Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 17
Altra mercede intanto dava la Superba Genova ad un suo cittadino. Il doge Giambatista Cambiaso, decesso nel 1773, aveva a proprie spese, che sommavano ad alcuni milioni di quella moneta, costrutta la pubblica magnifica e spaziosa strada che al commercio apriva libera la comunicazione tra quella capitale e la Lombardia austriaca. Fece dunque la repubblica collocare nel salone del gran palazzo della signoria una statua di marmo rappresentante questo suo cittadino e principe, che fosse ad un tempo gloria di lui e monumento della civica riconoscenza.
Anno di CRISTO MDCCLXXVII. Indiz. X.
PIO VI papa 3. GIUSEPPE II imperadore 13.
Già da circa quattro anni regnava sul Piemonte il re Carlo Emmanuele. Dalle mutazioni al suo avvenimento succedute, e già al proprio luogo riferite, i Piemontesi si auguravano miglior condizione, non tanto perchè così suole avvenire in ogni cambiamento di signore, quanto perchè il nuovo re aveva voce d'uomo generoso e molto lontano dal procedere stretto e scarso del padre. Diede anche alcuna contentezza ai popoli il vedere allontanato dai consigli della corte il cardinale delle Lance di cui si conosceva l'eccessiva dipendenza da Roma; onde sperarono che le ragioni della potestà laica sarebbero meglio preservate, e si fosse per vivere con qualche maggiore larghezza rispetto alle pratiche della esterior disciplina, le quali, quando con soverchio rigore ristrette sono, fanno gli uomini più ipocriti che religiosi.
Solamente dava noia il conoscersi l'umore guerreggevole, di cui Vittorio era dominato, e l'usare prodigalità, come ei faceva, principalmente verso i suoi soldati; prodigalità che ogni termine di larghezza oltrapassava. Onde accadde che per lo spendio eccessivo si fusero e scialacquarono le sostanze pubbliche, ed in breve tempo restò esausto il tesoro lasciato pieno dal padre, che la fama affermava sommare a dodici milioni di lire piemontesi. Il debito pubblico s'accrebbe di tal maniera, che, quando vennero i tempi grossi, la monarchia ne restò sobbissata ed oppressa.
Ma nel corso del suo vivere ed usare prodigalmente Vittorio, siccome generoso era, molte opere degne di memoria lasciò, e di utilità non poca; imperciocchè e l'accademia delle scienze, che per lo innanzi era semplice e privata società fondata da quei tre sommi uomini Lagrange, Saluzzo e Cigna, con decreto reale approvò; e fondò la specola e l'accademia di pittura e di scoltura. Fra le opere utilissime da lui promosse debbesi annoverare quella d'avere, acciocchè i cadaveri più non si seppellissero nelle chiese, eretto fuori della città, in riva il Po, il cenotafio. Da lui deve eziandio Torino riconoscere il beneficio d'essere illuminata la notte.
Nè è da tacersi che, dando ascolto ad uomini chiari per dottrina e gelosi della prosperità del paese, ei creò l'accademia agraria, da cui non poco pro sorse per la coltivazione dei campi, principale fonte di ricchezza per quella subalpina regione. Agli uomini dotti e zelanti della buona coltivazione de' campi aggiunse mezzi insoliti di fertilità, con condurre canali d'acque irrigatrici ne' luoghi che più ne abbisognavano. Fra gli altri è da ricordare quello che da rimpetto a Cuorgnè conduce l'acque limpidissime dell'Orco a Chivasso; per la qual bisogna ei fu d'uopo cavare in molta lunghezza due monti, opera che non senza maraviglia si vede in essere anche a' dì nostri nel territorio di San Giorgio Cavanese.
Quindi poscia, entrando in ciò che più gli andava a genio, con nuovo modo ordinò le soldatesche, modo che, come troppo complicato, non ebbe l'approvazione degli uomini periti di milizia. Alzò la fortezza di Tortona, cavò il porto di Nizza, la strada dalla capitale a quella marittima città a maggiore comodo ridusse, alle fortificazioni di Villafranca migliore forma procacciò, sussidio inutile, poichè un urto tremendo venne di fuora, e le radici di dentro erano difettose. Mancò il denaro, principale nervo della guerra, e soprabbondarono smoderatamente le soldatesche, da cui, contuttochè buone fossero e valorose, non potè salvarsi lo Stato; che anzi in certo modo l'oppressero, pel numero stesso nocquero e la macchina sfondarono.
