Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 16
Tuttavia è da terminarsi quanto di Carlo Emmanuele fu detto colle parole che un valente scrittor franzese, il signor Mimaut, antico console generale di Francia in Sardegna, lasciò in una Storia che ai giorni nostri pubblicò di quell'isola, riportandole quali le ha, nelle sue storie, tradotte il chiarissimo Botta: «Se mai tempo felice e prospero fuvvi per la Sardegna, certo fu quello del regno di Carlo Emmanuele III. Fu questo principe, succeduto a suo padre nel 1730, il migliore ed il più grande re che la casa di Savoia illustrato abbia. Ei godrà nella memoria degli uomini di una gloria tanto più pura, quanto che per benefizii e per virtù se l'acquistò, e per le sue fatiche a niun'altra cosa mirò che alla felicità de' suoi popoli. Non isfuggì a quest'eccellente principe, cui guidavano i savii consigli del conte Bogino, suo primo ministro, uno dei più abili statisti del tempo, suo Sully e suo Colbert, di quanta importanza per lui fosse la possessione di un'isola pur troppo dai suoi antichi signori avuta in non cale; perciò egli con più particolare amore amolla e coltivò.»
Non così tosto il re Carlo Emmanuele era passato da questa vita all'altra, che il re Vittorio Amedeo, suo successore, si era con tutta la famiglia condotto alla Veneria, donde non ritornò a Torino se non dopo alcuni giorni; ma prima che vi giungesse, aveva mandato pel cavaliere di Morozzo, ministro degli affari interni, domandando al Bogino che dismettesse la carica di ministro della guerra e di Sardegna, conservatogli però lo stipendio e le pensioni di riposo; della quale carica fu investito il conte Chiavarina, segretario del gabinetto del re. Il marchese di Aigleblanche, della casa di san Tommaso, fu chiamato ministro degli affari esteri con soprantendenza degli archivii. Gli fu, dopo alcun tempo, surrogato il conte di Perone, e il conte Corte fu chiamato ministro degli affari interni in cambio del Morozzo. Il cardinale delle Lance, uomo di un fare generoso e grande, ma delle prerogative di Roma zelantissimo, il quale grande elemosiniere della corona era, domandò licenza, e l'ebbe, ed in suo luogo fu sostituito il Rovà, arcivescovo di Torino.
Anno di CRISTO MDCCLXXIV. Indiz. VII.
CLEMENTE XIV papa 6. GIUSEPPE II imperadore 10.
Godeva il papa anzi prospera salute che no; poichè e di complessione robusta era, e le sue naturali forze non erano state consumate da vita intemperante e licenziosa; che anzi era sempre vissuto assegnato e parco, siccome a' suoi moderati desiderii si confaceva. Per tal modo si andava avanzando verso la più vecchia età, quando in uno di quei giorni della settimana santa del corrente anno, dopo di aver pranzato, si sentì in un subito una commozione nel petto, nello stomaco e nel ventre, come se compreso fosse da un freddo interno. Ne restò con istupore, essendo cosa insolita; ma pure, siccome quello che d'animo forte e costante era, attribuendo quell'insulto di male a caso fortuito, si riebbe, e a poco a poco si rasserenò. Tuttavia fu principio di un'infermità che era per rompere il filo della sua vita; imperciocchè gli si cominciò ad arrocar la voce, e per questa ragione, stimandosi che fosse afflitto di catarro, fu deliberato che per la cappella che dovevasi tenere nella basilica di San Pietro il giorno di Pasqua se gli mettesse un capannone o bussola per ricovero nel sito della cappella. Precauzione inutile, perchè gli si vide dopo alcuni giorni infiammata la bocca e la gola, quindi seguitare vomiti interrotti, ed eccessivi dolori nel ventre; le orine gli si impedirono, gli s'infievolirono le gambe, perdeva le forze, ed ogni giorno più si rendeva manifesto che il suo mortale corpo si andava disfacendo. Mormoravasi che di veleno si morisse. Forse egli stesso sel credeva, tanto era stato subito il male, e tanti erano i sospetti che regnavano. Certa contadina del paese di Valentano, Bernardina Beruzzi, che altri chiamavano Peronchini, famosa profetessa, aveva predetto la morte del Ganganelli ad insistito sulla predizione, come se esser dovesse effetto d'una trama. Ganganelli non era uomo da lasciarsi spaventare da simili baie fatte per dar pasto agli sfaccendati su per i trivii e su per le piazze, e Bernardina teneva in quel concetto che meritava, cioè di una sciocca o d'una furba. Ma da un'altra parte, conoscendo quanto sotto dolci spoglie certa gente nascondesse d'odio e di vendetta, provvedeva a sè medesimo, e la propria salute con tutti i mezzi più prudenti procacciava. Scrissero che furongli trovate pillole contro i veleni. La vitale forza interna mancava, stante che un umore litigginoso, ch'era solito sfiorirgli alla pelle, quell'anno non uscì.
