Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 20

Chapter 203,708 wordsPublic domain

Terranuova divenne in pochi istanti un vano nome; il suolo stesso ove posava, non solo cangiò forma, ma non fu più. «Un gemito indistinto, così scrivono gli accademici di Napoli, un gemito indistinto, un terribile fragore, e una densa nube di polve ascose tra la più compiuta annichilazione l'enorme strage che indistintamente si fece degli uomini e dei bruti.» Aveva la terra nel suo fiorito stato due mila abitatori; solo quattrocento dalla catastrofe scamparono.

Trapasseremo senza arrestarci le ruine, gli sconvolgimenti, l'annichilamento di Molochiello, di Casalnuovo, di Oppido, di Santa Cristina, di Scilla, di Reggio, di cent'altri e villaggi e casali e città; trapasseremo eziandio gl'infiniti casi compassionevoli e i molti singolari casi e venture e disavventure dell'orrendo disastro non per la prima volta avvenuto in paesi che bugiardi ed insidiosi si potrebbero chiamare, posciachè per la bellezza ed amenità loro allettano a spiagge infide e piene di mortali pericoli: un sole benefico, chiari rivi scendenti dai poco lontani Apennini, freschezza di siti all'ombra degli aranci, dei gelsi, dei limoni, dei fichi, dei cedri, dei granati e della pampinosissima vite, fanno che quivi sieno i luoghi forse i più dilettevoli della terra. Ma sono giardini d'Alcina; la natura vi fu ad un tempo madre e matrigna.

Ma fra le quasi infinite avventure e disavventure che dobbiam tralasciare, non possiamo astenerci dai trascrivere dallo storico più volte lodato alcuni casi che più degli altri potranno interessare il lettore.

«La compassione ch'io sento, scrive egli adunque, m'invoglia di raccontare il caso di due madri infelici all'ultima ora sotto le ruine codotte, ma non sole. Rovinò sopra di loro un tetto, rovinò la povera casa. L'una aveva seco un figliuolo di tre anni, l'altra stringeva al petto un bambino di sette mesi. Nella estrema sciagura, in quel fondo di morte, la materna tenerezza non le abbandonò, anzi si accrebbe. Curvaronsi contro i cadenti sassi, e fecero del dosso arco sopra le innocenti creature. Istinto era, amore di madre era, ma frutto altresì di compassionevole illusione; perciocchè incontro ai rovinanti massi qual corpo di donna resistere potea? Morirono, e con esse i non salvati fanciulli. Chi fu mai più infelice al mondo di quelle misere e desolate madri? Furono trovate nell'attitudine descritta; e con le braccia avvinte ai figli l'una accanto all'altra, esse coi corpi pieni di lividori e di putrida gonfiagione, essi seccati e smunti. Or chi potrà dire quanto dolore regnato abbia in quell'oscuro speco?

«Delle raccontate donne un'altra meno infelice, quantunque infelicissima sia stato, tutta la Calabria in ammirazione converse. Sette giorni intieri stette fra le ruine sepolta, nè alcun cibo o bevanda ebbe. Funne estratta esanime e moribonda. Come prima racquistò l'imperio dei sensi, _acqua_, gridò, _acqua, acqua io voglio_. Tant'era la sete che la straziava. Disse che nella tenebrosa caverna prima una infernale sete la struggeva, poscia perdè ogni sentimento di sè stessa. La da così vicina morte scampata donna visse ancora alcun tempo sovvenuta dalla pietà del pubblico.

«Simile caso avvenne ad una donna di Cinquefrondi, villaggio poco distante te da Polistena, e dal sommo all'imo distrutto. Fu tratta viva dopo sette giorni di sepoltura, ma con due figliuolini, che seco aveva, morti.

«Quanto sopportar possa in casi straordinarii l'animale natura, ancora più ne diede testimonianza un gatto, che, appiattatosi per asilo in un caldaio, il quale il peso dei rottami sostenne, vi stette quaranta giorni senza cibo di sorte alcuna. Il trovarono come giacente in placido sonno. Appoco appoco si riebbe, ed alcuni anni ancora visse, delizia del padrone.

