Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 31
Dall'altro lato, il governo di Francia aveva spedito agenti segreti e palesi per domandare, parte con minaccie, parte con preghiere, ai governi d'Italia o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Ugo di Semonville fu destinato ad andare a specular lo cose in Piemonte ed a tentar l'animo del re, affinchè negli accidenti gravi che si preparavano si dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di proporre a Vittorio Amedeo di collegarsi con la Francia e di dare il passo agli eserciti franzesi perchè andassero ad assaltare la Lombardia Austriaca; con ciò la Francia gli guarentirebbe i suoi Stati, raffrenerebbe gli spiriti turbolenti in Piemonte ed in Savoia, cederebbe in potestà di lui quanto si sarebbe conquistato con l'armi comuni in Italia contro l'imperadore. Il re si era risoluto a non udire le proposte, sì perchè temeva, nè senza ragione, d'insidie, sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era troppo oltre trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e s'incamminavano a gran passo verso il Piemonte. Il perchè, giunto essendo Semonville ad Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro governatore che nol lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di tornarsene fuori degli Stati del re, usando però col ministro franzese tutti quei termini di complimento che meglio sapesse immaginare. Solaro, uomo assai cortese ed atto a tutte le cose onorate, eseguì prudentemente gli ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.
Il fatto fu gravissimamente sentito a Parigi. Il giorno 15 settembre di questo anno, Dumourier, ministro degli affari esteri, favellando molto risentitamente al consesso nazionale del governo di Piemonte, e lamentandosi con apposito discorso dell'affronto fatto alla Francia nella persona del suo ambasciatore in Alessandria, concluse doversi dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi un rumore grandissimo; chè le parole di despota, di tiranno, di nemico del genere umano andarono al colmo. In somma fu chiarita solennemente la guerra tra la Francia e la Sardegna.
Di già il giorno 10 dello stesso mese il consiglio esecutivo provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, cupo dell'esercito, che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia, di assaltar questa provincia, e cacciate l'armi piemontesi oltremonti, di usare quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero. Questo fu il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni, e che empierono tutto il corpo suo di ferite che non si potranno così facilmente sanare.
Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia e le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto notabili apparecchi in Savoia e nella contea di Nizza. Ma le vittorie dei Franzesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra, ed il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a difendere i proprii. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle dei Franzesi; poichè nei due paesi contigui in cui si doveva far la guerra, la Savoia parteggiava pei Franzesi, il Delfinato non solo non parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che anzi questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni che si erano fatte e si facevano; sicchè i Franzesi avevano favore andando avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai Piemontesi.
Non ostante tutto questo, i capi che governavano le cose del re di Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti franzesi che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò che era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero che male con le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.
Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità verso i fuorusciti e verso un generale di Francia che, per ispiare, il veniva a trovare in abito e sotto nome di prete irlandese, con duro governo asperava i popoli, soffio imprudente sur un fuoco che già si accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone, governator generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non aveva quell'autorità e quel credito che in sì pericoloso accidente si richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete irlandese. Il cavaliere di Lazari governava l'esercito; capitano certamente poco atto a sostenere le guerre vive dei Franzesi.
Adunque, tali essendo le condizioni della Savoia, nel mese di settembre si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo sempre nella solita sicurezza, nè potendo credere sì vicino un assalto, invece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi, le avevano sparse qua e là senza alcun utile disegno, talmente che ed erano inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed incapaci a rannodarsi subitamente dove gli assaltasse.
Il prete irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più gran novelle dei mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti franzesi, che pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo; risposero del no; e mordevano il conte Bottone di Castellamonte, il quale, essendo intendente generale della Savoia, da quell'uomo fine e perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose, aveva domandato soldati al governatore per iscorta al tesoro che voleva far partire alla volta del Piemonte. Certo impossibil cosa era il difendere la Savoia, massime dopo le disgrazie de' confederati; non istanziavano in questa provincia più di nove in dieci mila soldati; ma siccome erano buoni, così, se fossero stati retti da capitani pratici, e posti ai passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata e ritardato l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine; il riunirli fu impossibile in accidente tanto improvviso.
Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar la guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito raccolto, in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente se non molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli Abresti, donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il Varo, assaltasse nel tempo medesimo la contea di Nizza, presidiata da genti poco numerose, che obbedivano al conte Pinto. Queste mosse doveva anche aiutare dalla parte del mare il contrammiraglio Truguet, il quale, partito da Tolone con un'armata di undici legni de' più grossi ed alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne giva correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a sbarcar le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta.
Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra. Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Chapareillan, o Sanparelliano, che si voglia dire, ed il castello delle Marcie, per poscia camminar velocemente alla volta di Ciamberì. Nel medesimo tempo, per tagliar il ritorno al nemico, spediva due grosse bande, delle quali una, radendo la riva sinistra del fiume Isero, doveva chiudere il passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo d'Oisans, valicando gli aspri monti che dividono la valle della Romanza da quella dell'Arco, serrare al tutto la strada della Morienna; nel qual caso tutto l'esercito piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca parte se ne sarebbe potuta salvare per le strade aspre e difficili della Tarantasia. Se non che, una piena improvvisa dell'Isero, che, rotti i ponti, non permise il passo, e la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli altissimi monti del Galibiero, resero senza effetto queste due ultime fazioni.
I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi franzesi, tentarono di fortificarsi con artiglierie presso Sanparelliono agli abissi di Mians, donde tempestare pensavano di traverso con palle sul passo per mezzo d'artiglierie poste sul castello delle Marcie. Ma a questo non ebbero tempo; le artiglierie non erano ancora ai luoghi loro, quando la notte del 21 settembre, tirando venti orribili, e cadendo una grossissima pioggia, il generale Laroque, a ciò destinato dal generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di Barraux, se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera. E come disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a quella oscurità improvvisamente della terra, e, se non fosse stato il tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la difendevano. Ma, avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico, si ritirarono a salvamento.
Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi, privi di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di Bellosguardo, di Aspromonte e la Madonna di Mians. Così le fauci dalla Savoia vennero da quel lato in poter de' Franzesi. Ma Montesquiou, usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico, si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanteria, una di dragoni e venti bocche da fuoco, alle quali fece tener dietro come retroguardo da due altre brigate di fanteria, una di cavalleria, parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Anecì, l'altra verso Monmeliano: gli rimase la strada per Ciamberì, capitale della provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regi; e sì grande fu la subitezza dello spavento loro, che i Franzesi, temendo d'insidie, non s'ardirono di entrar incontanente nella città che se ne stette posta in propria balìa alcuni giorni. In sì pericoloso passo non vi fu tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna, tanta è la bontà e la civiltà di quel popolo: vi arrivarono i Franzesi; furonvi accolti con tutte quelle dimostrazioni di allegrezza che portavano le opinioni.
Montesquiou andava molto cauto nello spignersi avanti, perchè non avendo ancora avuto notizia dell'assalto che doveva dare Anselmo a Nizza, e vedendo la celerità incredibile delle genti sarde nel ritirarsi, dubitava ch'elleno marciassero velocemente a quella banda per opprimere l'esercito che militava sotto quel generale. Si spargeva ancor voce che i Piemontesi, forti di sito e provveduti di munizioni da guerra e da bocca, si erano fermati alle montagne delle Boge o Bauge, che separano Ciamberì dall'Isero, per ivi fare una testa grossa, e passarvi l'inverno. Però deliberossi di sostare alquanto per ispiar meglio le cose e per aspettare che portassero i tempi dal canto delle Alpi marittime. La rotta de' soldati reali fece cadere in mano de' Franzesi dieci cannoni, quantità grande di polvere, di palle, di casse e d'altri arnesi da guerra, con magazzini pienissimi di foraggi e di vettovaglia.
