Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 30

Chapter 303,536 wordsPublic domain

Per la qual cosa, veduto il pericolo imminente, coloro i quali reggevano i consigli della corte di Torino, ristrettisi con gli ambasciatori e ministri degli altri principi d'Italia, rappresentarono loro che i casi avvenuti nel desolato reame di Francia davano giusta cagione di timore per la quiete d'Italia; che l'assemblea nazionale, acciocchè i principi europei non potessero voltare i pensieri loro agli affari di Francia, pensava, per mezzo di seminatori di scandali e di ribellione, a turbar la quiete altrui; che già i mali semi incominciavano a sorgere, stantechè, sebbene fosse stato continuo il vigilare del governo e continue le provvidenze date, non s'erano potute evitare le compagnie segrete, ed anche alcuni, quantunque leggieri, moti nel popolo; che tali ingratissimi effetti si dimostravano più o meno nelle altre parti d'Italia; che, per verità, attentamente si affaticavano in ogni luogo i principi per estirpare queste occulte radici, per chiudere i passi ai malvagi mandatarii, per iscoprir le congreghe segrete, per allontanar le turbazioni; ma non ravvisarsi quale de' due alfine avesse a restar superiore, o la vigilanza de' governi o la pertinacia de' novatori, se non si prendevano nuove e più accomodate risoluzioni; che la necessità dei tempi richiedeva che i principi d'Italia si stringessero in una lega comune a quiete e difesa comune; poichè quello che spartitamente non avrebbero potuto conseguire, lo avrebbero ottenuto per l'efficacia e pei soccorsi comuni. Aggiunsero, che, per verità, questo disegno era già loro venuto in mente da un pezzo, di tanta opportunità egli era; ma che gli aveva ritratti dal proporlo il sapere, che Giuseppe, imperador d'Alemagna, pareva volersi condurre ad assaltar con l'armi nel proprio loro covile que' nemici della umanità e della religione; che ora, cambiate le circostanze per la morte di Giuseppe, e volti i pensieri di Leopoldo, suo successore, piuttosto a preservare e conservare il proprio che ad assalire l'alieno, avvisavano esser tempo opportuno di ordinare e di stringere i vincoli di una comune difesa; che già il fuoco era vicino a consumare la Savoia; che il Piemonte era in procinto di ardere; e chi avrebbe potuto prevedere le calamità d'Italia, se non si spegnevano queste prime faville? che però, visti i pericoli sì gravi e sì imminenti, il re giudicava doversi, più presto il meglio, stringere una lega fra tutti i potentati d'Italia, non già diretta a danno altrui, ma solo a preservazione propria, a tenersi guardati l'un l'altro dalle insidie dei mandatarii franzesi, a mantener la quiete negli Stati, a parteciparsi vicendevolmente le notizie sulle faccende presenti, e ad aiutarsi con l'armi e coi denari, ove nascesse in questo luogo od in quello qualche turbazione. Nè pretermisero i ministri sardi di spiegar meglio quali dovessero essere i membri della lega, nominando particolarmente il re loro signore, l'imperadore d'Alemagna, la repubblica di Venezia, il papa, il re di Napoli ed il re di Spagna, per la parte di Parma. Il re di Sardegna s'era chiarito per alcune pratiche segrete della mente de' re di Napoli e di Spagna che acconsentivano ad entrare nella lega; il papa vi si accostava ancor esso, come quello che ardeva di sdegno a cagione delle innovazioni effettuate in Francia circa gli interessi spirituali e temporali della religione. Solo la repubblica di Venezia se ne stava sospesa, considerando quanto questa lega, ancorchè apparisse pacifica e veramente difensiva, avrebbe fatto ingrossar l'armi in Italia, e chiamato forti eserciti di Alemagna, se le cose venute all'estremo avessero necessitato l'esecuzione: cosa sempre, e non senza cagione, detestata da quella repubblica. S'aggiungeva, che non avendo essa pur testè voluto collegarsi con Giuseppe contro il Turco, naturale ed eterno nemico dello Stato suo, del qual rifiuto ne aveva anche avuto le male parole da quell'imperatore in Trieste, pareva enorme al senato lo stringersi ora in alleanza con Leopoldo suo successore in un'impresa evidentemente dirizzata, quantunque sotto parole velate, contro la Francia, amica vera e necessaria della repubblica. Nè grande era il timore del senato delle nuove massime franzesi; poichè la natura italiana molto eminente negli Stati veneti efficacemente si opponeva alla loro propagazione; poi le consuetudini da tempi antichissimi radicate nell'animo de' popoli, e l'amore che portavano al loro governo, non consentivano; ma erano continue e forti le istanze del re di Sardegna e degli altri alleati, acciocchè il senato si risolvesse, perchè, se non avevano molta fede nell'armi venete, avevano gran bisogno del nome e de' denari della repubblica.

