Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 33

Chapter 333,694 wordsPublic domain

Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a posta e per mezzo de' loro giornali, che pure, malgrado della vigilanza de' governi ad interromperli, si insinuavano nascostamente in ogni luogo, a spargere mali semi ne' popoli, con invasarli dell'amore della libertà ed imitarli a levarsi dal collo il giogo degli antichi signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il particolarizzare gli umori che correvano a que' tempi in Italia, acciocchè i posteri possano distinguere i buoni da' tristi, conoscere i grandi inganni e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che, parteggiando pe' Franzesi, desideravano mutazioni nello Stato. Fra i primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero de' quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili che temevano di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar nobili od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano numerosissimi; a costoro poco importava la equalità o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero o sperassero gli stipendii. Si aggiungevano alcuni prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava un'avversione antica contro i Franzesi, nata per opera de' governi italiani sempre sospettosi della potenza di quella nazione e del suo appetito di aver signoria in Italia.

Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi, ned è mestieri che si vengano individuando, che ognun se li vede. Ma i dannosi erano gli ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo Stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenarli non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro di cui avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli. L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti, tiranni, gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione, ed introdotta la discordia nello Stato, si preparava l'adito ai forastieri.

Ora, per dire di coloro che inclinavano a' Franzesi, od almeno desideravano che per opera loro si facessero mutazioni nello Stato, diremo che per la lettura de' libri de' filosofi di Francia era sorta una setta di utopisti, i quali, siccome benevolenti ed inesperti di queste passioni umane, credevano esser nata un'era novella, e prepararsi un secol d'oro. Costoro, misurando gli antichi governi solamente dal male che avevano in sè, e non dal bene, desideravano le riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto, allettavano gli animi, così portavano opinione che a procurar l'utopia fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità umana potesse solo e dovesse consistere nella verità applicata. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente allignavano quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle cose antiche. Chi voleva essere Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria; siccome poi un famoso filosofo franzese aveva scritto che la virtù era la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i posteri devonlo sapere, che gli utopisti di que' tempi per amicizia, per sincerità, per fede, per costanza d'animo e per tutte quelle virtù che alla vita privata si appartengono non siano stati piuttosto singolari che rari. Solo errarono perchè credettero che le utopie potessero essere, perchè si fidarono di uomini infedeli e perchè supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizii.

Costoro, così affascinati com'erano, offerivano fondamento a' disegni de' Franzesi, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano il maggior numero, avvisavano non doversi muovere cosa alcuna, ed aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci opinavano doversi aiutar l'impresa co' fatti, e però si allegavano, tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia, procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.

A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di repubblica, di libertà, di uguaglianza. Di questi alcuni volevano signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, i patriotti, ed i poveri utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribile avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello Stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.

A tutte queste sette, all'una o all'altra delle quali s'erano accostati anche per lo più gli ecclesiastici, si aggiungeva quella degli ottimati, la quale, avida anche essa del dominare, e nemica ugualmente all'autorità reale ed all'autorità popolare, sperava che in mezzo alle turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Costoro nè aiutavano nè disaiutavano la potenza reale che pericolava, ed aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.

Tal era la condizione d'Italia; i buoni esperti volevano la conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano la novità per isperanza di bene, i malvagi desideravano rivoluzioni per dominare e per succiarsi lo Stato; il clero stesso ondeggiava; dei nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo: altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano continuamente i fondamenti dello Stato; pure la massa dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente e fortemente.

Narrati i preparamenti, le trame e le speranze di ambe le parti, ora si descriveranno gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nel che si dovrà sempre tenere a mente che in quest'anno intenzione dei Franzesi non era di farsi strada in Italia per forza se non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando l'offensiva, penetrare nell'interno della Francia.

I Franzesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna, e volendo usare la breve signoria che restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Posta in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila; per combattere in terra ed usar le occasioni che si appresentassero, vi aveva il governo di Francia imbarcato sei mila soldati atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera dovevano seguitare molte navi da carico, per imbarcarvi i frumenti e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet; laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed appena giunto il presente anno, l'armata franzese, salpando da Tolone se ne veleggiava con vento prospero verso Sardegna; vi giunse prima del finir di gennaio, ed il dì 24 del medesimo mese pose l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a far la chiamata alla città. Qui nacque il medesimo caso già deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì, che l'uffiziale e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare ed a bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierie. Nè i difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi e traendo con palle di fuoco contro le navi franzesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno de' Sardi, ma con gravissimo dell'armata franzese, della quale una nave grossa arse, e due andarono a traverso. Le altre, o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono i montanari, che si erano mossi quando dall'alto avevano veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile e di virtù militare. E in fatti, quanti sbarcarono, o restarono uccisi, o, costretti dai montanari, si ricoverarono precipitosamente alle navi. Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Franzesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, ne' quali aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata delle batterie, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi, così lacere com'erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante non essendo senza sospetto di ammutinamento nei suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.

Mentre in tal modo una guerra viva s'era accesa e presto spenta sulle coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente: la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diede fomento a coloro che, scontenti del governo di Francia, macchinavano di rivolgere lo Stato. Mosso dall'odio antico e dalle ingiurie recenti, andava Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente ne' luoghi montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei repubblicani. E le sue esortazioni producevano un effetto incredibile. I montanari, mossi alle voce del mantenitore della libertà corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali di Corte e di Aiaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati, chiamavan o Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e, fatto un grosso di mille dugento soldati bene armati, s'impadronivano delle riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani, sorpresi da tanto tumulto e ad impeto tanto improvviso, fatto prima un poco di testa nei luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di Bastia e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran Bretagna e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi che aderivano a Paoli e detestavano il nome di Francia.

Intanto, per dar forma al governo nuovo e ricompor quello che il disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato una consulta che, procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva, sotto pena di morte, i commissarii di Francia, Casabianca, Saliceti ed Arena.

Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli e si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo Stato e castigar i ribelli; il general Lacombe Saint-Michel contro i ribelli marciasse. Obbediva Lacombe; nel medesimo tempo i commissarii del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli e contro coloro che a lui si aderivano. Aggiungevano alle esortazioni, che ai Corsi dirigevano, parole terribili e gonfie, secondo il solito, minacciando castigo inevitabile, e confische, e morti a chi contrastasse.

Raggranellati quei Corsi che per un motivo o per l'altro tenevano per Francia, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altra parte, insisteva Paoli colle genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce; ne' giusti incontri prevalendo le genti disciplinate di Lacombe, nella guerra sparsa vantaggiando le genti di Paoli; e se non pareva che fosse possibile che i Franzesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Franzesi, forti per disciplina e per artiglierie, nelle pianure e nelle terre che occupavano sul lido.

Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi inglesi da guerra, le quali faceveno opera per intraprendere quelle che si avviavano all'isola. Poscia, appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con bombe e con palle i luoghi che Paoli assaltava dalla parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa a' Franzesi. Per la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiare di maggio. Rimanevano in mano dei Franzesi, Bastia, Calvi e San Fiorenzo, ma non soprastettero ad entrare sotto le devozione del vincitore. Così tutta la Corsica, dopo di aver obbedito al freno di Francia per lo spazio di venticinque anni, venne, non saprebbesi dire se in potestà propria o in potestà dell'Inghilterra.

Cacciati i Franzesi dall'isola, vi fu creato un governo per mezzo di provvisione che intieramente dipendeva da Paoli e dalla parte contraria alla Francia; l'autorità dei municipii fu ordinata secondo le forme antiche. Paoli si accorgeva che questa condizione, siccome transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola, tanto opportuna a' suoi traffici, a' suoi arsenali ed alla sua potenza, che si venisse ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare il re della Gran Bretagna, acciocchè, ordinato un governo libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della Francia: gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli accidenti che si vedranno nell'anno seguente.

