Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 14
In Toscana, in cui, sino dal 1751, per opera del reggente Richecourt, del senatore Rucellai e di Pompeo Neri, si erano fatte varie ordinazioni nella materia delle mani morte ed in quella dell'inquisizione, specialmente intorno alle carcerazioni, ai castighi e alla censura dei libri, in quest'anno, per un ordine del granduca Pietro Leopoldo, i soldati andarono per le città, e tutti i rifuggiti dalle chiese levarono, e li portarono nelle carceri della giustizia civile; in pari tempo il granduca stesso scrivendo a Roma, gli uomini nefarii non contaminare più col loro feroce aspetto le sedi di Dio, essere nelle carceri ordinarie condotti, ma stare e vivere per loro l'immunità, sospendersi contro d'essi, per rispetto dell'antico asilo, la mano regia, nè la giustizia ricercarli dei commessi delitti. E i rei per verità puniti non erano, ma per la sua deliberazione ciò almeno aveva il buon principe conseguito che, chiusi in carceri sicure, quei tormenti della società non potevano più uscire a spaventarla. Poscia pel futuro Leopoldo decretò che i rifuggiti, in qualunque luogo si fossero ricovrati o di qualsivoglia delitto colpevoli, salvo i falliti di buona fede, ne venissero levati dai soldati della mano regia, per essere condotti innanzi ai tribunali ordinarii, e castigati secondo che avessero meritato. Solo per rispetto dei sacri luoghi, e per conciliare quanto dalla giustizia era richiesto colla deferenza verso la Chiesa, statuì che si moderassero le pene, e chi fosse incorso in quella di morte si avesse solamente dieci anni di carcere, e chi avesse meritato dieci anni di carcere, fosse punito con cinque, e così in proporzione fossero tutte le altre pene dimezzate. Quindi proibì il flagellarsi in pubblico, il castrare i fanciulli; soppresse la bolla _In Coena Domini_; vietò ai conventi d'avere carceri senza la approvazione del principe, e che le permesse si visitassero da deputati laici. E (per non tornare più su questo argomento) ordinò negli anni appresso che nissun forestiero più abitasse ne' chiostri toscani; che i voti religiosi non si pronunziassero prima di ventiquattro anni; che gli ordini mendicanti non ricevessero più novizii innanzi che pervenuti fossero all'età di sedici, od anche di diciotto anni; che si sopprimessero i conventi di minor numero di dodici religiosi; che i preti secolari soli, massimamente i curati, e non più i religiosi addetti ai conventi, potessero predicare per le campagne; che gli ordinarii soli regolassero e sopravvegghiassero i conventi delle monache, ed a niun modo potessero intromettersene i religiosi dei conventi; che i conventuali aiutassero nel ministerio divino i parrochi ed a loro fossero soggetti; che le congreghe ricche sopperissero alle povere; che nuove parrocchie sorgessero là dove ne fosse bisogno.
Al terminare di quest'anno, rendutosi fatalmente celebre in Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra per le inondazioni di fiumi e di torrenti, pur la Italia ebbe a patirne di straordinarie e gravissime per le insolite colmate del Tevere, del Panaro, del Tagliamento ed altri che, ingrossati a dismisura, con furia sterminatrice dai letti traboccarono. Le acque del mare due volte inondarono Venezia, e contaminarono con gravissimo danno quelle che ivi si conservano nelle cisterne o venute dalle pioggie o portate dal continente ad uso de' suoi abitatori.
E nella seconda di tali allagazioni, spirando impetuosissimo un vento lungo le spiaggie dell'Istria, il mare sconvolto sgominò un lungo tratto del lito, e trasportando altrove sabbia, cespugli e quanto altro ivi era, lasciò scoperti gli avanzi e le rovine di un'intera antica città che conserva ancora la disposizione delle strade interne, le fondamenta e le muraglie delle abitazioni, portici, colonne, pavimenti di musaico e cento altri vestigii di un'ampia e ricca popolazione che stendevasi per due miglia incirca fra Umago e certo vecchio e sfasciato castello già chiamato Sipar.
