Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 23
Che non si potessero stipulare alleanze offensive nè difensive, o ricevere protezione o assistenza da potenze estere, e, molto meno, somministrare oltre i termini, della neutralità, che dal granduca erano stati chiaramente prescritti;
Che il territorio non si potesse ingrandire con l'acquisto di nuovi Stati; nè cederne o cambiarne parte alcuna.
Parve a Leopoldo, seguono a narrare, che per Livorno, porto di mare, scala di tanta mercatura, stanza e passaggio di tanti forastieri, in un particolare modo statuire si dovesse. Vogliono pertanto che ordinasse che la comunità di Livorno fosse esclusa dalle assemblee provinciali; dal che conseguitava, che esclusa anche fosse dall'assemblea generale; ma perchè le restasse qualche politico vincolo col rimanente della Toscana, e i suoi bisogni fossero conosciuti, ed ai medesimi provvedere si potesse, le furono lasciate le assemblee comunitative ed il diritto di petizione. Le domande mandate e vinte per partito delle assemblee comunitative di quella città dovevano mandarsi per mezzo di un oratore espresso, ma senza voce deliberativa, all'assemblea generale per esservi discusse e poste a partito.
Leopoldo decretò eziandio che, affinchè la pacifica Toscana, come pacifica era, così ancora paresse, si sopprimesse ogni vestigio di apparato di guerra marittima, salve soltanto le barche armate di sanità e di esplorazione ed altri servigi fra le isole e la costa. Dal quale decreto venne interamente annullata quella pazzia del correre armata mano dei cavalieri di Santo Stefano contro i seguaci di Maometto, che i detti cavalieri potevano bensì irritare, ma non ispegnere. Contuttociò, per sicurezza di quell'emporio di Livorno e delle terre di marina, pensò che utile e necessaria cosa fosse di farvi stanziare qualche soldatesca stabile, massime di bombardieri e, come adesso si dice, di artiglieri o cannonieri, e conservarvi o innalzarvi alcuna fortezza.
Tali erano, siccome narrano, i pensieri di Leopoldo circa il modo con cui egli intendeva di costituire la Toscana.
Anno di CRISTO MDCCLXXXV. Indiz. III.
PIO VI papa 11. GIUSEPPE II imperadore 21.
Intesa a questi giorni più di mezza Italia alle riformazioni d'ogni genere nella pubblica cosa, ebbe Venezia a mettere per qualche tempo in esercizio la sua saviezza, per divertire possibilmente le conseguenze d'un avvenimento che alla fine costrinse la repubblica ad impugnare le armi sul mare.
Nel marzo 1781 alcuni negozianti tunisini noleggiarono nel porto d'Alessandria un bastimento veneziano per trasportare a Tunisi le loro merci. Or pretendeano costoro che il legno dovesse dare tantosto alla vela, non ostante una malattia sopraggiunta al capitano che impedivagli assolutamente di partire, e, senza voler udir ragione, tanto quei Tunisini insistettero che il console veneziano residente in Alessandria dovette obbligare il figliuolo del capitano a mettersi in mare in vece del padre.
Coll'equipaggio adunque di otto marinai veneziani e diciotto Tunisini proprietarii del carico, imbarcossi il giovane pel suo destino; ma, fatto ch'ebbe circa un sessanta miglia, si avvide che nel bastimento era la peste. Volle tornarsene indietro ad Alessandria; ma i Tunisini a viva forza l'astrinsero a progredire nel viaggio sino al porto di Sfax, ove pel contratto doveva approdare. Se non che erano in tragitto periti dieci Tunisini e tre marinai, e gli abitanti di Sfax, del male accortisi, coll'armi in mano respinsero il capitano col suo legno infetto, il solo favore accordandogli di due marinai, a prezzo smisuratissimo, quantunque poco nel mestiere valenti.
