Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 24
Le riforme fatte in Toscana da Leopoldo nelle ecclesiastiche discipline furono materia di molta gravità, e che destò molto grido e molta aspettazione di uomini sì in Italia che fuori di essa. Gli antichi Toscani, più propensi a dar ricchezze ai conventi che alle parrocchie, lasciarono quelli ricchi, queste povere. Leopoldo convocò in quest'anno un'assemblea dei vescovi di Toscana, proponendo loro cinquantasette punti; tutti relativi alla riforma dell'ecclesiastica disciplina. Molti si accordarono, altri si modificarono, altri si serbarono a tempi migliori.
Il principe, avuto il parere di alcuni ecclesiastici di non poco nome, stabilì le parrocchie dessersi a concorso, s'aumentassero i redditi loro; veruna tassa più non pagassero ai vescovi forestieri, annullassersi le pensioni di qualunque sorte sopra i benefizii curati, permutassesi la destinazione dei fondi vincolati ad usi religiosi e indifferenti, o poco utili, ed il provento di tali capitali in aumento delle scarse congreghe dei parochi più bisognosi s'impiegasse; con questo ed in compenso di tali concessioni i rettori delle cure dall'esazione delle decime e da altri emolumenti di stola desistessero; i parrochi alla residenza obbligati fossero; niuno più di un benefizio godere potesse, ancorchè semplice, massimamente se residenziale fosse; tutti i sacerdoti che benefizio residenziale avessero, fossero alla chiesa, ove era fondato, incardinati, e tutti i sacerdoti semplici, alla chiesa parrocchiale dove abitassero, e ciò con dipendenza dal paroco, ed obbligo di aiutarlo nel pio suo ufficio; i benefizii tanto di collazione ecclesiastica, quanto di nomina regia, a chi servito avesse od attualmente servisse la chiesa, solo ed unicamente si conferissero; i regolari ed i canonici dal paroco dipendessero, e ad aiutarlo in tutto che abbisognasse obbligati fossero; alla sussistenza degli ecclesiastici o poveri od infermi provvedessesi; i romiti, salvo quelli che utili fossero, abolissersi; tutte le compagnie, congregazioni e confraternite sopprimessersi: a tutte sostituissersi le sole compagnie di carità; le chiese, oratorii, refettorii e stanze delle compagnie soppresse ai parrochi gratuitamente si consegnassero; i religiosi regolari dal vescovo dipendessero; l'abito non vestissero prima dei diciotto anni, non professassero prima dei ventiquattro; le religiose non prima dei venti vestissero, non prima dei trenta professassero; il tribunale del santo ufficio s'annullasse; gli ordini di Roma tutti si assoggettassero al regio consenso, prima che pubblicarsi ed eseguirsi potessero; s'intendesse abolito il privilegio degli ecclesiastici di tirar i laici al foro loro, e nelle cause criminali in tutto e per tutto ai laici parificati fossero; le cure ecclesiastiche e delle cause meramente spirituali conoscessero, e pene puramente spirituali definissero; gli ordinarii ogni due anni il sinodo diocesano, per conservare la purità della dottrina e la santità della disciplina, convocassero.
Queste deliberazioni del principe Toscano, ancorchè molestissime alla santa Sede, pareva che non toccassero la sostanza stessa di quell'autorità spirituale pontificia, che già da più secoli i papi avevano piena ed intiera.
Ma a quelle deliberazioni non si rimase Scipione Ricci, vescovo di Pistoia, che aveva già opinato nell'assemblea dei vescovi di Toscana acciò si ampliassero le facoltà, non che de' vescovi, de' parochi, volendo che gli uni e gli altri avessero voce deliberativa ne' sinodi diocesani. Statuì poi nel suo sinodo, avere il vescovo ricevuto da Cristo immediatamente tutte le facoltà necessarie al buon governo della sua diocesi, nè potersi le facoltà medesime od alterare od impedire, e poter sempre e dovere un vescovo nei suoi diritti originarii ritornare quando lo esercizio loro fu per qualsivoglia cagione interrotto, se il maggior bene della sua chiesa il richiegga. Le quali proposizioni ed altre ancora diedero assai mal suono, per guisa che Pio VI come erronee ed anche come scismatiche alcuni anni dopo le condannò. Aggiunse il Ricci alcune altre dottrine che parvero e temerarie ed alla santa Sede ingiuriose: essere una favola pelagiana il limbo de' fanciulli; un solo altare dover esser in chiesa secondo il costume antico; la liturgia ed esporsi in lingua volgare e ad alta voce recitarsi; il tesoro delle indulgenze essere trovato scolastico, chimerica invenzione lo averlo voluto applicare ai defunti; la convocazione del concilio nazionale esser una delle vie canoniche per terminar le controversie circa la fede ed i costumi. In fine sommamente dolse a Roma quella proposizione del sinodo pistoiese, per la quale i quattro articoli statuiti dal clero gallicano nell'assemblea del 1682 si approvarono, e questa particolarmente Pio VI con una sua bolla cassò e dannò come temeraria, scandalosa ed alla santa Sede ingiuriosa.