Del rimanente, Vittorio Amedeo fu principe di buono ed alto animo, nè gli dispiacevano i generosi pensieri. Lasciò che nella università di Torino da professori egregi s'insegnassero le dottrine che la potestà temporale dagli abusi della spirituale preservavano, ancorchè il cardinale delle Lance alcuna volta lo sgridasse; e taluno ricorda che, volendo un famoso libero muratore fondare in Torino una di quelle sue congreghe, e domandatane la permissione al re Vittorio gli rispose: «Lasciatemi stare, che il cardinale mi sgrida; non voglio brighe coi preti. Oh, va, ed abbi pazienza, che anch'io l'ho.» Dilettavasi della conversazione de' letterati, e si faceva spesso venire avanti l'abbate Morando, prete acerbo, ma che scriveva libri a dilungo con qualche novità, e fra quegli ori il faceva sedere, e parlava con lui di lettere, e tratto tratto apriva il forzierino, e dava doppie d'oro all'abbate, che poi sen andava molto ben contento. Tal era Vittorio.
Per la sua natura benigna e generosa, questo principe era fatto per ordinare utili riforme e cambiare il male in bene. Forse le avrebbe fatte in un tempo massimamente in cui suonava tanta fama di quelle che Giuseppe e Leopoldo andavano facendo in Lombardia ed in Toscana, se non fosse stato ritenuto da una nobiltà superba ed imperiosa, nè tanto disposta all'obbedienza delle inclinazioni soldatesche. Il buon uomo non capiva in sè dal piacere, quando vedeva i suoi soldati schierati, e più ancora quando li faceva vedere ai principi che il venivano visitando, a Paolo di Russia, a Gustavo di Svezia e Ferdinando di Napoli. Nè poca noia sentì, quando Paolo gli disse che i fucili de' suoi soldati erano, non so se troppo lunghi o troppo grevi, o per sè stessi o per le baionette, onde i colpi, per la stanchezza delle braccia troppo abbassandosi, andavano verso terra, e non potevano bene ammazzare la gente. Non poteva sopportare che i suoi soldati fossero criticati. In somma soldato era ed amava i soldati, e portava il collo piegato a guisa di Federigo di Prussia. Infelice, che non prevedeva che oltr'Alpi un tale sobbisso di guerra si andava preparando che, i proprii soldati soperchiando, avrebbe condotto lui, il suo Stato e la sua casa in perdizione!
Erasi bensì Clemente XIV riconciliato destramente colla corte di Portogallo, ma ricuperato non aveva tuttavia il potere di cui la romana corte godeva in Lisbona al cominciare nel pontificato di Clemente XIII. Si sospettava da alcuni che la controversia fosse ravvivata dal marchese di Pombal, da altri, che opera fosse del partito de' Gesuiti, il quale ancora si agitava dopo la soppressione loro. Tornato era bensì un ambasciatore portoghese in Roma, e un nunzio apostolico era egualmente passato a Lisbona; ma eretto erasi in quella città un tribunale che ristringeva ne' più angustissimi limiti la giurisdizione della corte di Roma, e que' diritti che i papi in quel regno per lungo tempo conservati avevano con grandissima gelosia. In quest'anno morto essendo il re Giuseppe I, la regina Maria esiliato aveva il Pombal, e abolito il tribunale destinato a frenare la pontificia autorità, al quale dovevano presentarsi tutti gli atti alla nunziatura relativi. Non fu dunque se non sotto il pontificato di Pio VI, e precisamente in questo tempo, che tutti i diritti della nunziatura furono ristabiliti, e che con una specie di trattato si venne ad un'aperta concordia tra le due corti.
