Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 18

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Sorgevano poi gravi inconvenienti nei conventi delle monache, conciossiachè, introdottavisi la corruttela dei costumi, non vi era disordine che non vi si commettesse. Il lezzo di dentro rendeva odore fuori, i buoni si scandalizzavano, gli inclinati al male si corrompevano. Maligni esempi uscivano da quei luoghi, che santi dovrebbero essere e santi stimarsi. I vescovi non avevano autorità di porvi rimedio. Da Roma venivano ripari lenti e si mandavano le cose in lungo, domandandosi processi, informazioni, interrogatorii sopra ciò che ognuno pur troppo per vero conosceva. Accusava esagerazioni da parte di chi si lamentava, e supponeva mala volontà e calunnie. La curia poi portava, specialmente ai tempi di Rezzonico, e poi morto Ganganelli, mal animo a chi reggeva la Toscana per le riformazioni che vi erano state fatte in certi ordini toccanti la disciplina ecclesiastica. Le cose andavano di male in peggio, sicchè giunsero ad un estremo tale che la pazienza e l'ulteriore sopportazione in chi governava sarebbero state colpa: anzi erano in tale disposizione che si dubitava che non fossero più atte a ricevere alcuna medicina.

Erano in Pistoia due conventi di monache domenicane retti dai religiosi del medesimo ordine; quelli di Santa Caterina e di Santa Lucia. Tristo nome avevano già da qualche tempo; il popolo ragionava di certe brutture che vi si commettevano: incerte voci erano, ma che pure, per la perseveranza, indicavano esservi alcuna radice di verità. Lo dice Scipione Ricci vescovo di Pistoia, nei suoi scritti.

Pervennero a notizia di Leopoldo, il quale ordinò all'Alamanni, vescovo in quei giorni, di Pistoia, che si recasse subito in mano la direzione spirituale di tutti i conventi delle domenicane di quella città. Nel tempo stesso proibì, sotto pena di carcere, ai domenicani di entrarvi. Ma le donne non vollero obbedire. Incominciarono a dire che non volevano riconoscere nè il vescovo per loro superiore, nè i confessori. Poi, levando sempre più il viso, allegavano che papa Pio V il santo aveva pronunciato la scomunica contro chi fra i claustrali ad altro superiore obbedisse che a quello dato per autorità della santa Sede. Tanta era la loro contumacia, che quelle, le quali in articolo di morte si trovavano, amavano meglio morire senza confessione che confessarsi al confessore mandato dal vescovo.

Se ne scrisse a Pio VI pontefice: rispose essere calunnie, e che non voleva approvare la violazione delle legislazioni dei due conventi. Si lamentò anzi che quello fosse un addentellato di Leopoldo per usurpare in altri conventi e generalmente in tutti l'autorità della santa Sede.

Allora il granduca scrisse lettere circolari ai vescovi della Toscana, ordinando che ciascuno di loro e tutti con unanime consentimento addomandassero al papa, che i conventi, nissuno eccettuato, dalla direzione dei frati si sottraessero ed alla dipendenza spirituale degli ordinarii si sottomettessero. I prelati condiscesero ai desiderii di Leopoldo; le episcopali domande arrivarono al Vaticano; Leopoldo stesso mandò le sue istanze, e Pio pregò che quella deliberazione abbracciasse dalla quale sola si poteva sperare la riforma degli abusi ed il ritiramento delle cose religiose verso il loro principio e verso la buona ed esemplare disciplina.

Il pontefice, per quel sospetto che aveva che ci covasse sotto e calunnia e disegni a pregiudizio della santa Sede, udì poco favorevolmente le petizioni di Toscana. Rispose a ciascun vescovo attendessero pure a mandargli i processi e le informazioni, poi vedrebbe ciò che convenisse farsi. Ma siccome il granduca insisteva con pressa, così il papa trovò il mezzo termine di dare facoltà ad alcuni vescovi toscani di governare, come delegati apostolici, col freno spirituale i conventi che in deformi consuetudini fossero trascorsi, e che i frati avessero o turbato o corrotto. Quanto alle religiose sregolate di Santa Caterina di Pistoia, Ippoliti, che in quei dì sedeva vescovo di quella città, le fece trasferire nel convento di San Clemente di Prato, che pure al governo dei domenicani soggiaceva. Quelle di Santa Lucia, prive del fomento delle consorti di Santa Caterina, si assoggettarono, e diventarono, se non migliori, almeno più caute.

