Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 38
Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla repubblica franzese quel giorno in cui compariva avanti a sè l'inviato della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima sotto la tirannide dei re, ora dover l'accordo esser più dolce, perchè libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta la veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la sua sapienza e pei suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai Barbari preservato: similmente sorta la Franzese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le insidie, chiamato in aiuto la civile discordia, ma tutto stato essere indarno: la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che siccome pari era il principio e pari l'effetto, così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della franzese repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così godrebbe sicuramente i frutti d'una fortuna certa: avere potuto la Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente essere e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia e si confortasse che la nazione franzese nel numero de' suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui, nobile Querini, se ne gisse pur contento che la franzese repubblica contentissima si reputava di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella che già si era in Venezia acquistata; i desiderii di pace essere alle due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti.
Per tal modo si vede che per testimonio del presidente Lareveillere-Lepaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo ed un soldato la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.
Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini, si rallegrarono vieppiù coloro che avevano voluto fondar lo Stato piuttosto sulla fede di Francia che sull'armi domestiche, e si credettero di aver in tutto confermato lo impero della loro antica patria.
Dalla parte d'Italia, dov'era accesa la guerra, incominciavano a manifestarsi i disegni dei Franzesi. Doleva loro l'acquisto fatto della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano racquistarla. Oltre a ciò le genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per una estrema carestia di vettovaglia; importava finalmente che il nome e la bandiera di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con incredibile celerità a Tolone una armata di quindici grosse navi di fila con la solita accompagnatura delle fregate e di altri legni più sottili. Genti da sbarco e viveri in copia vi si ammassarono; usciva nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque delle isole Iere, aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi pensieri.
Il vice-ammiraglio inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con una armata in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte inglesi, ed una napolitana, con tre fregate inglesi e due napolitane, avuto subitamente avviso dell'uscita dei Franzesi, pose tosto in alto per andar ad incontrare il nemico, e combatterlo ovunque il trovasse. Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio franzese Martin, al quale obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie l'imperio del Mediterraneo. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità della fortuna, perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del salpar dei Franzesi, spedito ordine alla nave il Berwick, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a congiugnersi con lui verso il capo Corso, essa, abbattutasi per viaggio nell'armata franzese, fu fatta seguitare dal vascello ammiraglio il Sanculotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Franzesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che, combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare i suoi che già combattevano; sì mal concio però uscendo dal feroce contrasto il Sanculotto che ritirossi per forza nel porto di Genova e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivarono le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno 13 marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Franzesi, perchè separata da una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, per questi accidenti si trovarono i Franzesi al maggior bisogno loro con due navi di manco, delle quali il Sanculotto, essendo a tre palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo, tra pel mareggiare, ch'era forte a cagione del vento assai fresco, e per la forza dell'artiglierie inglesi che già si erano approssimate, perdè il vascello il Caira gli alberi di gabbia, e perseguitato dalla fregata l'Incostante e dal vascello l'Agamennone, si difese bensì gagliardamente, soccorso da' suoi sino a notte, ma per la difficoltà del muoversi continuando tuttavia a rimanere troppo più vicino agli Inglesi che la salute sua non richiedesse, come anche la nave il Censore che l'aveva aiutato. Questi accidenti, parte inevitabili, parte fortuiti, furono cagione che la mattina del 14 fossero queste due navi nuovamente assaltate. Contrastarono esse con tanto valore, che gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro di rapirle. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso, ma furono anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Ma finalmente le due navi della repubblica, non potendo pel silenzio dei venti essere aiutate dal grosso dell'armata, calata la tenda, si arrenderono. Continuava agl'Inglesi il benefizio del vento; alla fine, essendosi messa una brezza leggiera anche pei Franzesi, se ne prevalsero, solo per altro per ritirarsi con minor danno che possibil fosse da quel campo di battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; ma un cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile, sì che gl'Inglesi medesimi ne restarono maravigliati. Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor degl'Inglesi.
Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degli Inglesi la perizia e l'ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Franzesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le provincie meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame.
