Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 36
La vittoria del colle Ardente diè campo ai Franzesi di calarsi per la via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta al colle di Tenda. Certamente essendo quel forte munitissimo, avrebbe potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non costringesse il presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe necessitato. Aveva Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva verso il colle di Tenda, ordinato al cavaliere di Sant'Amore, comandante della fortezza, resistesse più lungamente che potesse, e non cedesse la piazza se non quando se ne avesse avuto il comandamento da lui; perchè l'intento suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla. Ma il cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per lo effetto dell'essere i Franzesi calati sulla strada maestra tra Saorgio ed il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli avviso, o per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero salve le sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di guerra con tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato in un con Mesmer comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a morte da un consiglio militare, e passati per l'armi sulla spianata della cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche rigoroso, volle il governo dar terrore ai novatori e credenza ai popoli, che il tradimento avea procurato la vittoria al nemico.
Rimaneva ai Franzesi per compir l'opera che si impadronissero del colle di Tenda, sommo apice delle Alpi marittime; nè s'indugiarono a questa impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regii e del favor della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono i Piemontesi che facevano le viste di voler difendere il colle; e con molta audacia e perizia occupando i Franzesi l'uno dopo l'altro i posti eminenti sulla faccia del monte, i Piemontesi, abbandonata dopo debole difesa la cresta in balia del nemico, si ritirarono a Limone, terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.
Tutte queste fazioni, molto perniziose allo Stato del re, tanto maggior terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo Stato da uomini condotti da illusioni funeste, ma che niun mezzo avevano di arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in mezzo a tanti sdegni ed a tanti terrori.
Vittorio, perduta la metà degli Stati e le principali difese dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti e divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni dalle armerie, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro che meglio avessero combattuto pel re e per la patria.
Questo stormo non poteva esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedii non bastando alla salute del regno, instantemente si ricercarono i generali austriaci che, fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte che pericolava gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente nell'aprile tutte quelle che avea disponibili, e che unite componevano un esercito di venti mila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un esercito ancor più forte accorresse di Germania in Piemonte, a norma del trattato di Valenciennes. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero l'armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarii supplire, ordinava che si raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando seguivano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con sè le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge che sotto pena di confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì che i beni confiscati si incorporassero alla corona.
Fu anche giudicato che, per prevenir le congiure, fosse necessario di soffocarne i semi e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava che fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed anche i casini. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i cittadini perchè non congiurassero, si univano perchè combattessero.
Le fazioni tanto favorevoli ai Franzesi diedero molto a pensare ai governi italiani. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori sforzi in favore dei confederati: indirizzava alla volta della Lombardia, parte per terra, parte per mare, dieciotto mila soldati tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti richiedevano, aveva comandato pagassero i baroni, i nobili ed i ricchi cento venti mila ducati il mese; il restante, per non aggravare i popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario; pagassero i beni ecclesiastici una tassa del sette per centinaio; portassersi alla zecca gli ori e gli argenti delle chiese che non fossero necessarii al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per centinaio del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero, e il patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.
Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si scoperse la congiura di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama, a cambiare il governo regio ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo fatto grave in sè stesso, e reso ancor più grave dalle menti accendibili e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe, proponendo il governo la salute propria a quella altrui. Si aggiunse che i corsari sì franzesi che algerini infestavano i litorali del regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far peggio eziandio che rubare.
Anche il pontefice che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose su' luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali e nuove regole per la milizia. In questi suoi pensieri dell'armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per quel fatto enorme di Basseville, accaduto in Roma sull'entrare dell'anno precedente, e che abbiamo a suo luogo raccontato.
Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sulle Alpi, e del loro ingresso nel territorio genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella, sostenuta dal procurator Pesaro, al quale si aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi che il fidarsi. Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccaria Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti che l'armarsi non era possibile, non a tempo, inutile. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiciannove voti favorevoli e sessantasette contrarii. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piedi che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la terra ferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in terra ferma per riempiere i reggimenti italiani si facessero, le compagnie dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari africani e franzesi. A questo modo aveva il senato prudentemente e fortemente deliberato. Ma i savii del consiglio, ai quali apparteneva l'esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di sette mila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando in pubblico come in privato l'improvvidenza degli uomini ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.
Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco Sanfermo, acciò spiasse e mandasse quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finitima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorta. Sanfermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia: d'un Gorani destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; poi certe ciance d'un Bacher, segretario della legazione franzese in Basilea; poi d'un Guistendoerffer, che da Parigi gli riferiva che la Francia faceva grandissimi disegni sulla Italia, che già vi aveva per oro intelligenze da per tutto, anche a Venezia, per modo che già erano a quei della salute pubblica obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni de' destinati dal governo a sopravvedere ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica per queste e per queste altre ragioni. Le quali novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molti, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in que' tempi difficili sentissero meglio di debolezza che di prudenza.
