Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 19
Ovunque egli passava, concorrevano i popoli divoti per venerarlo; i principi dal canto loro gli rendevano i dovuti onori. Alta cagione il moveva. Chi maggiore pietà che congnizione delle storie aveva, augurava lieto fine dell'insolita andata. Ma chi più dentro sentiva nelle umane cose, queste consolatorie speranze non accettava, credendo che il papa nulla potrebbe appuntare coll'imperadore. Costoro ragionavano che Giuseppe, non per capriccio, ma molto pensatamente e di proposito deliberato venuto era alle sue deliberazioni, e che per ciò da esse per nissuna dimostrazione romana si dipartirebbe.
Pio fu accolto a Vienna con ogni maggiore segno di riverenza. Se gli diede stanza nel palazzo imperiale, spesse volte l'imperatore il visitava, i popoli se gli presentavano riverentemente avanti per onorarlo, i soldati stessi, così comandando il principe, al sommo sacerdote con le loro militari maniere s'inclinavano. Onde si vedeva che la maestà religiosa vinceva la forza. Se in chiesa con la sua pontificale pompa ufficiava, pieni erano i sacri luoghi di fedeli che dal pontefice romano le spirituali grazie attendevano. Se dalla imperial magione si affacciava, o andava per le vie della sovrana città, ognuno alla venerabile sua persona o nel segreto suo pensiero od anche colle aperte voci applaudiva. Nella più intima parte della Germania trionfava Pio per l'aspetto della persona, per la riverenza della religione, per portare in fronte quel nome di Roma, già prima sede del mondo per l'armi, ora prima sede della cristianità per la religione.
Quanto più l'imperadore stava fermo nel non volere cambiar proposito e nel ricusare i desiderii del papa, tanto più si mostrava fervente nella religione. Pio stesso con gravissime parole in un concistoro pubblico tenuto nel palazzo imperiale a dì 19 di aprile il lodò; con somma contentezza, disse, avere veduto da vicino l'imperiale maestà, con somma contentezza avere abbracciato l'imperatore stesso, quell'imperadore ch'egli cotanto stimava, cortese e facile averlo sempre trovato ogni volta che pel debito del suo pastorale ufficio di alcuna cosa il richiedeva; essere stato da lui nell'augusto suo domicilio accolto, con ogni maniera di generoso servimento trattato; maraviglia e consolazione avere sentito nel vedere la sua somma divozione verso Dio, l'altezza del suo spirito, l'attenzione indefessa ai negozii del principato; ciò consolare la sua paterna affezione, ciò ricompensarlo della fatica presa per così lungo viaggio; consolarsi ancora e dolce compenso trovare nel vedere quella magnifica città, nel vedere i popoli concorsi, mentre ancora per via veniva, per onorarlo, onde bene argomentato aveva che ancora intatte ed incorrotte erano la pietà e la religione; non essere pertanto per cessare mai di lodare un così religioso imperadore, non mai cessare di ricordarlo nelle preci sue, non mai cessare d'implorare dal grande Iddio (che chi da lui non si scosta, sempre sostenta e regge), acciocchè ed imperadore e popoli nel santo proposito in cui erano, aiutasse sempre e confermasse.
Pio aveva vinto colla presenza e colla dignità i popoli, ma non potè vincere l'imperadore. Nè le sue lodi, nè le istanze ebbero valeggio di svolgere l'austriaco principe dal suo proponimento, e il pontefice fu pur troppo chiaro della di lui mente volta a continuare nelle riforme.
Crescendo le molestie della santa Sede, manifestavansi per ogni dove acerbi segni. La Toscana, Milano, l'alta Germania insorgevano; che anzi Giuseppe avendo in questo tempo appunto messo la mano sui beni ecclesiastici, così dei regolari come dei secolari, e lamentandosene il pontefice, l'imperadore rispose risentitamente, che sapeva ben egli ciò che si faceva, e che una divina voce in sè medesimo sentiva, la quale i suoi imperiali decreti gl'inspirava e dettava.