«Quale fosse lo spaventevole capriccio del terremoto, egli scrive in altro luogo, seppeselo il padre maestro Agazio, priore del carmine di Jerocarne, il quale per questi luoghi viaggiava, quando più il flagello v'infuriava. Spaventato volle fuggire; ma ecco un piede incepparsi in un crepaccio che subito si serrò. S'affaticò di ritirarlo, ma spese la fatica indarno. Mise grandi stridori, chiamò aiuto con alte grida, in quella desolata solitudine nissuno comparve, e tuttavia il piè stava stretto da quella straordinaria tanaglia. Credeasi morto, attaccato com'era a quel fatale e strano ceppo. Ma ecco in un subito per un nuovo urto di terremoto aprirsi il ceppo, spalancarsi la fauce e dargli libertà e vita. Il povero religioso arrivò al convento tutto sganganato, e più morto che vivo. Ognuno si maravigliava della stupenda ventura, ed egli a stento la poteva raccontare; tanto era oppresso dall'anelito e dalla paura!»

E altrove: «Era una casa ad uso d'osteria lontana forse a trecento passi dal Solì. L'abitavano l'oste per nome Giovanni Aquilino, la sua moglie ed una nipote di tenera età. Eranvi per accidente quattro avventori. Giovanni se ne stava russando sul letto, siccome quello che avvinazzato era e cotto bene, le due donne attendevano agli uffizii di casa, gli avventori giuocavano alle carte. Ed ecco la casa intera prender viaggio verso il Solì, nè fermarsi se non quando al suo letto pervenne. Quivi l'urto fece ch'ella si disfece ed in frantumi andò. L'ostessa rimase, come trovavasi, seduta, e dalla paura in fuori non ebbe male alcuno. L'oste a maladetta forza si svegliò, e smaltito il vino, pianse la perduta fortuna; la misera fanciulla schiacciata morì. Morirono pure gli avventori venuti a giuocare sulle sponde dell'ameno, ma infedele Solì.

«Uno sbalzo di terremoto aveva sepolto fra le ruine della sua casa l'abbate Taverna, medico di Terranuova. La polvere lo soffocava, la grandine dei piombanti sassi lo martellava, si credeva morto, quando un'altra urtata di terremoto lo scarcerò, fuora il trasse e dal pericolo lo scampò, per lo strano caso restò allibbito e intronato lungo tempo; finalmente tornò del tutto in sè, e dilettavasi nel raccontare come il terremoto l'avesse condotto vicino a morte, e come l'avesse salvato. La famiglia dei Zappia ebbe un caso comune col Taverna; sepolti da una spinta di terremoto, dissepolti da una altra.

«Anche nella desolata Terranuova successe una mirabile sopportazione di un animale bruto. Nella casa dei Tutini, che rimase tutta infranta e distrutta, una cagna fra le ruine incarcerata visse per tredici dì senza alimento alcuno, e senza avere mai potuto lambire nè pure una stilla d'acqua. Uscì, toltigli i rottami d'intorno, viva e magra, e soprammodo sitibonda.

I terreni rimasero tutti lacerati da crepacci e da fenditure. Alcune di queste fenditure avevano otto palmi di profondità, altre tredici, altre venti, ed anche di più; varia era la larghezza, ma nissuna maggiore di quattro palmi. Parevano quasi tutte fatte a taglio netto e successivo, ma con direzione confusa, varia e indistinta a segno che non ammettevano ordine alcuno, nè dove fosse il loro principio e dove la fine non si poteva accertare. Sopra un alto monte rimpetto a Terranuova, ma sulla opposta sponda del Solì, s'ergeva un villaggio per nome Molochiello. Questo infelice paesetto fu devastato in modo che pochi ed informi vestigii rimasero della sua esistenza. Una parte di lui precipitossi a destra, l'altra a sinistra, nè più altro suolo vi rimase del sito su cui giaceva che una fettolina a schiena d'asino, così acuta, che non vi si poteva su camminare. Videsi in questo luogo un orrido e non più udito spettacolo; che nel fianco del monte reciso come a perpendicolo pendevano ammassate le reliquie dei cadaveri riposti nei sepolcri, i quali, per lo squarcio avvenuto nei fianchi delle rupe, rimasero scantonati e per metà divisi.