Rigettato così dalla forza, e costretto a rimettersi in mare, il capitano approdò a Malta. Quivi ancora, informata la deputazione di sanità che il bastimento era attaccato dal contagio, mandò proibendogli il porto, ed intimandogli che, se non fosse immantinenti partito, avrebbesi senza remissione abbruciato il naviglio con tutto l'equipaggio. Indarno furono le protestazioni e le proferte del capitano di far lunga e rigorosa contumacia; indarno chiese il soccorso d'alcuni marinai, senza i quali impossibile gli tornava ogni movimento, quantunque esibisse di pagargli sino a dugento scudi per ciascuno: le leggi inesorabili della pubblica salute gli stavano contro, ed ei vide ardere sotto i proprii occhi il bastimento, salvo l'equipaggio, cui peraltro non fu permesso di toccar terra che affatto ignudo, e sommergendosi prima nell'acqua. Circostanza da notarsi in questo luogo si è, che malgrado tutte le precauzioni dai Maltesi prese, i Tunisini, sbarcando, seco portarono sopra bacili di rame tutto il denaro che si trovavano, ed in appresso diedero ad intendere al loro dey, non essersi il capitano preso alcun pensiero di loro, nè aver adoperato lui mezzo di sorta per impedire l'arsione del bastimento. La quale relazione fece che il dey pretendesse obbligata la repubblica di Venezia a pagare i danni da' suoi sudditi patiti, mentre, per lo contrario, aveva ella il diritto che indennizzati fossero i sudditi suoi del danno che lor proveniva dalle mosse cui fu il capitano dai Tunisini forzato nelle narrate circostanze.
Il dey che allora in Tunisi regnava fece sopra di ciò pressanti rimostranze al console veneziano; ma ossia che sentisse la debolezza delle sue ragioni e gli imponesse la forza della repubblica, oppure che qualche altro motivo il consigliasse, si tacque, nè finchè visse parlò di tali sue pretensioni. Ma, morto lui, il figliuolo che gli succedette le mise di nuovo in campo, e dichiarò al console che si sarebbe rotta la pace, se a lui ed a' suoi sudditi data non fosse intiera soddisfazione. Ed insistendo il dey con tutta la tenacità nel suo proposito, determinò la repubblica d'inviargli, per farla finita, il suo capitano delle navi con proposizioni ragionevolissime e coll'aggiunta di regali per la sua esaltazione. Ma questi sentimenti di moderazione per parte della repubblica non fecero effetto; che anzi il dey, invece di prestarsi ai termini di giustizia ed equità, produsse nuove pretensioni, fra le quali una era quella che altri Tunisini domandavano risarcimento di certi effetti che trovavansi sopra un bastimento veneziano saltato in aria nel porto di Tunisi, avendovisi appreso fortuitamente il fuoco.
Per quanto incompetenti, irragionevoli ed ingiuste cotali pretensioni fossero, non uscivano dal circolo dell'insaziabile avidità della barbara nazione che le metteva in mezzo, nè dai principii da essa professati, che la forza sia la suprema ragione e giustizia in ogni cosa. Intanto eccessi di un'altra natura ferirono direttamente la dignità della repubblica. Non solo rovesciarono coi modi più insultanti gli stemmi del veneziano consolato, ma e il suo capitano delle navi spedito a Tunisi e la sua comitiva durarono molta fatica a sottrarsi al tumulto della plebe, che furibonda gl'inseguiva nel momento che tornavano alle navi. Abbattere lo stemma, insultare il pubblico messo ed intimarsi solennemente dal dey alla repubblica la guerra fu tutt'uno.