Un mese erasi Pio soffermato a Vienna, donde partendo e prendendo via per Augusta, Innspruck, Bressanone, Bolzano e Roveredo, giunse ai confini del veneto dominio, dove, incontrato dai deputati della repubblica, l'accompagnarono in Verona al convento dei domenicani di Santa Anastasia, in cui albergò. Veduta l'arena, veduti gli altri veronesi monumenti, avviavasi per Vicenza e per Padova a Venezia, accolto sopra un ricco bucentoro, accompagnato dal patriarca e da' prelati, incontrato dal doge e dalla signoria, da per tutto onorato, da per tutto festeggiato, e padre comune salutato. Nel convento dei domenicani, superbamente addobbato a spese del pubblico, prese la stanza; pontificò nell'aggiacente chiesa de' Santi Giovanni e Paolo, all'immenso devoto popolo accorso da superba tribuna la papale benedizione impartì. Da questa magnifica Venezia partitosi, giungeva il dì 13 del mese di giugno nella sua Roma.
Paolo, figliuolo di Caterina II imperadrice di Russia, dall'augusta madre mandato, in compagnia della granduchessa sua consorte, a restituire a Giuseppe II la visita che questi fatta le aveva nella sua residenza di Pietroburgo, da Vienna passò a vedere l'Italia, sotto il nome di conti del Nord, che aveano gl'imperiali coniugi per questo viaggio assunto. Gli accolsero Roma e Napoli, Firenze, Modena e Milano, e la nostra Venezia gli accolse in isplendida e regia ospitalità, nel che non solea restare a niun altro potentato seconda. Magnifiche feste in teatro, caccia di tori al chiaror delle faci nella gran piazza di San Marco, e lo spettacolo singolare di queste adriache spiaggie, la regata, con altri non meno brillanti che graditi trattenimenti segnalarono i dieci giorni che gli ospiti illustri qui fermarono il piede.
Ma mentre i principi veniano in Napoli accolti e festeggiati, la città di Ortona, parte di quel regno, situata in riva al mare Adriatico, nell'Abbruzzo Citeriore, si subissò. Posta sopra un monte assai alpestre, formando una specie di penisola, in un terreno di tufo più volte già smotato, venne a scoscendersi una parte del poggio, sì che un buon terzo della città piombò tutto in un tratto in mare, nel rovinio ammazzando più di due mila persone. Nel dì 25 di febbraio, un'ora prima di sera, quasi in tutta l'estensione della città, incominciò a distaccarsi dalle fabbriche la terra; alle tre della notte tutto ciò che prima era colle apparve una voragine spaventevole. Il terreno coperto dalla neve a quei giorni caduta precipitò velocissimo in mare. Nessun riparo fermar poteva gli ulteriori danni. Gli abitanti, rimasti attoniti a tanto inaspettato disastro, si diedero tutti alla fuga.
In quest'anno l'imperadore Giuseppe II abolì in tutti i suoi Stati, quelli di Italia compresi, la pena di morte. Contemporaneamente in Toscana abolivasi l'inquisizione.
Due figli di Apollo in quest'anno morte rapiva all'Italia; Metastasio e Farinelli; famoso poeta quello, questo cantore famoso.
Anno di CRISTO MDCCLXXXIII. Indiz. I.
PIO VI papa 9. GIUSEPPE II imperadore 19.
Nissuna regione del mondo fu mai tanto tormentata quanto l'estrema parte d'Italia, che ora il regno delle Due Sicilie comprende. Gli uomini in ogni tempo l'afflissero, ora con guerre intestine, ed ora con guerre esterne, e spesso ancora con mutazioni di stirpi regie, a cui pareva che quel bel paese non fosse cosa da lasciarsi ad altri. La natura poi lo straziò ora con incendii spaventevoli di monti, ed ora con terremoti più spaventevoli ancora.
Sonvi sul globo terracqueo alcuni luoghi, dove da tempi antichissimi la natura è già sfogata, che è quanto dire, che le forze sue, superati tutti gli ostacoli, hanno indotto quello Stato che a loro più consentaneo è: questi luoghi, quanto ai fenomeni naturali, godono di maggiore tranquillità. In altri paesi poi la natura, per così dire, sforzantesi e rabbiosa ancora si travaglia, e tra mezzo a perturbazioni ed a ruine tende a sormontare quanto le si oppone per arrivare al suo stato di quiete.