Un Antonio Avati contadino stava sur un castagno recidendone i rami, quando arrivò la devastazione. Il castagno si mosse, e con placido corso scese verso il fiume Marro per più di trecento passi. Fermossi finalmente intoppandosi giù nel vallone. Scuotessi Arati, e salvo sulla ripa saltò.

La rustica casa di Grazia Albanesi, moglie di Giuseppe Zema, viaggiava anch'essa giù per lo monte. Aveva Grazia un bambino di poca età, che giaceva forse placidamente dormendo in una rozza culla fra meschine fasce avvolto. L'infelice madre restò affogata ed oppressa sotto le smisurate moli e della propria casa e delle altre fabbriche e del terreno e della creta che giù rovinavano dalla rupe di Molochiello. Credessi che con lei fosse morto il bambino. Già erano trascorsi tre giorni dal fatale avvenimento, quando da coloro che andavano fra le ruine raccogliendo gli avanzi della loro sepolta e scarsa suppellettile, furono uditi alcuni oscuri vagiti. Alzarono a speranza i pietosi animi, smossero, scavarono, trovarono la misera ed innocente creatura nella sua culla cinta di fango e fra orrendi frantumi involta. Rea era la stagione, il freddo aspro assai, la pioggia dirotta. Estrassero il bambino vivo da quell'informe spelonca così com'era, rauco dal pianto, conquiso dalla fame e dalla sete, assiderato dal freddo, dimagrato al sommo; così usci vivo dal sepolcro inusitato della madre. Il presero, il fomentarono, con prudenza il dissetarono, con prudenza ancora lo sfamarono. Salvo in somma il resero, ma non tanto che non portasse nello smunto viso e nel debole corpicino, finchè visse, i segni dell'andato patimento. Siccome morta era la madre, una zia materna prese cura dell'orfano così stranamente preservato da una stranissima ventura. Gli accademici di Napoli non senza maraviglia il videro.»

Sino a questo passo furono raccontate le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città; or si diranno quelle di colei che tutte e per antichità e per grandezza e per altezza di fama le avanza. La magnificenza non più che l'amenità non preservò dalla cagione inesorabile e furibonda.

Siede Messina sulla terra sicula, alto elevandosi quale regina del famoso stretto che da lei il suo nome prende. Celebre ai tempi antichi, celebre nel medio evo, e celebre ancora nelle moderne età, fa testimonio, che quivi all'industria degli abitanti, alla fertilità del suolo, alla benignità del cielo si aggiunge un quieto e necessario rifugio a chi sen va navigando sur un mare sopra misura tempestoso, e troppo spesso da furie disordinate perturbato. La natura rabbiosa qui pose Scilla e Cariddi, scoglio e voragine infami per tanti naufragii, e quivi la provvida natura pose il porto di Messina al pari di qualunque altro più famoso che al mondo sia, ampio, profondo, sicuro, atto a ricettare come le più piccole ed umili barche, così le più grosse e magnifiche navi. Fu città cara a' Normanni, cara agli Svevi, cara agli Aragonesi, onde sorse piena di sontuosi edifizii e corredata di tutti quei comodi della vita che alle città principali di un reame si appartengono. A così alto grado salì una volta la sua potenza, che e grossissimo commercio faceva, e numerose armate sui mari spingeva, e del primato dell'isola con la stessa popolosa Palermo contendeva, ed alcun tempo il tenne. Per le guerre civili poi e pei rivolgimenti politici e per le ribellioni, ed ancora pel crescere progressivo dell'emula città, cadde in più basso stato, ma non però tale che illustri segni non serbi, e per popolazione e per magnificenza di edifizii, della grandezza antica. La natura e gli uomini l'avevano fatta grande e graziosa; gli uomini poscia per le discordie, la natura pei terremoti la mandarono in declinazione; e da sè medesima diversa la fecero.