Le dottrine del sinodo pistoiese levarono un gran rumore in Italia, massimamente quando furono condannate a Roma. Scritti senza numero vi si pubblicarono, quali in favor di Roma, quali in favor di Pistoia. Allegavasi da' Romani incominciare a por piede in Italia le eresie di Lutero; da' difensori del Ricci, un salutar freno incominciarsi e porre agli abusi. Gli ultimi, tra perchè pretendevano ai discorsi loro parole di semplicità e di parsimonia, e perchè inclinavano a favore de' più, molto s'avvantaggiavano sugli avversarii loro ed andavano ogni dì maggior favore acquistando.
Queste ferite tanto più addentro andavano a penetrare nel cuor del pontefice, quanto più nel regno stesso di Napoli le medesime o poco dissomiglianti dottrine si professavano. Pareva, ed ai principi massimamente, che le dottrine che in Toscana prevalevano, non solo la disciplina ristorassero, ma ancora la potenza temporale alla libertà ed alla indipendenza da' romani pontefici restituissero. Perlochè con piacere si abbracciavano, con celerità si propagavano, con calore si difendevano. Ma nel regno delle Due Sicilie erano alcuni particolari motivi per cui le medesime dottrine, che suonavano parole tanto gradite di libertà e d'indipendenza, fossero dal governo medesimo più volonterosamente ed accettate e difese. Da quanto si è venuto ne' precedenti anni discorrendo si vede che colà pure i medesimi tentativi si facevano che nella Lombardia austriaca ed in Toscana circa alla disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore, come si disse, a cagione delle controversie politiche con Roma. Composte aveva Pio VI, al cominciamento del suo regno, o almeno acchetate le controversie che sussistevano colla corte di Napoli; ma ben tosto si rinnovarono più ardenti, e forse contribuì ad accenderle l'intolleranza del nunzio pontificio, il quale ancora in quest'anno in Napoli trovavasi. Perdette Roma il tributo della chinea, nè giovarono a ristabilirlo le erudite allegazioni del cardinale Borgia ed altri scritti d'ordine della romana corte pubblicati; ed il cardinale Buoncompagni, a Napoli spedito per rivendicare almeno in parte il diritto di nomina ai vescovadi del regno che quel sovrano erasi arrogato, nulla potè ottenere. Sembrava che la corte volesse liberarsi da quella specie di tutela sotto la quale i precedenti pontefici aveanla tenuta: scritti giurisdizionali fortissimi pubblicavansi in quel regno, ed apertamente attaccavasi la pontificia autorità; nè quelle contese cessarono se non allorchè un più importante avvenimento, il cominciare, cioè, della rivoluzione di Francia, tutta attrasse ed assorbì l'attenzione dell'Europa; vorticoso nembo che già ci si vien facendo sopra.
Anno di CRISTO MDCCLXXXVIII. Indiz. VI.
PIO VI papa 14. GIUSEPPE II imperadore 24.
Comincia quest'anno colle convulsioni della natura che desolarono gli Stati del pontefice. Rimini varie scosse ne sentì successivamente, a brevi intervalli, una più forte dell'altra. Scrollarono molti edifizii, e quelli che in piedi rimasero davano nelle soffitte e nelle pareti segni della potenza del terremoto; chiese e palagi, oggetti spaventevoli di compassione. Gli abitanti atterriti e dal terrore inseguiti, fuggiano per le piazze, uscian dalla città all'aperta campagna, asilo cercando anche dove men sicuro asilo era. Molti caddero vittima del disastro. Lungo tempo i tremebondi Riminesi soggiornavano sotto le tende, anche nelle crude notti dell'invernal stagione. E Pio VI, padre e signore, ad accorrere in sollievo de' suoi sudditi, de' suoi figli, inviando loro non meno pronti che generosi soccorsi.