Ora l'estrema parte d'Italia che al mezzodì si volge è una di quelle che non hanno ancora ottenuta quella quiete, e la van cercando. Quindi è che nelle sue viscere interne regna tuttavia una gran discordia, che fuori a noi si scopre con fiamme spaventose, con eruttamenti maravigliosi, con macigni liquefatti, con terremoti, con marimoti, con aeremoti, che danno a temere che sia venuta la fine dell'esistenza, non che del riposo, e pure altro non sono che avviamento alla quiete. La natura non conosce tempo; per lei nè anni nè secoli vi sono, e di noi si ride, a cui incresce il morire. Noi non vedremo la quiete della Magna Grecia nè delle siciliane sponde, ma tempo verrà ch'esse l'avranno, e la stessa condizione acquisteranno, che già nelle più parti di questo nostro globo si osserva. Non so però perchè così tardi ella vi sia per arrivare, scrive un famoso storico che trascriviamo, e perchè contrada così magnifica e così bella, forse la più magnifica e la più bella di tutte, e perchè uomini così sensitivi e così immaginosi abbiano a soffrire un così luogo travaglio. Se castigo di Dio è, non vedo ch'essi abbiano peccato più degli altri; se necessità di fortuna, bisognerà confessare, che siccome sempre cieca ella è, così ella è sovente ingiusta.
Racconterò, seguita il lodato storico, cose stupende, e tali, che dubito che da nessuna penna degnamente raccontare non si possano; una provincia intera sconvolta, molte migliaia d'uomini in un sol momento estinti, i sopravviventi più infelici dei morti; la terra, il cielo, il mare sdegnati; ciò che la natura ha fatto di più sodo, in ruina; ciò che per la sua sottigliezza toccare non si può tanto impeto acquistare, che, le toccabili cose furiosamente urtando, rovesciò; ciò che mobile e grave è, fuori del consueto nido sboccando, guastare ed abbattere quanto per resistere a più leggeri elemento solamente stato era construtto; i fati d'Ercolano, i fati di Pompei, e forse peggiori perchè più subiti, a molte città apprestarsi, non soffocate ed oppresse, ma stritolate e peste; una faccia di terre le più amene e ridenti del mondo cambiata subitamente in ultima squallidezza ed orrore; orribili fetori di cadaveri putrefatti non riscattabili fra l'immense ruine, orribili effluvii di acque stagnanti nel loro corso d'accidenti straordinarii interrotte, orribili malattie da spaventi, da stenti, da moltiplici infezioni prodotte, abissi aperti, città subbissate od inabissate, monti scoscesi, valli colmate, fiumi e fonti scomparsi, nuovi comparsi, polle di mota da aperte voragini scaturienti; un istinto d'animali bruti il futuro male preveggenti, una sicurezza d'uomini, cui la ragione è meno provvida dell'istinto; un salvar di fanciulli con morte delle madri, un preservar di padroni per fedeltà di servi, un aiutar d'infelici per bontà di governo, per umanità di signori, per carità di preti; vittime per casi strani o quasi non credibili dall'ultimo eccidio scampate; una cieca fortuna, un impeto ineluttabile, un grido di morte uscito dalla terra per sotto, dal cielo per sopra, dal mare per lato, spaziare dappertutto, ed ogni cosa rompere, ogni cosa spaventare, ogni cosa in ruina ed in isconquasso precipitare; gl'incendii uniti alle ruine, e le fiamme consumare ciò che al furore degli altri elementi era avanzato. — A ciò tutte le superstizioni più stravaganti che caggiono in menti smosse, tutte le furberie di chi delle sciocche superstizioni e dei solenni terrori si pasce ed in suo pro gli converte; a ciò ancora pentimenti fugaci di uomini malvagi, rapine contro miseri, insulti contro benefattori, abbandoni di chi soccorso chiedeva e pietà; il mondo morale, come il mondo fisico in disordine; ciò che doveva intenerire i cuori, e farli dell'umana miseria conoscenti, vieppiù indurarli ed aspri ed inesorabili farli; gente scelleratissima con opere nefande dimostrare che la cupidigia del rubare e l'infame sfogamento della libidine sopravanzavano, e soffocavano la compassione e lo spavento. Maravigliosa terra di Napoli che sempre dimostrasti essere in te estremo il bene, estremo il male, nè dal consueto stile poterti ritrarre nemmeno la natura orrida e sconvolta: quello dinota eroismo, questo una spaventevole ostinazione.