Mentre dissotterravansi rovine morte, seppellivansi i vivi. In una parte dei bellunesi monti, sfasciatasi un'alta montagna detta Piz d'improvviso, andò a piombare sopra la soggetta popolazione, schiacciandone le capanne, i bestiami ed oltre a cinquanta persone, rimaste prima sepolte che morte.
Anno di CRISTO MDCCLXX. Indizione III.
CLEMENTE XIV papa 2. GIUSEPPE II imperadore 6.
Giunto in quest'anno il solito momento di promulgare la bolla _In Coena Domini_, tanto dispiacente ai sovrani, Clemente XIV se ne astenne, omissione, la quale, quanto più insolita era, tanto maggiore argomento ne prendevano gli uomini per giudicare delle future operazioni del pontefice. Già s'era riconciliato col Portogallo che accettò un nunzio, accettazione che il re non aveva mai voluto consentire finchè durarono le differenze.
Quanto a Venezia, col suo costume di andare a seconda, e bene persuaso che in quell'età male con gli anatemi si conseguivano i fini della Chiesa, lasciò portare la cosa al tempo. Quindi avvenne che i conventi si andarono negli Stati della repubblica spopolando, per modo che vicina se ne vedeva l'ultima fine. Passati tre lustri, il senato permise le vestizioni a sedici anni e le professioni a ventuno.
Per prima risoluzione nelle cose di Parma, Ganganelli sospese l'effetto del monitorio, e ribenedì il duca. Della quale benigna sentenza diede subito notizia al re di Francia, con isperanza che Luigi il ritornasse in possesso d'Avignone. Ma così questo sovrano come gli altri della famiglia borbonica persistevano nel loro proposito, ancorchè il duca di Parma si sforzasse con ogni buon uffizio e diligenza di muoverli ad una intiera riconciliazione colla santa Sede. La cagione della loro renitenza era, ch'essi volevano la soppressione dei Gesuiti.
Finalmente il papa avendo fatta nel 1773 questa gravissima deliberazione, Roma restò del tutto riconciliata coi principi; onde accadde (il che tutto vuol dirsi a compimento dell'incominciata narrazione) che nel mese di marzo dell'anno susseguente 1774, a ciò sempre confortando il duca di Parma, ella fu rimessa nella possessione di Benevento e d'Avignone. Le quali cose avvenute, si fecero grandi feste in Roma; cantossi solennemente l'inno delle grazie in presenza di tutti i cardinali, e la sera vi si ordinò una luminaria assai bella e magnifica, come sono tutte quelle che sogliono rallegrare una città quale Roma è, che così nell'alta come nell'umile fortuna seppe sempre tener grado e ritrarre di grandezza. Cotal fine ebbe il molesto litigio tra Roma e Parma, il quale, incominciato da deboli principii, portò poi con sè assai più gran soma che uomo credere avesse potuto.
Non un altro litigio, ma un trattato tra la santa Sede ed il re di Sardegna, il cui fine era di tor via certi abusi, che avevano la loro origine nell'asilo dato ai malfattori ne' luoghi sacri, fu pur questa un'opera del buono e prudente Ganganelli, il quale era solito dire, nè senza contentezza, che alla perfine la Chiesa conserverebbe ciò che per diritto divino era suo, e perderebbe ciò che i potentati della terra le avevano dato, e che cagione per lei era di tante querele, di tanti risentimenti, di tante molestie, e così ancora di tanti scandali e discordie tra i fedeli: memorande parole, memoranda la sentenza!