I due vulcani di Napoli e di Sicilia, se colle eruzioni straordinarie non cagionarono grandi danni, sommo spavento destarono. Nell'Etna fu maggiore che non nel 1779: l'arena e le pietre caddero sino sulla città di Messina, sulle campagne adiacenti, su quelle dell'opposta Calabria, sopra tutte le isole circostanti, e sino in Malta. Nè il Vesuvio volle esser da meno: nel tempo stesso cominciò a gettar fiamme, e scorrendo la lava lateralmente nel vallone che divide quella montagna dall'altra di Somma, portò il terrore nell'anima degli abitatori della più deliziosa parte dell'Italia.
Volle il re di Napoli mettere in piedi una rispettabile marineria: trentadue legni da guerra, tra navi, fregate, corvette, brigantini e galeotte, senza contare gli sciabecchi, gli ebbe costruiti ne' due arsenali di Napoli e Castellamare, trovandosi egli continuamente presente ad affrettare ai lavori.
Con queste forze gli venne fatto di reprimere le piraterie dei Barbareschi che pareva avessero preso di mira particolarmente i legni mercantili napoletani. Erano coloro in quest'anno usciti a corseggiare più forti e più numerosi del solito, sotto pretesto di doversi, come tributarii, unire alla flotta ottomana contro i Russi. A maggior sicurezza, il re conchiuse un trattato di commercio e di navigazione coll'imperatrice Caterina II, soprattutto pei porti russi sul mar Nero, co' quali erasi stabilito un traffico proficuo ad ambe le nazioni.
Nè soli i Barbareschi abusavano dell'occasione della guerra tra i Turchi ed i Russi, onde insultare persino quelle nazioni colle quali erano in pace le loro reggenze; meno non ne abusavano alcuni altri Europei, dandosi alla pirateria con bandiera russa. Se non che, a porvi un argine, sorse Caterina con provvidenze opportune; e la repubblica di Venezia, però che non erasi ancor potuta conchiudere coi Tunisini la pace, faceva dal suo capitano delle navi Angelo Emo, di cui abbiam detto, battere colla poderosa sua squadra di ottanta legni armati le acque del Mediterraneo, perchè rispettata fosse la veneziana neutralità, protetto il commercio, tolto di mezzo qualunque disordine.
A dì 31 di gennaio passò di questa vita in Roma, nell'età di sessantasette anni, Carlo Odoardo della regal casa Stuarda, figliuolo di Giacomo III e nipote di Giacomo II, re d'Inghilterra, della cui impresa, a ricovrare il regno intesa, il sommo Muratori espose le vicende nell'anno 1745.
Anno di CRISTO MDCCLXXXIX. Indiz. VII.
PIO VI papa 15. GIUSEPPE II imperadore 25.
Nuova era apresi in quest'anno alla storia. Prima però di chiudere con adequato discorso quella che sin qui trascorremmo, e di apparecchiarci, colla esposizione dello stato d'Italia nel punto dal quale partiremo per percorrere la novella, vogliamo notare in questo luogo alcun fatto di minore importanza, ma che tuttavia merita d'essere ricordato in questi Annali.