Già la morte si avvicinava. Successe un po' di calma, come suole avvenire poco innanzi che l'uomo sia venuto all'ultimo confine della vita, come se Dio avvertire volesse i mortali di pensare ai fatti loro in quell'estremo momento. Già i famigliari si rallegravano, come se il loro signore a sanità tornasse. Ma la calma era preceditrice della morte. Ricomparirono in un subito i funesti segni, e la mattina de' 22 settembre Ganganelli esalò la forte anima, rendendola a colui che gliel'aveva data.
Fu sparato il cadavere. Trovaronsegli lividori nelle intestina, la pelle ancor essa illividita ed in alcuni luoghi nera; tutta la salma rendeva un fetore insopportabile. Crebbero i romori che il santo padre fosse stato avvelenato, non già perchè le apparenze dell'esplorato cadavere ciò dimostrassero, perciocchè si osservano anche nei morti senza veleno e da morti naturali tolti da questa vita, ma perchè gli uomini si erano mattamente dati a credere che colui che aveva soppresso i Gesuiti non di morte naturale, ma di tossico dovesse morire. Gli uni affermarono l'attossicamento per certo, gli altri con eguale asseveranza il negarono. Del resto, è da credere che dal detto al fatto ci sia una gran distanza, nè si vede che i medici che il cadavere hanno tagliato abbiano dichiarato avervi trovato sostanza velenosa, cosa che sola avrebbe potuto levar via ogni dubbio.
La morte di Clemente increbbe a tutti coloro che amavano di vedere la sincera religione unita alla paterna sopportazione. Papa unico il chiamavano, papa quale ad un secolo scrutatore ed inquieto si conveniva. Sono parecchie cose al mondo che più colla bontà si acquistano che colla ragione; perocchè niuno è che la bontà non ami, ma la ragione ha spesso per nemico chi ella convince.
Tutti i sovrani avevano in venerazione Clemente; nè solo i cattolici, ma ancora quelli di religione diversa. Federigo di Prussia, fra gli altri, assai del buono e spiritoso papa si soddisfaceva, ed amava di contentarlo. Da lui impetrò che il vescovo di Breslavia potesse visitare una parte de' suoi diocesani, agevolezza che non aveva mai potuto ottenere da' predecessori. «Che buon papa, che buon papa ha Roma,» diceva Federigo, e il diceva da vero, non per malizia, quantunque malizioso fosse.
Il nome di Clemente era in onore in Inghilterra. Vedevansi a Londra frequenti, così ne' luoghi pubblici come nelle case dei privati, i busti di questo pontefice. Le quali cose quando gli venivano riferite, ei rispondeva: «Volesse pur Dio che ciò che fanno per la persona, il facessero per la religione!» In somma in quel paese, tanto abbondante d'uomini sensati, tanto era nominare Ganganelli quanto Lambertini, due papi simili per dottrina, per saviezza, per bontà, per ingegno.
Nè minori sentimenti di rispetto e d'affetto nodriva per Ganganelli l'imperadrice di Russia, la quale gli scrisse lettere molto onorevoli per impetrare un vescovo cattolico a regola e consolazione de' prelati e religiosi del rito romano che abitavano ne' suoi Stati.
