Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 26

Chapter 263,579 wordsPublic domain

«Quando io dico che la musica era a' quei dì alla sua perfezione giunta, non intendo già che, rotte alcune consuetudini teatrali, non si potessero impinguare le musiche delle opere drammatiche con maggiore numero di pezzi di nervo; che ciò si poteva acconciamente ed utilmente fare; ma solamente voglio dire che il metodo del comporre i pezzi, che si usava allora, era il vero ed il più perfetto che si possa immaginare, e che il dipartirsene è un andare verso la corruzione. Ciò è così vero che nelle musiche meccaniche, che si odono e si ostentano oggidì, e che sono veramente come il pesce pastinaca, che non ha nè capo nè coda, o come quella testa d'uomo con collo di cavallo da Orazio sul principio della sua poetica descritta, i pezzi che fanno maggiore effetto e più nel cuore s'imprimono e più nella memoria si serbano, sono appunto quelli che al fare dell'antica musica da noi rammentata si ravvicinano ed in quello stile si ravvolgono. Il muovere i cuori è il vero ufficio della musica, non quello di assordare le orecchie, e perchè appunto il primo effetto può fare, fra le divine arti fu collocata, ed i poeti le loro più alte composizioni incominciavano cantando. I filosofi stessi immaginarono che le celesti sfere muovendosi, suoni rendevano e concenti facevano.

«Il principal fine delle arti è veramente il muovere gli affetti, e nissuna più gli muove e forse nemmeno altrettanto della musica. Per me, oltre la dolcezza che ne pruovo, giudico della bontà di un pezzo dal sentirmi mosso ad accompagnarlo col gesto, perchè allora veramente espressione d'affetto è; che se a quel gestire invitato non sono, subito concludo che quella non è musica, ma solamente rumore di corde o fischio di legno. Io detesto coloro che vogliono disonorare la musica col ridurla da un'arte liberale che ella è, ad un'arte meccanica. I maestri sterili, cioè incapaci di trovar motivi nuovi, sono appunto quelli che danno nel fracasso: manca in loro la divina favilla, e per ciò fanno ciò che i venti sanno fare nelle elci cave.

«Tornando adunque al Metastasio, dico ed affermo ch'egli fu un principale sostegno del gusto italiano, e che per lui stette che l'italiana letteratura il suo naturale aspetto del tutto non perdesse ed al basso ed allo straniero non scendesse e trascorresse.

«I soggetti che trattava, cavati i più dalla veneranda antichità, facevano che la Grecia e l'antica Roma nella novella Roma risorgessero. Al quale effetto eziandio con non poca efficacia conferivano gli studii dell'archeologia che nella città regina sempre avevano fiorito e tuttavia fiorivano. Chi non conosce le opere dell'immortale Visconti, di quell'uomo singolarissimo che univa un giudizio sano con una erudizione immensa, due cose che negli eruditi non sovente congiunte si vedono, stante che questo genere di letterati sono per l'ordinario creduli nella fantasia che gli tocca?

«Oltre i vestigii dell'antica Roma, che la nuova ancora adornano, e lo zelo con cui il Visconti ed i suoi compagni ed allievi questa parte della scienza coltivavano, a maggior ardore sollecitavano gli studiosi di lei le scoperte che in Ercolano si andavano facendo. Risuonava in ogni luogo il grido della città sepolta e dissepolta, ed a quella parte con somma avidità s'indirizzavano gli animi, studii certamente innocenti ed utili, poichè a pacatezza ed a grandezza tendevano ed invitavano. Napoli, il cui suolo tante ritrovate ricchezze in questo genere versava, non pretermise di coltivare la scoperta vena, anzi con tutte le forze l'esplorò e l'avanzò. Oltre le munificenze regio che alle spese dei lavori sopperivano, il re, a ciò muovendolo il Caracciolo, il quale, nel 1786, era stato richiamato dalla Sicilia per reggere in Napoli la segreteria degli affari esteri, aveva nel 1787 ordinato che fosse ritornata in pristino l'antica accademia d'Erodano, chiamandovi uomini egregi per zelo e per dottrina, l'abbate Galiani, Niccolò Ignarra, Mattia Zarillo, Giambatista Basso Bassi, Francesco Lavega, Francesco Daniello, Emmanuele Campolongo, Domenico Diodati, Saverio Gualtieri, Michele Arditi, Andrea Federici, Gaetano Carcani, Saverio Mattei, Carlo Rosini, e quel Pasquale Baffi, che, dodici anni dopo, tratto da questi studi pacifici a più tempestose cure, fu poi specchio di tanta virtù e segno di così estrema disavventura. Il re dolcemente parlò nel preambolo del suo decreto: desiderare, disse, procurare ai suoi popoli ogni sorta di beni e di vantaggi, nè in altro migliore modo saper ciò fare che col dar favore alle scienze ed alle belle arti. Con queste dolcezze si preambolava in quelle volcaniche terre ai crudi ed orrendi spettacoli che poscia le spaventarono ed insanguinarono.