In quest'anno il Ricci successe all'Ippoliti nel governo della diocesi di Pistoia, di cui la città di Prato era membro. Colla medicina di Pistoia credevasi di aver rimediato a tutte le piaghe, e che l'intero ovile fosse a sanità ricondotto. Ma vana fu l'aspettazione, posciachè in Prato maggiore contaminazione si scoperse. Due monache di Santa Caterina di questa città, una nobile pratese di anni cinquanta, l'altra di altra nobile famiglia pur di Prato, di anni trentotto, viveano già da molti anni immerse ne' più gravi disordini.

Gli empi dogmi e le perverse consuetudini non avevano però tanto potuto celarsi, non già dalle ree femmine, che non se ne infingevano, ma dai superiori ecclesiastici che desideravano sopire senza scandalo una cosa cotanto detestabile, che fuora le lingue non ne favellassero, e quel luogo che santo ed intemerato doveva essere, empio e sacrilego non chiamassero. Il vescovo Ricci ed il granduca Leopoldo, ai quali queste cose infinitamente dispiacevano, avevano preso risoluzione, correndo gli anni 1778, 1779 e 1780, di osservar bene quegli andamenti, e di accertarsi anche per processi informativi, affinchè, mandate a Roma le informazioni, la congregazione dei cardinali sopra i regolari ed il pontefice stesso non potessero aver cagione di sopportare e non provvedere.

Intanto, per allontanare da Santa Caterina ogni occasione di corruttela e di scandalo, le due monache, per ordine sovrano, furono trasferite a Firenze, per esservi chiuse nel conservatorio di San Bonifacio, dove occupate in opere manuali avessero altro che pensare. Tuttavia non vi diventarono migliori; però dagli ordini del conservatorio era impedito ch'elleno con le parole e con l'esempio le innocenti creature che colà entro convivendo contaminassero.

In questo mentre si andava fra i consiglieri del papa considerando ciò che fosse a farsi per ravviare le cose di Toscana. Trattavasi se convenisse, inchinandosi alle domande di Leopoldo e di Ricci, dare al vescovo ogni necessaria facoltà, perchè potesse ritornare all'ordine, alla purità ed alla pace Santa Caterina con tutti gli altri monasteri di domenicane che nella sua diocesi si trovavano. Roma aveva gravi risentimenti contro il granduca e il suo vescovo prediletto, a cagione delle riforme che già avevano fatte e quelle che annunziavano di voler fare. Specialmente poi acerbo animo portavano a Ricci per avere pubblicato un monitorio contro la divozione del cuore di Gesù. In questo mezzo il cardinal Palavicino, segretario di Stato di papa Pio, cagionevole di salute essendo, si era condotto a cambiar aria, lasciando il carico delle faccende al cardinale Rezzonico.

Quest'ultimo cardinale, più simile allo zio, che fu papa, che prudente ad accomodarsi ai tempi che correvano, benaffetto ai gesuiti, ostava al Ricci. Pio VI, che pur i gesuiti, autori della divozione del cuore di Gesù, non amava, e che quanto Ricci quella divozione dannava, siccome d'animo alto e risentito era, e gelosissimo dell'autorità e dignità della Sede pontificia, si dimostrava anche alieno così dal vescovo di Pistoia, come dal granduca, anzi da tutta la casa austriaca, da cui allora riconosceva la diminuzione delle romane prerogative.