Sdegnato il senato all'iniquo modo di procedere, elesse a capitano straordinario delle navi il cavaliere Angelo Emo. Quest'uomo sommo, ben a ragione chiamato l'ultimo de' Veneziani, ricreatore della veneziana marineria, salpò con breve flotta dalla patria nel precedente anno, a Cattaro ed a Corfù rinforzandosi di legni da guerra, di soldati e di gente di mare. Giunto colla sua squadra a Tunisi, s'impadronì subito d'una tartana armata e riccamente carica ai Tunisini appartenente; e quindi, esaminati i luoghi della costa, lasciò l'almirante a bloccare l'ingresso principale del porto, ed ei coi rimanenti legni si volse a bombardare Susa, città sessanta miglia da Tunisi discosta. Il vivissimo bombardamento, per diciassette giorni e diciassette notti continuato, atterrò molti e i più notabili edifizii della città, molti pure spegnendo dei suoi difensori ed abitanti, sagrificati alle ostinate barbarie del dey, che non volle la rinovazion della pace.
Avendo la veneziana squadra svernato a Trapani, tornò in quest'anno dopo la metà di luglio sulle coste d'Africa, ripigliò il bombardamento di Susa che durò sino al 4 di agosto, non permettendo il mare sempre agitato di spingere più innanzi le guerriere operazioni, ed i bassi fondi anzi consigliando a portare altrove lo sforzo. Giace sulla costa di Barbaria, entro il golfo di Zerbi, la città di Sfax, dipendente dal regno di Tunisi. Benchè circondata da bassi fondi che non permettono di accostarvisi ai vascelli da guerra, benchè alcune isole sorgan fra quelli che più pericolosa ne rendono la navigazione, benchè sino allora avessero cotali ostacoli impedito ai legni delle altre potenze di penetrare in quel ricinto, Emo tentò di conquiderla, ancorandosi in distanza, e di quivi slanciandole contro più di cinquanta bombe, che, cadendo per la maggior parte entro le mura, insegnarono per la prima volta a que' barbari a temere pur essi que' globi fulminanti da' quali si credeano sicuri. Ma non corrispondendo l'effetto pienamente alle mire del comandante, pensò altra via di tornar loro del tutto vano lo schermo di quella sirti, da' proprii navigli, congiungendone le vuote botti, traendo, novella sua invenzione, un navile atto a dar sui _querquenci_ e sulle secche il saggio e l'esempio di quel modo di marittima offesa contro le rocche in terra, che, imitato poi e tratto a termini di grandezza per mezzi infinitamente maggiori dal lord Exmouth sotto Gibilterra, riuscì nondimeno a quella stessa fine, con immenso apparato di forze, a cui Emo con forze tanto rimesse e parche il condusse, di vincere no o distruggere que' corsali, ma di rintuzzarli.
Impietositosi però l'Emo ai casi di una popolazione tanto, per l'ostinatezza del capo, sofferente, volle generosamente fare al dey grave rappresentanza in una sua lettera, significandogli eziandio come la repubblica fosse disposta a dargli quelle dimostrazioni di affetto che in varie occasioni avea date al dey di lui genitore e predecessore, qualora si determinasse ad approfittare della clemenza del veneto senato. Commosso il dey alla generosa dichiarazione, fece sapere all'Emo che intavolato avrebbe proposizioni di pace, qualora avesse a trattare con lui solo, rimanendo con due soli legni, e licenziando il rimanente. Rispose il Veneziano che poteva bensì far ritirare la squadra, ma che delle condizioni della pace era del senato il decidere. A questo pertanto inviò per espresso le proposizioni del dey, e mandata la squadra parte a Trapani e parte a Corfù, passò egli a Malta, per attendervi le risposte di Venezia, concessa frattanto ai Tunisini una tregua di quaranta giorni.