Tremarono e rovinarono le Calabrie, Scilla e Reggio a rincontro di Messina poste, parte fracassate, parte sommerse giacquero. Il profondo mare non interruppe la mortale causa. Tanto essa era entro le più cupe e più profonde viscere della terra nascosta! Successero nell'infelice Messina cose tali che Scilla e Cariddi non ne starebbono al paragone. Sino dai primi giorni di febbraio vi comparvero, ancorchè fuor di stagione fosse, quei _cicirelli_, pesci del genere delle sfirene, che sono a quelle spiaggie tristo annunzio di tremuoto. La veduta di questi allora insoliti pesci cominciò a turbare i Messinesi, i quali qualche grave caso ne augurarono, ma però non sospettavano di così spaventosa ruina della loro città.

Altri segni sorgevano dell'imminente tempesta e di funesto avvenire. Il mare in quello stretto, che dal Peloro trascorre lungo l'aspetto di Messina, è commosso da un flusso quotidiano, cui gli abitanti chiamano marea, e con vocabolo corrotto rema. Due volte al giorno le acque sono solite a gonfiarsi ed a correre verso settentrione nel Faro, e due volte ricorrono nel mare Siculo verso Ostro. Fremono sì quando vanno e vengono, ma non tanto che nei tempi ordinarii diventino tempestose. Tal era ed è il consueto tenore con cui nello stretto di Messina procede quel vorticoso mare.

Ma quando l'anno giunse ai primi di febbraio, principiò ad alterarsene l'usato andamento: «Le maree, narrano gli accademici di Napoli, non erano esattamente regolari da sei in sei ore; torbida, fremente e oltre il costume feroce divenne la vorticosa Cariddi, e spesso anche allorquando parea meno agitato il volume delle acque, si osservò crescere repente il tortuoso giro di quel vortice, che quei naturali appellano _carofalo_, e la rema, quasi confusa e interrotta nella sua direzione, o arrestarsi per poco o sull'onda seguace rialzarsi, o aprirsi in mormorante e rapidissima concentrica voragine.

A ciò si univa un insolito oscuro fremito, che quasi si approssimava a un profondo e lontano muggito; e ciò o precedeva alla repentina conturbazione delle correnti, o vi si accompagnava o la susseguiva. E per ultimo, siccome al ritorno della rema dal Peloro l'onda escrescendo si alzava oltre all'ordinario livello, e talvolta attentava di risalire su i segni terminali della sponda selciata, così all'uscir del porto e nel rientrare le anguste gole del Faro, lo sbassamento sovente n'era fuor dell'usato tumultuario, vorticoso ed eccessivo.»

La sponda selciata di cui qui si parla, altro non era che una petraia o seguenza di sassi ordinatamente posti che per difesa contro gl'impeti del mare e per termine tra il mare medesimo e la susseguente pianura, scorre per tutto il circuito del porto, e ne forma l'orlo estremo o sia il margine internamente. Questo orlo selciato, ornato vagamente di fontane e di statue, i Messinesi chiamano panchetta, dietro la quale succede un ampio stradone, e in fondo di esso si ergeva un eminente e maestoso casamento, o continuazione di graziosi e nobili edifizii che facevano di sè bellissima mostra a chi veniva dal porto l'inclita città visitando.

Dal mare venivano gli augurii, venivano anche dal cielo. Il sole tinto di pallida luce in pieno meriggio, un aere ora quieto, ora repente turbato, ora di nuovo quieto con un'afa noiosa che rendeva i corpi gravi ed affannosi; cupi suoni che di lungi venivano, ma non bene si sapeva donde; un volare incerto degli uccelli, un tremar degli animali, uno schiamazzar di galline, e massimamente di oche, un urlar di cani straordinario alcuna cosa fuor dell'usato protendevano, la natura trovarsi in qualche penoso travaglio significavano, e gli animi riempivano di stupore e di terrore.