Dicono che l'egregia fama di Clemente fosse anche penetrata sino a Costantinopoli, e che il soldano molto l'onorasse. Fu anzi tramandato alla memoria che il sovrano de' Turchi abbia detto un giorno parlando, all'ambasciatore di Venezia: «Se tutti i vostri papi fossero come quello che presentemente avete, i nostri patriarchi greci non si mostrerebbero tanto dalla corte di Roma alieni. Egli è un saggio che molto sa e rettamente procede, e non fia che ai più lo somiglino le età future.»
I Turchi, i protestanti, i Russi, gli Inglesi stessi, tanto odiatori del papato, lodavano quel papa che altri con malediche penne lacerava. Le lodi stesse dei dissidenti gli erano imputate a delitto, come se la durezza e la cupidigia de' due papi della famiglia de Medici e di alcuni altri non avessero partorito abbastanza amari frutti per la Chiesa cattolica, e specialmente per la sede di Roma.
Clemente, assunto al pontificato, aveva seguito il suo consueto costume quanto alla vita privata, da umile fraticello vivendosi qual era stato, ma nelle udienze e funzioni pubbliche non mancava in lui la magnificenza. Molto ancora si studiava di abbellire la sua Roma. Promosse ed ingrandì l'opera già cominciata da Lambertini, di adunare in un museo che ancora oggidì del suo nome di Clemente si chiama, preziosi residui dell'antichità. Raccolse i già noti, trovonne in quel fecondo suolo degl'ignoti, e tutti collocava in luogo appropriato, a maraviglia dei curiosi, ad istruzione degli studiosi delle belle arti. Parve che l'antica terra alle generose intenzioni del pontefice sorridesse; imperciocchè, tentata, versava fuori in copia le opere preziose degli scarpelli de' secoli passati. Le reliquie della nostra religione, i residui della pagana ad un tempo adunava. Gli uomini di gentilezza informati o di studio desiderosi di ciò il commendavano molto; ma divenne argomento di nuova accusa dall'altro lato, biasimandolo i suoi nemici dello aver mescolato le cose sacre colle profane, come se un museo d'antichità fosse una chiesa. Piacevagli visitare sovente quelle onorande depositerie de' nostri antichi padri; piacevagli mostrarle egli stesso in persona ai forestieri che la sempre gloriosa Roma visitavano, e fra le maraviglie che vi si vedevano, il buon pontefice stesso non era la minore. Ebbe particolare cura della libreria del Vaticano, cui in singolar modo adornò di stampe, di testi a penna, di medaglie: crebbe a' suoi tempi per gli sforzi suoi, crebbe per generosità del cardinal Passionei, suo amico, ed a lui molto somigliante, il quale l'arricchì della sua. Gentili spiriti nudriva allora Roma, come sempre; ma questa volta erano dati loro liberi e fecondi cambi da chi reggeva.
Anche all'utilità Ganganelli mirava. Non omise il pensiero de' porti d'Ancona e Civitavecchia, pei quali ordinò utili riparazioni. Provvide alla comodità delle strade, in ogni parte dell'amministrazione de' pubblici invigilava, più da padre di famiglia procedendo che conosceva le necessità dal mondo.
Ma che dirassi di quella sua deliberazione per cui proibì la castratura de' fanciulli, infame usanza, che disonorava la Italia e cambiava un piacere divino, voglio dire quello del canto, in un dolore angoscioso per chi aveva ancora viscere d'umanità. Così comandò, così ottenne; ma tante erano le radici dell'orribile costume, che ripullulò; e se il cielo non aiuta la nobile provincia, temo che lungo tempo ancora sia per durare. Quei che dovrebbero non lo biasimano, i padri dei miseri fanciulli non l'abborriscono, e vi è ancora chi si diletta di sì crudele snaturato scempio.
Ganganelli fu papa in tutto assai diverso da' più. Ebbe in dispregio il nepotismo, nè alcuno de' suoi trasse a dignità, e meno al cardinalato. A quelli che gli raccomandavano i parenti, rispondeva che tutti li portava in cuore, gli amava, ma che se ricchi non erano, neppure non erano poveri, ed abbastanza ricco stimava chi con moderate sostanze, moderati desiderii aveva. Non volle empire l'ambizione di nissuno. I suoi parenti prediletti erano i poveri, tirando sempre mai sopra di sè i loro affanni, e a loro con giudizio e discrezione soccorrendo per non farli viziosi. In somma, ei sarebbe stato papa di perfetta fama appresso a tutti, se non avesse soppresso i Gesuiti. Questo solo gli procurò amarezze in vita, riprensione dopo morte.