Miravano tutte queste pratiche ad introdurre in Italia le medesime deliberazioni ch'erano state prese in Germania dall'Austria e dalla Prussia dopo la morte di Giuseppe e l'assunzione di Leopoldo. Erasi Leopoldo collegato con Federico Guglielmo di Prussia a sicurezza comune contro gli appetiti immoderati di Caterina di Russia e contro le vertigini della Francia. Ma questa congiunzione tendeva a difendersi, non ad offendere; i trattati di Pavia e di Pilnitz, in cui si suppose essere poi stata stipulata la guerra e lo smembramento della Francia, furono trovati e menzogne politiche per apporre a Leopoldo risoluzioni guerriere ed ostili che non lece, e per istimolare a maggior empito i Franzesi, che già con tanto empito correvano.

Primo a risentire in Italia i danni della rivoluzione franzese fu il papa. Una commozione in Avignone accaduta, e cui tornarono indarno tutte le pratiche del vicelegato pontificio per sedare, non meno che quelle d'uno special commissario colà dal papa spedito, terminò colla dichiarazione della propria indipendenza che gli Avignonesi fecero, in pari tempo a grandi istanze, chiedendo d'essere incorporati alla repubbica franzese. Così cessò dopo quattro secoli e mezzo la dominazione pontificia in Avignone.

Anno di CRISTO MDCCXCI. Indizione IX.

PIO VI papa 17. LEOPOLDO II imperadore 2.

Nel mese di marzo di quest'anno divenne Venezia albergo di molti principi, che vi si trovarono uniti tutti ad un tempo stesso, cioè l'imperatore Leopoldo II, sotto il nome di conte di Burgau, il re e la regina di Napoli, il nuovo granduca e la nuova granduchessa di Toscana, gli arciduchi Carlo e Leopoldo, palatino d'Ungheria, preceduti dall'arciduca Ferdinando e dall'arciduchessa sua moglie. Se durante la loro dimora festeggiati fossero gl'illustri personaggi, non è da domandarsi a chi già sa con che magnificenza, con che splendidezza la veneziana repubblica accogliesse nella sua capitale, ospiti graditi, i principi ed i sovrani esteri. Balli, accademie, luminarie, regate, e cent'altri passatempi, tutti sontuosi e ogni giorno svariati, si succedevano l'uno all'altro, quasi direbbesi, senza interruzione. Al che se aggiungasi lo spettacolo veramente imponente della città, regina del mare, in sè medesima, colle cospicue sue fabbriche, colla sua singolare configurazione, non dubitare si può che gli augusti ospiti non avessero dal soggiorno loro avuto sommo piacere.

Partiti da Venezia essi principi, si avviarono verso la Toscana. Già a nome del nuovo granduca Ferdinando III era stato dal consiglio di reggenza preso il possesso del granducato. Leopoldo si trattenne per alcuni giorni a Firenze, ed allora fu veduta a pubblicare l'opera, che già altrove accennammo, intitolata: _Il governo della Toscana sotto il regno di Leopoldo_. Con irrefragabili documenti da tale opera risultava che nell'anno 1765, epoca dell'avvenimento al trono del granduca Leopoldo, l'entrate pubbliche del granducato montavano ad otto milioni novecento cinquantotto mila seicento ottantacinque lire di Firenze, e nell'anno 1789, ultimo del suo regno, ascesero a dieci milioni cento novantasette mila seicento cinquantaquattro lire: aumento tanto più ragguardevole e degno di maggior encomio, che Leopoldo, come abbiam veduto, avea scemato le pubbliche contribuzioni e tolto via non pochi aggravii, sì che tutto fu effetto della maggior industria, della popolazione maggiore e del più esteso commercio della Toscana. Tanto accrescimento di rendite, tranne quattro milioni che si trovarono in essere nel 1789, fu dal buon principe speso tutto a sollievo dei proprii sudditi o per ristorarli da calamità, o per proteggere le arti e promuovere l'industria ed ogni ramo di pubblica utilità.