Dopo le cose maggiori, non farà dispiacere il trovare in questi Annali registrate alcune altre glorie dell'Italia nostra. Padova e Bologna in due differenti secoli avevano veduto un singolare spettacolo. Lucrezia Elena Cornaro Piscopia nel 1678 era stata decorata della laurea dottorale di filosofia nell'università di Padova alla presenza di un numero grande di dotti, di nobili veneziani e di altri gran signori ivi concorsi da tutta Italia per sì estraordinaria funzione. Lo stesso onore del dottorato ebbesi in Bologna nel 1732 pel suo gran sapere e pe' talenti suoi sommi Laura Bassi, alla presenza de' cardinali Lambertini e Polignac. Ora anche Pavia vide in quest'anno premiarsi il merito d'una valorosa giovanetta. Maria Pellegrina Amoretti d'Oneglia, sostenuti rigorosi esami in quella università, ricevette la dottoral corona in legge, vera ed estrema ammirazione destando in ognuno colla profonda sua dottrina in tutti i rami della giurisprudenza.
Anno di CRISTO MDCCLXXVIII. Indiz. XI.
PIO VI papa 4. GIUSEPPE II imperadore 14.
Tutti i principi, tutti gli Stati d'Italia studiavansi a gara di aumentare, in seno alla pace, la ricchezza territoriale de' loro sudditi, promuovendo regolarmente la agricoltura ed il traffico. Regnava, come ognun sa, sulla Lombardia l'imperatrice Maria Teresa, e colle più savie leggi, coi più opportuni regolamenti promoveva essa pure la prosperità di quella provincia. Nè deve omettersi, tra le più gloriose imprese del suo regno, il compimento dato allora alla grande opera del censimento della Lombardia medesima.
Il papa sembrava che emular volesse a quegli sforzi generosi, e studiavasi a trarre le provincie della Chiesa dallo stato di languore nel quale da più secoli giacevano relativamente al traffico ed all'agricoltura. Il desiderio ardente di rendere alla coltivazione un gran numero di terreni incolti e deserti l'idea gli suggerì di asciugare con immenso spendio le paludi Pontine. Il disegno n'era già stato conceputo più volte, le operazioni relative erano state proposte dal celebre Eustachio Zanotti; ma, morto questi senza poterle eseguire, Pio adottati ne aveva con calore i suggerimenti. Credettero alcuni che la brama egli nudrisse di segnalarsi e rendersi immortale con una impresa, nella quale riusciti non erano Martino V, Sisto V e molti altri pontefici, senza dire de' Romani e de' Goti che nel difficile esperimento gli avevano preceduti; furono altri d'avviso che, riducendo a coltivamento quella immensa pianura, disegnasse già di formarne un bellissimo principato pe' nipoti. È d'uopo però notare, dice il ch. Bossi, contro il parere di varii storici, massime oltramontani, ingannati sovente da false relazioni, che per più anni dopo il suo innalzamento non volle mai il pontefice usare di alcuna compiacenza, nè, molto meno, di alcuna distinzione verso i nipoti suoi, e solo per le replicate istanze del cardinale Giraud s'indusse a chiamarli in Roma da Cesena, dove per lungo tempo lasciati gli aveva. Il disegno dell'asciugamento delle paludi Pontine di qualche tempo prevenne adunque il supposto nepotismo di questo papa. Non potè egli però ne' primi anni del suo regno attendere a quel grande lavoro, nè gli fu tampoco dato, di compierlo interamente benchè dopo il 1780 già fosse aperto un grandioso canale per condurre al Mediterraneo le acque che da prima impaludavano, e formata fosse già a canto a quel canale una strada magnifica, che framezzo alle paludi medesime guida i viaggiatori a Terracina. Non è di questo luogo l'investigare le cagioni per cui quell'opera grandiosa non fu condotta al suo termine, o almeno ad un risultamento che proporzionato fosse alle immense somme in essa profuse; ma la storica verità domanda che si annunzii quello come uno de' tentativi più nobili, più grandiosi e più profittevoli allo Stato pontificio, e come un'impresa che, sebbene non compiuta, renderà tuttavia immortale il nome di quel pontefice.