Fece molto parlare di sè sul finire di quest'anno un uomo singolare; vogliam dire il conte Alessandro Cagliostro. Sotto di questo nome un avventuriere si è acquistata non tenue celebrità. Non è noto particolarmente che per alcuni libelli, sempre sospetti di parzialità, e pel processo fattogli a Roma. Ma l'ignoranza e le contraddizioni de' compilatori non permette di credere ad essi gran fatto maggiormente. Comunque sia, riferiremo succintamente i principali fatti narrati nel processo. Cagliostro nacque, dicono, a Palermo, il dì 8 di luglio 1743, da genitori di mezzana condizione, ed il suo vero nome era Giuseppe Balsamo. Dopo una gioventù burrascosa non poco, e dopo molte gherminelle, come quella che fece ad un orefice nominato Marano, al quale cavò sessanta oncie di oro colla promessa di dargli un tesoro sotterrato in una grotta, custodita dagli spiriti infernali, lasciò la sua città natia, e cominciò a viaggiare. Visitò successivamente la Grecia, l'Egitto, l'Arabia, la Persia, Rodi, l'isola di Malta, ed in quei viaggi strinse amicizia col dotto Althotas, ch'egli ci ha dipinto come il più saggio degli uomini; ma lo perdè a Malta, dove fu bene accolto dal gran maestro che gli diede commendatizie per Napoli. Di Napoli andò a Roma. In questa città conobbe la bella Lorenza Feliciani, colla quale si unì in matrimonio. Da Roma gl'inquisitori della sua vita gli fanno scorrere pressochè tutte le città d'Europa sotto i nomi diversi di Tischio, di Melissa, di Belmonte, di Pellegrini, d'Anna, di Fenice, di Harat e di Cagliostro, vivendo ora del prodotto delle sue composizioni chimiche, ora di giunterie, più sovente del vergognoso traffico che faceva delle bellezze della sua sposa. L'apparizione più brillante di questo personaggio singolare fu quella che fece a Strasburgo ai 19 di settembre 1780. Sarebbe difficile l'esprimere lo entusiasmo ch'egli destò in quella città e di far conoscere i moltiplicati atti di beneficenza onde parve che lo giustificasse. La Borde non conosce termini abbastanza forti per dipingere il conte Cagliostro. Nelle sue Lettere sulla Svezia, ei lo qualifica come uomo ammirabile per la sua condotta e per le sue vaste cognizioni. «La sua fisonomia, dice, annunzia lo spirito, esprime l'ingegno; i suoi occhi di fuoco leggono nel fondo degli animi. Sa pressochè tutte le lingue dell'Europa e dell'Asia, la sua eloquenza sorprende e rapisce, anche in quelle cui parla men bene.» «Ho veduto, prosegue dicendo, questo degno mortale in mezzo ad una sala immensa, correre di povero in povero, medicare le schifose piaghe di tutti, mitigarne i mali, consolarli colla speranza, dispensar loro i suoi rimedii, colmarli di benefizii, alla fine caricarli de' suoi doni, senz'altro scopo fuor quello di soccorrere l'umanità sofferente. Tale spettacolo incantatore si rinuova tre volte ogni settimana; più di quindici mila infermi gli devono l'esistenza.» A sì fatte testimonianze di La Borde si possono aggiungere le lettere scritte al pretore di Strasburgo nel 1783 da Miromesnil, da Vergennes, dal marchese di Segar, colle quali si chiede l'appoggio dei magistrati in favore del nobile straniero, ne' termini più favorevoli per esso. Tali tratti, è d'uopo confessarlo, non si confanno colla orrida pittura che di Cagliostro ha fatto l'autore della sua Vita, il quale lo mostra come l'infimo de' mariuoli ed il più abbietto degli uomini. Ai 30 di gennaio 1785 il conte di Cagliostro, che aveva già fatto un viaggio a Parigi, ritornò in essa capitale ed alloggiò nella via San Claudio presso il baloardo. In quell'epoca si tramava, o piuttosto, come dice egli medesimo, era già nata la famosa baratteria della collana. Gl'intimi vincoli del conte col principe Luigi di Roano, fortemente implicato in tale faccenda, dovevano fargli temere per la sua propria libertà; ma fatto forte della sua innocenza, s'oppose alle istanze de' suoi amici, i quali lo stimolavano a lasciar Parigi. In fatti venne arrestato il dì 22 di agosto e chiuso nella Bastiglia. La contessa di La Motte l'accusò «d'aver ricevuto la collana dalle mani del cardinale, e di averla fatta in pezzi onde ingrossarne l'occulto tesoro d'una facoltà inudita.» La accusa era un assurdo. Cagliostro rispose con una memoria che fu dai Parigini ricevuta con la