In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la repubblica franzese e il re di Prussia, accidente gravissimo e che diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione come per la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare che l'imperator d'Alemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in costanza; anzi cominciando a manifestarsi in Piemonte gli effetti del trattato di Valenciennes, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano arrivati, malgrado l'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più importanti pensieri, colla speranza di cacciar del tutto i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa avviate le genti loro verso il Cairo, dal quale i Franzesi si erano ritirati, ed occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile.
Erano in tal modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra guidata dal generale Wallis faceva sembiante di volersi impadronire di Savona, e di assaltare i Franzesi che si erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo e di Melogno; la destra, che obbediva al generale Argenteau, dava a dubitare che, con impeto improvviso avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di cavalleria piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi o gli Apennini ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria. Corpi sufficienti di truppe, massime piemontesi, munivano le valli di Stura, di Susa e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come li chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia, nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e precipitosi delle nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e moderazione fra di loro, bastavano per frenar appetiti così smoderati e disumani.
Dall'altra parte i Franzesi governati dal Kellerman erano molto intenti alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala dritta, sotto l'imperio di Massena, stanziava colla estremità sua a Vado, e distendendosi pei monti arrivava insino alla valle del Tanaro. Quivi incominciava la parte mezzana, che pel colle di Tenda andava a congiungersi sul Gabbione con la sinistra che muniva i colli di Raus e delle Finestre, e le valli della Vesubia e della Tinea.
Era Savona sito di molta importanza sì per l'opportunità del porto, sì pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene o per insidia o per una battaglia di mano. Fuvvi sotto le sue mura un'abbaruffata fra i repubblicani, che vi erano venuti, e i confederati, che li volevano pigliare: rifulse in questo fatto la virtù del governatore Spinola, che serbò la neutralità e la piazza, costringendo le due parti a levarsene.
A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie grossissime. Vedevano i confederati essere loro di somma importanza lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a ciò non riuscissero, la Lombardia austriaca sarebbe sempre stata in grave pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile, quasi impossibile. Assai lunga era la fronte dell'esercito franzese: il romperlo in mezzo era un vincerla tutta. Si risolvettero adunque a fare impeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno, onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala dritta dei Franzesi dalle due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo di Vado, dove i repubblicani s'erano molto fortificati, perchè, se la fortuna fosse stata per loro anche qui propizia, si sarebbe allargato subitamente lo spazio dove gl'Inglesi potevano approdare. Pertanto gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il posto di Vado, già inclinando verso il suo fine il mese di giugno; risposero con eguale virtù i Franzesi guidati da Laharpe, e tanto fecero che non si piegarono punto, anzi ributtarono valorosamente il nemico, più valoroso ed impetuosissimo. Questo fu uno dei fatti della presente guerra per cui si devono accrescere le laudi dei Franzesi pel valor dimostrato e per la perizia del saper prendere i luoghi e dell'usar le occasioni; ma non con pari fortuna combatterono sui monti di San Giacomo e di Melogno; perchè una grossa schiera di Austriaci condotti da Devins assaltava impetuosissimamente tutti i posti che munivano le alture del primo: varii furono gli assalti, varie le difese, molti i morti, molti i feriti da ambe le parti; durò ben sette ore la battaglia, nè ben si poteva prevedere quale avesse a prevalere, o la costanza austriaca o la vivacità franzese, avvegnachè quegli alpestri gioghi già fossero contaminati di cadaveri e di sangue. Finalmente declinò la fortuna dei Franzesi; gli Austriaci, che prevedevano che da quella fazione dipendeva tutto l'evento della ligustica guerra, fatto