Languiva intanto nel suo carcere il Ricci. Nè dalle lettere intercette nè dalle risposte da lui date ne' costituti del processo che gli fu fatto negli ultimi mesi dell'anno 1773 e ne' primi del presente nè da altro suo andamento risultò che egli si fosse stimato ancora investito, dopo la soppressione pronunziata dal papa, di quell'autorità che aveva, essendo generale della compagnia, esercitato, nè che avesse nascosto grosse somme di denaro, siccome il mondo aveva creduto. Non venne in luce alcun suo reato particolare, nè fu interrogato sulle massime ed artifizii che imputavansi alla compagnia e da' quali si fece derivare la sua soppressione. Gli esami s'indrizzarono piuttosto sui fatti personali del carcerato che sulla natura e sugli atti della società.
Invecchiava intanto ed all'ultima sua fine si avvicinava. Volle prima di morire fare una protesta tanto sulla innocenza propria, quanto su quella della compagnia:
«L'incertezza del tempo, scrisse di proprio pugno, in cui a Dio piaccia chiamarmi a sè, e la certezza che un tal tempo sia vicino, attesa l'età avanzata, e la moltitudine, la lunga durata e la gravità de' travagli troppo superiori alla mia debolezza, mi avvertono di adempire preventivamente i miei doveri, potendo facilmente accadere che la qualità dell'ultima malattia m'impedisca di adempirli nell'articolo di morte.
Pertanto, considerandomi sul punto di presentarmi al tribunale d'infallibile verità e giustizia, qual è il solo tribunale divino, dopo lunga e matura considerazione, dopo avere pregato umilmente il mio misericordiosissimo Redentore e terribile giudice a non permettere ch'io mi lasci condurre da passione, specialmente in una delle ultime azioni della mia vita, non per veruna amarezza d'animo, nè per verun altro affetto o fine vizioso, ma solo perchè giudico esser mio dovere di rendere giustizia alla verità ed all'innocenza, faccio le due seguenti dichiarazioni e proteste:
Prima. Dichiaro e protesto che l'estinta compagnia di Gesù non ha dato motivo alcuno alla sua oppressione. Lo dichiaro e protesto con quella certezza che può moralmente aversi da un superiore bene informato della sua religione.
Seconda. Dichiaro e protesto ch'io non ho dato motivo alcuno, neppure leggierissimo, alla mia carcerazione. Lo dichiaro e protesto con quella somma certezza ed evidenza, che ha ciascuno delle proprie azioni. Faccio questa seconda protesta solo perchè necessaria alla riputazione dell'estinta compagnia di Gesù, della quale ero preposito generale.»
Esposto poi che non intendeva che, in vigore di queste sue proteste, potesse giudicarsi colpevole avanti Dio veruno di quelli che avevano recato danno alla compagnia di Gesù o a lui, continuò dicendo:
«E per soddisfare al dovere di cristiano, protesto di avere sempre col divino aiuto perdonato e di perdonare sinceramente a tutti quelli che mi hanno travagliato e danneggiato, prima cogli aggravii fatti alla compagnia di Gesù e con le aspre maniere usate coi religiosi che la componevano: poi colla estinzione della medesima e circostanze che accompagnarono l'estinzione; e finalmente colla mia prigionia e con le durezze che vi sono state aggiunte, e col pregiudizio annesso della riputazione; fatti che sono pubblici e notorii a tutto il mondo. Prego il Signore di perdonare prima a me per sua mera pietà e misericordia e per i meriti di Gesù Cristo i miei moltissimi peccati, e poi di perdonare agli autori e cooperatori dei sopraddetti mali e danni; ed intendo di morire con questo sentimento e preghiera in cuore.»
Le quali cose scritte, Ricci terminò la sua scrittura pregando, e scongiurando qualunque la vedrebbe, di renderla pubblica a tutto il mondo per quanto potesse. Di ciò pregò e scongiurò per tutti i titoli di umanità, di giustizia e di carità cristiana che possono a ciascheduno persuadere l'adempimento di questo suo desiderio e volontà.