sollecitudine che inspirava il personaggio. In tale memoria, di cui si attribuisce la compilazione ad un magistrato celebre, Cagliostro, senza appagare pienamente la curiosità del lettore, esce in alcuni tratti del romanzo della sua vita, e dà ad intendere che la sua nascita, quantunque sconosciuta, è illustre. Cita, affermando di averli frequentati, i personaggi più eminenti dell'Europa, ed invoca la loro testimonianza: nomina i banchieri che in tutte le città gli somministrarono denaro, ma senza far conoscere la sorgente delle sue ricchezze. La sentenza del parlamento del 31 di maggio 1786 assolse il principe Luigi e Cagliostro dalle accuse contro di essi intentate; ma entrambi furono esiliati. Cagliostro si ritirò in Inghilterra ivi soggiornò circa due anni; passò da Londra a Basilea, indi a Bienne, ad Aix, in Savoia, a Torino, a Genova, a Verona, e da ultimo andò a Roma, dove fu arrestato il 27 di dicembre del presente anno e trasferito nel castello Sant'Angelo, in un con sua moglie. Volendo qui dire quant'è da dirsi di costui: gli fu fatto il processo e venne condannato a dì 7 del mese di aprile 1791, siccome in esercizio di libero muratore. La pena di morte, a cui era motivo siffatto delitto, fu commutata in una prigione perpetua. Dicesi che sia morto l'anno 1795 nel castello di San Leo. Sua moglie era stata anch'essa condannata a perpetua clausura nel convento di Sant'Apollinare. Furono spacciate sul conte Cagliostro parecchie favole, le quali altro fondamento non hanno che la preoccupazione o le opinioni particolari di chi le ha divulgate, gli uni lo tengono per uomo estraordinario, per un vero facitor di prodigii; altri non veggono in lui che un accorto ciarlatano. Gli si attribuiscono cure maravigliose e senza numero; sembra nulladimeno evidente che il suo sapere in medicina fosse estremamente limitato. Ugualmente che tutti i partigiani delle dottrine ermetica e paracelsica, faceva grand'uso d'aromi e di oro. Fu Cagliostro, caduto sotto le investigazioni della inquisizione, fu tenuto per membro dei muratori templarii, ed attribuita la continua sua opulenza ai moltiplici soccorsi che dalle diverse logge dell'ordine gli provenivano. L'autore già citato della sua vita gli dà il vanto dell'instituzione d'una società di muratori che si dicono egiziani, la quale, s'egli fedelmente la avesse descritta, non sarebbe stata che una meschina ciarlataneria, inetta a trappolare un istante l'uomo meno assennato. Una pupilla o colomba, cioè una fanciulla nello stato d'innocenza, messa dinanzi una caraffa, ma riparata da un paravento, otteneva per la imposizione delle mani del gran cofto, la facoltà di comunicare cogli angeli, e in quella caraffa vedeva qualunque cosa volevi che vedesse. Finalmente uno scrittore de' nostri giorni, l'abate Fiard, non dubitò di far Cagliostro uno spirito del tenebroso impero e di associarlo con Mesmer, Pinetti, ed altri, all'infernale coorte. Il cavalier Bossi, nella sua Istoria d'Italia, dopo esposte e confutate le opinioni che intorno a Cagliostro correvano, conchiude: «Certo è che giudicato fu egli secondo le massime del santo ufficio, e reo supposto di avere sparso erronee opinioni e praticati gl'insegnamenti delle scienze occulte, fu condannato a morte...... sebbene osservassero alcuni che commesso non avea delitti, nè sparse tampoco le opinioni condannate, nel territorio di coloro che costituiti si erano suoi giudici.»
Morto in quest'anno il doge di Venezia Paolo Renier, gli fu dato a successore Lodovico Manin, cavaliere e procurator di san Marco, stato podestà di Vicenza, di Verona, di Brescia, e mostratosi nelle magistrature interne d'indefessa attività e di vivo zelo pel pubblico interesse fornito. Se nel suo particolare gli venne data nota di tanta parsimonia che mal si addiceva alla sua opulenza, però che fosse il più ricco uomo di Venezia, nelle pubbliche rappresentanze spiegò l'apparato più nobile e più pomposo della magnificenza e della grandezza. Notarono gli oziosi che de' cento venti dogi che a Venezia furono, il primo e l'ultimo portarono lo stesso nome di Paolo, non volendosi nella serie contare il Manin, che nella dignità in fatti non morì, avendo veduta la caduta dell'insigne repubblica, e mancato poi a' vivi privato e da parecchi negletto.