un estremo sforzo, riuscirono, cacciatone di viva forza gli avversati, sulla sommità del monte. Con pari disavvantaggio procedevano le cose dei Franzesi a Melogno, custodito solamente da due battaglioni. Lo attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve contrasto facilmente se lo recava in mano. Come prima ebbe Kellerman avviso della perdita di Melogno, mandava Massena con un grosso di quattro battaglioni valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era non di somma, ma di estrema importanza. Usarono i soldati di Massena molto opportunamente d'una nebbia assai folta; ma furono rigettati con le artiglierie e con le baionette, non senza aver perduto buon numero di valenti soldati. Questo rincalzo non tolse loro tanto di speranza, che non tentassero un secondo assalto: Massena medesimo, al solito rischievole guidatore di qualunque più difficile impresa, reggeva i passi loro, ed avendoli divisi in tre colonne, comandava alle due estreme ferissero l'inimico sui due fianchi; alla mezzana percuotesse di fronte l'altura pericolosa. Marciavano molto confidenti della vittoria; ma la nebbia fece sì che le colonne laterali si accozzassero alla mezzana per modo che in vece di tre assalti si ridussero a darne un solo sulla fronte. Questo cangiò del tutto la condizione della battaglia, perchè gl'imperiali, combattendo per diritto da quei ripari sicuri con tutte le artiglierie loro, obbligarono prestamente i repubblicani a ritirarsi, non senza strage, ai luoghi d'ond'erano venuti. S'aggiunse a questo che gli Austriaci s'impadronirono del passo dello Spinardo, altro sito importante che dava loro maggior facoltà di rompere e spartire in due l'esercito di Francia. Occupato San Giacomo e Melogno, salirono gl'imperiali facilmente sui monti che stanno imminenti a Vado, donde poterono bersagliare i Franzesi, che tuttavia vi avevano le stanze. Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi di poter conservare questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici che non potevano trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado gli Austriaci, e poservi di presidio il reggimento Alvinzi.
Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova, succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e dell'Alpi con vario evento; volendo e Franzesi e Piemontesi aiutare con questi assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.
Kellerman, vedendo che per l'occupazione fatta dagli alleati de' siti più importanti verso Savona, le sue stanze in que' luoghi non erano più sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo d'essere tagliata fuori dalle altre, tirò con molta prudenza e singolare arte indietro la troppo lunga fronte de' suoi. Per tal modo Finale e Loano, abbandonati dai repubblicani, vennero in potere degl'imperiali.
La ritirata de' Franzesi da Vado era necessaria per la salute loro, ma fu loro da un altro canto di grandissimo incomodo a cagione della mancanza delle vettovaglie, perchè i corsari vadesi e savonesi con bandiera austriaca correvano continuamente il mare, tanto che a mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti, sguizzando la notte o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad approdare, sussidio insufficiente a sollevare tanta carestia. Per privare viemmaggiormente le navi neutre della comodità di farsi strada ai lidi di Francia ed alla parte della riviera occupata dai Franzesi, aveva il generale austriaco armato nel porto di Savona certe grosse fuste che portavano venti cannoni; e v'erano giunte due mezze galere e quattro fuste napolitane, ed a tutti questi legni minori faceano ala le fregate inglesi. Per tutto questo nacque una penuria incredibile nel campo franzese, e già si ripromettevano i confederati che i repubblicani, indeboliti dalla fame, pensassero oramai a ritirarsi da tutta la riviera. Ma i Franzesi, non mostrandosi meno costanti nel sopportare l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi ne' fatti d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto e dal Ceriale, in atto minaccioso e fiero. Il che vedutosi da' capi della lega, estimando che, ove la fame non bastava, bisognava usar la forza, assalirono con numero e con valore le posizioni nuove alle quali i repubblicani si erano riparati. Sanguinose battaglie ne seguitavano, in cui ora gli uni ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che, non essendo venuto fatto agli alleati di sloggiar i Franzesi, perdettero il frutto di tutta l'opera, perchè il non superare que' luoghi era un perdere tutto il frutto del trattato di Valenciennes. Così le sorti d'Italia si arrestarono ed ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del Borghetto.
Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli. Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le istigazioni segrete di alcuni agenti di quel paese, sì per l'esempio e le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio Truguet, che aveva visitato il porto di Napoli nel 1793, e sì finalmente per le inclinazioni de' tempi, opinioni favorevoli alla repubblica. Alcuni giovani con molta imprudenza la professavano; altri meno imprudenti, ma più inescusabili, si adunavano e facevano congreghe segrete a rovina del governo. Notarono i discorsi, seppersi le trame: il governo insorgeva a freno de' novatori. Il ministro Acton, conosciuti gli umori, si studiava, come i favoriti fanno, di andare a seconda, con rappresentare continuamente all'animo della regina, già tanto alterato, congiure e tentativi di ribellioni pericolose. Creossi una giunta sopra le congiure. Furonvi eletti il principe Castelcicala, il marchese Vanni ed un Guidobaldi, antico procurator di Teramo, uomini disposti, non solo a far giustizia, ma ancora ad usar rigore. Emmanuele de Deo ed alcuni altri rei furono puniti coll'ultimo supplizio; alcuni carcerati, alcuni confinati. Ciò era non solo diritto, ma ancora debito dello Stato; ma si crearono gli uomini sospetti, parte per indizii più o meno fondati, parte anche senza indizii, mescolandosi le emulazioni e gli odii particolari là dove non era nè reità nè indizio di reità. Le carceri si empierono. Era un terrore universale; il familiare consorzio era contaminato dalla paura de' delatori. Diceva Vanni, già confinata in carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavia nel regno i giacobini; abbisognare arrestarsene ancora venti mila; nè si ristava: i carcerati si moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, e se nol salvava l'integrità del giudice Chinigò, sarebbe caduto sotto la macchina orditagli da Acton per gelosia, e privato il regno di un uomo di non ordinaria perizia negli affari di Stato. Duravano già da molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il rigore. I popoli prima si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente si sdegnavano, e ne facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al rimedio. Siccome Vanni principalmente era venuto in odio all'universale, così fu dimesso ed esiliato da Napoli; gratitudine degna del benefizio. Ciò non ostante, la asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a patti con Francia.
Frattanto non si confermava l'imperio inglese in Corsica, parte per l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani franzesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli, scaduti dalle speranze, si erano sdegnati, e gridavano aver solo cambiato padrone, non peso. Oltre a ciò, grande era tuttavia il nome di Paoli in Corsica, e coloro che più amavano l'indipendenza che l'unione con gl'Inglesi, voltavano volentieri gli animi a lui, come a quello che avendo contrastato l'acquisto della Corsica ai Franzesi, poteva anche turbarlo agl'Inglesi. Erano pertanto sorti parecchi rumori in alcune pievi di qua da' monti, massimamente ne' contorni d'Aiaccio; ed il male già grave in sè induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già gridavano apertamente il nome di Francia: si temeva una turbazione universale, se prontamente non vi si provvedesse. Per la qual cosa il vicerè Elliot, avvisato prima diligentemente in Inghilterra quanto occorreva, mandò fuori un bando esortatorio.
Nè le sue esortazioni restarono senza effetto, non già sulle popolazioni mosse, perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti, e non con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate alcune squadre, furono mandate ad aiutare nelle pievi licenziose le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo, Paoli, o cagione o pretesto che fosse di questi rumori, fu chiamato in Inghilterra dal re, il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli aveva scritto, la presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo animosi; se ne venisse pertanto a respirare aere più tranquillo in Londra; rimunererebbe la fede sua, metterebbelo a parte della propria famiglia. Paoli, obbedendo all'invitazione, se ne giva a Londra, trattenutovi con due mila lire di sterlini all'anno. Visse fino all'ultimo più accarezzato che onorato. Così finì Pasquale Paoli, nome riverito nella storia, e che sarebbe molto più, se non fosse nata la rivoluzione franzese.
Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati corsi ai soldi d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, deposte le armi, tornarono all'ubbidienza. Così fu ristorata, se non la concordia, almeno la pace in Corsica, non sì però che, per l'infezione delle parti, non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.
Qualche moto anche accadde in questi tempi in Sardegna, principalmente in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna; domandava i privilegii conceduti dai re d'Aragona; domandava i patti giurati nel 1720. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderii dei Sardi al re rappresentassero.
Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto e se ne partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete, con grande contentezza del re, che molto mal volontieri aveva veduto contaminarsi la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula ed Angioi, capi e guidatori di quei moli, si posero con la fuga in salvo.