Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 42

Chapter 423,608 wordsPublic domain

Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del Piemonte e posto in sua balia quel primo Stato d'Italia, il che gli alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzava Buonaparte l'animo ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non gli mancasse sotto, mandava fuori un bando che merita di essere attentamente considerato per rilevar l'indole del nuovo capitano di Francia: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni avete vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque cannoni, parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso dieci mila nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto battaglie senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi senza scarpe, passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le falangi repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì virili sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata prosperità; vincitori di Tolone, le vittorie del 93 presagiste; vincitori delle Alpi, più fortunate guerre presagiste; non più fra sterili rupi, non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia avrete a far guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con audacia, fuggono con terrore al cospetto vostro; ecco trepidar coloro che si facevano beffe della miseria vostra; ma se avete operato cose grandi, restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in poter vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinii gli assassini di Basseville; altre battaglie avete a vincere, altre città ad espugnare, altri fiumi a varcare; forse alcuno di voi si ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi? No, i vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Digo e di Mondovì bramano tutti di portar più oltre la gloria del nome franzese; tutti vogliono una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne mura tornarsene, tutti quivi con militare vanto dire: _Ancor io mi fui dell'esercito conquistatore d'Italia. _Promettovi, amici, ed a voi per ciò mi lego, che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per mia fè, gli orribili saccheggi, sovvengavi che siete liberatori del popolo, non flagello; non contaminate con la licenza le vittorie nè il nome vostro; non contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie. Io sarò freno a tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito indisciplinato; ogni scellerato soldato, che con gli oltraggi e col ladroneccio oscurerà lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza remissione alcuna, dato a morte.»

Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi, a Franzesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un effetto incredibile: coll'immaginare, già facevano loro la Germania lontana, non che l'Italia vicina. Quel mostrar poi di voler frenare il sacco, era molto astuto consiglio per dare sicurtà ai popoli, spaventati da una fama terribile e da fatti più terribili ancora.

Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava lusinghieramente, venire il franzese esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo franzese amico a tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente, lealmente, securamente; serberebbe intatte le proprietà; la religione, i costumi, fare i Franzesi la guerra da nemici generosi; solo averla coi re.

Quali sentimenti producessero siffatti incentivi, coloro sel pensino che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è da far maraviglia se queste guerre vive dei Franzesi di tanto abbiano prevalso ad ogni altro genere di guerra.

Possente aiuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle. Arrivarono le novelle desideratissime essersi conclusa la pace il dì 15 maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni principali: cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di Savoia e della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva e Tortona, mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa, la Brunetta, Castel-Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a piacere del generale di Francia, Valenza; smantellassersi a spese del re Susa e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse ne' suoi Stati alcun fuoruscito o bandito franzese; restituissersi da ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi ed in perpetua dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni politiche; a libertà si restituissero e dei beni loro posti al fisco si redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere, o di starsene senza molestia negli Stati regii o di trasferirsi là dove più loro piacesse; dei paesi occupati dai Franzesi conservasse il re il governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari, ed a fornir viveri e strame allo esercito repubblicano; disdicesse l'ingiuria fatta al ministro di Francia in Alessandria.

Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito austriaco, congiunto coi soldati di Napoli e con qualche parte di Tedeschi testè arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto l'impeto dei repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente fresca, che dall'Alpi e dagli Apennini a gran passi calava, allettata dalla fama di tante vittorie. La mira principale e tutta l'importanza dell'impresa del generale della repubblica erano d'impadronirsi di Milano: al qual fine due strade se gli appresentavano, di passare il Po a Valenza, o di varcarlo sotto la foce del Ticino. Appigliossi al secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che aveva in sè, dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, il quale, sebbene subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad accordarsi con Francia da Ulloa ministro di Spagna a Torino, non vi aveva voluto consentire.