I domenicani, grandemente avversi in altri tempi ai gesuiti, nella congiuntura presente ai medesimi si unirono, perchè vedevano che una cattiva nominanza si solleverebbe contro il loro ordine, se il papa con un solenne atto facesse vedere al mondo che le colpe d'alcune domenicane e di alcuni dei domenicani erano conformi alla verità. Tra gesuiti e domenicani fecero un così forte agitare alla corte, che il papa, non che consentisse a dare le facoltà domandate al vescovo di Pistoia, gli scrisse lettere acerbissime, tassandolo d'imprudenza per aver sollevato questi romori in tempi tanto calamitosi per la Chiesa. In quanto poi alle due religiose, prescrisse che fossero innanzi al tribunale dell'inquisizione tradotte, per essere da lui, secondo che meritavano, castigate.

Il granduca, a cui stava a cuore l'onor del vescovo pistoiese ed il suo, e che non voleva che la potestà secolare fosse dichiarata incompetente per provvedere ai disordini che succedevano nei conventi, e di cui la fama, uscendo fuori, scandalizzava i popoli, scrisse in termini molto risentiti a Roma, facendo intendere che non mai avrebbe consentito che le due monache fossero date in potestà del santo uffizio. Minacciò poi apertamente che se il governo pontificio si fosse ancora peritato al sommettere i conventi delle monache di Toscana all'autorità spirituale dei loro ordinarii, avrebbe provveduto egli di propria autorità alle corruttele che vi erano pullulate.

Ad un tratto così risoluto il papa, rispondendo al granduca, gli fece sapere che delle due monache deliberasse pure ciò che più conveniente stimasse. Nello stesso tempo conferì ai vescovi del granducato, e particolarmente a quel di Pistoia, le facoltà che gli erano state domandate. Che anzi il pontefice, il quale le buone cose amava, quando gli adulatori nol tentavano in proposito della grandezza e della dignità della Sede pontificia, scrisse lettere di amara riprensione al generale dei domenicani, per non avergli fatto conoscere la verità sugli accidenti scandalosi di Prato.

In quest'anno Modena abolì nelle procedure criminali la tortura.

Anno di CRISTO MDCCLXXXI. Indiz. XIV.

PIO VI papa 7. GIUSEPPE II imperadore 17.

Giuseppe II, erede di tutti gli Stati della casa d'Austria per la morte della madre, come per quella del padre, era, quindici anni prima, salito sul soglio imperiale, dalla natura dotato d'un capitale straordinarissimo di penetrazione, e ricco di molte e molte cognizioni ne' diuturni suoi viaggi acquistate, tutti i suoi pensieri, tutte le cure al bene ed alla prosperità dei sudditi rivolse. Nuove forme ai giudizii, con nuovo codice civile e criminale; generosa protezione alle scienze ed alle lettere; nuove manifatture e nuove arti introdotte; aperti nuovi canali al commercio, ed ingrandite e ristaurate a comodo dei viandanti le pubbliche vie; sistemata infine ed ordinata ne' suoi stati la pubblica economia.

Ardeva però l'imperadore di vivissimo desiderio d'incarnare prontamente coll'esecuzione quelle vaste idee di riforme ecclesiastiche che da gran tempo aveva concette e gustate. Già da più di venti anni, in tutti i governi, e principalmente in quelli d'Italia, lo spirito di riforma in questa parte di esterior disciplina erasi con non poca solennità manifestato. Venezia, Genova, Parma, Modena e Napoli aveano posta la falce nel campo. Ora, scorsi appena diciotto giorni da che mancata era l'imperadrice Maria Teresa, pubblicò Giuseppe la prima sua provvisione intorno alle persone che si davano allo stato claustrale. Essergli, diceva, noto per esperienza che quelli che abbracciano la vita religiosa, dispongono sovente de' loro beni a favore delle case e comunità in cui entrano; or comandare lui che nissun novizio o religioso che testare o stipulare qualunque atto di ultima volontà prima della professione dei voti volesse, non potesse, sotto qualunque pretesto, disporre di più di mille ducento fiorini in favore di dette case e comunità.

Tre mesi dopo questo, diede fuori l'editto che concerneva a tutti gli ordini frateschi: che tutte le case religiose negli Stati austriaci sussistenti dovessero, comandava, rinunziare totalmente e per sempre ad ogni unione, dipendenza o connessione con altre cose religiose estere o con esteri superiori; al contrario, tutti i regolari austriaci essere governati e diretti dai provinciali rispettivi, sotto l'ispezione ed autorità de' vescovi, dovessero: le medesime disposizioni altresì alle comunità delle femmine si estendessero, e sotto pena della deposizione, avessero le superiore per l'avvenire a dipendere soltanto ed esclusivamente dal clero degli Stati dell'imperadore, tanto in affari ecclesiastici come nelle temporali bisogna.