È impossibile seguire più innanzi nella sua stupenda narrazione del fatto lo storico illustre che a parte a parte lo descrisse; ma verrem da lui traendo ciò che i tratti principali della tremenda catastrofe possa mettere dinanzi alla mente.
Alla state fervidissima dell'anno 1782 era succeduto nelle Calabrie un autunno piovosissimo, nè cessò lo smisurato acquazzone nel susseguente gennaio; che anzi vieppiù per questo conto imperversando il cielo, caddero nell'anzidetto mese pioggie così disoneste e dirotte e precipitose, che la terra calabra, massime quella così detta della Piana, restò altamente danneggiata, non solamente pegli allagamenti dei fiumi, ma ancora per essere stati i terreni viemmaggiormente ammelmati e fatti capaci di dissoluzione. Cotale perturbazione della natura presagiva calamità ancor maggiori, ma niuno si dava a temere che esse fossero per arrivare al totale discioglimento della contrada. Avevano altre volte quei popoli simili pioggie e simili innondazioni vedute, ma, dal guasto dei superficiali terreni e dal danno delle ricolte in fuori, da altri maggiori disastri non restarono afflitti.
Intanto era il nuovo anno giunto al principio di febbraio, mese per fatal destino funesto alla Magna Grecia, e specialmente alla Calabria; perciocchè in esso piombò la fatale ruina sopra i distretti Ercolanense e Pompeiano sotto il consolato di Regolo e di Virginio; in esso fu conturbata, alcuni secoli avanti, la Sicilia e distrutta Catania; in esso nel duodecimo secolo sommosse dai tremuoti non solamente la Sicilia, ma eziandio le Calabrie. Il principio più fatale che la fine, poichè al quarto od al quinto giorno di lui accaddero quegli scroscii della natura.
Correva appunto il quinto giorno di febbraio di quest'anno, ed il giorno era giunto alle diecinove ore italiane, vale a dire, in quella stagione, un poco più oltre del mezzodì. Nell'aria non appariva alcun segno straordinario. Rare e quiete nubi a luogo a luogo il cielo velavano. Nè il Vesuvio nè l'Etna buttavano; Stromboli non più del solito. Sentivasi il freddo, ma non oltre l'usato; il consueto aspetto stava sopra le calabresi cose. Eppure la terra in sè medesima chiudeva un insolito furore. O fossero fuochi, o fossero vapori potentissimi che scarcerare si volessero, quella ordinaria calma dovea fra brevi momenti turbarsi per dar luogo ad un rumore e ad uno scompiglio orrendo. Gli uomini nol presentivano, e senza tema le ore fra i soliti diletti o fra le solite fatiche andavano passando. Ma non gli animali bruti, che inquieti, fastidiosi, spaventati, col correre, col tremare, col gridare, mostravano che alcuna terribil cosa si andava avvicinando, ed aspettavano.
Così un'arcana natura con ispaventosi presentimenti avvertiva del pericolo chi poco o nulla evitare il poteva, mentre di lui conscii non faceva quelli che pel lume della ragione fuggirlo, se non in tutto, almeno in parte saputo avrebbero.
Trascorso era il giorno 5 di febbraio di pochi minuti oltre il mezzodì quando udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si scosse e tremò. In quel momento medesimo cento città, o non furono più, o dalla primiera forma svolte, quasi informi ammassi di spaventevoli ruine giacquero. In quel sempre orribile e sempre lagrimevole e sempre di funesta rimembranza momento, più di trenta mila umane creature rimasero ad un tratto morte e sepolte. Quale passo da tanta quiete a tanto spavento! Quale conversione da tanta allegrezza a tanto pianto! Quale differenza da tante vite a tante morti!