Lasciò il senato al suo capitano la libertà di conchiuder la pace, escluso però qualunque esborso o patto di denaro, e fissato che per le gabelle i bastimenti veneziani non avessero a pagare se non il tre per cento come i Franzesi pagavano, e non il cinque dal dey imposto; che se a questi tali condizioni non aggradissero, rinnovasse Emo, il senato comandava, le ostilità al più tardi nell'anno nuovo. Fu allora mormorato che questa guerra, la quale durò sei anni ancora, avrebbe potuto, appena sorta, terminarsi col sagrifizio di qualche denaro per saziare l'avidità di quel principe africano, sacrifizio infinitamente minore a quello d'una guerra di mare sì dispendiosa e tanto lunga. E taluni ancora, sospettosi o maligni, vollero colpare della continuazione d'essa lo stesso Emo, che non poteva, dicevano, vedersi ozioso in patria, amava l'agitazione ed il movimento, e godea l'animo in comandare, padrone assoluto, una flotta sul mare. Meschini di loro! che non sapeano, o di sapere dispettavano, quanta mente, qual cuore in Angelo Emo fosse, e qual giudizio di lui era per dare la storia che i giudizii del volgo non imita. «Angelo Emo visse esemplare di costumi e di repubblicana temperanza. Che aspirasse a farsi il Pisistrato della sua patria altro indizio addurre non saprebbe la calunnia che quell'arte in lui somma di rendere idolatre di sè le genti commessegli, di far che i timori e le speranze tutte nel duce loro riponessero, ed in sè rivelato loro, quasi diremmo, presente, rimuneratore, all'unità ridotto venerassero l'aristocratico reggimento da cui gli uomini più ripugnano. Comunque sia, la caligine di congetture non offusca lo specchio della storia. Emo visse e morì terso di macchia; ma certamente palese e quasi vocazione fu in esso la brama di ringiovanire la vecchia patria: e di fatto, quella parte di cui sembra che prima uopo era ravvivare in città sedente sul mare, la naval possa, con tanta saldezza di vita rinnovò, che quando la patria omai più non era, opima spoglia la rinvenne e tutta vita per anche chi ad usurparla mandò quel guerriero che usando fin d'allora del diritto ferreo della fortuna e dell'armi, nel 1796, Venezia rimeritava dell'ospitalità dandole morte.» (_Castelli._)
Anno di CRISTO MDCCLXXXVI. Indiz. IV.
PIO VI papa 12. GIUSEPPE II imperadore 22.
Abbiam detto di quello che Leopoldo granduca di Toscana volea fare; ora è d'uopo toccare quello ch'ei fece. Questo principe, il quale, al dire d'uno storico esimio, non si potrà mai tanto lodare che non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità de' popoli una mente sana congiunta con un animo buono e tutto volto a gratificare all'umanità. Solone fece un governo popolare e torbido, Licurgo un governo popolare e ruvido, Romolo un governo soldatesco e conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce e pacifico, tanto più da lodarsi dell'aver concesso molto quanto più poteva serbar tutto.
Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate, incomode, improvvide, siccome quelle che in parte erano state fatte ai tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le quali tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche o nissune generali. Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze di affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare a posta de' ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli o insufficienti, un commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo pestilenziale, possessioni mal sicure, debito pubblico grave, dazii onerosissimi.
A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o superflui, o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle regalie, togliendo in tal modo qualunque prerogativa che sottraesse ai tribunali ordinarii quelle cause che percuotevano l'interesse della corona. Esentò i comuni dai fori privilegiati; li rendè liberi nel governo dei loro beni, diede loro facoltà non solamente di esaminare, ma ancora di giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze per modo che il corpo loro venne a formare nel granducato a certi determinati effetti una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a ciò, dei debiti verso l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a grande prosperità; crebbela ancor più il miglioramento del catasto.
Soppressi adunque i privilegii individui e i fori privilegiati, corpi e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena di morte, abolì la tortura, il crimenlese, la confisca dei beni, il giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale istanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa; restituirssersi i contumaci alla intregrità delle difese; del ritratto delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si formasse un deposito separato a beneficio di quegli innocenti che il necessario e libero corso della giustizia sottopone talvolta alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno che per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa maravigliosa, un fisco che dava invece di togliere; le pene stabili proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere un novello codice toscano all'auditor di ruota Vernaccini ed al consigliere Ciani, uomini l'uno e l'altro, i quali non solo volevano e sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare che la miglior legislazione che sia è quella dei tempi barbari.