Immediatamente a questo editto ne seguitò un altro, col quale ordinavasi che quanti religiosi di qualunque sesso chiedessero di essere dispensati da' fatti voti, ai rispettivi ordinarii, per riportarne la bramata dispensa, le istanze loro rivolgessero: vietati, in pari tempo, tutti i voti tanto temporanei come condizionati, se fatti prima dell'età permessa per la vestizione, cioè ventun anni per le donne, venticinque pegli uomini.

Intimato a tutti gli eremiti di deporre il lor abito romitico, venne Giuseppe contemporaneamente in sull'abolire diversi monasteri d'ambi i sessi. Tutte le case religiose, tutti i monasteri ed ospizii sotto qualsivoglia nome di certosini e camaldolesi, come pure di monache carmelitane, francescane, cappuccine o di Santa Chiara, rimasero soppressi ed aboliti generalmente in tutta l'estensione degli Stati austriaci. Allora fu che non poche monache, o non persuase di passare in altri istituti dal sovrano approvati, o di trasferirsi fuori degli Stati austriaci, fecero ritorno, in Italia, nelle paterne case.

Avendo esso principe giudicato necessario che le bolle, i brevi, i decreti emanati da Roma, per l'influenza che avevano sugli affari dello Stato, prima della pubblicazione, a lui ogni volta e senza eccezione nissuna fossero presentati per ottenere il beneplacito, pratica già in uso in moltissimi altri Stati cattolici, prescrisse a tutti i vescovi ed arcivescovi de' suoi Stati che tutti gli ordini pontificii sì in forma di breve, decreto, costituzione, o in forma altra qualunque si fosse, indirizzati al popolo, a comunità tanto ecclesiastiche che secolari, oppure a private persone, relativi a collazioni di benefizii, pensioni, onori, potestà, diritti, od anche in materie dogmatiche o di disciplina, dovessero, avanti la pubblicazione, presentati essere alla reggenza civile d'ogni provincia con una copia autentica stesa da pubblico notaio del paese, ed accompagnata da suppliche, affine di essere poi della sovrana approvazione muniti.

Convinto Giuseppe II, come egli si esprimeva, de' perniciosi effetti della violenza alle coscienze fatta, e de' vantaggi essenziali che una vera tolleranza cristiana procura alla religione ed allo Stato, credette bene di determinare, riguardo a questo punto, alcune regole. Fosse permesso l'esercizio privato della loro religione a tutti i sudditi protestanti, sia della confessione elvetica, sia di quella di Augusta, in qualunque luogo degl'imperiali Stati. Sapessero eglino che, nelle elezioni e collazioni di cariche civili, il principe riguardo alcuno non avrebbe alla differenza della religione, ma unicamente, come s'era sin allora fatto senza sinistro effetto nel militare, la probità; la capacità, la buona condotta degli aspiranti valuterebbe. Ne' matrimonii contratti tra persone di religione diversa, se il marito cattolico fosse e la moglie protestante, i figli e maschi e femmine la religione del padre seguissero; se il marito protestante e la moglie cattolica fosse, i figli maschi seguissero la religione del padre, le femmine quella della madre. Purchè osservasse le leggi municipali e le sovrane ordinazioni, e la quiete pubblica non disturbasse, nissuno, Giuseppe comandava, fosse mai assoggettato per motivo di religione a pene pecuniarie o corporali qualunque; prescritto a tutti i magistrati e giudici di ricordare a' cattolici la carità e l'amor fraterno, di astenersi dalle parole ingiuriose, dalle offese, da' pungenti rimproveri contro coloro che la ventura non ebbero di nascere in grembo della cattolica Chiesa.

