Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 4
Tuttavia non perciò vollero i politici del giorno mutar opinione o linguaggio; pretendevano che fosse destinato a circolare nel commercio sul nuovo banco eretto dal monarca Cattolico in Roma stessa, ed ostinaronsi a sostenere che si avesse poscia ad impiegarlo in acquisti ed usi militari, collocato intanto in sì cospicua fortezza per maggior cautela. Ma la destinazione vera del denaro fu poco stante saputa: passato dal Messico a Cadice, da Cadice a Napoli, e di colà a Roma, apparteneva alla santa Sede, e le fu spedito in forza di un trattato conchiuso tra le due corti, ampliativo del giuspadronato regio sopra i benefizii ecclesiastici della Spagna, e segretissimamente maneggiato.
Importava il trattato, diviso in otto articoli: che il re di Spagna ed i suoi successori, oltre la nomina agli arcivescovadi, vescovadi, monasteri e benefizii concistoriali tanto in Europa come nelle Indie, avessero perpetuo il diritto universale di nominare e di presentare indistintamente in tutte le chiese metropolitane, cattedrali, collegiate e diocesi alle dignità maggiori _post pontificalem_; che i sommi pontefici avessero in perpetuo la libera collazione di cinquantadue benefizii, acciò non mancassero del modo di provvedere e premiare quegli ecclesiastici spagnuoli che meritevoli se ne rendessero per probità e illibatezza di costumi, per letteratura, o per servigii prestati alla santa Sede. E siccome pel padronato e pei diritti ai re di Spagna dalla santa Sede ceduti, e per l'abolizione delle pensioni, la dateria e la cancelleria apostolica restavano prive degli utili provenienti dalle annate, con grave danno dell'erario pontificio, così il re di Spagna fece depositare in Roma un capitale di un milione cento trentatrè mille trecento trenta scudi a libera disposizione del papa, e nel tempo stesso assegnaronsi in Madrid, pur a disposizione di lui e sopra il prodotto della crociata, scudi cinque mila annui per mantenimento e sussistenza de' nunzii apostolici. Con tali esborsi il re di Spagna assodava molto più la sua autorità sopra il clero rendendolo dependente da lui solo nel conseguimento dei benefizii, e poteva quindi sopra i beni ecclesiastici, liberati dalle pensioni e dalle annate, imporre quei pesi che le circostanze dalla sua saviezza esigessero. E la camera apostolica, coi frutti della sopraddetta somma in Roma depositata e coi cinque mila scudi assegnati a Madrid, veniva ad essere risarcita dalle perdite, cui per le fatte concessioni soggiaceva.
Altro accidente di quest'anno merita di essere notato.
L'infante di Spagna don Luigi, ultimo figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, era stato, in età di 8 anni, creato da Clemente XII cardinale, e poscia fatto anche amministratore delle chiese di Toledo e Siviglia. Ora, giunto ch'ei fu all'età virile, sentì una assoluta ripugnanza a rimanere nello stato ecclesiastico, fattogli abbracciare mentre non era in istato di esaminare e di conoscere la sua vocazione, e comunicata al re Ferdinando VI suo fratello la risoluta sua determinazione di abbandonare cotale istituto di vita, ed approvò questi la risoluzione dell'infante, e spedironsi al cardinale Portocarrero, incaricato degli affari di Spagna alla corte di Roma, istruzioni e plenipotenza per trattarsi la rinuncia di don Luigi al cappello cardinalizio, con una lettera di lui, nella quale spiegava i motivi che a tornarne allo stato secolare lo determinavano.