Benevola fu la volontà di Ganganelli verso il re Carlo Emmanuele, o piuttosto verso i suoi popoli; ma da quanto ancora restò degli abusi in materia di asilo, si potrà argomentare dell'enormità di quanto esisteva e dell'assurdità del principio sul quale la facoltà dell'asilo era fondata; imperocchè non solamente dannoso alla società, ma ancora empio e ridicolo sia il dire, che sia rispetto e venerazione verso la casa di Dio, ch'essa procuri sicurezza a chi meriti la galera o la forca, e divenga tana, donde i malfattori, come da luogo d'insidia, si avventino a rubare ed ammazzare gli onesti cittadini, ai quali lo Stato è debitore di sicurezza e di salute.
Già sin dai tempi di Benedetto XIV si era aperta una pratica intorno agli asili tra il pontefice e il re, desiderando il principe di moderarne gli abusi, donde procedevano grandissimi sconcerti nel paese nè essendo meno desideroso il capo della Chiesa di rimediarvi. In fatti, Benedetto aveva già con sua istruzione mandata al cardinale Merlini, arcivescovo d'Atene, nunzio e ministro apostolico a Torino, moderato molte cose che all'uso di cui si tratta s'aspettavano. Ma, malgrado di tale moderamento, nascendo ancora inconvenienti di non poca importanza, di nuovo il re aveva richiesto la santa Sede, che a più efficaci risoluzioni devenisse. Questa pratica maneggiava in Roma il conte di Rivera quando, già morto essendo Benedetto, era Clemente XIII in sua vece stato al seggio pontificale assunto. Andava Clemente in questa faccenda assai più a rilento che il benevolo e facile suo predecessore; perocchè delle cose di questo mondo più colla pietà che colla prudenza giudicava. Ciò non ostante, il Rivera già l'aveva indotto ad utili concessioni, e si speravano maggiori moderazioni per viemmaggiormente facilitare il corso della giustizia, quando Clemente da questa vita n'andò ad abitare fra i più. Ripresersi i negoziati sotto Clemente XIV, i quali finalmente vennero a conclusione sul principiare dell'anno presente.
Clemente decretò e pregò il re che fosse contento delle seguenti risoluzioni:
Conciossiacosachè si veda che la principale cagione donde nascono gli abusi sia quella che gli uomini di mala vita si ardiscono di rizzare sulle antiporte, atrii e porticali delle chiese, tugurii, frascati, capannucce, baracche ed altre simili casucce ad uso non solamente di ricovero sicuro e stabile, ma ancora per serrarvi e nascondere armi d'ogni sorte, riporvi i frutti dei loro latrocinii, introdurvi femmine scandalose, uscirne ad assaltare i viandanti, ed impunemente commettere altri eccessi, donde risultano, e un grave pregiudizio della tranquillità pubblica, e la profanazione manifesta dei luoghi santi; resta comandato ai vescovi ed ai rettori delle chiese di far sgombrare incontanente dai detti antiporti e simili luoghi le baracche e casucce, tanto nocive al ben pubblico, quanto indecenti per la maestà dei templi; restando loro anche ingiunto d'impedire che nuove non vi s'innalzino; e se nuove si innalzassero, tosto abbiano cura che si demoliscano.
Per maggiormente facilitare la necessaria purgazione di quest'infame genia, o diminuire almeno il numero delle loro nefandità, ordinò anche il pontefice che fosse facoltà ai vescovi di trasferire i rifuggiti da un asilo all'altro, e se i trasferiti abusassero una seconda volta dell'asilo, perdessero la protezione della Chiesa, e fossero arrestati dovunque si trovassero. E perchè i vescovi ciò fare potessero con maggior facilità, volle che non fosse necessario un regolare processo, ma solamente un atto di coscienza informata per trasferire un rifuggito da un asilo all'altro, stando però sempre fermo che per privarlo, in caso di recidiva, del beneficio dell'asilo, fosse richiesto il regolare processo. Dichiarò altresì che le cause di privazione di asilo per abuso fossero il rubar di nuovo, il nascondere i furti, il ricettare femmine di mala vita, l'insultare ed offendere i viandanti, il celare chiavi false, grimaldelli ed altri simili stromenti di ladri.