«Terza colonna del buon gusto italiano fu Carlo Goldoni. Quest'uomo insigne parlava al popolo colle sue commedie scritte in istile semplice e chiaro, il quale, abbenchè non sia notabile per eleganza toscana, è nondimeno generalmente scevro dalla infezione forestiera. Grande energia non aveva, nè di sali abbondava, o piuttosto i suoi sali erano senza punte; perciocchè i motti ed i frizzi non possono sorgere da quella lingua generale italiana ch'egli usava, ma solamente da un dialetto. Ma molto maestrevolmente sapeva ei condurre le passioni, e stringere e sciorre i nodi delle sue commedie. Siccome tutto è naturalezza in lui, così venne in fastidio altrui quando le esagerazioni dei grandi lanciatori di sentimenti e le caricature flebili dei romanzieri inondarono il teatro. Ma stante che questa era una malattia fuori di natura, fugace fu l'invasamento, ed odo con somma contentezza che le commedie del Goldoni sono novellamente divenute care al popolo italiano; il che veramente è segno di guarigione.

«Portato dal suo genio, costretto dalle sue condizioni, ei troppe cose scrisse, e pel troppo scrivere diede talvolta nello slombato. Pure si può con verità asserire, che fra tante sue commedie, dieci almeno ve ne sono che toccano la perfezione e possono stare a paragone di qualunque altra scenica composizione di questo genere di cui si vantano le altre nazioni. Alcune poi da lui scritte in dialetto veneziano sono da commendarsi non solamente per gli altri comuni pregi, ma ancora pel brio, pei motti, per le arguzie, per le lepidezze, per le piacevolezze e generalmente per lo stile festevole e gaio con cui le seppe condire. Chi le legge sente un sollucheramento tale che non può essere maggiore, ed uguaglia quello che l'uom pruova leggendo la Mandragora del Macchiavello, o la Trinuzia del Firenzuola. Dal che si dimostra, che se uguale vivacità non si rinviene nelle altre sue commedie, ciò non da inettitudine d'ingegno, ma bensì dalla lingua che usava, proviene. Tanto è vero che i dialetti soli possono dare il vero stile della commedia! e se la Madragora e la Trinunzia tanto diletto ci danno, ciò è perchè sono scritte nel dialetto toscano; che se colla pretesa lingua generale d'Italia si vestissero, o in lei si traducessero, insulse e noiose diventerebbono. Da ciò si vede che bel guadagno abbiano fatto gl'Italiani coll'aver ricusato il dialetto toscano, anzi gridatogli la croce addosso, come se ridicolo e degno di scherno fosse. Bene con migliore senno si sono adoperati i Francezi, che hanno dato la cittadinanza nella loro lingua generale al dialetto parigino per modo che parte indivisibile di lei è divenuto; ond'è che i Franzesi possono facilmente aver la buona commedia. Le piacevolezze parigine sono tali in tutta la Francia mentre le piacevolezze toscane non sono intese o sono schernite nelle altre parti d'Italia che Toscana non sono. Questo è un male gravissimo, e che non è più atto a ricevere medicina, donde nasce che gl'Italiani difficilmente possono avere la vera e buona commedia che da tutta l'Italia sia intesa, prezzata e gustata. S'era cercato un rimedio nei Zanni o bergamaschi o bresciani o veneziani o bolognesi o piemontesi o milanesi o toscani o napolitani; rimedio insufficiente, per verità, ma pure in certo modo rimedio. Ma anche questo i moderni dottori nel loro alto sussiego, come se il ridere fosse delitto, hanno sbandito.