Impreso dal cardinale Portocarrero il maneggio, fu l'affare discusso in una congregazione particolare, tenuta in presenza del pontefice, e si conchiuse che le domande del cardinale infante poteano essere esaudite quanto sia alla rinunzia, ma non riguardo alla pensione di cento cinquanta mila scudi che volea riservarsi sopra le rendite delle due chiese di Toledo e di Siviglia, all'amministrazione delle quali rinunziava. Nullaostante, avendo fatto tacere le ragioni in contrario le fortissime ragioni di Stato e di convenienza nella condizione corrente delle cose che vennero allegate, appoggiato eziandio da esempli precedenti di concessioni consimili, fu risoluto di compiacere in tutto e per tutto la corte di Madrid, ed, unita alla favorevole risposta, le fu spedita la formola, secondo la quale seguir doveva la rinunzia del cardinalato, praticando ciò che stato era osservato nel 1709 col cardinale de Medici. Un concistoro segreto, intimato dal pontefice, approvò poi, lui esponente, quanto era stato fatto, ed il cappello cardinalizio così rinunziato venne, ad istanza del re di Spagna, concesso a don Luigi Ferdinando di Cordova, decano della metropolitana di Toledo, indi arcivescovo.
Tutta l'Europa parve allora disposta a considerare questo passaggio dell'infante dallo stato ecclesiastico al secolare, come prodotto da motivo politico. Alle quali supposizioni aggiugneva gran peso il vedere che il re aveva assegnato al principe suo fratello, oltre i cento mila scudi come infante di Spagna ed i cento cinquanta mila di riserva sopra le chiese di Toledo e di Siviglia, altri cinquecento mila come grande ammiraglio di Castiglia. Parlavasi adunque da per tutto, e da per tutto davasi per conchiuso un trattato di matrimonio tra il principe secolarizzato e la principessa Marianna infanta di Portogallo. Ma tale matrimonio, ancorchè allora stato maneggiato, non ebbe effetto, e l'infante più di venti anni dopo sposossi con una dama privata, da cui ebbe prole di ambi i sessi.
Altro serio affare, però di natura diversa, ebbe subito dopo a trattare il papa col re delle Due Sicilie, fratello dell'infante sopraddetto. Insorta rissa nel porto di Civitavecchia tra i marinari di un bastimento genovese e le ciurme di alcune tartane di Gaeta, si accesero per tal modo gli animi, che, dalle parole venendo ai fatti, rimasero da ambe le parti uccisi alcuni e moltissimi feriti, nonostante che accorso fosse immantinente il presidio della città a fermare il disordine, che potea divenir generale per la parte che mostrava di prendere la plebe a favore dei Genovesi. Ma avendo la piccola artiglieria ceduto il luogo alla più grossa, fecero le tartane di Gaeta così bene giuocare i cannoni che, presto affondarono il genovese bastimento, e poi, salpate l'ancore, uscirono in alto mare, sebbene, costrette dal tempo burrascoso a tornarne in porto, non ne partissero poi che alquanti giorni dopo.
Furono immediatamente chiamati a Roma il governatore della città ed il comandante dell'armi a render conto del fatto e delle direzioni da essi tenute. Niuno domandi però se la repubblica di Genova tardasse molto a chieder giustizia e soddisfazione del torto e dell'insulto fatto alla sua bandiera in un porto amico, ed in pregiudizio della pubblica fede e sicurezza. Quantunque sospesi dalle loro funzioni i due uffiziali superiori di Civitavecchia ed aspramente ripresi in Roma, dov'erano stati richiamati; avendo la repubblica insistito sopra le sue prime rimostranze, fu da Roma stessa espressamente comandato al luogotenente di quella marittima piazza di far levare il timone a qualunque bastimento napolitano entrasse nel suo porto. Ed infatti, essendone comparsi tre da lì a non molto, il luogotenente eseguì appuntino gli ordini che avea dal suo principe ricevuti.
Ma la corte di Napoli, la quale al primo avviso dell'accaduto a Civitavecchia avea fatto arrestare i padroni delle tartane rissose, ed ordinatone il processo, sentendo adesso che, per dare soddisfazione a' Genovesi, quella di Roma avea sospeso dall'impiego il governatore della città e fatti pure arrestare i tre navigli napolitani che si è detto, diede suoi ordini perchè si fermassero tutti i bastimenti di bandiera pontifizia nei porti delle Due Sicilie, facendo dal suo ministro in Roma chieder soddisfazione del torto fatto ai legni de' suoi sudditi. Se non che, postosi in trattative l'affare, rimase amichevolmente composto, e dopo reciproche spiegazioni delle tre corti, rimesso, con comune soddisfazione delle medesime, il governatore di Civitavecchia nel suo uffizio.