Fu l'effetto conforme alle pie intenzioni; poichè fu in Toscana una vita felicissima dopo le novità di Leopoldo: i costumi non solo buoni, ma gentili; i delitti rarissimi, nè sì tosto commessi che puniti; le prigioni vuote, ogni cosa in fiore. Così questa provincia, che già aveva dato al mondo tanti buoni esempi, venuta in podestà d'un principe umanissimo, diè ancor quello di un corpo di leggi temperato di modo che nè il governo maggiore sicurezza, nè i popoli potevano maggior felicità desiderare.
A questo medesimo fine contribuirono non poco i nuovi ordini di Leopoldo rispetto all'agricoltura ed al commercio. Rendè i coloni liberi dalle vessazioni, le terre dalle servitù, moderò la facoltà di instituir fidecommissi, riunì la facoltà del pascolo al dominio, onde fu distrutta l'antica legge del pascolo pubblico, per cui veniva impedito ai possessori ed ai coloni di cingere di stabili difese i terreni, e costretti erano a lasciarli in preda al bestiame inselvatichito, con grandissimo guasto delle ricolte. Nacquero da questa provvisione effetti notabilissimi, che e le ricolte si migliorarono, ed i bestiami si addomesticarono.
Considerato poi quanto gli appalti generali dei dazii fossero molesti ai popoli e gravi ai governi buoni, Leopoldo gli abolì. Molte privative ancora furono tolte, quella della vendita dei tabacchi, dell'acquavite e del ferro; a tutti si diè facoltà di cavar miniere; le gabelle sui contratti, e la regalia della carta bollata si moderarono. Sapevasi Leopoldo che tutte queste riforme avrebbero diminuito le entrate dell'erario. Pure non se ne rimase, movendolo il ben pubblico più che il vantaggio del fisco. Ciò non ostante, assai meno diminuirono che s'era creduto; perchè la prosperità del paese e la più attiva circolazione dei generi, che ne risultarono, supplirono in gran parte quello che si perdeva. Mirabile argomento che la prosperità dei popoli prodotta dallo svincolo, non la gravezza delle imposte, è la maggior fonte che sia della ricchezza dell'erario.
Si aggiunsero le dogane interne soppresse, nuove strade aperte, canali scavati, porti e lazzaretti o nuovi o ristorati, fatto sicuro a Livorno agli esteri lo esercizio della religione, aboliti i corpi delle arti e le matricole, surrogati agli impedimenti premii, facilità ed esenzioni, massime in benefizio delle arti della seteria e del lanificio, parti essenzialissime del commercio di Toscana. La libertà delle tratte, mediante un modico dazio rispetto alle sete, tanto operò che se il provento loro in Toscana montò, nel 1780, solamente a libbre cento sessantatre mila cento settantotto; montò nel 1789, diciamlo in questo luogo, a ben trecento mila.
Ma, per parlar di nuovo del governo delle terre, non solo Leopoldo lo migliorò d'assai migliorando la condizione dei coloni, ma rendè ancora coltivabili quelle che per infelicità di suolo si trovavano incolte. Così la val di Chiana, così quella di Nievole, ricche ed ubertose terre; così in gran parte il capitanato di Pietrasanta, e le frontiere del litorale livornese e pisano, usando, secondo i luoghi, appositamente tagli, colmate, argini, canali, furono per opera sua liberate dall'acque, ridotte a sanità e restituite alla coltivazione. Ma opera di molto maggior momento e di quasi insuperabile difficoltà fu il prosciugamento delle maremme sanesi a tal termine condotto che si aveva speranza di totale perfezione. Sono le maremme sanesi un vastissimo padule che dai confini della provincia di Pisa sino a quelli dello Stato ecclesiastico si distende, lungo il mare, lo spazio di circa settanta miglia, e per larghezza dentro le terre da cinque o sei fino a quindici o diciotto. La pianura di Grosseto è la parte più considerabile di queste maremme. Sono in questi luoghi i terreni non sommersi tanto fecondi, quanto l'aria vi è infame e pestilenziale.