Di tutte le cose che dette si sono da scrittori imprudenti, e sovente ignoranti o parziali, intorno all'opera soprammentovata, opera degna dei secoli dell'antica Roma, da notarsi è come la più giusta, la riflessione fatta da alcuni che, per ridonare alla coltivazione ed alla prosperità lo Stato ecclesiastico, cominciare dovevasi dal render salubre e dal popolare la campagna di Roma, la quale, forse senza lo sborso di somme eccessive, si sarebbe potuta rendere uno dei paesi più ricchi e più fertili dell'Italia, se ai coltivatori soltanto si fosse accordata piena libertà di comperare e di vendere; principio, senza del quale non si risveglia la operosità e l'industria d'una nazione, ma che direttamente si opponeva al modo di accivimento della moderna Roma, ed ai politici regolamenti che concernevano al commercio de' grani. Cosa ella è assai facile da comprendere che con questi politici impedimenti formata non si sarebbe, anche colla perfezione delle opere, una fertile provincia nelle paludi Pontine.
E poichè si parla delle imprese di Pio riferibili a questi tempi, non voglionsi tacere nè la sagrestia di San Pietro in Vaticano, nè il museo Pio-Clementino, grandiosi monumenti al suo genio dovuti. Il più gran tempio che sulla terra sia mancava di quest'accessorio che gli fosse corrispondente; e se neppur questo corrispose al concetto desiderio, restandone infinitamente inferiore per la proporzione, non fu colpa della magnificenza di Pio, ma sì bene dello scarso ingegno dell'architetto, il quale, avendo sopraccaricato l'edifizio di decorazioni, scolture, pitture, dorature, attirossi quel detto di Apelle: «Non valendo a farlo bello, il fece ricco.» Il museo era stato principiato da Clemente XIV e compiuto con pari magnificenza che squisitezza. Pio VI vi aggiunse due bracci che, andando a terminare in un atrio di forma circolare, per esso aprivano un passaggio alla celebre libreria Vaticana. Stupende per numero e per qualità le cose quivi dal pontefice in questo preziosissimo museo adunate, troppo in lungo ne trarrebbe il solo annoverarne le principali, sicchè meglio stimiamo il tacerne, che il dirne meno che si convenga.
In quest'anno Leopoldo di Toscana manda sue navi a trafficare al Malabar ed alla China; riceve un ambasciatore dell'imperador di Marocco, e con esso stringe con un trattato la pace; un altro trattato col papa determina i confini dei rispettivi Stati, sempre perturbati dall'incerto corso del torrente Chiana.
In quest'anno mancò a vivi quella Laura Bassi, del cui dottorato in Bologna dicemmo nell'anno precedente: avea dettato filosofia dalla cattedra nella patria università; l'era stata coniata una medaglia; e lasciava inedito un poema epico sulle ultime guerre d'Italia. Mancò eziandio Giambatista Piranesi, intagliatore ad acqua forte ed a bulino esimio, gloria e splendore dell'arte in Italia.
Anno di CRISTO MDCCLXXIX. Indiz. XII.
PIO VI papa 5. GIUSEPPE II imperadore 15.
Nissuna transazione politica d'importanza abbiamo ad annoverare in quest'anno, se non fosse la neutralità stretta dalle potenze marittime d'Italia e della rimanente Europa nell'occasione che i Franzesi e gli Spagnuoli moveansi a sostenere gli sforzi delle colonie inglesi di America contro la madre patria. Prevedeasi che questa guerra avrebbe prodotti molti inconvenienti, ed arrecato non picciol disturbo all'italiano commercio. Abbracciarono dunque, principalmente il granduca di Toscana, il re di Napoli e la repubblica di Venezia, una rigorosa neutralità, ed emanarono editti che, manifestandola ai rispettivi sudditi, prescriveano le regole alle quali quell'atto gli obbligava. Venne poi Caterina II, e propose ai popoli dell'Europa che non erano in guerra una neutralità armata, a fine di proteggere il commercio delle nazioni neutre da ogni attacco od insulto per parte delle potenze belligeranti. Secondo tale proposizione, le navi neutre devono godere di navigazione libera, anche da un porto all'altro, sulle coste delle potenze in guerra; tutti gli effetti appartenenti ai sudditi di queste hanno a considerarsi come liberi, tosto che sieno sur un bordo neutro, eccetto le merci stipulate contrabbando: conservando in mezzo al rumore dell'armi la neutralità più esatta, le nazioni neutre trattano come pirati tutti i bastimenti delle nazioni in guerra che tentassero qualche violenza contro le navi mercantili sotto la loro bandiera.