Dalla parte di Nizza non dimostrarono i capi piemontesi miglior consiglio nè miglior animo che in Savoia. Conciossiachè non così tosto ebbero avviso che Anselmo aveva passato il Varo, fiume che divide i due Stati, la notte del 23 settembre, dandosi precipitosamente alla fuga, abbandonarono la città di Nizza, e già davano mano a votare con grandissima celerità quanto si trovava nel porto di Villafranca. I Franzesi, usando prestamente il favore della fortuna, corsero a Villafranca; e minacciato di dare la scalata, il comandante si diede a discrezione con ducento granatieri, ottimi soldati, ed alcune bande di milizie, lasciando in preda al nemico cento pezzi d'artiglieria grossa, una fregata, una corvetta e tutti i magazzini reali. Così la parte bassa della contea di Nizza venne in poter dei Franzesi con incredibile celerità e facilità. Solo si teneva ancora pel re il forte di Montalbano, ma poco stante si arrese ancora esso a patti. A queste vittorie contribuì non poco l'ammiraglio Truguet con la sua armata, che, dando diversi riguardi ai Piemontesi, gli teneva in sospetto d'assalti da ogni banda, e loro fece precipitar il consiglio di ritirarsi dal littorale.
Anselmo, avuta Nizza, Villafranca e Montalbano, si spinse avanti per la valle di Roia, e non fece fine al perseguitare se non quando arrivò a fronte di Saorgio, fortissimo castello che chiude il passo da quelle parti, ed è come un antemurale del colle di Tenda. Ma, alcuni giorni dopo, le genti piemontesi, avuto un rinforzo d'un grosso corpo di Austriaci, ed assaltato con molto impeto il posto di Sospello, se ne impadronirono. Nè molto tempo vi dimorarono, perchè, ritornato Anselmo col grosso di tutto l'esercito, se lo riprese, e di nuovo Saorgio divenne l'estremo confine dei combattenti.
Queste spedizioni dei Franzesi nella provincia di Nizza costarono poco sangue; perchè la ritirata dell'esercito sardo fu tanto presta, che non successero che poche e leggieri avvisaglie; nè i conquistatori si scostarono dai termini della umanità e della moderazione. Assai diverso da questo fu il destino dell'infelice Oneglia; poichè, accostatasi l'armata del Truguet a quel lido, e mandato avanti un palischermo per negoziare, gli furon tirate le schioppettate, per le quali furono uccisi o feriti parecchi, caso veramente deplorabile, e non mai abbastanza da biasimarsi. Però l'armata franzese, accostatasi vieppiù, e schieratasi più opportunamente che potè; cominciò a trarre furiosamente contro la città. Quando poi, per il fracasso, per la rovina, per le ferite e per le morti, l'ammiraglio credè che lo spavento avesse fatto fuggire i difensori, sbarcò le genti che aveva a bordo, le quali, unite ai marinai, s'impadronirono della città, e la posero miserabilmente a sangue, a sacco ed a fuoco. Questa fu mera vendetta dei violati messaggieri di pace: Oneglia, luogo di poco profitto, fu dai Franzesi abbandonata, e l'armata loro, toccata Savona, e posatasi alquanto nel porto di Genova, se ne tornò poco tempo dopo a Tolone.
Essendosi oramai tanto avanzata la stagione che non si potea guerreggiare se non con molto disagio, si posarono dalle due parti l'armi tutto l'inverno, attendendo a far apparecchi più che potevano gagliardi per tornar sulla guerra con frutto tosto che il tempo s'intiepidisse. In mezzo a questo silenzio dell'armi nulla decorse che sia degno di memoria, se non la differenza del procedere dei Savoiardi e de' Nizzardi verso i Franzesi, avendo i primi mostrato molta inclinazione per loro e desiderio di accomodarsi alle foggie del nuovo governo: al contrario, i secondi fecero pruova di molta avversione e di volersene rimanere nei termini del governo antico.