Benedetto XIV fu un pontefice che, mostrando sempre animo veramente sacerdotale, conosceva però egregiamente le differenze dei tempi, e come fosse da concedere alle domande o alle preghiere dei principi tutto ciò che al dogma ed alla sostanza della religione non si appartenesse. Così accomodò egli amichevolmente la vertenza in quest'anno insorta col re di Napoli per la pensione di sei mila scudi concessa al terzogenito di lui sopra il vacante ricchissimo arcivescovato di Montereale in Sicilia; così con fermezza diè termine all'altra sopravvenuta col re stesso, e con quelli di Sardegna e di Polonia riguardo alla promozione al cardinalato dei nunzii pontifizii appo quelle tre corti.
Altra occasione ebbe il Lambertini in questo anno di esercitare l'animo suo conciliativo calmando le differenze insorte fra il gran maestro di Malta ed il re delle Due Sicilie. La discordia avea già sparso il suo veleno: i due principi erano in piena rottura, ed il più debole de' due contendenti già ne sentiva i funesti effetti. Ma per ben intendere le cagioni della contesa è giuoco forza farsi dall'origine.
Quando l'imperadore Carlo V donò l'isola di Malta a' cavalieri gerosolimitani, da Solimano re de' Turchi stati nel 1323 scacciati dall'isola di Rodi, che aveano per più di due secoli posseduta, vi pose egli la condizione che la tenessero in qualità di feudo dipendente da lui come sovrano delle Due Sicilie; che dovessero pagargli annualmente il giorno di tutti i Santi un falcone; che il vescovato di Malta restasse, qual era, giuspadronato suo e de' suoi successori, sì che, in caso di vacanza della sedia vescovile, il gran maestro avesse a presentargli tre soggetti idonei, tra' quali scegliere il nuovo vescovo.
Trascorsi più di due secoli, ne' quali il regno delle Due Sicilie era stato provincia della Spagna, e per un tratto parimente provincia della casa d'Austria, senza che si fosse pensato a far valere quest'ultimo diritto principalmente, stimò il re don Carlo di avere ragioni sufficienti per esercitarlo; quindi ordinando al vescovo di Siracusa, come metropolitano, di passare a Malta e farvi una visita pastorale. Ubbidì il vescovo e mandò innanzi i suoi visitatori; i quali presentatisi sopra un bastimento napolitano a vista dell'isola, non osarono poi di mettervi il piede, per l'opposizione che ragionevolmente previdero di dover incontrare per parte degli abitanti, che, avvisati del motivo della loro comparsa, eransi affollati alla spiaggia, dichiarando sè non soffrire in verun modo che si facesse mai tra di loro una simile visita. Appigliaronsi dunque i visitatori al prudente partito di abbandonar l'isola e tornarne in Sicilia.
Il gran maestro della religione stimò bene di dar parte dell'attentato al pontefice non meno che a tutte le altre potenze d'Europa, e nel tempo stesso spedì a Napoli il balì Duegos per esporre a quella corte non contrastarsele il diritto nella sua origine, ma doversi assolutamente riputare, se non estinto e nullo, almeno inefficace e invalido per lungo tratto di tempo in cui rimase disusato. Il pontefice, al primo avviso di cotale differenza, tenne una congregazione di cardinali e prelati, e scrisse al re di Napoli per persuaderlo a desistere da un'impresa ch'egli giudicava inopportuna e senza fondamento. Ma il re, non avendo creduto di condiscendere all'opinione del papa, fece sapere che se continuavasi a ricusare i visitatori che sarebbero mandati a Malta, farebbe sequestrare le rendite delle commende che i cavalieri Gerosolimitani ne' suoi Stati possedevano. Ed il gran maestro dal canto suo dichiarò che, qualora le cose giungessero a tale estremo, egli terrebbesi giustificato di far sequestrare le rendite che godevano in altri Stati i commendatori nati sudditi del re delle Due Sicilie, e richiamò da Napoli il balì Duegos.