Senza l'ire degli elementi, che nell'anno precedente travagliarono molte parti della Toscana; senza i danni per le eccessive acque patiti da Parma e da Genova pur percossa da grave incendio; senza Bologna che in quest'anno fu spaventata, pel corso di ben otto mesi, da frequente terribile tremuoto che la minacciava dell'ultima rovina; senza lo scoppio della polveriera di Civitavecchia, accesa da un fulmine, la quale in gran parte guastò la città e la fortezza: il Vesuvio presentossi a' Napoletani in uno aspetto che, a memoria d'uomini, non s'era veduto l'eguale. Per tre bocche ne' primi giorni d'agosto l'ignivoma montagna sfogava le viscere ardenti mandando fuori tre torrenti di lave infuocate e vampe di fiamme guizzanti e sanguigne. Ad un'ora della notte dell'8 di quel mese, dietro un tremendo scoppio, ecco che squarciatosi il monte, dei tre spiragli si forma una spaventosa voragine. Mai ad occhio umano non si offerse spettacolo più infernale. Vedevasi dall'ampia apertura l'interno del monte, ma non vedevasi in esso che un'ardentissima massa di vorticoso fuoco. Salivano le fiamme più alto del monte più d'un miglio, e giù quindi scorreva la lava, che pareva dover tutto incendiare e distruggere. Resina e Portici si credettero sepolti ed inceneriti. Quale a pien meriggio illuminate Napoli e tutta la costa. La cenere ed i sassi, che con orribile impeto e fracasso gettava l'enorme cratere, molto lungi andarono e sino a Nola pervennero. Guai ad Ottaiano, dal cratere del Vesuvio lontano tre miglia! rischiava di essere seppellito co' suoi dodici mila abitanti sotto le pietre, come furono in altri tempi Ercolano, Stabia, Pompei, solo un'ora di più che l'eruzione durasse. Allentava il furore; cessava. Con tutto ciò immensi furono i danni che soffersero tutte le terre e ville d'intorno. Napoli si vide piena di spaventati contadini che correvano in folla a cercare in essa un asilo. Denso il fuoco e caliginoso giunse a coprire tutto il Largo del castello di Napoli; ma le pietre infuocate incendiarono interi boschi, sprofondarono i tetti, la campagna fino ad un palmo di altezza coprirono. Tra queste pietre se ne trovarono sino di novecento libbre, e di spumosa materia essendo, immensa superficie presentavano. Le ceneri, quai gruppi di nubi dal vento agitate, oltre a Benevento e sino in Puglia a scaricarsi andarono. I danni in questa trista occasione risentiti furono calcolati a trecento mila ducati.
Da un'altra parte, la grossa terra di Bagolino poco distante da Brescia, terra di tre mila anime, frequente di fucine e fornaci, arse tutta in men di poche ore, con morte d'oltre a cinquecento persone, quali dal fuoco consunte, quali dal fumo soffocate.
Fu in quest'anno abolito in Modena il santo uffizio dell'inquisizione.