Pervenuta a notizia di Montesquiou la conquista di Nizza, si mise in sul voler cacciar del tutto le genti sarde dalla Savoia. A questo fine ordinò a Rossi che, cacciandosi avanti le truppe del re, le spingesse fino al Cenisio per la Morienna, ed a Casabianca fino al piccolo San Bernardo per la Tarantasia: il che eseguirono con grandissima celerità, e quasi senza contrasto da parte del nemico. Anzi è da credere che se Montesquiou, invece di soprastarsi, come fece, per aspettar le nuove di Nizza, fosse dopo la conquista di Ciamberì camminato con la medesima celerità, si sarebbe facilmente impadronito di queste due sommità delle Alpi con grande suo vantaggio, e con maggiore speranza di andar a ferire, alla stagione prossima, il cuore stesso del Piemonte, tanta era la confusione delle genti regie. Aix, Annecì, Rumillì, Carouge, Bonneville, Tonon e le altre terre della Savoia settentrionale, abbandonate dai vinti, riconobbero l'imperio dei vincitori. Così questa provincia venne tutta in potestà dei Francesi. La quale possessione per quell'inverno fu loro assicurata dalle nevi strabocchevolmente cadute sui monti, le quali indussero da questa banda la medesima cessazione dall'armi, ed anche più compiuta, che era prevalsa nelle Alpi marittime.
In cotal modo un paese pieno di siti forti, di passi difficili, di torrenti precipitosi, fu perduto pel re di Sardegna, senza che nella difesa del medesimo si sia mostrato consiglio o valore. Del qual doloroso caso si deve imputar in parte il re medesimo, per aversi voluto scoprire, a cagione de' suoi pensieri tanto accesi alla guerra, molto innanzi che gli aiuti austriaci arrivassero in forza sufficiente e per aver dato il più delle volte i gradi militari a coloro che più miravano a comparire, che ad informarsi dell'arte difficile della guerra. Certamente error grande fu quel di Vittorio di metter l'abito militare ad ogni giovane cadetto che si appresentasse, e di mandarli sulle prime alla guerra, come se l'arte della guerra ed il rumor dei cannoni non fossero cose da far sudare e tremare anche i soldati vecchi. I nobili poi ci ebbero più colpa del re, pel disprezzo, non saprebbesi se dire ridicolo od assurdo, in cui tenevano i Franzesi. Pure fra di loro non pochi erano che, modesti e valorosi uomini essendo, detestavano i male avvisati consigli, e sentivano sdegno grandissimo della vergogna presente.
La rotta di Savoia, già sì grave in sè stessa, fu anche accompagnata da accidenti parte terribili, parte lagrimevoli. Pioggie smisurate, strade sprofondate, carri rotti, soldati alla sfilata parte armati, parte no, gente fuggiasca di ogni grado, di ogni sesso e di ogni età, terribili apparenze e di cielo e di uomini e di terra. Ma fra tutti movevano compassione grandissima i fuorusciti franzesi, i quali, confidandosi nelle parole dei capitani regi, eransi soprastati a Ciamberì fino agli estremi, ed ora cacciati dalla veloce furia che loro veniva dietro, non potevano nè stare senza pericolo; nè fuggire con frutto, imperciocchè a chi mancava il danaro per povertà, a chi la forza per infermità, a chi le bestie ed i carri per trasferirsi, perchè non se ne trovavano per prestatura nè amichevole nè mercenaria, ed in tanto scompiglio era venuto meno il consiglio di prevedere e di provvedere. Spettacolo miserando era quello che si vedeva per le strade che portano a Ginevra ed a Torino, tutte ingombre di gente caduta da alti gradi in un abisso di miseria. Erano misti i padri coi figliuoli, le madri con le figliuole, i vecchi con i giovani, e fanciulle tenerissime ridotte fra i sassi e il fango a seguitar i parenti loro caduti in sì bassa fortuna. Vi erano vecchi infermi, donne gravide, madri lattanti e portanti al petto le creature loro certamente non nate a tal destino. Nè si desiderò la virtù o la carità umana in sì estremo caso perchè furono viste spose, figliuoli, fratelli, servidori non proscritti voler seguitare nelle terre strane, anche a malgrado dei parenti e padroni loro, gli sposi, i padri, i fratelli ed i padroni, posponendo