Stante poi che alcuni delitti sono cotanto gravi che in niun caso debba chi commessi gli ha trovare ricovero e scampo ne' luoghi sacri, resta decretato, scrisse il pontefice, che, oltre i commettitori di delitti atroci già esclusi dall'asilo pei decreti dei precedenti pontefici, del beneficio dell'asilo in niuna maniera godere potesse chi pei principi forastieri soldati arrolasse, chi avesse falsificato il sigillo e le lettere apostoliche o regie, chi a mano armata rubasse cosa che per la somma, secondo le leggi comuni o municipali, meritasse la pena di morte, chi l'onore delle donne violasse, rapisse le oneste e non consenzienti.
Atteso poi eziandio che per bolla di Clemente XII era stato assicurato l'asilo ai minori di vent'anni, allorchè commesso avessero omicidii atroci, e che da qualche tempo negli Stati del re si moltiplicavano per mano dei detti minori di età delitti di simil fatta, così il pontefice espresse la sua volontà che a tali giovani ricovero niuno fosse dato nei sacri luoghi, e se dentro vi si rifuggissero, tosto si consegnassero al braccio secolare, volendo e prescrivendo che per omicidii atroci s'intendessero il parricidio, il fratricidio, l'ussoricidio, l'assassinio per tradimento, l'assassinio a ghiado, o che insidia vi fosse o che non vi fosse, l'omicidio per rissa quando dopo la rissa trascorse fossero sei ore, o fosse brutale, e senza ragione suscitata si fosse dalla parte del delinquente la rissa.
Finalmente abbiano i vescovi, Clemente statuì, facoltà di estrarre dall'asilo, e consegnare al braccio regio chi alcuno con pericolosa e mortale ferita offeso avesse, anche innanzi che ne fosse seguita la morte del percosso, con ciò però che se le ferite fossero state date per necessità di difesa o per caso fortuito, o se ancora il ferito non morisse nel termine prefinito dalle leggi, il reo dovesse venir restituito alla chiesa.
Le quali lettere e disposizioni pontificie avendo il re ricevute, molto con lettere regie ringraziò il pontefice del suo volere condiscendente. Rimedio valido fu, ma non sufficiente. Quanto ancor rimase di queste franchigie della Chiesa per procurare asilo ai malfattori, recava ancora gravissimo danno, poscia che la mano della giustizia era in molti casi impedita dal ghermire chi lo meritava, ed in altri casi la prontezza del procedere, cotanto necessaria per reprimere e frenare i facinorosi, si cambiava in indugiamenti perniciosissimi. Oltracciò, gli ordini religiosi, pretendendo di non essere soggetti alla giurisdizione degli ordinarii, ed essendo l'esecuzione delle volontà del papa commessa ai vescovi, avvenne che i ribaldi si ricoveravano negli atrii delle chiese o nei chiostri dei conventi, dove, per non poter esser giunti dall'autorità vescovile, sicuri vivevano, e donde uscivano per rubare e per bruttarsi le mani di sangue. Così distrutta od almeno moderata una immunità, un'altra più forte e più pertinace sorgeva.
Anno di CRISTO MDCCLXXI. Indizione IV.
CLEMENTE XIV papa 3. GIUSEPPE II imperadore 7.
Povero di avvenimenti si presenta quest'anno, e poche cose e di non grave importanza ne porge da ricordare.
Giunto, alla metà d'ottobre, in Italia l'arciduca Ferdinando, sposossi nella metropolitana di Milano a Maria Ricciarda Beatrice d'Este: maritaggio che diede motivo a molte gioconde e liete feste. Ma quella che vogliam notare si è il matrimonio di trecento garzoni con altrettante donzelle per munificenza de' regi sposi celebrato nella basilica di Santo Stefano maggiore della detta città, con doti proporzionate al grado di chi le dava, e convitati tutti quanti a lauto banchetto, rallegrato dal suono di musici strumenti, ed illustrato dalla presenza de' benevoli arciduchi.