Accaduta, dopo sedici anni di ducea, la morte del doge di Venezia Luigi Mocenigo, gli fu sostituito il cavaliere Paolo Renier. Dotto nella lingua greca e latina, istrutto a fondo nella storia antica e moderna, di memoria straordinaria fornito, animato parlatore ed energico, a queste qualità univa una somma perizia nel maneggio degli affari. Con tutti cotali vantaggi o dalla natura avuti o coll'arte acquistati e coll'applicazione, non godette per qualche tempo della stima universale de' suoi concittadini; imperciocchè, sospettato di favorire sottomano il malcontentamento de' patrizii, manifestatosi principalmente nel 1762, e di cui abbiamo a suo luogo fatto parola, perdette gran parte di quella considerazione, di cui precedentemente godeva. Se non che, da quel sagace ed accorto uomo ch'egli era, tenne fermo nella burrasca, e seppe rivolgere per modo a suo pro le condizioni del tempo, che, eletto ambasciatore alla corte di Vienna, passò poi a quella di Costantinopoli, che gli tornò vantaggiosissima per molti riguardi. Tornato in patria, ed eletto doge, pervenne a riguadagnare l'opinione pubblica interamente, quei medesimi avversando che pareva avesse un tempo favoreggiati.
Anno di CRISTO MDCCLXXX. Indiz. XIII.
PIO VI papa 6. GIUSEPPE II imperadore 16.
Contrassegna quest'anno la morte di una gran donna. L'imperatrice Maria Teresa, dopo la morte del suo consorte Francesco I e la elevazione del figliuol suo Giuseppe, dimesso non aveva mai il lutto; e sebbene una parte attiva pigliato avesse nello smembramento della Polonia, e col trattato del Teschen dell'anno precedente avesse accresciuto gli Stati suoi con porzione della Baviera, gran parte tuttavia delle pubbliche cure aveva all'imperatore Giuseppe lasciato. Data agli esercizii della più solida pietà, vide ella tranquillamente avvicinarsi il supremo giorno, e morì in Vienna il 29 di novembre di quest'anno. Come ad alcuni Romani imperatori dato si era il nome glorioso di padre della patria, così madre della patria taluno la chiamò: certa cosa è che essa, massime negli ultimi anni del suo regno, non fu sollecita che di spargere i benefizii sui poveri, sulle vedove e sugli orfani, e dichiarò perfin, morendo, che se alcuna cosa fatta aveva degna di riprensione, certamente consapevole non n'era, imperocchè sempre avesse avuto in vista il bene e la prosperità de' suoi sudditi. Regnato per lo spazio di quarant'anni, e amato sempre la verità e la giustizia, Maria Teresa talvolta lagnata erasi che nelle elezioni ingannata si fosse e che male intese o peggio ancora eseguite le sue intenzioni state fossero. Ad essa si attribuisce la massima, espressa fino dal tempo in cui regnava il padre suo Carlo VI, non esservi che il piacere di compartire grazie e far del bene ai sudditi che render possa sopportabile il peso di una corona. Gli Stati d'Italia ad essa appartenenti non mai furono tanto felici e tranquilli quanto sotto il suo reggimento; tra le lodi tribuite a quella sovrana, l'ultima non fu certo quella che esattamente voleva essere di tutto informata; che ai piccioli come ai grandi aperto voleva l'accesso alla sua persona, e tutti ascoltava con clemenza, le grazie concedendo o il motivo allegando del rifiuto, senza promesse illusorie, senza mendicati ripieghi, e senza alcuna di quelle vaghe frasi ed incerte che lo stile alcuna volta adornano, ovveramente sfregiano dei potenti. Fu detto da un autor franzese che vivendo seguiti avesse gl'insegnamenti da Marc'Aurelio lasciati intorno ai doveri dei regnanti. Morendo, i figli Giuseppe e Leopoldo sul trono lasciava.
Nè a caso si è nominato Leopoldo di Toscana; aveva egli l'animo a ridurre a migliore stato le leggi; gli accidenti anche lo sforzavano. I conventi dei frati, sottratti, in vigore degli ordini ecclesiastici che prima delle riformazioni da lui fatte erano ancora in osservanza, dalla giurisdizione degli ordinarii, da Roma unicamente per mezzo dei loro generali dipendevano. I conventi poi delle monache dai frati ricevevano la direzione spirituale. Queste condizioni riuscivano di non poca molestia a chi sui luoghi la Chiesa governava e lo Stato. I frati come indipendenti erano, così divenivano anche sbrigliati ed il quieto vivere delle famiglie e del pubblico turbavano.