Non fu breve la cagione dell'orrenda catastrofe: perciocchè scossesi e tremò la terra colla medesima veemenza e fremito ai 7 febbraio, ai 26 ed ai 28, e finalmente ai 18 di marzo una violentissima scossa avvertì i Calabresi che i loro spaventi e dolori non erano ancora giunti al fine, e che, per iscampare dalla morte, su quel suolo infido altro rimedio non vi era che quello di fuggire; ed assai lontano fuggire, posciachè l'ira del cielo sopra di loro non era ancora esausta. Il gravissimo urto di marzo scompigliò, ruppe e rovesciò quanto ancora era rimasto intiero ed in piè, se pure ancora alcuna cosa intiera e sulle fondamenta rimasta era. Giunsesi la disperazione al terrore: ad ogni momento credevano quei miserandi popoli che la terra, spaccandosi in abisso, gl'inghiottisse tutti. Quelli di febbraio esercitarono principalmente il loro furore sopra le città più vicine al Faro; l'ultimo su quelle che verso lo strangolamento d'Italia tra i golfi di Sant'Eufemia e di Squillace sono poste.
Le raccontate scosse squassarono con violentissime urtate la terra, ma fra di quelle non vi fu mai quiete perfetta. Di quando in quando alcune scosse minori si sentivano, e fra di loro un perpetuo ondeggiamento, un andare e venire più o meno manifesto della terra, come se ella divenuta fosse fiottosa, e per cui non pochi travagliavano di quel molesto male che affligge ne' viaggi marittimi coloro che non vi sono avvezzi.
Fatale fu questo terremoto non solamente per la violenza delle concussioni, ma ancora, e forse più, per la diversità e moltiplicità de' moti impressi alla terra. Fuvvi il moto subsultorio, cioè dal basso all'alto, come se qualche orrendo fomite battesse o picchiasse o punzecchiasse l'esterna crosta per farsi via da uscir fuora, in quella guisa stessa che un colpo dato con un grosso martello sotto una tavola orizzontale farebbe. Fuvvi il moto di sbalzo, come se una porzione della terra a modo di fionda i soprapposti corpi in alto scagliasse. Fuvvi il moto vertiginoso, come se la terra in sè medesima si rivoltasse ed una vertigine imprimesse a ciò che toccava, moto che fu il più pericoloso di tutti, e che atterrò molti edifizii che retto avevano ad altri moti, e le superficie de' corpi converse, mettendo le superiori sotto, le inferiori sopra. Fuvvi il moto ondulatorio, il più solito ne' terremoti, e per lo più da Oriente verso Occidente andava. Fuvvi finalmente un moto di compressione dell'alto al basso, per cui i terreni si abbassavano, e, come a dire, si insaccavano, e più fortemente compressi si assodavano. Dal disordine de' moti si argomentava che disordinata fosse la cagione, e che guerra vi fosse sotto, come vi era sopra. Non è da tacersi punto che più sonoro era il fragore, che chiamavano _rombo_, spaventevole nunzio di estreme sciagure, e più forti erano le scosse che susseguitavano, onde maggiore danno seguitava un maggiore spavento.