Fra tutto questo apparato di luttuosi segnali nei primi giorni di febbraio principiò la terra a tremolare, come di sè medesima più sicura non fosse, e, come il mare, farsi ondeggiante volesse. Ma il tremolio non cresceva in iscosse, muoveasi la terra, ma stavano gli edifizii. I Messinesi, usi ai tremuoti, per così dire, volgari, non credevano, quantunque spaventati fossero, che la leggiere trepidazione avesse a cambiarsi in furor tale, che la città ne dovesse andar in sobbisso. Implorarono l'aiuto divino, le sacre pissidi esponevano, inni sacri cantavano, facevano processioni, i luoghi aspergevano coll'acqua benedetta, ed accendevano i lumi all'adorato seggio dove si conserva la lettera autografa che la Vergine scrisse ai Messinesi: reliquia da essi tenuta preziosissima, e con grandissima divozione onorata. Ma la natura, che aveva accesa nei profondi recessi di quelle terre qualche immensa fornace, od ammassata qualche sterminata quantità di acque, le quali in quei monti tendevano a squilibrarsi, non patì che la potentissima cagione fosse defraudata de' suoi terribili effetti.

Ai 5 di febbraio, poco appresso l'infausta ora del mezzodì, la piccola ondulazione degenerò subitamente in un orribile e generale rivolgimento del mare, dell'aria e della terra. Udironsi frequenti sotterranei muggiti; pruovaronsi ad ora ad ora ed a precipizio confusi e forti scuotimenti del suolo. Ora in su si spingeva, come se di sotto all'insù fosse percosso da potentissime spuntonate; ora s'avvallava come se una voragine se gli fosse aperta sotto; orizzontalmente oscillava, ora dava sbalzi di traverso, ora, quel che fu il moto pessimo di tutti, si rivolgeva in giro, come se fosse portato da vertigine. Brevemente, una tempesta per tanti lati e talmente succussoria infuriò, che non fu maraviglia che così gravi e così numerosi guasti siano accaduti; bensì è maraviglioso che tutta la città, almeno nella sua parte inferiore, dove maggiormente la sofferente natura travagliò, non sia stata messa a soqquadro intieramente ed in ruina. Moltissime porzioni del teatro marittimo, cioè del casamento sovraddescritto, che il porto orna e nobilita, diroccarono, questa a brani a brani, quella a sfasciumi più grossi, quest'altra per un muro giù e un altro su, onde come spaccate dall'alto al basso apparivano. Non si udivano in quelle ferali ore che muggiti della terra convulsa, invocazioni di supplicanti, lamenti di moribondi, scroscii e rimbombi di case e palazzi che si discioglievano in ruine. «A dì così tremendo, scrivono gli accademici, a dì così tremendo sopravvenne notte più infausta. Verso le ore sette e mezzo la terra fu presa da tale e sì profondo scuotimento, che parve tutta intesa a fendersi o a rovesciarsi e nabissare; e quindi la pallida e tremante popolazione, tra il muggito della terra, il fremito de' venti e il fragore del mare, sentì percuotersi dal rimbombo prodotto dalla orrenda e quasi universale ruina de' tempii, de' casamenti volgari e degli edifizii più vasti e più vistosi, ed ecco in qual modo fu portato a più compiuto termine quel danno che s'era tra essi nel giorno e nella sera cominciato a produrre.»

Non uno, ma tutti gli elementi congiurarono a ruina della città dominatrice del Faro. Rovinate le case e rotti i focolari, il fuoco non trovando più nè pascolo regolare, nè uscite consuete, s'appiccò alle materie diroccate, e divampando con orribile incendio andava serpendo e bruciando quanto era rimasto intero, sia che in piè ancora si sostenesse, sia che a terra già sbalzato giacesse. La fiamma divoratrice si estese con rapido corso da uno in altro luogo, e tale spazio guadagnò, e tale acquistò irreparabile forza, che per sette giorni ogni opera fu vana per estinguerla. Molto prezioso mobile arso, molte sostanze o di ricchi negozianti o di nobili famiglie incenerite.

«Quindi a molti infelici, seguono a scrivere gli accademici, a' quali riuscì facile lo scampare dal precipizio de' sassi, toccò la disperata sorte di rimanere vittime delle fiamme. Orribile cosa a mirarsi! Chi cercava di guadagnare l'altura de' tetti, chi si affaticava per arrampicarsi alle travi; chi, ora ad una e ora ad un'altra finestra affacciandosi, misurava col guardo l'altezza delle mura, per gettarvisi, e ne rifuggiva spaventato dall'evidente pericolo della caduta. Ma finalmente tutti videro approssimarsi la morte, invocando invano, coll'errare di qua o di là, il desiderato soccorso, impossibilitati a fuggire per le scale già dirute, ed ugualmente privi di coraggio e di modo onde o gettarsi dall'alto o ricevere da' cittadini, dagli amici o da' parenti un aiuto qualunque in mezzo alla medesima loro situazione.»

