Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 37
Era il dì 21 settembre imminente una battaglia. La mattina molto per tempo avevano i generali austriaci ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, ch'era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida, seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo. Avanti al passo di Colletto, per cui si va a Rocchetta del Cairo, stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontari. Al piano e verso il mezzo dell'antiguardo, trentasei pezzi di artiglieria guardavano il passo, sei sul monte Lucia, gli altri sulla ripa del fiume sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.
Wallis, supremo generale austriaco, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la battaglia, operò che alcuni battaglioni dell'antiguardo venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.
Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i Franzesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali Massena e Laharpe, e dal generale di artiglieria Buonaparte. Erano le genti loro divise in tre schiere: la prima, seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la strada alla Rocchetta del Cairo, andava ad assaltare gli Austriaci posti al Colletto. La seconda, passando pel convento di San Francesco del Cairo, assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vailaro; poi, fatto un branco di sè, composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza, radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta, riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini degl'imperiali si rompevano, ma pel valore loro tosto si rannodavano: i due cannoni facevano grande strazio dei Franzesi. La seconda colonna, sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in aiuto del Pinale, il passo del Vignarolo, gli assaltava al monte Vallaro e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto li disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre mandate dal Wallis, gli Austriaci, con nuova vigoria combattendo, fin oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che s'era posto in agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor degl'imperiali; ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del Colletto assaltato e difeso con mirabile costanza. Le fanterie dei Franzesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavalleria si fece avanti e diè per modo la carica alla cavalleria austriaca, ch'essa, non fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là del Colletto, proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due cannoni; e ciò forse per allettare tanto la cavalleria dei repubblicani, che, condottasi nella valle di Pollovero, potesse essere bersagliata, con evidente vantaggio, di fianco e di fronte dalle batterie di Santa Lucia e del Pinale. Ma i Franzesi accortisi dell'insidia, non si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza o abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono grossi e minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucia e dell'argine del Mulino. Scesero i Franzesi dal Colletto nella pianura, e già si erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterie di Santa Lucia e del Pinale cominciarono a fulminarli con orribile fracasso. Dalla parte loro, anch'essi facevano ogni sforzo per superar quei passi: nel tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage se non quando, sopraggiunta la notte, i Franzesi furono forzati a ritornarsene oltre il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto delle artiglierie d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in questo fatto i Franzesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci meglio di settecento, fra i quali alcuni uffiziali di nome.
Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a sè la fama della vittoria e dell'onore di questo giorno difficile ed importante; non ostante gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dov'erano le riposte dell'esercito, ovvero che avessero avuto avviso, come fu scritto, che un corpo franzese partito di Savona fosse per riuscir loro alle spalle, e per tal guisa mozzar loro la strada, la notte del 22, abbandonate lor forti posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie e con tutte le artiglierie in Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli Austriaci; perchè e nissun corpo franzese era a quei giorni in Savona, e tutti i Franzesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e nissuna altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza sino a Savona. Questa falsità di avvisi, quale ne fosse la cagione, operò molto efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare molte imprese dell'armi imperiali.
Frattanto i Franzesi, temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a credere che gli avversarii si fossero ritirati, dubitando anzi di essere assaliti in sul far del giorno, molto posatamente e con ogni cautela entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello che non potevano sospettare era vero, vi si confermarono, e diedero mano a vuotare e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini dell'esercito tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico, diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando in somma con ogni proceder loro quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole, tristo presagio dei mali ancor più gravi che si preparavano all'infelice Italia.
L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo di Morozzo, e pei tempi sinistri, nel Genovesato, dove si fortificava, principalmente a Vado, aspettando che la stagione nuova gli facesse facoltà di tentare fazioni di maggior momento.
In mezzo a queste battaglie degli uomini, non vuolsi lasciare di far menzione della trentesima eruzione del Vesuvio, accaduta la sera del 15 giugno, violentissima e spaventosa, che colla lava rovinò quasi tutta la torre del Greco, e non poco danno recò a Resina, in tutto il paese sollevandosi all'altezza di venti in trenta piedi. Poche case rimasero intatte, e molte persone perirono.
Anno di CRISTO MDCCXCV. Indiz. XIII.
PIO VI papa 21. FRANCESCO II imperadore 4.
Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia, ma eziandio, e molto più, verso la Spagna, i Paesi Bassi e quella parte della Germania che si distende sulla riva sinistra del Reno: che anzi in questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro, che, cacciati al tutto gli eserciti inglesi, olandesi, prussiani ed austriaci, si erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda e di tutta la Germania di là dal Reno, sì fattamente che, minacciando di varcar questo fiume, niuna cosa lasciavano sicura sulla destra sponda. Tante e così subite vittorie davano timore che la confederazione si potesse scompigliare, e che alcuno degli alleati pensasse ad inclinar l'animo ai Franzesi, anteponendo una pace qualunque ad una contesa molto incerta nell'esito. A questo si aggiungeva che il reggimento introdottosi in Francia dopo la morte di Robespierre mostrava e più moderazione verso i cittadini e maggior temperanza verso i forastieri; dannando le immanità dei governo precedente; protestando di non consentire a turbar la pace altrui se non quando altri turbasse la sua. Ogni cosa anzi inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo dava fastidio quel nome di repubblica, che potea, col linguaggio che tenevano i Franzesi negli scritti e nelle parole, partorir col tempo variazioni d'importanza. Non ostante, essendosi le cose ridotte in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di presenti turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de' lati il terrore dell'armi franzesi, diminuito dall'altro il pericolo delle forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la volontà di procurar i proprii vantaggi con danno di tutti o di alcuno dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che la Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, e già se ne aveano alcuni segni, e quanto peso un tal caso fosse per arrecare nelle cose d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza e la sede de' suoi reami. Si temeva pertanto che l'inverno, il quale, acquetando l'operare, risveglia il deliberare, potesse condurre qualche negoziato col fine di porre discordia nella lega, e che, ove la stagione propizia al guerreggiare fosse tornata, le armi dei Franzesi avessero a fare qualche grande impeto, con insinuarsi nelle viscere di uno o di più dei rimanenti alleati. Ma già aveano i Franzesi verso Germania acquistato quanto desideravano; perchè signori dell'Olanda, signori delle provincie germaniche poste di là dal Reno, a loro non rimaneva altra cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel fiume, se non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator d'Alemagna a conoscere la repubblica loro ed a concluder la pace con lei. Ma sarebbe stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè l'Austria era sempre formidabile, massime se si venissero a toccare gli Stati ereditarii. Perlochè avvisavano potersi assaltare con minor pericolo e col medesimo frutto da un'altra parte.
Quanto alla Spagna, i Franzesi non ponevano l'animo a volervi fare un'invasione d'importanza, sebbene se ne fossero aperta la strada; ed anzi credevano che, per costringerla alla pace, un romoreggiare sui confini bastasse. Inoltre, salito pel favor della regina ad immoderata potenza il duca d'Acudia, avvisavano i Franzesi, accortissimi nel pesare le condizioni delle corti straniere, che il duca pensasse piuttosto a solidare la sua autorità, allontanando, con un accordo, un pericolo gravissimo, che a mantenere la integrità della fama del nome spagnuolo e quanto richiedeva in quella occorrenza tristissima di tempi la dignità della corona di Spagna.
Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe, piuttosto che in altro luogo, voltato il corso delle armi franzesi: per questo avevano i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi e degli Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di Tolone; per questo allettato con promesse e lusinghe il re di Sardegna; per questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana e turbato Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di Tolone, con crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque del Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli loro, come, quando, per quale via e con quali mezzi dovessero assaltar l'Italia. Era la penisola in quest'anno la principal mira dei disegni loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi, poterla correre a posta loro, perchè, malgrado delle funeste pruove fatte in ogni età, il correre questa provincia è sempre stato appetito principalissimo dei Franzesi. Conculcate poi l'armi austriache in lei, precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.
Sì fatti disegni, non solamente non celati, ma ancora manifestati espressamente, perchè meglio nascesse il timore, operavano in differenti guise nella mente de' principi italiani. Il re di Sardegna, ridotto in estremo pericolo, perduti oggimai i baloardi delle Alpi; e trovandosi con l'erario consumato da quell'abisso di guerra, aveva grandissima difficoltà del deliberare sì della pace che della guerra, se però non è più vero il dire che altro scampo più non avesse che aperto gli fosse, se non di pruovare se forse l'armi, che sempre sono soggette alla fortuna, avessero a portare nel prossimo anno accidenti per lui più favorevoli. Per la qual cosa deliberassi di non separare i suoi consigli da quelli de' confederati, e di continuare piuttosto nella amicizia austriaca già pruovata e consenziente alla natura del suo governo, che di darsi in braccio ad un'amicizia non pruovata e contraria ai principii della monarchia. Gli pareva anche odioso ed indegno del suo nome il rompere gli accordi di Valenciennes così freschi, e prima che si fosse sperimentato che valessero o non valessero alla salute del regno. Per verità, l'Austria, commossa dal pericolo imminente che i Franzesi, superate le Alpi ed annientata la potenza sarda, inondassero l'Italia, non differiva le provvisioni per procurar l'esecuzione de' patti di Valenciennes; perchè oramai non si trattava soltanto della salute d'un alleato, ma bensì della propria; laonde si dimostravano dalla parte della Germania ogni di più efficaci movimenti, le genti tedesche ingrossavano in Piemonte, e già componevano un esercito giusto e capace di tentare, unito al piemontese, fazioni di importanza. Adunque il re, posto dall'un de' lati ogni pensiero d'accordo con un nemico che più odiava ancora che temesse, allestiva con ogni diligenza l'armi, i soldati e le munizioni. Nè potendo lo Stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra, sopperire al dispendio straordinario co' mezzi ordinarii, e trovandosi oppressato dalla necessità di danari, si diede opera a vendere, in virtù di una bolla pontificia, trenta milioni di beni della Chiesa; venderonsi i beni degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monte; ponessi con accatto sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le gabelle del sale, del tabacco e della polvere da schioppo, ed ordinossi un balzello per capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità del frangente, rendevano i popoli scontenti; ma però, gettando somme considerabili, aiutavano l'erario a pagar soldati, esploratori e il resto. Così tra le gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le leve sforzate e il romore delle armi sì patrie che straniere, sospesi i popoli tra la speranza ed il timore, aspettavano con grandissima ansietà i casi avvenire.