Sciolto per tal modo ogni trattato, la corte di Napoli, in conseguenza della risoluzione presa di mantenere il vescovo di Siracusa nel gius di far la visita nel vescovato di Malta, colà mandò lo stesso prelato in persona: ma nè il suo viaggio fu più felice di quello dei suoi deputati, avendo dovuto tornarsene addietro senza aver posto piede in terra. Presentatovisi poi una seconda volta, il gran maestro mandogli incontro una barca per avvisarlo, che, persistendo nell'intenzione di scendere a Malta, si sarebbe fatto fuoco sopra il suo vascello per costringerlo ad allontanarsi; laonde il vescovo, voltato bordo, tornò alla sua chiesa.
Avvisata la corte di Napoli del nuovo rifiuto, mandò ad effetto le sue minaccie: interdisse ogni commercio fra i porti delle Due Sicilie e l'isola di Malta; proibì a' suoi sudditi di colà trasportare derrate o provvisioni di qualunque altro genere; e sequestrò tutte le commende dell'ordine che trovavansi ne' suoi dominii. Il gran maestro, in rappresaglia, dopo ordinato a' sudditi suoi di rivolgersi alla Sardegna ed alle reggenze di Barbaria per le provvisioni che prima traevano dalle Due Sicilie, sequestrò anch'egli le commende che i cavalieri napolitani godevano in altri paesi. Inasprivano gli animi; il commercio s'interrompeva: ed i popoli, vittime innocenti di una discordia che non potea interessarli, ne gemevano al peso. Il Mediterraneo coperto di legni barbareschi; le coste meridionali dell'Italia e le pontifizie in ispezialità, esposte alle piraterie africane, più non vedevano in loro difesa le galee maltesi, ridotte a convertire l'oggetto primario della loro istituzione in quello di procacciar alimenti agli abitatori dell'isola loro.
Vero è che il gran maestro erasi rivolto alle corti di Vienna, di Francia, di Spagna e di Portogallo, pregandole d'interporre i loro buoni ufficii in questo affare; ma preoccupate da alcuni riguardi, e specialmente da quello di non pregiudicare alla gloria del re Carlo, intaccando i diritti e le prerogative della sua corona, ristrinsero le sollecitazioni principalmente a far rivocare da Sua Maestà siciliana ii suo decreto, lasciando le cose nello stato in cui erano precedentemente. Non condiscese la corte di Napoli al proposto temperamento; ma, insistendo il pontefice nelle paterne sue istanze presso la medesima, ambe le parti accordaronsi in questo, di rimettere ogni cosa nelle mani del Lambertini. Il quale, come vicario di Gesù Cristo, scrisse di proprio pugno una lettera al re don Carlo, in cui con l'eloquenza che gli era propria, lo pregava di ridonare la sua buona grazia alla sacra religione di Malta, ed a non negargli il contento di una favorevole risposta.
Don Carlo, che sul trono delle Due Sicilie, come poi su quello di Madrid, presentò alle genti nella sua persona il modello di tutte le virtù, che fu sul soglio reale quale, se nato suddito, avrebbe bramato il proprio sovrano; pieno di umanità e di religione; avverso alle guerre e persuaso che la felicità de' popoli al suo governo affidati non dall'arte dipendesse di sterminare i suoi simili, ma dalla probità, dalla buona fede e dalla purità dei costumi in chi governa; affezionato in particolar modo a Benedetto XIV; don Carlo, ricevuta ch'ebbe la lettera, gli rispose, essersi commosso dalle vivissime istanze di Sua Santità in proposito delle differenze con l'ordine di Malta, sentito disposto ad avere ogni riguardo ad una intercessione cui doveva per tanti titoli riverire; avere perciò dato ordine perchè fosse riaperto il commercio dei suoi Stati coll'isola di Malta, e levato il sequestro de' beni della stessa religione; confidarsi però che, come Sua Santità nella sua lettera lo assicurava, la risoluzione così presa non produrrebbe la benchè minima ombra di pregiudizio a' suoi diritti, ma anzi, all'incontro, quelli che possedea nell'isola e sopra la chiesa di Malta, qualunque fossero, rimarrebbero in tutta la loro forza e in pieno vigore.
