Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 32
Il governo mosso da accidente tanto improvviso e tanto pericoloso, poichè cominciaronsi a sgombrare i primi timori, andava maturamente pensando a quello che fosse a farsi. Il cantone di Berna fu richiesto d'aiuto, ma senza frutto; l'Austria fu richiesta ancor essa, e con frutto. Laonde reggimenti tedeschi arrivarono a gran giornate dalla Lombardia in Piemonte, e s'inviavano prestamente alle frontiere, massime verso il colle di Tenda. Addomandossi denaro in presto a Venezia, che ricusò, fondandosi sulla neutralità. Si spedirono corrieri per rappresentare il caso in Inghilterra, in Prussia ed in Russia. Allegavasi essere il re solo guardiano d'Italia: se si rompesse quell'argine, non sapersi dove avesse a distendersi quell'enorme piena; starsi di buon animo il re, ma ove mancavano le forze proprie, abbisognar gli aiuti altrui. Cercavasi anche di scusare le rotte di Nizza e di Savoia, con dire che quei passi non erano difendevoli se non con grossi eserciti; le forze che s'erano inviate essere state sufficienti non solo per difendere, ma ancora per offendere, senza le disgrazie di Sciampagna; dopo queste non poter più bastare nè anco a difendere; per verità: essere stata troppo presta, ed anche disordinata, la ritirata; ma doversi attribuire alla imprudenza di chi comandava; essere i soldati buoni e fedeli, parato Vittorio a non mancare a sè medesimo nè alla lega; solo richiedere che, come egli era l'antiguardo, così non fosse lasciato senza retroguardo; e siccome egli era esposto il primo alle percosse del nemico comune, così lo potesse fronteggiare con gli aiuti comuni.
Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate avevano gran peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava a pensare a' casi suoi, siccome quella che, essendo lontana dalla voragine, aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già ardeva ne' suoi proprii Stati, per preservare il resto, procedeva con sincerità, e si risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte. L'Inghilterra, che aveva serbato certa sembianza di neutralità sino alla morte di Luigi XVI (21 gennaio 1793), dopo questa orrenda catastrofe s'era scoperta del tutto, e licenziato da Londra Chauvelin, ministro plenipotenziario di Francia, si preparava alla guerra. Però diede buone speranze al re promettendo denari ed efficace cooperazione con le sue armate sulle coste del Mediterraneo. Intanto in Piemonte si compivano i numeri delle compagnie, si ordinava la milizia, si creavano nuovi luoghi di monti, si gettavano nuovi biglietti di credito, si coniavano monete che scapitavano più della metà del valor loro edittale, pessimo, ma non sempre evitabile rimedio dei mali. Nel punto medesimo si provvedevano le fortezze poste ai passi dell'Alpi con ogni genere di munizioni, e si affortificavano le cime del Cenisio e del piccolo San Bernardo. Con questo, usando dell'opportunità della stagione, che andò freddissima, e fatti tutti i preparamenti necessarii, si aspettava con incredibile ansietà da tutti qual fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle battaglie, dalle quali dipendeva il destino d'Italia e del mondo.
Anno di CRISTO MDCCXCIII. Indiz. XI.
PIO VI papa 19. FRANCESCO II imperadore 2.
La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti tedeschi dalle terre franzesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per questo e l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie e di più feroci istigamenti l'appetito delle cose nuove e la furia delle menti in Francia, eglino s'accorsero che assai più dura impresa si avevano per le mani di quanto avevano a sè medesimi persuaso. Bande tumultuarie ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare generali che erano in voce de' primi per tutte le contrade dell'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala pena potevano difendere i dominii proprii dagli assalti di un nemico poco prima disprezzato ed ora vittorioso ed insultante.
Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che, coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace quella furia franzese, e coll'accrescer le proprie forze e con l'unione di aliene, si potesse mutar la fortuna e compensar le perdite passate coi guadagni avvenire. Tal è la costanza delle menti tedesche che più e meglio ancora che l'impeto le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri alla preservazione de' suoi Stati in Italia, ai quali già si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua potenza. Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli Stati austriaci quanto nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata de' Franzesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di libertà e di uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i Franzesi nimici di Dio e degli uomini, conculcare la religione, profanare i templi, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti, contaminare i sacri arredi, e, facendo d'ogni erba fascio, proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano mirabilmente gli animi del volgo.