Anno di CRISTO MDCCLXXV. Indiz. VIII.
PIO VI papa 1. GIUSEPPE II imperadore 11.
Geloso e importante negozio era il dare a Clemente un successore che a Roma ed al mondo cattolico si convenisse. I sovrani stavano attenti, acciò non fosse promosso alla cattedra pontificale un cardinale, di cui si potesse sospettare che fosse per rimettere in vita l'estinta compagnia. Ognuno prevedeva che, stante lo spirito del secolo, un papa che sentisse del severo, non sarebbe piaciuto; e bene avea detto il grande Lambertini, quando delle contingenze dei tempi parlando, si lasciò uscir di bocca le seguenti parole: «Questo è tempo da appiattarsi e da dar del buono. Fortunati noi, se, dopo di avere tanto gridato contro i quattro articoli del clero di Francia del 1682, vedremo che i popoli se ne contentano e si ristanno e non vanno più oltre.»
Da' un altra parte la parsimonia del fraticello di Sant'Arcangelo pareva fuori di proposito in un secolo in cui la vita interiore era quasi ridotta al niente, e tutta esteriormente si mostrava. Parve ad ognuno che nel cardinale Angelo Braschi si accoppiassero le qualità che si desideravano. Molto splendore nella persona e nel procedere aveva, e sebbene fosse debitore della sua esaltazione alla porpora cardinalizia ai Gesuiti, essendovisi molto adoperato ai giorni della sua potenza il generale Ricci, la natura sua ne l'allontanava. Aveva eziandio voce di persona dabbene, avendo maneggiato parecchi anni con rettitudine le faccende dalla camera, e siccome voce aveva, così era veramente persona dabbene.
Queste considerazioni, oltre i voti fermi a sua voglia che aveva per l'aderenza dei principi, gli procuravano tanto favore, che quasi con tutti i voti fu in un non lungo conclave chiamato papa, il dì 14 del mese di febbraio del presente anno.
Poche assunzioni di pontefici cagionarono tanta allegrezza nei popoli, massime nel romano, di quella d'Angelo Braschi, il quale, come è noto, elesse il nome di Pio VI. Auguravano, considerando l'indole sua generosa, che pace per la religione, larghezza ed abbondanza per Roma vi sarebbe. Felicissimi principii che ebbero funestissimo fine, non già per colpa sua, ma dei tempi.
Dopo la creazione di Pio si parlava tuttavia con molto calore dei Gesuiti. Erano gli uomini particolarmente attenti al vedere che fosse per avvenire del generale Ricci, che sempre stava rinchiuso in castel Sant'Angelo con molta diligenza. Il nuovo papa, piuttosto per timore che i principi si lamentassero se Ricci liberasse, che per inclinazione o sentenza propria, seguì a tenerlo in cattività, procurandogli però tutte quelle agevolezze e comodi che in una prigione l'uomo carcerato può sperare. I principi avevano gelosia che se l'antico capo della società proscritta divenisse libero, la raggroppasse e integrasse, se non in forma aperta, almeno in segreta.
Ma Ricci il 19 novembre riceveva il santo viatico in occasione della sua ultima malattia, e, nell'atto di riceverlo, le medesime proteste e dichiarazioni ripeteva che avea fatte l'anno innanzi, e che furono a lor luogo riportate.
Preso il santo viatico, Ricci dopo due giorni passò da questa all'altra vita. Pio VI volle onorare morto colui che non aveva potuto liberare vivo. Per ordine suo gli furono fatte, il dì 26 di novembre, solenni esequie, non già nella parrocchia del castello dove solitamente si uffiziava pei morti in quelle carceri, ma nella chiesa di San Giovanni de' Fiorentini, chiesa della sua patria.
Il vescovo di Comacchio celebrò le esequie e predicò Ricci come martire. Il cadavere fu portato la sera alla casa professa, dove venne sepolto fra le ossa dei suoi predecessori.