Anno di CRISTO MDCCLIV. Indizione II.
BENEDETTO XIV papa 15. FRANCESCO I imperadore 10.
All'inaspettata alleanza, anzi alla futura parentela nell'anno precedente convenuta tra la casa d'Este e quella d'Austria, che invece di consolidare parea ad alcuni che metter dovesse in pericolo la quiete dell'Italia; al pacifico concordato della corte di Spagna con quella di Roma; alle moleste sì, ma non sanguinose differenze insorte tra Roma, Genova e Napoli, e tra questa corte e la religione di Malta, che peraltro avrebbero potuto turbare l'italiana tranquillità appena nata; successe quest'anno sulla riviera occidentale di Genova un caso che parea dover produrre un grave incendio. Sollevaronsi i popoli di S. Remo e di Campofreddo. O sia che la piccola comunità di Cola, dipendente da S. Remo, si fosse richiamata alla repubblica di Genova per la gravezza delle taglie che le si faceano portare, o sia che insorgesse la discordia per qualche novità intorno a' confini voluti stabilire, oppure per entrambi cotali motivi; fatto è che il popolo di S. Remo, facendo risuonare voci di libertà, di cui credeva di dover godere a fronte del sovrano dominio della repubblica, dato di piglio alle armi, si mostrò disposto a scuoterne intieramente il giogo.
Informato il governo di Genova che quegli abitanti eransi assicurati della persona del commissario Doria e delle truppe state colà spedite per metter fine alle dissensioni tra S. Remo e la comunità di Cola, mandò tre galee, una bombarda e vari bastimenti da trasporto carichi di truppe sotto il comando del generale Agostino Pinelli. Ora, avendo il generale fatto incontanente avanzare una scialuppa con tamburo che intimasse agli abitanti di consegnare fra due ore la persona del commissario Doria e la sua famiglia alle truppe della repubblica, in pena del ferro e del fuoco e di essere passati a fil di spada; la scialuppa stette due ore alla spiaggia, e poscia condusse due deputati, i quali dissero al generale che, dipendendo quanto egli domandava dalla volontà del popolo, non era possibile dargli soddisfazione dentro il poco tempo prescritto.
A tale dichiarazione il generale ordinò le ostilità contro i ribelli; quindi le galee e la bombarda fecero un fuoco che durò tutta la notte; i ribelli dal canto loro rispondendo con alcuni cannoni da campagna che trovavansi a loro disposizione. Sul far del giorno le truppe sbarcarono in una spiaggia distante due miglia dalla città, senza incontrare opposizione di sorta; ma di mano in mano che i granatieri verso la città avanzavano, i contadini, dalle case, dalle muraglie, dagli ulivi, facevan loro fuoco addosso, sostenuti da altri che eransi in varii siti appostati. A fronte di tale resistenza, i granatieri, fatti forti da alcuni corpi di milizia alamanni, procedettero arditamente contro i ribelli e si impadronirono de' posti più importanti delle vicinanze di S. Remo.
Mentre il generale Pinelli dava le disposizioni necessarie per compire l'impresa, vennero a lui da parte del popolo due nuovi deputati per sottomettersi a patto d'aver salva la vita, l'onore ed i beni. Rispose il generale che bisognava subito consegnargli il commissario Doria, come avea precedentemente domandato, e ritenendo i messi, permise loro di far sapere in iscritto le sue intenzioni ai ribelli. Si prevalsero questi adunque della accordata permissione, ed in fatti poco stante capitò il commissario Doria, e con esso altri quattro deputati per supplicare il generale di annuire alla grazia già prima implorata. Rimandolli egli con isdegno, soggiungendo che dovessero consegnare tutte le armi, ed appartener poi alla repubblica, alla cui clemenza si avevano a rimettere, il conceder quello di che pregavano; nè valsero preghi o lagrime dei deputati a commuovere quel capitano dell'armi genovesi. Ebbesi però un armistizio, ed il giorno appresso la città si arrese a discrezione.