«Goldoni fu autore, se altro mai, popolare; e lo scuotere che faceva, non da acerba ed indecente satira o da sentimenti eccessivi in alcun genere, imperò che ei fu castigatissimo, derivava, ma dal toccare quella parte dell'animo che nella natura tranquilla e nobile si ritrova. Ei fu principal cagione per cui il popolo italiano non s'invaghì di certi scrittori di Italia che non erano contenti se con pensieri forestieri non pensavano, se con lingua servile non scrivevano. Ei fu principale operatore, onde la corruzione dai sommi non scendesse agl'imi, e che il popolo si contenne nei confini del vero, sincero e pretto italianismo. Ei fece maggior benefizio che il mondo non crede.

«Dopo le malattie viene per l'ordinario il medico che le guarisce. La leziosaggine che era prevalsa negli scritti, e la effeminatezza che era entrata nei costumi fra gli alti e mezzani gradi della società italiana, non ebbero più acerbo nè più forte nemico d'Alfieri. I tre primi che abbiamo nominati, persuadevano gli animi e coll'esempio allettavano affinchè al buon sentiero si riparassero; ma l'astigiano poeta con una terribile sferza gli sforzava. Le debolezze e le gonfiezze non avevano posa con esso lui, che d'animo gagliardo era, e che se al sublime facilmente andava, il procedere più oltre e precipitare nelle gonfiezze impossibile gli era. Vena sufficiente, anzi abbondante aveva, ma non soprabbondante, onde in superflui rivi non si spandeva. Ciò procedeva dalla gran forza per cui l'oggetto stringeva e che padrone del tutto nel rendeva. Le foresterie poi aveva in odio così per qualche avversione contro le persone che il rese sempre acerbo, e non di rado ingiusto, come per amore verso le lettere italiane. Ma siccome, usando fra i nobili piemontesi, egli era stato cresciuto ed allevato negli usi, pensieri e fogge franzesi, e che poco innanzi che a scrivere nell'italiana lingua si accingesse, più di franzese sapeva che d'italiano, così è manifesto che, massime nei suoi primi scritti, a stento dallo scrivere francescamente si allontanava; ed a gran fatica al gusto italiano si avvicinava. Della quale pendenza pochi segni per verità restarono nelle sue composizioni in versi, ma non pochi in quelle di prosa, in cui si veggono mescolati spesse volte eleganti fiorentinismi con isconci gallicismi.

«Ora questo grande Alfieri in tre modi giovò all'Italia, primamente collo aver ritratto dai costumi femmenili, in ciò compagno di Parini, chi n'era magagnato; secondamente coll'aver composto vere tragedie e creato lo stile tragico italiano che prima di lui non si aveva; terzamente coll'aver innamorata la nazione di sentimenti più alti e più forti. La lunga pace di cui ella aveva goduto, poichè di lungi aveva solamente sentito romoreggiare le armi, l'uso dei sonettuzzi e delle novellette del sofà, la privazione in questo intervallo di tempo di una forte apostolica voce che gli stimolasse, aveano talmente anneghittito coloro che più per l'esempio potevano fra gl'Italiani, che nè Metastasio, nè Goldoni, nè Parini, quantunque molto avessero operato, erano stati bastanti a destargli onde più sonnacchiosi non fossero e mogi. Uno sdegno acerbo, un'ira feroce, una ferrea ed indomabile natura era richiesta alla grande redenzione. Sorse allora, come per sovrumana provvidenza, la possente voce d'Alfieri che intuonò dicendo: Italiani, Italiani:............................... lasciate i giardini, correte alle zolle; lasciate l'ombra, andate al sole; vigili le notti passate, le donne come compagne, non come signore accettate, i fanciulli non nelle acque odorose, ma nei freddi e puri laghi, ma nell'onde stesse del terribile Stige tuffate; indurate i corpi al dolore, indurategli alla fatica....