Il vescovo di Pistoia Scipione Ricci, contro il quale erano nell'anno precedente scoppiate sommosse, prima in Pistoia stessa, poi a Prato e nel rimanente della diocesi, dovette fuggire, e gli stessi capitoli delle due cattedrali si dichiararono contro di lui. Si presentò egli a Leopoldo; partito lui, presentossi al successore Ferdinando; ma le sue riforme furono abbandonate; e Ricci, non potendo rientrare nella diocesi, dove tutti gli animi erano esacerbati, rinunziò al vescovato, tale risoluzione partecipando al papa con una lettera, in cui protestava della sua devozione e sommissione, ed alla quale Pio VI si piacque rispondere in modo affettuoso.

Il re e la regina di Napoli da Firenze passarono a Roma. In tre abboccamenti dal re avuti col papa, gettaronsi i primi fondamenti della concordia, che non potuta conchiudersi nel congresso a Castellone, tenuto tra il cardinale Campanelli e l'Acton, primo ministro del re, ebbe effetto nei maneggi di Napoli, in resultato dei quali fu convenuto: ogni nuovo re, salendo al trono, pagasse cinquecento mila ducati in forma di pia offerta a San Pietro; godesse egli la nomina a tutti i vescovati; nominasse il papa a tutti i benefizii subalterni, purchè l'elezione sopra sudditi regnicoli cadesse; in quanto alle sedi episcopali, il papa eleggesse fra i tre candidati che la corte proponesse; in avvenire alla corte di Roma per le cause matrimoniali si ricorresse; per questa volta il pontefice tutte le dispense, concesse dai vescovi napolitani, confermasse; con questo, la cerimonia della chinea per sempre cessasse.

Anno di CRISTO MDCCXCII. Indizione X.

PIO VI papa 18. FRANCESCO II imperadore 1.

Quella inesorabil morte che la temuta falce ruota a cerchio ciecamente, mietendo le vite dei monarchi non meno che quelle de' più meschini mortali, tolse del mondo un gran principe; Leopoldo imperadore morì il dì 10 di marzo del presente anno in età di soli quarantaquattro anni. L'immatura perdita, che in Europa diede luogo alle più strane conghietture, fu dai più saggi attribuita ad una dissenteria che da lungo tempo lo travagliava, all'uso troppo frequente di aromati irritanti, ed all'indebolimento che le continue e gravissime occupazioni portato avevano al di lui temperamento. Giunto al trono imperiale dalla Toscana, questo principe vi aveva portato i medesimi principii, le medesime viste, il medesimo zelo per l'avantaggio dei sudditi, e dato aveva al suo regno uno splendore che tanto più singolare riusciva quanto più difficili erano i tempi, angosciose le circostanze. Collegato erasi egli destramente coll'Inghilterra, affine di frenare l'ardore delle conquiste di Caterina II ed accelerare la pace tra quella sovrana e la Porta; ricuperata aveva in parte la autorità sua sovra i Paesi Bassi, contratta un'alleanza colla Prussia, e assicurati tutti i rami dell'amministrazione della vastissima monarchia, e tutto questo in due soli anni. Tra le sue doti più singolari fu commendata la sua affabilità; nel di lui palazzo ammesso era il povero ugualmente che il ricco; nella Toscana, destinati aveva tre giorni della settimana, solo per ascoltare le domande degl'infelici, e passato alle sede dell'impero, ancora lasciava libero l'accesso a chiunque alla di lui persona, e pochi giorni perfino avanti la sua morte dato aveva pubblica udienza. Il dolore, che provato aveva la Toscana alla sua partenza, divenne, alla epoca della morte di lui, comune a tutta la monarchia, e pochi principi lasciarono al pari di lui vivo il desiderio ne' sudditi e gloriosa dovunque la rimembranza.