La prima notte ed il giorno appresso stettero le cose in calma; ma la seconda notte il generale fece arrestare nel proprio letto molte persone, e chiamati il consiglio di reggenza ed il parlamento, ingiunse loro di pagare in termine di due ore ottanta mila lire; e come nel prefinito spazio non avea potuto essere consegnato il denaro, fece arrestare e il parlamento e la reggenza, guardandoli i soldati colla baionetta in canna. Pagata poi la somma, ciascun credette di tornare a casa sua; ma il capitano, prima di lasciar libero il parlamento, esigette lo sborso di una somma eguale; e contata anche questa due giorni dopo, intimò che dentro otto giorni si dovessero pagare altre cento mila lire. E procedette più innanzi: fatti imprigionare molti ecclesiastici e secolari, fu il priore di consiglio di reggenza, con altri personaggi graduati, rinchiuso nel palazzo del generale, il cui proprietario non potè trattenersi dal dirgli: _V. E. non mantiene la parola data ai deputati, che i cittadini avrebbero salve la vita e la roba; _rimprovero che il punse tanto nel vivo che minacciò delle forche chi glielo faceva.
Siffatte asprezze e molte altre ancora spaventarono ed irritarono talmente i Sanremani, che la maggior parte ritiraronsi nelle vicine montagne dette delle Langhe, feudi imperiali sotto il dominio del re di Sardegna, quivi, in numero di due mille cinquecento, campeggiando alla meglio sotto tende e baracche, non rimasti quasi in città se non i vecchi, le femmine ed i fanciulli. Corse allora opinione che un pugno di gente ridotta a tanto estremo, non avrebbe tardato molto a sottomettersi a qualunque legge volesse imporgli la repubblica di Genova; ma assai male conosceva gli uomini e le storie chi in tal modo pensava. I Sanremani spedirono lor deputati a Vienna a chieder contro la repubblica giustizia dall'imperadore Francesco, qual da signore diretto di quel feudo, e segretamente implorarono la protezione del re di Sardegna. O che la repubblica ignorasse quei maneggi, oppure, cosa più verisimile, fingesse d'ignorarli, per finire le cose senza ulteriori strepiti e disturbi, fece pubblicare un editto nel quale, dopo avere esposto con tutta l'enfasi il peso e l'enormità del delitto, di cui erasi resa colpevole quella popolazione, tuttavia, per effetto di somma clemenza, prometteva un perdono generale a tutti, prefiggendo un termine discreto al ritorno di coloro ch'eransene fuggiti, soli eccettuati quattordici dei principali sediziosi.
Ma i fuorusciti delusero le aspettative comuni, che, invece di tornarne alle case loro sottomessi ed umiliati, cercarono ricovero in Oneglia, terra del re di Sardegna, e l'ottennero da quel principe, che senza punto ingerirsi nelle querele loro colla repubblica, credette di non poter negare ad essi un asilo che il diritto di natura e quel delle genti non consentono che a verun rifugiato si nieghi. Genova si scosse alla novella, ma viemmaggiormente fu commossa allorchè intese che i deputati di San Remo avevano a Vienna ottenuto che fossero ricevuti dal consiglio aulico i loro ricorsi e fattane poi la relazione all'imperadore. Nè basta; venne altresì la repubblica assicurata che l'imperadore aveva fatto spedire un rescritto, in cui ordinava alla medesima di dovere intorno a fatti esposti dai Sanremani informare nel termine di due mesi; rescritto di cui si sparsero molte copie negli Stati della repubblica, in S. Remo e nella stessa Genova.
Quanto moto si desse la repubblica contro queste imperiali disposizioni, ciascuno se l'immagina, e basterà dire che per altro tornarono tutti i suoi passi infruttuosi. Ma non si poteva che lo stabilimento dei Sanremani sulle terre del re di Sardegna, e molto più il favore da essi trovato presso la corte di Vienna, non accrescessero le male disposizioni d'animo dei Genovesi contro di loro. Laonde il commissario che a San Remo per la repubblica dimorava, si credette giustificato di trattarli con modi poco cortesi, spingendo anche le parole e le vie di fatto contro il vescovo di Albenga, il quale in questi commovimenti si trovò troppo propenso ai sollevati, e fu poi costretto a ritirarsi cogli altri ad Oneglia.