Aveva già l'imperatore con altro editto annunziato a' suoi sudditi che, trovandosi eglino nel caso di dover chiedere per oggetto di matrimonio una dispensa sopra uno od altro impedimento canonico, non a Roma domandar la dovessero, ma bensì al rispettivo arcivescovo, da cui, mediante il pagamento di modica tassa di cancelleria, concessa sarebbe; ingiunto ai parochi, tanto delle campagne come delle città, di non congiungere in matrimonio coppia veruna di sposi, se dispensa altra qualunque fuor di quella del rispettivo ordinario gli presentasse. Qualche tempo dopo, oltre alcune condizioni prescritte ai vescovi intorno alle dette dispense, ordinò, che chi bisogno ne avesse, prima di cercarle ai vescovi, la permissione dal sovrano impetrarne dovesse.

Contenendo il pontificale romano un giuramento che i vescovi, all'atto della loro consacrazione, al papa fanno, l'imperatore emanò un suo decreto, con cui intendeva di non ricusare il placito alle bolle spedite da Roma agli arcivescovi e vescovi nuovamente eletti, ma vi aggiungeva la condizione espressa che nè il prelato consacratore nè il prelato consacrato non venissero autorizzati nè a ricevere nè a prestare il detto giuramento se non nel senso dell'ubbidienza cattolica, e non altrimenti. Ordinò quindi che i nuovi eletti, prima di essere consacrati e prima di quel giuramento ordinario al papa immediatamente dopo la nomina od elezione altro prestarne dovessero tutto speciale di fedeltà all'imperadore, in presenza del governatore e de' due più anziani assessori del luogo; giuramento che, sottoscritto dal nuovo o vescovo o arcivescovo, dai tre testimoni suddetti, e spedito originalmente al sovrano, conteneva una promessa assoluta dell'eletto di comportarsi verso l'imperadore, suo solo legittimo sovrano, principe e signore, da fedel suddito e vassallo, non facendo e non permettendo scientemente che fatta fosse direttamente o indirettamente cosa alcuna che pregiudiciale essere potesse e contraria alla persona di Sua Maestà, alla sua augusta casa, allo Stato o ai diritti della sovranità; con inoltre la promessa di ubbidire senza tergiversazione a tutti i decreti, leggi ed ordini dell'imperadore, di fargli osservare da' suoi inferiori col dovuto rispetto, e di cercare e procurare in ogni occasione la gloria ed il vantaggio del sovrano e de' suoi Stati. Alcuni vescovi eletti e non consecrati, questo decreto come ad essi ingiurioso e tendente a renderne sospetta la fede riguardando, supplicarono all'imperadore di dispensarli dal nuovo giuramento di fedeltà ad essi prescritto, proferendo in quella vece di più non prestare al papa nè l'antico nel pontificale riportato e nelle bolle inserito, nè verun altro; e lo imperadore volentieri la proposizione accettò.

Ed altre leggi ed altre provvidenze il saggio principe impartì nelle materie ecclesiastiche, le quali non si poteva che nella novità non cagionassero scrupoli e dubbiezze; il perchè non giorno forse passava che al trono alcuno non si presentasse a chiedere spiegazioni.

Ma nel corso di tali riforme e novazioni un avvenimento di natura diversa disgustò l'imperadore. Per uso antico nella romana corte stabilito, alla morte di ciascuno de' principali monarchi cattolici d'Europa, Austria, Francia, Spagna e Portogallo, rendevansi dai papi nella pontificia cappella con grande solennità gli ultimi onori all'estinto, di cui il santo padre stesso tesseva il funebre elogio. Non era però esempio che onore siffatto stato fosse reso alle regine o alle imperadrici che regnato non avevano se non congiuntamente ai mariti; ma l'imperatrice Maria Teresa, regina di Boemia, d'Ungheria e di tanti altri regni e Stati, era caso nuovo e meritava speciale riguardo. Il papa consultò i suoi maestri di ceremonie, e questi gli esposero di non aver trovato, per diligentissimi esami, che a donne solenni funerali nella pontificia cappella stati mai fatti fossero. E non consideravano che, dopo introdotto quell'uso, nissuna sovrana cattolica era in Europa stata nel caso di reggere da sè i popoli, come retti gli aveva Maria Teresa. Corse allora voce che il cardinale Herczam, ministro cesareo a Roma, ne facesse formale istanza, e sotto gli occhi del papa gl'inconvenienti mettesse che dal non fare insorgere potevano; eppure si sentisse dal pontefice rispondere ch'ei derogare dall'usato ceremoniale non poteva. E così fu. Se questo rifiuto non influì ad accelerare i disegni di riforma, ed a farli rapidissimamente gli uni agli altri succedere, questo però fu il tempo in cui l'imperadore ordinò la soppressione del collegio ungarico di Bologna, e la partenza da quella città di tutti quei nazionali suoi sudditi obbligati ad andarne a studiare nelle università di Buda o di Pavia.