«Così andava per gl'italiani campi Vittorio Alfieri, moderno Dante, Petrarca redivivo gridando. Furono i suoi detti come il lucente specchio a Rinaldo. Visto i molli abiti e gl'imbelli costumi, sorse vergogna, vergogna senso di risorgente natura, vergogna segno di rinascente virtù................................... .......................... A tale sacerdozio fu chiamato Alfieri, e bene il compì.

«Bene il compì ancora colle sue tragedie; per mezzo loro, non con le brache del medio evo, ma colla romana toga volle vestire gl'Italiani. Tal è il loro fine ed effetto. Quanto all'arte, io trovo che elle sono sempre energiche e profonde, come son nei passi più patetici le tragedie inglesi, altrettanto regolari quanto sono sempre le franzesi, ma che nel medesimo tempo fuggono le cose plebee che troppo spesso contaminano le prime, nè mai danno nelle insulsaggini cortigiane che di soverchio snervano le seconde. Beltà greca, beltà romana, e quanto vi è di più alto nell'uomo, sempre e puramente splendono nelle alfieriane tragedie, nè altro di moderno hanno se non la lingua in cui sono scritte.

«Quanto alle passioni che dall'autore sono poste in opera, io non le chiamerò nè antiche nè moderne, perciocchè elle sono di tutti i tempi, nè credo che gli antichi altrimenti amassero od odiassero, sperassero o temessero di quello che noi altri moderni facciamo. Quando io vedrò nascere gli uomini senza occhi e senza naso, crederò che sono cambiate le passioni. Voglio dire che siccome la natura esteriore ha le sue leggi immutabili, così le ha ancora l'interiore. Ciò dimostra eziandio il grande effetto che le tragedie, di cui trattiamo, producono in Italia quando bene recitate sono. La quale cosa succedere non può se non quando le passioni rappresentate fanno correlazione e consentono con quelle degli spettatori.

«Dal medesimo fatto nasce anche questo corollario, che non è punto bisogno per iscuotere le anime di dare nel famigliare e nel plebeo; nè io posso consentire con coloro i quali vorrebbono sbandire il bello ideale. Non solo non posso accettare la loro opinione, ma me n'incresce e sommamente me ne dolgo; perchè l'uomo solo è capace di creare colla sua fantasia il bello ideale, e questa è la più magnifica prerogativa ch'egli abbia e che dagli altri animali bruti principalmente lo distingue. Parte anzi di questo bello ideale, ideale non è, nè tanto è trista la umana natura che in alcuni tempi non abbia prodotto uomini e fatti eroici e del tutto sopra l'uso volgare. Adunque questo bello ideale veramente esiste e il rappresentarlo non è vizio. Quando però egli in fatto eziandio non esistesse, bisognerebbe ancora crearlo coll'immaginazione per rendere gli uomini migliori; posciachè niuna cosa è che tanto sublimi l'uomo e dalla mondana feccia il ritragga quanto la viva rappresentazione della natura eroica. Se il diventar migliore è vizio, concorderò con gli avversarii che il bello ideale ed eroico si cancelli e da ogni umano parto si rimuova, e che prosa e poesia si ravvolgano nel lezzo di quanto il mondo ha di più sciocco, di più goffo, di più vile, di più basso.