La guerra sorta coll'Inghilterra e colla Spagna e le armate loro che erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano occasione di molesti pensieri ai Franzesi che occupavano la contea di Nizza; laonde Brunet, che a quel tempo l'esercito in questi luoghi governava, si risolvette a tentare qualche impresa di momento prima che i confederati si fossero fatti forti nei mari vicini. Il fine di questo moto era di cacciare i Piemontesi, dalle sommità e prender per sè quei vantaggio che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E, siccome l'esercito piemontese era padrone di tutte le creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli e Dellera; siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque, preparati gli uomini e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano, il dì 8 giugno, i Franzesi all'assalto con un valore e con una furia incredibile; nè la difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la tempesta di palle che fioccavano loro addosso, non li poterono rattenere che non giungessero fin sotto le trincee, colle quali sul sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con un'audacia inestimabile fin sotto le bocche delle artiglierie italiane; ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi e con gravissimo danno dei Franzesi, i quali rinfrescando continuamente con nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro; ma in questo punto i capi regii, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al capitano Zin piantasse le artiglierie in un giogo vicino, e di là lo fulminasse sul fianco. Il quale consiglio, opportuno per sè, fu con tanta arte e con sì gran valore eseguito da Zin, che percossi i repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente l'impresa, ritirandosi e lasciando i fianchi di quelle montagne miseramente cospersi dei cadaveri de' compagni loro. In questo fatto mostrarono i Franzesi il solito valore impetuoso e sconsiderato; i Piemontesi, massimamente gli artiglieri ed il reggimento provinciale di Acqui, che difendea le trincee di Raus, arte e costanza. Perdettero i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti, feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo giorno circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata circa trecento con due cannoni e molti arnesi da guerra. Ma tale era l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottiti all'infelice successo della battaglia dell'8, lo assaltarono di nuovo il dì 12 dello stesso mese con ben dodici mila soldati risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle parti.

La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato l'audacia de' repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta de' capi, non da mancanza di valore ne' soldati si doveva riconoscere.

Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento. Kellerman, avute le novelle de' fatti avversi accaduti nell'Alpi marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per mettere in opera que' rimedii che i tempi richiedessero. Il pericolo maggiore era quello che l'esercito alleato, facendo punta verso il Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto, fe' munire accuratamente i posti che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra dell'esercito dell'Alpi marittime; e ciò col fine di tener aperte le strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus, per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla valle di Stura, per qualche passo de' gioghi sommi che coronano le Alpi da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il varco è molto più agevole.

A riscontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio e munito di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime fino al forte di Saorgio, avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di conseguire qualche onorata vittoria.

L'arrivo delle armate inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli Stati d'Italia che già si erano dichiarati, diede anche occasione di manifestarsi a coloro che, più per timore che per desiderio di neutralità, se n'erano stati fino allora ad osservare. Per la qual cosa il re di Napoli, scoprendosi intieramente, chiudeva i porti a' Franzesi, e si obbligava a fornire alla lega di sei mila soldati, con grosse navi da guerra e molte minori. Il papa medesimamente, che aveva causa particolare di temere de' Franzesi, armava e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi, per farle venire ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici; mostrarono in questi trattati, massimamente con Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio di quello che i forastieri le preparavano.

Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Seristori, ministro del granduca, dopo un superbo preambolo: sapesse il granduca che l'ammiraglio Hood avea comandato che un'armata inglese con una parte della spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello che sua altezza volesse farsi; sapesse inoltre sua altezza, e ciò l'Harvey dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood e in nome del re suo signore, che se in termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi Stati De La Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene sua altezza a quello che si facesse, poichè solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra era di eseguire puntualmente e subito quanto ora le si domandava, cioè cacciasse La Flotte, e con quel governo regicida di Francia rompesse; facesse causa cogli alleati.

Con tanta insolenza Harvey favellava ad un sovrano indipendente, ad un principe di casa austriaca; con altrettanta rimproverava ad altrui un Inglese di aver ucciso un re. Rispose assai rimessamente Seristori che il granduca aveva dato ordine che De La Flotte ed i suoi aderenti, fra cui Chauvelin e Fougère, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto allo accostarsi alla lega ed al romper guerra alla Francia.