Morto Leopoldo, ed assunto al trono il suo figliuolo Francesco, principe giovane ed ancora nuovo nelle faccende, i negozii pubblici si piegarono a diverso fine. Caterina di Russia, la quale, visto il procedere temperato di Leopoldo e di Federigo Guglielmo, si era costituita pubblicamente, volendo pur muovere qualche cosa in Europa, la protettrice dell'antico governo di Francia, dimostrava con molte protestazioni volerlo ristaurare. Molte cose diceva continuamente Caterina ed insinuava destramente nell'animo dei principi, massime di Francesco II e di Federigo Guglielmo. Nè mancarono a sè medesimi in tale auguroso frangente i fuorusciti franzesi, e più i più famosi ed i più eloquenti, i quali erano indefessi nell'andar di corte in corte, di ministro in ministro, per raccomandar la causa del re, la causa stessa, come affermavano, dell'umanità e della religione. A queste instigazioni l'imperatore Francesco, che giovane d'età avea già assaggiato la guerra all'assedio di Belgrado, deposti i pensieri pacifici di Leopoldo, e non dando ascolto ai ministri, nei quali aveva suo padre avuto più fede, accostossi ai consigli di quelli che, consentendo colla Russia, lo esortavano ad assumere l'impresa ed a cominciar la guerra. Dal canto suo, Federigo Guglielmo, principe di poca mente, ma d'indole generosa, impietositosi alle disgrazie della casa reale di Francia, e ricordandosi della gloria acquistata da Federigo II, si lasciò persuadere, e postosi in arbitrio della fortuna, corse anche egli all'armi contro la Francia.

Noi non descriveremo nè la lega che seguì tra la Russia, l'Austria e la Prussia, nè il congresso di Magonza, nè la guerra felicemente cominciata e più felicemente terminata nelle pianure della Sciampagna: quest'incidenza troppo ci allontanerebbe dall'Italia. Incredibile era l'aspettazione degli uomini in questa provincia, e ciascuno formava in sè varii pensieri secondo la varietà dei desiderii e delle opinioni. Il re di Sardegna, spinto sempre dalla brama di far chiaro il suo nome per le imprese d'armi, stimolato continuamente dai fuorusciti franzesi, che in grandissimo numero s'erano ricoverati ne' suoi Stati, e lasciandosi tirare alle loro speranze, aveva meglio bisogno di freno che di sprone. Intanto non cessava di avviar soldati, armi e munizioni verso la Savoia e nella contea di Nizza, parti del suo reame solite a sentir le prime percosse dell'armi franzesi, e donde, se la guerra dal canto suo fosse amministrata con prospero successo, poteva penetrar facilmente nelle viscere delle province più popolose e più opime della Francia. Nè contento alle dimostrazioni, ardeva di desiderio di venirne prestamente alle mani, persuadendosi che le soldatesche franzesi, come nuove e indisciplinate, non avrebbero osato, non che altro, mostrar il viso a' suoi prediletti soldati. Ma o che l'Austria e la Prussia abbiano creduto di terminar da sè la bisogna, marciando sollecitamente contro Parigi, o che credessero pericoloso pel re di Sardegna lo scoprirsi troppo presto, lo avevano persuaso a temporeggiare fino a tanto che si fosse veduto a che termine inclinasse la guerra sulle sponde della Marna e della Senna.

La subitezza di Vittorio Amedeo e la lega dei re contro la Francia diedero non poco a pensare al senato veneziano, e lo confermarono vieppiù nella risoluzione presa di non pendere da nissun lato, quantunque la corte di Napoli gli facesse frequenti e vivissime istanze, affinchè aderisse alla lega italica. Ma prevedendo le ostilità vicine anche dalla parte d'Italia, il che gli dava sospetto che navi armate di potenze belligeranti potessero entrare nel golfo e turbar i mari, e forse ancora che altri potentati d'Italia, non forti sull'armi navali, gli domandassero aiuti per preservar i lidi dagl'insulti nemici, ordinò che le sue armate, che, ritornate dalla spedizione contro Tunisi, stanziavano nelle acque di Malta e nelle isole del mar Ionico, se ne venissero nell'Adriatico. E veramente essendo stato richiesto poco dopo dai ministri cesareo e di Toscana che mandasse navi per proteggere Livorno ed il litorale pontificio, rispose di aver deliberato di osservar la neutralità molto scrupolosamente: la qual deliberazione convenirsegli e per massima di Stato e per interesse dei popoli.