«Dicono alcuni che le scene plebee, siccome naturali, allettano e divertono, e dal solo effetto che producono, qualunque ei sia, giudicano del merito delle composizioni teatrali. Sì certamente, le scene plebee e quelle della dimessa natura allettano e divertono; anche Pulcinella in piazza alletta e diverte, e se uom uscisse per le vie con le brache a rovescio, anch'egli alletterrebbe e divertirebbe. Per questo s'han a proscrivere i maestri dell'alta virtù? per questo da bandire i dimostratori d'una natura più sublime, più dignitosa, più bella? Il teatro non ha da essere solamente divertimento, ma debb'essere scuola, scuola da informar gli uomini alla virtù, da accendergli di sdegno contro il vizio, da sollevargli dal terreno lezzo alla celeste purità, da nodrire l'angelica favilla ch'è in lui, da rompere la indegna scorza che la soffoca e comprime. Se alcune moderne composizioni o piuttosto slavature facciano questi effetti, lascio che giudichi il lettore. L'andar terra terra non può riuscir ad altro che al lasciarci terra terra.

«Ora chi mai meglio dell'Alfieri seppe pingere al vivo queste allettatrici scene di un mondo migliore? Chi mai diede maggiormente questi stimoli ad innalzarsi come aquile in un puro firmamento? Certamente nissuno. Chi mai meglio di lui seppe fare la ipotiposi delle miserie che nascono per fato contro gli innocenti, o di quelle che materialmente caggiono su gli uomini malvagi? Certamente nissuno. Chi mai meglio di lui trovò le vie per muovere od a compassione od a terrore? Certamente nissuno. Nè ciò fece con mezzi plebei o meccanici, mezzi usati da chi sterile l'immaginazione ed il cuore secco ha, ed oltre le consuetudini del volgo non sa innalzarsi, ma colla rappresentazione vera delle alte umane passioni, nè mai volle trasportare le bettole sulle tragiche scene. Brevemente, e coi soggetti che sceglieva e col modo col quale li trattava, chiamava continuamente gl'Italiani a più sublimi regioni. Il tenergli rasenti le paludi ripugnava al suo generoso e forte animo, ripugnava alla virtuosa missione cui s'era addossata. Se animi forti più nella seconda metà del secolo decimottavo che nella prima sorsero in Italia, da Alfieri massimamente debbesi riconoscere il beneficio. Ciò non fecero pe' tempi loro e per le loro nazioni nè Shakspeare, nè Racine, nè Schiller, che semplici autori tragici furono, certamente sommi, ma non maestri di alto pensare e di alto fare, non caldi sacerdoti della loro patria per sollevarla e farla amare, come il poeta italiano fu. Solo ad Alfieri ed a Sofocle ciò fu dato, ma maggiore merito acquistò l'Italiano che il Greco............................ ..................................... Tali sono le obbligazioni che gl'italiani hanno ad Alfieri, e bene in Santa Croce di Firenze l'Italia piange sulla sua tomba.

«Evvi chi pretende che i caratteri de' personaggi d'Alfieri sono tirati ed esagerati. Certo sì sono per chi va e vuole andar terra terra; e chi smaccato, e snervatello, e sdolcinato, e molle..... è, non vada dove si rappresentano. Chi grida contro le alferiane tragedie, e dell'alto fare di questo sommo tragico si dinoccola, e delle slavature moderne si diletta, non è degno............, imperocchè nel suo freddo cuore nissuna scintilla di generoso italiano fuoco v'è. La nobile Italia, quanto alla letteratura.... è, per opera di alcuni spiriti, non so se mi debba dire più ambiziosi o più servili, immersa in chimere stillate da sottilissimi lambicchi ed in un mare di foresterie..... Costoro corrompono la sanazione fatta dai quattro sommi uomini di cui trattiamo. La sola differenza che passa tra i servi d'oggidì ed i servi della seconda metà del secolo decimottavo in ciò consiste, che questi desumevano lingua, stile e pensieri da una sola fonte di foresteria, quelli gli desumono da due o tre..... ......................... Oh, quando mi porterà la fama il desiato suono che gli Italiani, deposta l'ennucheria, creano da sè e non vanno più in cerca d'idee d'oltremare ed oltremonti! Oh Alfieri, Alfieri dove sei? Per me io credo, anzi certo sono, che finchè si va pel sentier delle scimie, non vi può essere.... nè letteratura, nè lingua italiana.