Sotto Ferdinando I de Medici erasi già in parte conseguito l'intento, e parecchi paduli a stato coltivabile ridotti. Trascurate poi le opere da' suoi successori, ritornarono le terre e l'aria a peggior condizione di prima. Ma non così tosto fu assunto Leopoldo, che pensò alle maremme. Mandovvi il padre Ximenes, mandovvi Ferroni e Fantoni, matematici di chiaro nome e dell'idraulica intendentissimi. Già la pianura di Grosseto o, per meglio dire, la palude di Castiglione, ambedue parti principalissime delle maremme, eransi ridotte a stato tollerabile. Speravasi meglio, anzi il finale intento: usavansi le colmate per le acque dell'Ombrone e della Bruna, introdotte ai tempi delle torbe; usavansi canali e cateratte in più opportuni siti trasportate.
Oltre a ciò, Leopoldo, mosso dal pensiero che le popolazioni scarse fanno l'aria insalubre, le abbondanti sana, allettò con premii ed esenzioni tanto i paesani quanto i forestieri, principalmente gli abitatori dell'agro romano, a fermare la sede loro nella maremma. Pagassesi dell'erario il quarto del prezzo delle nuove case ai fondatori, dessersi terre o gratuitamente od a basso prezzo od a carico di livelli od in enfiteusi; dessesi anco denaro a prestito, e sicuro asilo a chi vi si venisse a ricoverare. Per questo crebbe la popolazione, ed i terreni si coltivarono, e l'aria risanò. Peggiorarono poi le opere per le difficoltà dei tempi; pure rimangono, e forse ancora lungo tempo rimarranno nelle maremme sanesi i vestigii della generosità di Leopoldo.
Nè minor lode meritano gli ordinamenti di questo giusto e magnanimo principe circa il debito dello Stato. Più di tre mila luoghi di monte furono cancellati, restituiti i capitali ai creditori col ritratto dei beni venduti spettanti a regie e pubbliche aziende, impiegando a questo uso anche i capitali provenienti dalla dote e contraddote della regina sua moglie, ed altri costituenti parte del patrimonio suo privato. In tal modo si spense in gran parte il debito che tanto gravava l'erario: così, mentre in altri luoghi d'Italia il debito dello Stato montava continuamente non per altro fine che per crear soldatesche, in Toscana, per opera di Leopoldo, il debito medesimo si estingueva per fondarvi un governo dolce, quieto per sè, sicuro pei vicini.
Nè per questo tralasciavansi provvedimenti di utilità o di ornamento; perciocchè nel tempo medesimo sorgevano scuole per ogni ceto, conservatorii, case di rifugio e di ricovero, ospizii ed ospedali, e gli studii di Pisa e di Siena meglio si ordinavano; nuovi palazzi fondavansi, gli antichi si abbellivano, nuovi passeggi si aprivano, le librerie si arricchivano, il gabinetto di fisica s'accresceva, ed un orto botanico si piantava.
Tra mezzo a tutto questo il principe, siccome quello che giusto era e sincero, non volle starsene oscuro. E però fe' pubblicare la dimostrazione per entrata e per uscita delle rendite dello Stato: in questo quasi specchio dell'economia di Toscana vedonsi ed i risparmii fatti e le imposizioni moderate ed il denaro convertito in cause pietose di sollievo o d'ornamento pubblico.
E qui sarebbe da continuare il discorso intorno alle cose ecclesiastiche; ma siccome ebbero compimento nell'anno seguente, così a quello differiremo il tenerne parola.
Anno di CRISTO MDCCLXXXVII. Indiz. V.
PIO VI papa 13. GIUSEPPE II imperadore 23.