Un singolar ragionamento si è fatto intorno al Ricci dagli avversi agl'Ignaziani che porta il pregio di qui riportare. «Chi attentamente, dicevano, le proteste e dichiarazioni del Ricci, scritte del resto con tanto maggiore forza quanto più spirano semplicità e mansuetudine, considererà, giudicherà certamente, che siccome i fatti sui quali i principi fondarono le loro querele contro la compagnia di Gesù ed il papa la sentenza dell'estinzione, erano notorii a tutto il mondo, e però a nissun modo si potevano o si possono recare in dubbio, così o Ricci non gli stimava riprensibili o dannabili, il che dimostrerebbe una larghezza di coscienza veramente maravigliosa e oltre ogni misura temeraria; o, volendo farli tenere per falsi, mentiva agli uomini e a Dio in quel momento stesso in cui era vicino di comparire alla presenza di colui che non si lascia dalle bugie e dagl'inorpellamenti ingannare.»
Anno di CRISTO MDCCLXXVI. Indiz. IX.
PIO VI papa 2. GIUSEPPE II imperadore 12.
I lieti augurii del nuovo pontificato cominciarono in principio di quest'anno a smentirsi per una contesa insorta colla corte di Napoli, che presagire in vece fece a molti la procellosa condizione del pontificato medesimo. Con suo speciale decreto fu dal re Ferdinando IV abrogato il costume antico di quella corte di presentare ogni anno con grande solennità una chinea al papa, il che come un omaggio riguardavasi dovuto in ricognizione della corona di Sicilia. E colla chinea presentavasi una cedola di dodici mila ducati, che parimenti come tributo ricevevasi, e da quel re fu collo stesso decreto ordinato che tale somma si offrirebbe come semplice limosina. Si ristabilì tuttavia la concordia tra le due corti, e la ceremonia della presentazione della chinea continuò ad adempirsi nella vigilia di San Pietro dal contestabile Colonna, che nominato era ambasciatore straordinario di Napoli per quella solennità. Se non che la presentazione facevasi in un modo consentaneo soltanto agli artifizii politici consueti, perchè, mentre l'ambasciatore offeriva il donativo come limosina ai santi Apostoli Pietro e Paolo, il papa la riceveva come tributo di vassallaggio per la corona di Sicilia.
Un'illustre cerimonia fu in quest'anno rinnovata sul Campidoglio romano. Fin dall'anno 1341, Francesco Petrarca, pieno di meriti, era stato dal favore del principe Stefano Colonna portato a vedersi fregiata la fronte della poetica corona nel luogo stesso ove un tempo incoronavansi colla stessa fronda gli sterminatori degli uomini. Nel 1595, eguale onore, per mezzo e colla cooperazione del cardinale Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, apparecchiavasi all'immortale Torquato quando invida la morte il tolse al meritato trionfo. Il cavaliere Bernardino Perfetti, celebre verseggiatore sanese, che con impareggiabile facilità improvvisava versi italiani, e versi pieni di sugo, e non di sole frasche, come si esprime il sommo Muratori (tom. VII, col. 521), fu nel 1725 incoronato di alloro, per protezione di Violante di Baviera, vedova gran principessa di Toscana. Quest'anno, una donna di Pistoia, Maddalena Morelli Fernandez, in Italia conosciuta sotto il nome di Corilla Olimpica, divenuta famosa pel dono dei versi estemporanei, era stata coronata nel serbatorio dell'Accademia di Roma con grande applauso di quei dotti accademici. Ma o che di ciò non paga fosse la Toscana Saffo, o che i suoi ammiratori nol fossero, alle istanti sollecitazioni del custode dell'Arcadia presso il governo romano, ed ai maneggi del principe Gonzaga di Castiglione, conseguì ella l'ambito onore di essere coronata solennemente nelle sale stesse del Campidoglio. Dal che una grande scissura sorse tra i letterati, ed in seno della stessa accademia, gli avversi alla donna, o i più severi, o i più invidiosi, quell'atto chiamando una profanazione dell'alloro al Petrarca ed al Perfetti donato, al Tasso destinato. Le satire e le ingiurie fioccarono da varie parti, e produssero processi e rovine dei meno prudenti; in mezzo al quale trambusto, la coronata poetessa, uscendo del Campidoglio al suono dei fischi degli avversarii più sonori degli applausi de' benevoli, dovette allontanarsi da Roma, scortata da gente armata, per non trovarsi esposta a maggiori dileggi e ad oltraggi ancora.