Ed eccoci alla nuova era storica, della quale abbiam detto in principio del presente anno. Se non che, prima d'entrare nel difficile arringo ne pare di dover chiudere il tratto sinora percorso con opportuno discorso sulle scienze e sulle lettere, non che sulle arti, che sì gran parte sono della gloria d'Italia nostra. Un celebrato storico diede di queste parti un suo giudizio, nel quale, sebbene in tutto non consentiamo, crediamo però pregio dell'opera il presentarlo tale e quale ai nostri lettori, i quali, se in qualche luogo il troveranno disforme dalle sentenze che in proposito sono corse, bel campo avranno a quei raffronti, a quelle disposizioni, a que' paralleli da' quali l'istruzione risulta. Dice egli adunque:
«Nessuna età mai promise tanta felicità agli uomini quanto il secolo decimottavo, prima che una feroce tempesta lo turbasse. Quanto fra gli uomini di utile, di grazioso, di grande si trovava, tutto allora era o si travedeva. Le volontà benevole, gl'intelletti illuminati, le lettere in onore, le scienze in progresso. Dirò brevemente di ognuno di questi fonti di beneficenza e di gloria. I nostri figliuoli, conoscendo l'aria prima che respirammo e quali fummo e ciò che volemmo, non saranno, credo, verso i loro padri di gratitudine avari.
L'Italia per le scienze naturali a nissuna delle nazioni che più le coltivavano era inferiore, ad alcune superiore. E per parlare della Francia specialmente che allora per questa parte dell'umano sapere più d'ogni altra aveva onorata nominanza, sotto certi rispetti l'Italia le cedeva, sotto altri la superava. Cedevale per lo splendore e per l'eloquenza; il grande Buffon in questa parte chi eguagliare potrebbe? Superavala per l'indagine scrupolosa, per l'esattezza delle ricerche, contenti gl'Italiani di dire agli altri ciò che la natura diceva loro, e temperandosi dai commenti; sistemi ed ipotesi, della cui fugace indole già insin dai tempi suoi quel famoso italiano, a cui niuno fu eguale, parlò, dico il buono, dotto ed eloquente Cicerone. Ciò che io qui affermo, ad ognuno sarà manifesto che vorrà considerare, quale Buffon e quale Spallanzani fossero. Dottissimi ambedue e diligentissimi scrutatori della natura, venerandi ambedue sacerdoti della scienza, ma uno dedito più all'immaginazione che all'osservazione, l'altro più a questa che a quella, onde il tempo che sa bene scerner la realtà dalle chimere, non poche cose riformò nelle opinioni del naturalista franzese, poche o nissuna in quelle del naturalista italiano. Ma sebbene non mediocri pregi d'eloquenza Spallanzani avesse, a niun modo il suo fare si potrebbe paragonare con quel largo fiume che spandeva con la sua inimitabil penna colui, cui tutte le nazioni onoravano, cui la morte si pianse con universale cordoglio, cui la memoria tanto valse nei cuori irritati dei nemici della Francia, nel 1814, che Swartzemberg, che gli guidava, mandò spontaneamente salvaguardia al piccolo Monbard, solo perchè stato era seggio di colui, cui, benchè morto fosse, credeva degno di arrestare armi ed armati. Potenti ossa di Buffon, pacifica vittoria, memorando temperamento dai furori guerreschi, ugualmente onorevole e per chi l'inspirava e per chi l'ordinava! I cannoni di Napoleone perdevano, le ossa di Buffon vincevano.
«Buffon abbelliva, Spallanzani diceva semplicemente: _La cosa sta così_: ma l'uno certamente e l'altro onore delle loro patrie, ornamento del mondo. Io veramente ammiro nel naturalista, cui Scandiano produsse e Pavia albergò, il genio italiano che, ancorchè abbondi di fantasia, di verità pure e di realtà si pasce.
«Il lume della fisica primieramente in Italia tanto splendeva quanto presso ad alcun'altra nazione, e forse per certe parti di lei, come, per cagion d'esempio, l'idraulica e la meccanica, era ita più avanti. Forse ancora per la elettricità, massimamente per le fatiche del padre Beccaria, professore in Torino, ebbe più profonde e più sane nozioni di qualunque altra, ricevuti ciò non per tanto i primi semi dall'estero.