così la dolcezza dell'aere natìo alla dolcezza del ben amare e del ben servire: secolo veramente singolare, che mostrò quanto possono fra l'umana generazione la virtù ed il vizio, l'una e l'altro estremi. Ma se era il viaggiar crudele, non era miglior lo starsi; alberghi pieni o niuni in quelle rocche, bisognava pernottar al cielo, e il cielo era sdegnato, e mandava diluvii di pioggie. A questo, soldati commisti che fuggivano sbanditi, armi sparse qua e là, un tramestio d'uomini sconsigliati, un calpestio di bestie, un rumor di carrette, un furore, un dolore, una confusione, un fremito, aggiungevano grandissimo terrore e grandissima miseria. Quanti si sono visti cresciuti ed allevati in tutte le dolcezze di Parigi, ora non trovar manco quel ristoro che a gente nata in umil luogo abbonda nel corso ordinario della vita! Quanti gravi magistrati, dopo avere ministrato la giustizia nei primi tribunali del nobilissimo reame di Francia e vissuto una vita integerrima, ora travagliosamente incamminarsi ad un esiglio, di cui non potevano prevedere nè il modo nè il fine! Quante nobili donne, che pochi mesi prima speravano di dar eredi a ricchissimi casati nei palazzi dei maggiori loro, ora vicine a partorire, fra lo squallore di tetti abbietti ed alieni, a padri venuti in povertà figli più poveri ancora! Quante fanciulle, richieste prima da principi, non sapere ora nè a qual rifiuto andassero nè a qual consenso! Quanti capitani valorosi ed invecchiati nella milizia, ora che per la fralezza dei corpi loro avevano più bisogno del riposo e dello stato, mancati il riposo e lo stato, raminghi sotto cielo straniero, cacciati correr da quei soldati medesimi, ai quali avevano e l'onore ed il valore insegnato! Erano le strade, per donde passavano, piene di gente instupidita a sì miserabile caso, ed intenerita a tanta disgrazia. E spesso trovarono sotto gli umili tugurii più ristoro e più consolazione che non s'aspettavano. Così per molti dì e molte notti su per le vie di Ginevra e di Torino la tristissima comitiva mostrò quanto possa questa cieca fortuna nel precipitare in fondo chi più se ne stava in cima. Eppure in mezzo a tanto lutto la natura franzese era tuttavia consentanea a sè medesima. Imperciocchè uscivano dagli esuli non di rado e canti e risi e piacevolezze tali, che pareva piuttosto che a festa andassero, che a più lontano esiglio. Vedevansi altresì uomini gravissimi o galoppanti sulla fangosa terra, o dentro o dietro le carrozze stanti, recarsi con le cappellature acconce, e con croci e con nastri, e con altri segni dell'andata fortuna: tanto è tenace ciò che la natura dà che la sciagura non lo toglie! Ma giunti i miseri fuorusciti in Ginevra ed in Torino, non si può spiegare quanto fosse il dire, il guardare ed il pensare degli uomini. Grandi cose aveva rapportato la fama di Francia; ma ora ai più pareva che il fatto fosse maggior del detto; chi andava considerando quel che potesse fare una nazione furibonda che usciva dai proprii confini; che il valore de' suoi soldati, e chi la contagione delle sue dottrine sostenute da tanta forza. Chi pensava alla vanità di coloro che l'avevano predicata vinta, e chi all'imprudenza di coloro che l'avevano provocata potente. Meglio sclamavano fora stato il lasciarla lacerare da sè stessa, che il riunirla con le minaccie; meglio ammansarla, che irritarla: tutti poi affermavano esser venuti tempi pericolosissimi, essere minacciata Elvezia; essere minacciata Italia; già già titubare la società umana in Europa.
A Torino tutti questi discorsi si facevano, ed altri ancor più gravi. Intanto gli esuli facevano pietà, e con la pietà nasceva il terrore. Tutta la città era contristata e piena di pensieri funesti. Ma tanta era la fermezza della fede dei Piemontesi nel loro re, che pochi pensavano a novità; alcuni desideravano qualche riforma nel reggimento civile e politico dello Stato; tutti volevano la conservazione della monarchia, ed i peggiori tratti che si udivano contro il governo, più miravano ad ammenda che a satira.