano popolo, torlo alla schiavitù di tanti secoli, fia frutto delle vittorie: acquisteretevi una gloria immortale, cangiando in meglio la più bella parte d'Europa. Il popolo franzese libero, rispettato dai popoli, darà all'Europa una pace gloriosa, che di tanti sofferti danni, di tante tollerate fatiche ristorerallo. Ritornerete allora fra le paterne mura; i concittadini, a dito mostrandovi, diranno: _Fu soldato costui dell'esercito d'Italia_.»

Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia; ognuno aspettava accidenti terribili.

Conquistato il Piemonte, conculcato il re di Sardegna, e posto il piede nella città capitale degli Stati austriaci in Italia, si apparecchiava Buonaparte a più alte imprese. Suo principal desiderio era di passar il Mincio, e, cacciando le genti tedesche oltre i passi del Tirolo, vietare all'imperatore che non mandasse nuovi aiuti per ricuperare le provincie perdute. Intanto le sue vittorie avevano aperta l'occasione al governo di manifestare il suo intento circa il modo di procedere verso alle potenze italiane, e congiunte d'amicizia con la Francia, e neutrali, e nemiche. La somma era, che facendo traffico del Milanese, con darlo in preda, secondochè per le occorrenze dei tempi meglio si convenisse, o al re di Sardegna o all'imperatore, si taglieggiassero i principi d'Italia, e da loro quel maggiore spoglio di denaro e di altre ricchezze che possibil fosse si ricavasse. Nè in questo mostrava il direttorio maggior rispetto agli amici che ai nemici. Nella quale risoluzione egli allegava per pretesto e la guerra fatta e l'amicizia finta e la necessità di assicurare l'esercito.

Voleva prima di tutto che si conquidesse ogni reliquia dell'esercito alemanno, e che intanto si consumasse il Milanese, sì per pascere i soldati e sì per farlo meno utile a chi si dovesse o dare o restituire; se ne cavasse denaro, e sino i canali e le opere pubbliche fossero un po' tocche dalla guerra. Poi si corresse contro il granduca di Toscana, e si occupasse Livorno, confiscandovi le navi e le proprietà inglesi, napolitane, portoghesi e di altri Stati nemici della repubblica, sequestrandovi le proprietà dei sudditi loro; e se il granduca si opponesse, si dicesse perfidia, e sì allora si trattasse la Toscana come se fosse alleata dell'Inghilterra e dell'Austria.

Grande rapacità fu questa veramente, ed incomportevole e barbara, poichè, se erano in Livorno proprietà d'Inghilterra o d'Inglesi e di altri nemici della repubblica, eranvi in vigore della neutralità di Toscana, che la Francia stessa aveva e riconosciuta ed accordata col granduca. Questa fu la ricompensa che ebbe Ferdinando di Toscana da quei repubblicani di Parigi, che pure pretendevano sempre alle parole loro la sincerità e la grandezza, dello avere, primo fra tutti i potentati d'Italia, e riconosciuta la repubblica e fatta la pace con lei, e dato lo scambio, per istanza del Direttorio, al suo ministro conte Cartelli, cui sostituì il principe don Neri Corsini.

Era Genova stata straziata dalle armi franzesi e dalle avversarie, e poteva avere speranza, ora che la sede della guerra si era allontanata da' suoi confini, di vivere più quietamente. Ma i tempi erano tali che dove mancavano le cagioni s'inventavano i pretesti, ed il fine era non di rispettare i neutri deboli, ma di molestargli e di mettergli in preda. Adunque per quella cupidità di voler trarre denaro da Genova, si cominciò ad insorgere contro il governo genovese. Scriveva con una insolenza incredibile Buonaparte al senato, ch'era Genova il luogo donde partivano gli uomini scellerati, che, datisi alle strade, intraprendevano i carriaggi ed assassinavano i soldati franzesi; che da Genova un Girola mandava ai feudi imperiali ribellanti armi e munizioni da guerra pubblicamente, ed ogni giorno i capi degli assassini accoglieva ancor bruttati di sangue franzese; che parte di questi orribili fatti succedevano sul territorio della repubblica; che pareva che essa col tacere e col tollerare approvasse opere tanto scellerate; che il governator di Novi proteggeva i commettitori di tanti alti barbari; perciò arderebbe i comuni dove fosse ucciso un Franzese; voleva che il governatore di Novi si cacciasse, come Girola da Genova: arderebbe infine le case tutte in cui gli assassini trovassero asilo; punirebbe i magistrati trasgressori della neutralità che egli osserverebbe bene e puntualmente, ma volere che la repubblica di Genova non fosse rifugio di gente malandrina; e di egual tuono, e vieppiù soldatescamente accendendosi, scriveva al governatore di Novi.