Parte essenziale de' disegni della lega erano le deliberazioni del senato veneto. L'imperadore, conghietturando che il terrore cagionato dall'invasione di Savoia e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle frontiere del Piemonte d'un nemico audace, e che mostrava tanta inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato che era oramai tempo di non più provvedere con consigli separati, e di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non isperasse preservare lo Stato, se quel diluvio di gente sfrenata, valicati i monti, inondasse Italia; voler fare, e per sè e per gli sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta calamità; ma esser feroci i Franzesi, e gli eventi di guerra incerti; vano pensiero essere il credere che chi fa spregio dell'umanità e conculca ogni legge divina ed umana rispetti la neutralità; disprezzare i Franzesi la neutralità, ed amar meglio un nemico aperto che un amico dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazie che le monarchie, ed il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi ingannare da per sè stesso. E dopo molte e molte convincentissime ragioni e dimostrazioni: Questo è, aggiunse l'imperadore, l'estremo de' tempi; il sorger di tutti solo poter essere la salute di tutti; il mancar di un solo, la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato e maturamente considerasse la necessità de' tempi, l'infedeltà della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli aiuti offerti, e l'avvenire, che già già incalzava e premeva, o felice o funestissimo per sempre.
Il senato veneto, che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere i tempi, ora male misurandoli, e volendo applicare ad un male nuovo rimedii antichi, rispose che la repubblica, sempre moderata e temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che, quanto a' sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro e la vigilanza de' magistrati; che ammirava bene la costanza dello imperadore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva che Sua maestà imperiale, considerando bene, secondo la prudenza sua la natura del governo veneto, avrebbe conosciuto non dovere lui allontanarsi da quella moderazione che l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti; esser parata la repubblica a dar il passo alle genti tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri, non comportar la fede, la costanza e la consuetudine della repubblica.
Ma, moltiplicando sempre più gli avvisi de' progressi fatti da' Franzesi nel ducato di Savoia e nel contado di Nizza, fu ben necessario il pensare a provveder quello che la stagione richiedeva; e se non si voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene considerare quanto fosse a farsi per preservare la repubblica dagli assalti forestieri e da' tumulti cittadini.
Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in consulta quali fossero i provvedimenti da farsi per conservare salva la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Franzesi in Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo, il quale, e per sè e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatta menzione in questi Annali, dal suo seggio levatosi e stando, ognuno attentissimo a udirlo, parlò con gravissimo discorso in favore della neutralità armata, conchiudendo ..... «io opino che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di terra ferma. A questo io penso che si debba dichiarare alle potenze belligeranti che il senato, costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele ed amico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace che a dimostrazione di guerra.»
Grande impressione fecero nella mente del senato le parole gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i fondamenti che nel deliberare le imprese principalmente considerare si devono. Al contrario, parlò con singolare eloquenza il savio del consiglio Zaccaria Vallaresso per la neutralità disarmata, e la sua orazione fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori, soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri, si lasciò svolgere dalla eloquenza dell'avversario e venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi, il savio di terra ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani non si potrebbe affermare che il consiglio contrario l'avrebbe condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente e con fine degno del suo principio.
Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza di Francia, per l'integrità de' traffici e pel timore del re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli, richiamatovi dall'assemblea costituente: godevasi quietamente il restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà, ogni cosa a soqquadro in Corsica come l'avevano messa in Francia. Sdegnossene Paoli; sepperlo i confederati. Con lettere e con parole esortatorie lo stimolarono non permettesse che la sua patria fosse preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse essere i Franzesi queglino stessi nemici contro i quali aveva sì generosamente combattuto; considerasse avere allora i medesimi voluto opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno Stato civile, ora volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensare quanto fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà, nuove benedizioni di popoli.
Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza del fatto prima di muoversi era che l'Inghilterra si chiarisse delle sue intenzioni; e di comune consentimento fu deliberato che si aspettasse la guerra dell'Inghilterra, solo intanto si tenessero gli animi disposti.
Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva, oltre il denaro che gli veniva dalla Gran Bretagna, dall'accessione della Spagna; era evidente che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava per le Alpi; sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano, combattendo, ad un medesimo fine.
A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e quest'era che, presentandosi grossi gli alleati sulle province meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro l'autorità del governo parigino, movimenti d'importanza. L'aspettare che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle provincie più vicine alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei traffici, nata a cagion della guerra, vi aveva dato occasione a non poca mala contentezza, e l'enormità commesse a Parigi, operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori di tanti scandali; ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e cattivi massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in guerra, e se il nome del re di Sardegna era molto mal gradito nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.
Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati massime per mezzo della corte di Torino che usava un'arte grandissima nello spiare e nello accordarsi segretamente in Savoia ed in Nizza sì coi magistrati che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così spesso punivano gl'innocenti od esultavano i rei. I supplizii poscia e le confische, producendo abbominazione nei popoli, operavano che sempre più quell'avversione che hanno naturalmente i Franzesi contro i forastieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si diminuisse, e con essa gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal era il terror delle mannaie, che i più preponevano la servitù forastiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore ed il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come Croati, Panduri e simili, s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi e la cavalleria stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi siffattamente ordinati, che le truppe piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri dell'imperatore; mentre le genti grosse austriache, stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli e si tenevano pronte a marciare ovunque il nemico fosse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.
Era Devins uomo di buona mente, e salito pel valor suo dagl'infimi gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua eccellenza nell'arte della guerra.
Devesi qui interrompere il filo della narrazione di questi preparamenti e di questi maneggi per raccontare un fatto enorme accaduto in Roma in sull'entrare del presente anno, il dì 13 di gennaio, e che in appresso aggiunse gravezza ai fati papali. Un Basseville, segretario della legazione di Francia, o per imprudenza propria, come alcuni stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia e del console franzese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui s'era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, venne tempo in appresso che importava ai repubblicani che glielo imputassero, e da lui alla ferocia del romano governo argomentando, protestavano di volerne fare condegna vendetta.
Intanto alcune pratiche segrete s'erano appiccate fra la corte di Torino e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che si macchinavano a benefizio comune avessero la loro esecuzione. E siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito, più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più tenaci di proposito che i Provenziali, così coi primi massimamente si tenevano questi trattati. Quando i negozii si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò egli medesimo nascostamente a Torino per quivi accordarsi su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte, ed egli e Devins non tardarono d'entrare nella medesima opinione, cioè, che, lasciata una parte dello esercito sulle Alpi marittime, per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia per quindi marciare a Lione. Certamente disegno nè più conforme agli accidenti nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Franzesi, e lui, con quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet, asperavano coi fatti, e più ancora l'asperavano con gli scherni e per l'eccessive cose che dicevano contro di lui; mentre assai diverso era il procedere dei Nizzardi, i quali, più alieni di natura, di mala voglia sopportavano il nuovo imperio, e continuamente infestavano i Franzesi, facendo loro, con bande sparse, tutto quel maggior male che potevano.
Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, non volle mai udire con pacato animo che si desse mano a liberare dalla tirannide franzese prima i secondi che i primi. Ogni ora gli pareva mille anni che i suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più volontieri che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto sapessero i Franzesi, non considerando ch'ei li castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenare il nemico, ed anche per ispingersi più oltre, secondo le occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar l'impresa.
Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili e della variazione di quasi tutte le cose che poco dopo seguirono. Devins continuamente si lamentava che il re di Sardegna gli avesse tolta l'occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande vittoria.
Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Franzesi pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso, e le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due eserciti, dell'Alpi e d'Italia, un solo generale, acciocchè, per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo fine; ed a ciò scelsero un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata fede, Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani con molta gloria sulle sponde della Marna. All'aprirsi della stagione, componeano l'esercito cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina, ottimi per valore, terribili per la rabbia. Kellerman, recatosene in mano il governo, siccome il nemico principalmente minacciava di prorompere sulle ali estreme della troppo larga frontiera, così sulla Savoia e su Nizza, determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano, a Tornus, posto nella valle di Queiras, per essere ad un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, e vi mandava le genti, l'armi e le vettovaglie. Ma la difesa era difficile, perchè gli alleati occupavano tuttavia la sommità delle Alpi su tutta la frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più basse, e cacciarne i Franzesi, combattendoli dall'alto. Per ovviare a questo pericolo, il generale franzese dispose con lodevol arte le sue genti nelle valli della Savoia superiore che accennano per istrade più facili all'Italia. Così munì Termignone e San Giovanni nella Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza allogò un grosso corpo a Conflans. Nelle Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e posto il campo in mezzo, sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo era maggiore per la facilità dei varchi e per la vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmente miravano gli alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul monte Boletto.
Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana, affinchè si aderisse alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti aiuti, ed ingrandimento di Stato a pregiudizio dell'imperadore; ma il senato perseverò nella neutralità, offerendo a' Franzesi quelle medesime agevolezze negli Stati veneti che erano state concedute alle potenze confederate.
Parte principalissima della lega, tra per forza de' suoi eserciti e per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna. Adunque i capi del governo franzese assai volentieri piegarono l'animo a provare se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di Robespierre, per parte della Francia, ed il conte Viretti, per parte del re. Ma il re, che animoso era, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar de' giacobini. Così, rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla guerra.