Le vittorie de' repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio de' savii in Venezia nella risoluzione presa di mantenere la repubblica neutrale e poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il granduca di Toscana a far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica franzese, e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale sforzatamente, e solo coll'aver licenziato il ministro di Francia, s'era allontanato. Aveva sempre il granduca, in mezzo a tutti que' bollori, conservato l'animo pacato e lontano da quegli sdegni che oscuravano le menti rispetto alle cose di Francia; non già che egli approvasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le abborriva, ma avvisava che infino a tanto che i repubblicani si lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato quietare altrui, e che il combatterli sarebbe stato cagione che si riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro che essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua, e pei cattivi consigli d'altri, i Franzesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui per modo che oramai questa sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazii di guerra era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il granduca s'accostasse a quelle deliberazioni che i tempi richiedevano, e che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e si agl'interessi della Toscana. Oltre a ciò, il porto di Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia, di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del Mediterraneo. Quivi gl'Inglesi concorrevano col loro numeroso navilio sì da guerra che da traffico; quivi i Franzesi ed i Genovesi, o sotto nome proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffici loro, massimamente di frumenti, che trasportavano nelle provincie meridionali della Francia. Levavano gl'Inglesi grandissimi rumori per cagione di questi aiuti procurati dalla neutralità di Livorno; ma il granduca, preferendo gli interessi proprii a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo, ordinava che fossero aperti i tribunali a' Franzesi, e venisse fatta loro buona e sincera giustizia, secondo il diritto e l'onesto. Avendo poi anche udito che alcuni falsavano la carta monetata di Francia, diede ordine acciò sì infame fraude cessasse, e ne fossero castigati gli autori; cosa tanto più laudabile che appunto nel medesimo tempo uomini perversi in paesi ricchissimi e potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor peggiore, compivano opera sì vituperosa, non nascostamente, ma apertamente. Così le mannaie uccidevano gli uomini a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo Stato incrudeliva in Napoli, così i falsari contaminavano la Inghilterra, mentre l'innocente Toscana ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più da una parte che dall'altra.
Ma, divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il granduca che fosse oramai venuto il tempo di confessare apertamente quello che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio stabilire in tal modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual cosa deliberossi al mandare un uomo apposta a Parigi, affinchè fra i due Stati si rinnovasse quella pace che più per forza che per deliberazione volontaria era stata interrotta. Molte furono le querele che si fecero in que' tempi di questa risoluzione, e della scelta del conte Carletti ad eseguirla destinato; ma il tempo non tardò a scoprire che quello che il granduca ebbe fatto per solo amore de' sudditi, il fecero altri principi assai più potenti di lui. Ma era fatale che in quella volubilità di governi franzesi quest'atto del granduca non preservasse la Toscana dalle calamità comuni, perchè vennero i tempi in cui la forza e la mala fede ebbero il predominio: l'innocenza divenne allettamento non scudo.
Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per acquistar miglior fama e sì per allettar altri principi a negoziare con quel governo insolito e terribile. Debole era il granduca a comparazione di Francia; ma era pei Franzesi di non poco momento che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse un accordo con lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva credere che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlochè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì 9 febbraio, tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il granduca rivocava ogni atto di adesione, consenso od accessione che avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica franzese, e la neutralità della Toscana fu restituita a quelle condizioni in cui era il dì 8 ottobre del 1793.
Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi, per l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del granduca Ferdinando. Bandissi la pace con le solite forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata inglese, che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando un suo manifesto, conchiudendo volere ed ordinare che il trattato con Francia si eseguisse, e l'editto di neutralità, pubblicato nel 1778 dalla sapienza di Leopoldo, si osservasse. Perchè poi quello che la sapienza aveva accordato i buoni ufficii conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso nazionale, acconciamente orava; rispondeva il presidente con magnifico discorso; infine, perchè non mancasse alle lusinghevoli parole quel condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioie corte e vane, dolori lunghi e veri.
E poichè si hanno a raccontare dolci parole e tristi fatti, non è da passar sotto silenzio le dimostrazioni non dissimili con le quali si procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica veneziana ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro che nei consigli di Venezia prevalevano sperato di solidar veppiù lo stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse esser vera e sincera la determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non sapresti se stato sia maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.
Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica dai tempi antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari e pel desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una repubblica che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue vittorie. Qual cosa, in fatti, poter essere a lui più lusinghiera, quale più gioconda, di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso di Francia a fine di confermar la amicizia che il senato e la repubblica di Venezia alla repubblica franzese portavano? Sperare la conservazione di questa antica amicizia: sperarla, desiderarla, volerla con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se, al mandato della sua cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e se conceduto gli fosse di vedere che il consesso medesimo, fatto maggiore di sè, e benignamente agli strazii dell'umanità risguardando, con generoso consiglio dimostrasse aver più cura della pace che della guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di tutti.