Rispondevano il senato ed il governatore stando in sui generali, perchè lo attribuire a sè medesimi opere tanto nefande non era nè verità nè dignità, ed il non soddisfare ad un soldato vittorioso e sdegnato, era pericolo. Certo è bene che per quelle strade si commisero contro i Franzesi opere di molta barbarie; ma questi omicidii ed assassinamenti, di cui con tanta ragione Buonaparte si querelava, non già solamente sul territorio genovese accadevano, ma ancora, e molto più, sul territorio piemontese. Eppure non fece il generale di Francia che un leggier risentimento e nissuna minaccia contro il re di Sardegna, poichè contro di lui non aveva quel fine che contro Genova aveva.

A queste minaccie soldatesche succedevano le prepotenze parigine. Comandava il direttorio a Buonaparte s'impadronisse o di queto o per forza di Gavi, a fine di assicurare l'esercito alle spalle, e di conservarsi la strada della Bocchetta aperta da Genova a Tortona; col qual medesimo pensiero già s'era impadronito della fortezza di Vado: il che quale rispetto sia per la neutralità, ciascuno potrà giudicare. Poscia voleva che come prima l'esercito repubblicano occupato avesse il porto di Livorno, occupasse anche la Spezia, ed ivi quanti bastimenti appartenessero a potentati nemici alla Francia mettesse in preda. Nè contento a questo, dimenticando tutto l'accaduto, comandava a Buonaparte che domandasse nuovamente vendetta e nuovi milioni di contanti per la straziata Modesta, ed operasse che coloro che si erano mescolati in tale fatto fossero come traditori della patria dannati; oltre a ciò, voleva e comandava che si confiscassero e si dessero in mano della repubblica tutte le proprietà pubbliche appartenenti ai nemici, e sotto sicurtà di Genova si sequestrassero tutte quelle che a sudditi di potentati nemici spettassero; cacciasse Genova da' suoi territorii tutti i fuorusciti franzesi; fornisse bestie da tiro e da soma, carriaggi e viveri, e si dessero in contraccambio polizze del ricevuto da scontarsi alla pace generale.

Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano, repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie la cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire che volevano che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale, sotto colore di certi pretesti vecchi che già sussistevano, poichè non era cambiata la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando nell'ingresso del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra questi pretesti il primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei territorii veneziani. Poi, prosperando vieppiù la fortuna dell'armi repubblicane in Italia, insorse il direttorio, con volere che Verona desse grossa somma di denaro a prestito, a motivo ch'ella aveva accolto nelle sue mura Luigi XVIII. Finalmente, cacciato del tutto Beaulieu oltre Mincio, voleva ed imperiosamente comandava che Venezia prestasse dodici milioni, e si voltasse in ricompensa questo debito alla repubblica batava, che era debitrice di questa somma, a norma de' freschi trattati, alla Francia. Voleva, oltre a ciò, e comandava che si consegnassero alla repubblica tutti i fondi de' potentati nemici che fossero in Venezia, principalmente quelli che spettavano personalmente al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero alla Francia tutte le navi sì grosse che sottili, ed altre proprietà di nemici che stanziassero nei porti veneziani.

Quanto al papa, se volesse trattar di accordo, si esigesse da lui, imponeva il direttorio, per primo patto che ordinasse subito preci pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che faceva il direttorio gran fondamento, per l'autorità che aveva la Sedia apostolica sulla opinione dei popoli sì franzesi che italiani. Si venne quindi in sul toccar il solito tasto del danaro, intimando che desse venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli, che se pace volesse, badasse a cacciar dai suoi Stati gl'Inglesi e gli altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le navi loro che nei napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse d'entrarvi nemmeno con bandiera neutrale. Pei potentati minori, correndo la fama che avessero ricchezze, voleva il repubblicano governo che si scuotessero bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno rigidamente del secondo, per rispetto del re di Spagna, col quale era congiunto di sangue. Lallemand, ministro di Francia a Venezia, esortava che si conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il modenese duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto, ed era avaro; e più si scuoterebbe, e più contanti darebbe.

Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva all'Italia dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto la principal sede, e perchè nissuna condizione di barbarie mancasse a quelle dolci parole di umanità e di libertà che dai repubblicani di quei tempi si andavano sino a sazietà spargendo, ordinava il direttorio, a petizione di Buonaparte, che si comandasse nei patti d'accordo a principi vinti, dessero in potere dei vincitori, perchè nel museo di Parigi fossero condotti, quadri, statue, testi a penna, ed altri capi dell'esimie arti, usciti di mano ai più famosi artisti del mondo, affermando esser venuto il tempo in cui la sede loro doveva passare da Italia a Francia e servire d'ornamento alla libertà. Brutta certamente ed odiosa opera fu questa dell'avere spogliato l'Italia di preziosi ornamenti; ma lo spoglio piaceva ad alcuni per l'amor della gloria, ad altri perchè potessero essere sotto gli occhi modelli tanto perfetti di natura abbellita dall'arte; imperciocchè in quei tempi erano sortiti in Francia, massimamente in pittura, artisti di gran valore, i quali ed ammiravano e sapevano imitare lodevolmente gli esempi italiani: e con questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini, lusingava la Francia.

In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano le opere preziose da rapirsi; i più dolci andavansi confortando con la speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne avrebbe prodotto delle altre ugualmente preziose; i più severi poi, trasportando nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se ne rallegravano, predicando che la libertà non aveva bisogno di queste preziosità, e che pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano fosse.

Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buonaparte, che sapeva quel che si faceva, voleva che se le opere più insigni delle arti servivano d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri li lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie, se coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i più lontani, si facessero lodatori delle imprese dei repubblicani, a danno ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente ed imponeva al suo generale che ricercasse e con ogni modo di migliore dimostrazione accarezzasse gli scienziati ed i letterati d'Italia; ed il generale recava ad effetto l'intento del direttorio, parte per vanagloria, parte per astuzia, come mezzo e scala alle future ambizioni.

Or ecco in qual modo i raccontati comandamenti, che finora erano solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto.

Non così tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse una trepidazione nella corte di Parma tanto maggiore quanto il duca aveva rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in Torino gli era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo, come prima i Franzesi erano comparsi nella pianura del Piemonte. Non solamente una parte del ducato era venuta sotto la devozione dei repubblicani, ma ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e solo che il volessero, a venire in poter loro; nè si stava senza timore che seguisse anche qualche turbazione. In tanta e sì improvvisa ruina prese il duca quel partito che solo gli restava aperto, del tentare di assicurar gli Stati con un accordo, che, quantunque grave e duro dovesse riuscire, sarebbe, ciò nonostante men grave che la perdita di tutto il dominio. Domandava il vincitore superbamente l'accordo che ponesse fine alla guerra, e con l'accordo denari, vettovaglie e tavole dipinte di estremo valore.

Adunque in primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del ministro di Spagna il dì 9 maggio in Piacenza. Non aveva il duca armi nè fortezze da dare, ma si obbligava di pagare in pochi giorni sei milioni di lire parmigiane, che sono a un di presso un milione e mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di viveri e di vestimenta pei soldati. Si obbligava, oltre a ciò ad allestire due ospedali in Piacenza, provveduti di tutto punto, ad uso dei repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più preziosi, fra i quali il San Girolamo del Correggio.

Mandava pertanto Buonaparte Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari ed i quadri, e vigilasse onde le condizioni della tregua si eseguissero puntualmente. Stretto il duca da tanta necessità, mandava le ducali argenterie alla zecca, perchè vi si coniassero, ed il vescovo le sue. Così, usato ogni estremo rimedio, e raggranellato denaro da ogni parte, satisfaceva Ferdinando alle condizioni della tregua. Intanto i fuorusciti parmigiani e piacentini, ritiratisi a Milano, laceravano il duca con incessanti scritture, dal che riceveva grandissima molestia.

Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte dei suoi tesori, il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza che disposto per la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta il vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano le instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto dì nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse, oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente di altri due milioni: di più, fra quarantotto ore rispondessero del sì o del no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero dal ducale governo la diminuzione di un milione nei generi da somministrarsi e dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano quindici quadri dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa di pagare a contanti quanto abbisognasse loro, passando per gli Stati del duca.

Tornando ora a Milano, dov'era la sede più forte dei repubblicani, e donde principalmente dovevano partire i semi di turbazione per tutta l'Italia, applicò l'animo Buonaparte a due risoluzioni di momento, e queste furono di dar licenza ai magistrati creati dall'arciduca prima che partisse, con surrogar loro magistrati ed uomini o partigiani o dipendenti da Francia; e di procacciar denaro e fornimenti che l'abilitassero a continuare il corso delle sue vittorie. Per la qual cosa, in luogo della giunta di Stato, creava la congregazione generale di Lombardia, ed al consiglio dei decurioni surrogava un magistrato municipale in cui entrarono volentieri parecchi uomini buoni e di grande stato, Francesco Visconti, Galeazzo Serbelloni, Giuseppe Parini, Pietro Verri. Il generale Despinoy presiedeva il magistrato ed a lui si riferivano gli affari più gelosi e più segreti.