Accrebbe le difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi XVI re di Francia, fuggendo il furore de' nemici della sua casa, riparato in Torino. Ma essendo i repubblicani, tanto avidi del suo sangue, comparsi prima sulle cime delle Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccievole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nella integrità del senato, a cercar asilo sulle terre della repubblica veneta. Seguitavano il principe, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra' quali principalmente si notavano il duca d'Avaray ed il conte d'Entraigues. Il senato veneto, pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che glie ne sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi Stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderii del senato veneto si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale, in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, da' quali potessero seguir danno o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; del quale desiderio essendo stato fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù e la sventura da cui era combattuto: riconoscesse anche in lui ne' colloqui privati la altezza del grado; ma pubblicamente si astenesse dall'usare verso di lui di quegli atti, co' quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi: il che però, siccome suole avvenire che i forti usano la vessazione come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del robespierrano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. In somma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbonsi riconoscere i popoli, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, vedremo a suo tempo.
La veneta repubblica non era ancora giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregrazione della salute pubblica, con titolo d'inviato a Venezia, Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile da' tempi, al serenissimo principe il dì 13 novembre, manifestava che, per l'elezione del Lallemand, cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varii i dispareri nelle consulte venete, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri delle potenze estere acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.
Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il piemontese, riceveva maggiori molestie del genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo inglese: fu risposto per i generali. Intanto ne successe un altro, che offese anche più direttamente la dignità e l'independenza dello Stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re Cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porlo di Genova, e con parole superbe e in termini eccessivi dettavano alla repubblica leggi contro la Francia, intimando in fine che, se non consentisse, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia e co' paesi da Francia occupati.
Questa prepotenza inglese, dicesi inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze de' Genovesi, se n'era ritirato, tanto era più odiosa quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento che ai comandamenti del suo governo. La signoria di Genova, serbata la dignità e non omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio quanto lontane dal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico e dell'indipendenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava all'utile o allo sdegno, che al giusto o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed, abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi e poste al fisco.
Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierie del molo avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso per modo che il nome inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli la nappa nera, che è pure l'insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'esempio comune, stracciavano le nappe e le schernivano con ogni strazio.
Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Franzesi, passati i confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica, crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia, vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I consigli pensarono a' rimedii. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa, essere seguita l'invasione non solo senza alcuna partecipazione loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in dubitazione, stessero pur confidenti che la repubblica, sempre consentanea a sè medesima ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai per dipartirsi da quanto la sincera neutralità e l'animo non inclinato nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale; munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.
Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori. Era, siccome si è narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi. Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli generale di Corsica vollero temperare il dominio forastiero con qualche moderazione di leggi; modellarono una costituzione; mancava il consenso dei popoli; adunossi una dieta o congresso generale nella città di Corte; approvò la costituzione.
L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le ingiurie fatte ai Corsi dai Genovesi, che la Corsica intimava la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero contro i bastimenti genovesi; avessero gli armatori facoltà di appropriarsi non solo le navi genovesi, ma ancora, cosa certamente enorme, le merci genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi di premio per ogni capo di tali schiavi che fosse condotto a Bastia. Non è certo da maravigliare che Paoli, nemicissimo per natura ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed umani uomini, gli abbiano tollerati, e forse instillati, con lasciar anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e di schiavitù, niuno sarà che non condanni. Intanto arditissimi corsari corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi quarti d'Inghilterra e con patenti spedite da Elliot, facevano danni incredibili al commercio genovese, e peggio ancora che il manifesto non portava.
Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica; ma insidiosa e non piena fu la riparazione. Ordinava che l'assedio di Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari corsi avessero facoltà di predare i bastimenti genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni civili.
Pareva che la condizione di Genova con la Gran Bretagna fosse divenuta più tollerabile; al tempo stesso i termini in cui viveva colla Francia si miglioravano; perchè, morto Robespierre, era stato richiamato Tilly, mandandosi in iscambio un Villard, che più moderatamente procedeva.
Ma la guerra non lasciava quietare la malarrivata Genova. L'accidente seguito della occupazione d'una parte della riviera di Ponente ed i progressi dei Franzesi insino a Finale, davano timore che potessero, per la via del Dego e del Cairo, sboccare in Piemonte. Per preservare questa provincia finchè giungessero le genti tedesche stipulate nel trattato di Valenciennes, tutte le truppe austriache, già chiamate, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui. Poscia, veduto che i Franzesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si riducevano più vicino. Sommavano a dodici mila combattenti tra fanti e cavalli: queste erano le squadre della vanguardia e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al Dego. Ivi avevano le artiglierie grosse, i magazzini ed i forni ad uso di spianar pane per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucia ed a levante di Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che dominavano la Bormida sopra la pescaia del Mulino. Oltre di ciò, alcuni reggimenti piemontesi che alloggiavano in un campo a Morozzo marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi cogli Austriaci che difendevano il paese del Cairo.
Dall'altra parte i Franzesi, udito di questo moto, ed avendo anche presentito che l'esercito imperiale si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di Dego. Perlochè l'esercito loro grosso di quindici mila combattenti, fatto uno sforzo, avea sloggiato la vanguardia austriaca da varii posti, seguitandola sino sulle alture che stanno a sopraccapo del Cairo, le quali occuparono, la notte del 20 settembre, principalmente quelle che signoreggiavano il castello. La quale cosa vedutasi dai generali austriaci Turcheim e Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti loro verso il campo di Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno l'artiglieria grossa, serbando con loro la leggiera ch'era fiorita e numerosa.