L'incendio infuriava. Oltre allo scompiglio delle cadenti mura e il terrore e la fuga de' cittadini, che impedivano le azioni dello spegnere, un irresistibile alimento aveva la fiamma nella furiosa bufera, che chiamarono aeremoto, la quale, quando più la terra si scrollava ed il fuoco imperversava, soffiava terribilmente con direzione incerta, anzi con buffi vorticosi e disordinati. Una casa de' Ceraselli, già percossa e conquassata dal terremoto, fu dal vento svelta, di lancio gettata, e sparsa in frantumi sopra il suolo. Pareva veramente che quivi ed in que' momenti il mondo, sottosopra andando, fosse arrivato alla sua fine.

Col fuoco, coll'aria, colla terra i Messinesi avevano a fare. Ma il mare non s'indugiò a concorrere colla sua vasta mole a loro distruzione e morte. Sollevossi quella mortifera e devastante inondazione, frutto del marimoto di cui abbiamo, favellato e che ai Scillitani diede tanto spavento ed arrecò gli ultimi danni. Lo smisurato e furiosissimo fiotto con incredibile violenza entrò a turbare il tranquillo letto del porto, superò la panchetta, traboccò fra di essa ed i grandi edifizii del teatro marittimo, e tutto quello spazio allagando, di arena e di marino fango il coverse. Aprissi in tale modo ed in que' funesti momenti una scena di mostruosa e multiforme rivoluzione di natura, e si trovò chiuso ogni passo alla fuga ed allo scampo.

Troppo lunga e noiosa narrazione sarebbe il numerare tutti i luoghi o nabissati o infranti. Basterà il dire che i tempii più ragguardevoli furono o sconquassati o altamente lesi o lievemente percossi. Oltre la ruina de' begli edifizii del teatro marittimo, moltissimi casamenti nobili, graziose stanze di magnati, abbellite da tutte le arti più industri, furono o posti a soqquadro intieramente o gravemente maltrattati. Le fabbriche delle opere pubbliche non incontrarono sorte migliore. Una parte del grande spedale fu ridotta in pessimo stato. Il palazzo reale rotto e diroccato in più parti, il seminario una congerie informe di sassi, la parte maggiore del convitto di educazione un ammasso di ruine, l'archivio della regia udienza sepolto sotto i rottami, la porta dell'Assunzione quasi disfatta, il palazzo senatorio screpolato tutto ed in parte diroccato, e di quasi tutte le case, che più o meno offese restarono, tetti di peso divelti da' loro appoggi e sbalzati in aria, poi caduti a sfasciarsi e stritolarsi del tutto in terra; il convento de' teresiani, uno de' più danneggiati. La cupola della chiesa del Purgatorio arrandellata di piombo sui tetti d'una casa vicina. Mirabile fu il vedere il campanile del duomo tagliato, per così dire, per filo d'altezza, e una metà rimasta in piè, l'altra diroccata a terra, come se spaccato dalla cima alla base da una potente scure stato fosse.

Tra mezzo a così rovinoso tumulto e scroscio poco più di settecento persone in così popolosa città perirono; imperocchè, ai primi insulti del terremoto, i cittadini fuggirono precipitosamente e al disteso sui campi liberi alla campagna, dove, alzato avendo tende e baracche, attendevano a dimorarvi sino a tanto che quell'insolito furore si fosse estinto. Così l'immagine della vita s'era trasportata fuori; morte, silenzio e solitudine regnavano in Messina. L'uomo sentiva raccapriccio ed orrore per le desolate contrade della vasta città trascorrendo, dove nè anima vivente vedeva che movesse, nè suono sorgere che le orecchie gli percuotesse, udiva, se non quello d'alcune porte o finestre ancora attaccate ai muri e dal vento sbattute come in abbandonato e deserto edifizio. Avresti detto una città percossa e devastata dalla peste.