Non bisogna chiudere la narrazione degli avvenimenti di quest'anno senza registrare la morte, il dì 27 di maggio accaduta, di Giambatista Beccaria, fisico egregio, a cui la scienza va debitrice di molti progressi, specialmente nel ramo della elettricità.

Anno di CRISTO MDCCLXXXII. Indiz. XV.

PIO VI papa 8. GIUSEPPE II imperadore 18.

Le amarezze tra il papa e i due principi austriaci Giuseppe e Leopoldo, non tanto che si raddolcissero, tendevano un giorno più che l'altro a maggiore disgusto per le riformazioni ch'essi tuttavia andavano nelle materie ecclesiastiche tanto nei Paesi Bassi e nel Milanese, quanto nella Toscana facendo. Le cose battevano massimamente, come si è veduto, nel volere che i conventi, riguardati inutili, si sopprimessero; che i sussistenti non avessero più nessuna dipendenza dai loro generali di Roma, ma fossero al vescovo della diocesi sottomessi; che per certo dispense per matrimonio a Roma più non si ricorresse, ma dagli ordinarii fossero concedute; che certe pratiche pompose di culto esteriore si annullassero; che, per quanto fare si potesse, nissuno ecclesiastico ozioso se ne stesse, ma o per sè medesimo od in sussidio dei parrochi nel divino ministero si esercitasse; che le dottrine della giurisdizione suprema del papa sui principi temporali più non s'insegnassero; che nelle università fosse vietato di dare i giuramenti, secondo la forma prescritta da Alessandro VII, e che le bolle _Vineam_ ed _Unigenitus_ dovessero aversi per nulle e di niun effetto; che niun'altra professione di fede fosse permessa se non quella di Pio IV; che silenzio perpetuo vi fosse sulla costituzione contro i giansenisti, tanto nelle scuole private, quanto nelle pubbliche.

Tutte queste ed altre provvisioni, aggiunte alle risoluzioni già prese intorno alle mani morte mettevano in grande apprensione il pontefice e chi lo consigliava.

Pio adunque, a cui romoreggiava d'ogni intorno così fiera tempesta, essendo disposto a tentare ogni fortuna per tornare la santa Sede nella sua dignità e prerogativa, ancorchè di Leopoldo maggiormente temesse, fece risoluzione di indirizzarsi a Giuseppe, presumendo che, ove il fratello maggiore si fosse piegato a più amorevoli pensieri, il minore non si sarebbe indugiato a seguirne l'esempio. Oltre a ciò, che un papa viaggiasse per andar a visitare un imperatore, era accidente più conforme alla dignità che se si fosse mosso alla volta di un principe di minore grado e potenza. Il pontefice persuadeva a sè medesimo che non invano veduto avrebbe nella sua Vienna Giuseppe, che non in vano sarebbe stata la gita del capo supremo della Chiesa, che non invano avrebbe in età già avanzata corso paesi a lui tanto insoliti e lontani. Deliberossi pertanto a voler vedere l'imperatore nella capitale stessa del suo vasto impero. Grande attenzione, pari aspettazione era sorta nel mondo per le recenti deliberazioni dei due fratelli austriaci, ma più grandi ancora furono e l'attenzione e l'aspettazione quando udissi un caso già da più secoli inudito, che ad un così lungo viaggio si accingesse un romano pontefice.