Il re di Napoli, stimolato continuamente dalla regina e dal debito del sangue verso i reali di Francia, andava affortificandosi coll'armi navali e terrestri; ma non si confidava di scoprirsi apertamente, perchè sapeva che una forte armata franzese era pronta a salpare dal porto di Tolone; nè era bastante da sè a difendersi dagli assalti di lei, nè appariva alcun vicino soccorso d'Inghilterra, non essendosi ancora il re Giorgio chiarito del tutto, se dovesse continuar nella neutralità o congiunger le sue armi con quelle dei confederati. Perciò se ne giva temporeggiando con gli accidenti. Solo si apparecchiava a poter prorompere con frutto in aperta guerra quando fosse venuto il tempo, e teneva più che poteva le sue pratiche segrete.

Il granduca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione pei traffici di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar occasione di tirare a sè la tempesta, che già desolava i paesi lontani e minacciava i vicini.

Il papa non poteva soffrire indifferentemente le novità di Francia in materia religiosa. Ma l'assemblea costituente, astutamente procedendo, ed andando a versi alla natura di lui alta e generosa, protestava volersene star sempre unita col sommo pontefice, come capo della Chiesa cattolica, in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre comune, lo salutavano vicario di Dio in terra. Queste scaltre lusinghe venute da un'assemblea di cui parlava e per cui temeva tutto il mondo, avevano molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava mitigare. Ma succedette all'assemblea costituente, la quale, benchè proceduta più oltre che non si conveniva, aveva nondimeno mostrato qualche temperanza, l'assemblea legislativa ed il consesso nazionale, che, disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in ogni sorta di enormità. Pio VI, risentitosi di nuovo gravissimamente, fulminò interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò sdegnosamente le dottrine dei novatori circa le materie religiose. Allora fu tentato dallo imperadore d'Alemagna e dai principi d'Italia che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè il pontefice, parendogli che alla verità impugnata della religione, alla necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa della Sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi e la protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore di Cristo, prestò orecchio alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri nella lega offensiva contro la Francia.

La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni che si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente o troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio dei sudditi, che, tutti intenti al commercio di mare con la Francia, navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.

Così erano in Italia nel corso del presente anno timori universali; armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in Piemonte; preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in Toscana; armi poche ed animo guerriero in Roma; neutralità dichiarata nelle due repubbliche. Queste erano le disposizioni dei governi; ma varii si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza le nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi per le enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto rimessamente, siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia, per l'indole molto ingentilita dei popoli, gli atroci fatti avevano destato uno sdegno grandissimo, e poco si temevano gli effetti dell'esempio, massime con quel tribunale degl'inquisitori di Stato, quantunque fosse divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuove opinioni, e fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese e il cielo vi fa gli uomini eccessivi. In Roma, fra preti che intendevano alle faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori che a tutt'altro pensavano che a quello che gli altri temevano, si poteva vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili e gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la felicità del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano molti e fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano sfogare poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive sul commercio.

La Francia intanto venuta in preda ad uomini senza freno e senza consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare all'armi le lusinghevoli promesse e le disordinate opinioni. Però i suoi agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà del governo loro e delle beatitudini della libertà. Affermavano non voler la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi fedeli, rispettare chi rispettava. Queste erano le parole, ma i fatti avevano altro suono; imperciocchè e cercavano di stillare le nuove massime nell'animo dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il modo di unirsi, loro promettevano aiuti di consiglio, di denaro e di potenza, e, tentando ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar la forza dei governi, con torre loro il fondamento della fedeltà dei sudditi.

Chi raccontasse ciò che allegavano le due contrarie parti, quantunque dicesse cose enormi, ma non tali che di più enormi ancora non se ne facessero, farebbe vedere quanto sieno intemperanti gli uomini quando sono mossi da passioni politiche; imperciocchè l'una parte errava per aver portato troppo oltre le riforme, l'altra per averle fatte degenerare in eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più utili e giuste; gli uni per aver posto le mani nel sangue, gli altri per volervele porre. In mezzo a tutto, le parole dei novatori avevano più forza sull'animo dei popoli che quelle dei loro avversarii, perchè i popoli sono sempre cupidi di novità; poi coloro che si cuoprono col velame del ben comune, hanno più efficacia di quelli che pretendono i privilegii. Laonde l'Europa era piena di spaventi, e si temevano funesti incendii per ogni parte.

Intanto, essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una e l'altra di queste potenze applicavano l'animo alle cose d'Italia; la prima per conservare quello che vi possedeva, la seconda per acquistarsi quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente avere il passo, col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.