Adunque, risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le foci del Ticino e dell'Adda, il che dovea anche dar timore a Beaulieu di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile, oltre la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta a Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva continuamente il governo sardo di barche pel valenziano passo, là mandando carri, là artiglierie, là soldati, e facendovi intorno una continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una soprammano inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè vi fu ributtato da' presidii piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva passato il Po a Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive si ritrovavano. Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito e proprio e napolitano, stava attento ad osservare quello che fosse per partorire l'astuzia e l'ardire dell'avversario. Ma, quantunque sperimentato ed accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni del giovane generale della repubblica; perciocchè fece concetto che veramente questi avesse lo intento di varcare a Valenza. Per la qual cosa si era alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per fare due prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio, e rendendosi forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la città di Pavia, posta sul Ticino, vicino al luogo dove si mette nel Po e dov'è un ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita sulle rive del fiume di trincee e di artiglierie. Per questi medesimi motivi aveva lasciato con poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il Ticino e l'Adda, ma ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto che Buonaparte, sicuro oggimai di conseguire il fine che si era proposto, mandava una mano di veloci soldati, comandando facesse due alloggiamenti per giorno, verso Castelsangiovanni. Seguitava egli medesimo più che di passo con tutte le genti, mentre le sue artiglierie continuavano a fulminare, per non lasciar cader l'inganno, dalle rive di Valenza. Il colonnello Andreossi e lo aiutante generale Frontin spazzavano con cento soldati di cavalleria tutta la riva destra del Po insino a Piacenza, recando anche in poter loro alcune barche, le quali navigavano alla sicura sul fiume, portando riso, ufficiali e medicamenti destinati agl'Imperiali.

Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte del generale loro, i Franzesi colla vanguardia composta di cinque mila granatieri e quindici centinaia di cavalli, varcavano felicemente, il dì 7 maggio, su quelle barche medesime e sopra alcune altre che loro si offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte, per tale guisa che il dì 8 quasi tutto l'esercito aveva posto piede sulle milanesi sponde.

Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i Franzesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio, terra posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per impedire, se ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli intanto ritirava le genti sull'Adda, sì per serbarsi aperte le strade al Tirolo, e sì per munire Mantova di gagliardo presidio. Avvisava ancora che finchè il grosso de' suoi, che, malgrado delle sconfitte, era tuttavia formidabile, si conservasse intiero sulle rive di questo fiume, pericolosa impresa sarebbe pei Franzesi il correre a Milano. Perlochè si avviava colla maggior parte delle genti a Lodi per guardar il ponte, che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume. Mandava altresì una forte squadra, principalmente di cavalleria, a Casal Pusterlengo, affinchè, passando per Codogno, fosse in grado di servire come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla, ove bisogno ne fosse. Pavia intanto, abbandonata da' suoi difensori, non si reggeva più che con la guardia urbana. Bene erano considerati i disegni di Beaulieu, ma la prestezza franzese gli ebbe guasti; i soldati mandati a Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi, arrivarono non più per contrastare il passo al nemico, ma solo per combattere il medesimo, che già era passato. Buonaparte, che con la solita sagacità prevedeva che quella testa grossa di Austriaci, se le desse tempo di essere soccorsa poteva disordinare i suoi pensieri, si deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli Austriaci la terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta e munito di venti pezzi d'artiglieria alcune trincee; i cavalli, la maggior parte napolitani, che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano la campagna. La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di allargarsi e di assaltar da diversa parte la terra, solo mezzo perchè il combattere fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande; la prima col generale Dallemagne doveva assaltar Fombio sulla sinistra, la seconda, condotta dal colonnello Lannes, dar dentro sulla destra, e finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di attaccar la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada maestra. Fu forte l'incontro, forte ancora la difesa. Gli Austriaci combattevano valorosamente e per natura propria e per la speranza del soccorso vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che non fosse stato fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia de' Franzesi. Andavano gl'imperiali in rotta, ed abbandonato Fombio, si ritiravano a gran fretta a Codogno, con lasciar ai vincitori non poca parte delle bagaglie, trecento cavalli, circa cinquecento tra morti e prigionieri; e sarebbe stata più grave la perdita, se la cavalleria napolitana, condotta massimamente dal colonnello Federici, uffiziale di gran valore, serrandosi grossa ed intera alla coda, ed urtando di quando in quando gagliardamente il nemico, non avesse ritardato l'impeto suo, e fatto abilità ai disordinati Austriaci di ritirarsi.

Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano i confederati ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la notte. Aveva Beaulieu avuto le novelle del passo de' Franzesi e del pericolo de' suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila eletti soldati corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno in soccorso di Fombio, credendo che i suoi tuttavia in quest'ultima terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse stato secondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel buio della notte sopra i Franzesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie, seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi, spingendosi oltre, s'impadronirono di parte della terra. Accorreva al subitaneo rumore Laharpe, e, postosi a guida d'un reggimento fresco, marciava per rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto, se nel bel principio di quella mischia, colto nel petto da una palla mortale, non fosse stato tolto subitamente di vita. Soldato di compito valore, ma ancora più di compita virtù, amato da tutti in vita, pianto da tutti in morte.

L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani, che le sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto fece che rinfrancò gli spiriti e riordinò le schiere sbigottite e disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi, nell'ardir loro moltiplicando, perchè già si credevano in possessione della vittoria, si allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già si erano riavuti i Franzesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del giorno che i nemici, superiori assai di numero, facevano le viste di assaltarli, pensarono al ritirarsi: il che fecero, prima in buon ordine e regolatamente, poscia disordinati e rotti, instando acremente i Franzesi, oramai consapevoli dei loro vantaggi. La schiera tutta sarebbe stata condotta all'ultimo termine, se per la seconda volta la cavalleria napolitana non le faceva scudo alla ritirata. Perdettero in questo fatto i Tedeschi quasi tutto il bagaglio, non poche artiglierie lasciate nei fossi della terra, molti prigionieri fra i dispersi. Tenevano loro dietro a gran passo i repubblicani, e s'impadronivano di Casale, mentre i residui degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era giunto con tutte le sue forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per l'ultima volta, se, obbligando il fortunato emulo suo a fare un moto eccentrico verso destra per venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse fatto di rompere quell'ascendente che aveva, e trasportare in sè il favore della volubile fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si doveva combattere della salute di Milano, della conservazione della Lombardia, del destino delle reliquie ancora potenti delle genti imperiali.

Aveva ottimamente il capitano austriaco collocato la sua retroguardia, sotto guida del colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli che resistesse quanto potesse, ed, in caso di sinistro, si ritirasse sulla sinistra del fiume. Intanto, per assicurare il passo del ponte, molte bocche da fuoco situava all'estremità di lui presso la sinistra sponda, per modo che direttamente l'imboccavano e spazzare potevano. Nè parendogli che questo bastasse alla sicurezza di quel varco importante, munì la riva sinistra con venti pezzi d'artiglierie grosse, dieci sopra, dieci sotto al ponte, le quali coi tiri loro battendo in crociera, parevano rendere il passo piuttosto impossibile che difficile. Gli Austriaci, cui nè tante rotte nè una ritirata di sì lungo spazio non avevano ancora disanimato, se ne stavano schierati sulla sinistra riva, pronti a risospingere l'inimico disordinato dal passo del ponte, se mai contro ogni credere l'avesse effettuato.

Ed ecco arrivare Buonaparte impaziente delle guerre tarde, che, veduti i preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto, si risolveva, correndo il dì 10 di maggio, a far battaglia sul ponte, quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I generali suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero opera di sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la stanchezza dei soldati, le genti menomate dalle battaglie e minorate dalla lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più di tutti, che voleva quel che voleva, e che era, nonchè liberale, prodigo del sangue dei soldati purchè vincesse, persisteva a voler dar dentro, e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque venire a sè un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente rischievole, usa al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbarraglio, diceva loro con quel suo piglio alla soldatesca: «Vittoria chiamar vittoria; esser loro quei bravi uomini che già avevano vinto tante battaglie, fugato tanti eserciti, espugnato tante città; già temere il nemico, poichè già dietro ai fiumi si ritirava: credersi quel Beaulieu, già tante volte vinto, che il breve passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani di Francia; vana presunzione, vana credenza; aver loro passato il Po, re dei fiumi, arresterebbeli l'umile Adda? Pensassero essere questo l'ultimo pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano; dessero adunque dentro francamente, sostenessero il nome di soldati invitti; guardarli la repubblica grata alle fatiche loro, guardarli il mondo maravigliato ed atterrito alla fama di tante vittorie: qui conquistarsi Italia, qui rendersi il nome di Francia immortale.»

Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non così tosto erano giunti, che li fulminavano un tuonare d'artiglierie d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo tempestoso di schegge. A sì terribile urlo, a sì duro rincalzo, alle ferite, alle morti, esitavano, titubavano, si arrestavano. Se durava un momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio ed i conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era tempo di starsene dietro le file, correvano, a fronte Berthier il primo, poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes e Dupas, e si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in un mortalissimo conflitto. Le scariche delle artiglierie tedesche avevano prodotto un gran fumo che avviluppava il ponte; del quale accidente valendosi i repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando, riuscirono, coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue, sulla sinistra sponda. Spingeva oltre Buonaparte subitamente i restanti battaglioni; ma le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la vittoria compita, perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano tuttavia una ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierie, calpestavano i cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino, più sanguinosa. Già correvano pericolo i Franzesi di essere rituffati nel fiume, ed obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con sì estremo valore conquistato, quando opportunamente giunse con la sua eletta squadra Augereau, che, udito l'avviso della battaglia orribile, a gran passi dal Borghetto in aiuto de' suoi compagni pericolanti accorreva. Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del tutto sormontare la fortuna franzese. Beaulieu, abbandonato il bene contrastato ponte, si ritirava prestamente con animo di andarsi a porre sul Mincio per serbare le strade aperte al Tirolo e per assicurar Mantova con un grosso presidio.

Di pochi prigionieri nella ritirata loro furono gl'Imperiali scemi; bensì perdettero nel fatto due mila cinquecento soldati tra morti e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle artiglierie. Grave fu anche la perdita dei Franzesi, i morti, i feriti, i prigionieri passando i due mila. La ritirata dei confederati assicurò i repubblicani delle cose di Lombardia, e pose in mano loro Pavia, Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva ormai di difesa, tanto solamente indugiava a venir sollo l'imperio repubblicano, quanto tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi. Mescolaronsi a questi gloriosi fatti i saccheggi e le devastazioni.

Giunte a Milano le novelle del passo del Po, e dell'abbandonarsi da Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento, poichè vi si prevedeva che poca speranza restava di conservare la città sotto la devozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come in una popolazione ricca allo approssimarsi di soldatesche nuove non conosciute, e forse anche troppo conosciute. Mancavano nel Milanese le cagioni di mala soddisfazione, e quindi nasceva che, sebbene i popoli siano generalmente amatori di novità, e non conoscano il bene se non quando lo hanno perduto, non si manifestavano nella felice Lombardia segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva per sè, per le famiglie, per le sostanze. Sapevano i Milanesi che pochi erano fra loro i zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti e rimessi secondo la natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi avessero posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti dei governi regii o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi ed insoliti vi partorissero accidenti ignoti e forze terribili. Per la qual cosa vi si viveva in grande spavento.

L'arciduca Ferdinando si risolveva a lasciar quella sede per andarsene nella sicura Mantova, o, quando i tempi pressassero di vantaggio, nella lontana Germania. Desiderando però, prima di partire, provvedere alla quiete dei popoli, ordinava, con editto del 7 maggio, che i cittadini abili all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero. A dì 9, creava una giunta con autorità di fare quanto al governo si appartenesse, ed a questa giunta, come a capo supremo dello Stato, voleva che i magistrati minori obbedissero. L'ordine giudiziale a far l'ufficio suo continuasse.

Avendo per tal guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva il medesimo dì 9 di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome, fra' quali il principe Albani ed il marchese Litta. Una moltitudine di persone di ogni grado, di ogni età e di ogni sesso, fuggendo la furia dei repubblicani, abbandonate agli strani le case loro, correvano a ricoverarsi sulle terre veneziane, destinate ancor esse, e molto prossimamente, alla medesima ruina. Seguitava in Milano un interregno di tre giorni.

Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più pressava nella guerra, e già stimando Milano in sua potestà, mandava Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i magistrati municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte che si trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine verso un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella generosità dei Franzesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto alla religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno 14 di maggio entrava Massena con una schiera di dieci mila soldati valorosissimi. L'incontravano al Dazio di porta Romana i municipali. Disse, per mescolare qualche temperamento alla fierezza dell'armi, che sarebbero salve la religione, le proprietà. Arrivarono il giorno dopo nuovi corpi di truppa; ogni parte piena di soldati. Incominciossi l'opera d'oppugnar il castello, a cui si erano riparati gli Austriaci.