Or chi potrebbe ridire la varietà degli accidenti in tanto sconquasso? Monteleone, nobile ed antica città, che mostra qualche residuo di muri ciclopei, restò altamente offeso dalla percossa, sì che i più suntuosi templi, i più vasti edifizii, come le più umili case, furono rotti e scomposti, ed ancora che i più atterrati non fossero, diventarono nondimeno inabitabili. Maggiore fu la desolazione di Mileto, dove, oltre le case, che tutte patirono infiniti danni, restò da cima a fondo irreparabilmente infranto e inabissato il magnifico tempio della Trinità; tetto, mura, campanile, altari, andarono tutti in un monte di rottami. Tropea fu percossa dal terremoto, ma in grado minore. Meno ancora restò offeso il poco lontano villaggio di Parghelia, villaggio singolare non per grandezza nè per ricchezza di edifizii, ma per industria dei terrazzani, troppo diversa dalla rilassatezza che in non poche parti della Calabria regnava. Soriano, andato esente dal terremoto del 5 febbraio, restò desolato da quello del 7; nè vi rimase orma degli edifizii di terra pigiata, che nel paese chiamano terraloto, e da cui la massima parte della città si formava. Lieta, anzi lietissima era la strada da Soriano a Jerocarne, siccome quella che ombreggiata era e vagamente sparsa di ulivi, di castagni, di quercie e di viti, ed ora divenne un miscuglio commisto di ruine. Tanto sovvertimento patirono i terreni! Si screpolarono, aprironvisi di profonde fessure. Ma le fessure immobili non erano; ora si serravano impetuosamente, combaciandosi di nuovo gli orli, ora si riaprivano, disgiungendosi quelli novellamente. Le fenditure, e così in questo luogo come in ogni altro, pigliavano diverse forme, ma le più in cotale modo s'informavano, che parecchie da un solo centro aperto anch'esso partendo, a guisa di raggi se ne allontanavano. Talvolta usciva da queste spaccature una fanghiglia cretacea spremuta a forza, come pare, dai più interni ripostigli della terra. E di questa fanghiglia altri ed altri eziandio erano i modi. Dalle grandi e vaste spaccature usciva copiosissima, e le vicine campagne allagava. Ne restavano intrisi i rottami, intrise le ruine, intrisi gli alberi e i sassi. Sovente accadea che non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche circolari; che sul terreno cavo si formavano; e dal centro delle medesime, piuttosto che da altre parti, scaturiva.
Tale fu la natura degli accidenti di questo terremoto, che piuttosto acqua o creta nell'acqua disciolta sorsero dalle profonde viscere del travagliato globo che fuoco od altre sostanze che la presenza dall'igneo elemento manifestare sogliono; cosa che riuscì contraria alla opinione di molti che credono da fuochi sotterranei ingenerarsi i terremoti.
Successe poco lungi da Soriano nei terreni del fra Ramondo, del Covolo e del fiume Caridi una gran rovina ed una inondazione di fango: giardini, due case rurali, un oliveto, due monticelli sdrucciolarono, il Caridi scomparve, si aprirono voragini, sgorgò acqua in copia, giacquero gli alberi in varie guise fra quell'incomposta congerie, sfortunatamente sepolte dall'orrendo scoscendimento alcune umane creature. Alcuni giorni appresso ricomparve il Caridi, ma in altro letto, nè puro o limpido come prima, ma limaccioso e torbido.
Il più atroce tormento di chi restava sepolto vivo, ed in molti uomini e donne ciò si osservò, sempre fu la sete. Usciti dal carcere rovinoso non altro domandavano, non altro agognavano che bere, e sull'acqua per dissetarsene cupidissimamente si gettavano. Tant'era il rovello che li tormentava, che, perchè dall'improvviso e troppo copioso uso della bevanda non ricevessero mortale danno, uopo era ministrarla loro con regola e misura.
Tra le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città che raccontare non possiamo, però che il tempo e lo spazio ne sospingono, non possiamo tacere di Polistena, vaga città sulle sponde del Jerocarne, che non fu più, demolita di maniera, che i tetti rimasero innabissati e le fondamenta cacciate fuora dal loro sotterraneo cavo: tutta sotto sopra fu messa, nè mai più informe ammassamento di rottami si presentò agli occhi degli uomini spaventati che quello della distrutta Polistena. «Quando da sopra una eminenza, scrive il Dolomieu nella versione del Botta, io vidi le ruine di Polistena, quando io contemplai i mucchi di pietre che non hanno più alcuna forma, nè posson dare più idea di ciò che era quel luogo, quando io vidi che nissuna casa era sfuggita dalla distruzione, e che tutto era stato livellato al suolo, io pruovai un sentimento di terrore, di pietà, di raccapriccio, e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese.» Le case precipitarono nel fiume, i grossi muri del convento dei domenicani si sfasciarono ed in grandi massi rovinarono. Dalla parte de' cappuccini si avvallò il terreno, in varii luoghi largamente si sfesse, tutto il paese all'intorno sino a piè del monte tre miglia distante si screpolò. Un momento solo del 5 febbraio precipitò e soffocò negli abissi più di due mila Polistenesi, fra sei mila che erano. I sopravviventi, erranti e miseri, non solo case più non avevano, ma nemmeno fra quella informe ruina le riconoscevano: a stento il luogo dell'antica e distrutta sede accertavano.