«Dello stile d'Alfieri quindi favellando, diremo che in esso due qualità si ravvisano, la novità e, con pochissime eccettuazioni, la purezza; la quale purezza non di rado va sino all'eleganza. Prima dell'Alfieri non aveasi stile tragico. Le tragedie scritte nel decimosesto secolo sono, per rispetto dello stile, così deboli ed imperfette che senza noia non si possono nè leggere nè sentire. Questa parte fu la meno lodevole di quel secolo, che in tutte le altre a così grande altezza si sollevò. Maffei diede un passo più avanti verso l'eletta maniera, ma restò a mezza strada, contento allo avere piuttosto indicato che fatto; poco o nulla si fece dopo il Maffei che una nuova vena aprisse. L'Italia giaceva, quanto alla tragedia, in grado inferiore a comparazione delle altre nazioni. Alcuni anzi affermavano, non essere la lingua capace di stile tragico.

«Queste bestemmie andavano pel mondo quando levossi dal Piemonte subitamente un grido, esservi nato un grande poeta. Ad alcun debole sperimento successero compiute vittorie. A nobili pensieri vidersi congiunte nobili parole, e la pietà e il terrore eccitarsi con voci ora compassionevoli, ora terribili, ma tutte italiane, non cavate dai romanzi francezi o dal vocabolario della plebe. Brevità vi si scorge, e più ancora fa pensare che non dice, onde nasce che le alfieriane tragedie ricercano abili attori. Sublime è lo stile, ma molto diversamente dal lirico e dall'epico procede; essa è una sublimità tutta sua e di novità perfetta. Certamente nissuno scrittore ebbe mai, se Dante si eccettua, uno stile tutto suo proprio e di suo genere quanto Alfieri. Nissun prima di lui avrebbe potuto sospettare che la italiana lingua potesse in quel suono parlare. L'esempio d'Alfieri pruova ch'ella è capace di rendere tutti i suoni senza che sia necessario andare accattando vocaboli e frasi da lingue forestiere. Grande era in questo la servilità degli scrittori italiani; profondo il male; una forte scossa era richiesta per iscuoternegli e guarirgli. Alfieri questa scossa diede, ed ei solo forse era capace di darla. Diedela col tenace volere, diedela coll'ostinato studio, diedela con quell'alta capacità del fare che dal cielo aveva sortito. Da lui impararono gl'Italiani quanto possa una volontà forte e l'amore di una lingua che per esprimere qualunque affetto a nissuna è seconda. La purificazione della lingua non potè Alfieri intieramente effettuare, perchè all'inondazione dei libri forestieri successe poscia l'inondazione delle persone forestiere che la principiata guarigione interruppe, ed anzi la dannosa consuetudine raffermò. Ma pure i semi da lui gettati fruttificarono, e, mercè sua, resta ancor acceso l'amore della bella lingua, e gl'Italiani dalle caligini levandosi, ai puri ed intemerati antichi candori s'innalzeranno.»

Ora in quella innondazione delle persone forestiere dall'illustre qui sopra indicata, accennata si trova la novella era d'Italia della quale al principio del presente anno abbiamo toccato e la causa donde ebbe a derivare. Noi la percorreremo quest'era, con quelle che vi furono inondazioni di eserciti forestieri, arsioni di città, rapine di popoli, devastazioni di provincie, sovvertimenti di Stati, e fazioni, e sette, e congiure, ed ambizioni crudeli, ed avarizie ladre, e debolezze di governi effeminati, e fraudi di reggimenti iniqui; e sfrenatezze di popoli scatenati, con eguale sincerità raccontando le cose liete, utili e grandi che fra tanti lagrimevoli casi si operarono. Ma perchè possa essere appieno apprezzata la compassionevol trama di tanti accidenti di cui la memoria sola ancora ci sgomenta, forza è segnare il punto donde si parte, e bene chiarire le cagioni donde la spinta ne venne.