A Parma, alcuni moti popolari richiamarono la vigilanza del duca. Arrestate molte persone di grado, ed anche ecclesiastiche, furono esiliate; in pari tempo un ducal editto comandava un raddoppiamento di forza armata a quiete della città, la dispersione de' gruppi d'oltre a sei persone, la ricerca e la punizione degli autori d'atti o discorsi sediziosi od insolenti. Intanto giunto in Parma, col titolo di consigliere di Stato del re di Spagna, il marchese di Liano, l'ottimo Dutillot, che da quasi vent'anni con altissimo senno regolava le bisogna del ducato, partì per Madrid prima che il presente anno cadesse, e di là poi recandosi in Francia, dov'era nato, poco tempo dopo terminò la gloriosa vita.
Avviatesi in Corsica le cose alla franzese, non per questo sedaronsi gli animi, e travolto il primo intendimento, criminose rendevansi le fazioni, tanto contro i Franzesi occupatori del paese quanto contro gli stessi compatriotti, cui i facinorosi percuotevano con omicidii, saccheggi e disordini d'ogni fatta. Il governo franzese, che vedeva la somma difficoltà di guadagnare a sè una nazione non punto concorsa a prendersi in collo il giogo del suo dominio, nulla pretermise per rendere men gravi le catene, e tutte le vie cercava di ridurre l'isola ad uno stato di qualche calma. Trasportato in Corsica non picciol numero di famiglie franzesi, principalmente ne' luoghi che per le vicissitudini e pel lungo durar della guerra aveano ad un tempo perduto gli abitatori ed i coltivatori delle terre; eretti nuovi villaggi; accomodate le strade principali; aggiunte nuove fortificazioni a Corte, all'isola Rossa, e migliorate quelle d'Aiaccio e di altre piazze forti, sempre munendole di buoni e numerosi presidii; tra queste e altre simili provvidenze, e più di tutto per mezzo di quella efficacissima insinuazione che deriva dall'assoluta ed invincibile necessità, cominciò a vedersi nell'isola quella quiete che da molti anni n'era sbandita.
Anno di CRISTO MDCCLXXII. Indizione V.
CLEMENTE XIV papa 4. GIUSEPPE II imperadore 8.
Si sono precedentemente vedute le diverse mosse che Clemente XIV dava per corrispondere con opportuna condiscendenza ai desiderii d'una gran parte de' principi cattolici. Ma il più duro scoglio che superare si dovesse per metter pace tra il sacerdozio e il principato e far tornare amici i rappresentanti della potestà secolare era severamente la controversia intorno a' Gesuiti. Instavano acerbamente i principi per la soppressione; e siccome diffidavano della corte romana, così sospettavano, non già che Ganganelli li favorisse, che anzi sapevano che li disfavoriva, ma che per qualche fine più nascosto amasse di tirare il negozio in lungo, e forse di farlo dileguare per istanchezza. Quando Monino di Spagna, Almada di Portogallo, Bernis di Francia, Orsini di Napoli incalzavano, soleva rispondere che il lasciassero pur fare; che il negozio era grave, e il volea considerare maturamente; ch'egli era il padre comune de' fedeli, soprattutto dei religiosi; che non poteva distruggere un ordine di tanta fama nel mondo senza avere ragioni che appresso a tutti i fedeli, e massimamente appresso a Dio, il giustificassero.
Debole conforto aveva la combattuta compagnia nel patrocinio del re di Sardegna, già per mortale infermità vicino a lasciare questo mondo; poichè intanto nello Stato romano a molti segni si conosceva che il pontefice aveva la mente avversa da' Gesuiti, e come si approssimasse la loro ultima fine. Ganganelli non amava di vederli, nemmeno di salutarli, quando incontrati gli facevano riverenza. Erano loro negate le udienze, e le decisioni favorevoli s'indugiavano, le contrarie si affrettavano. Il seminario romano retto da' Gesuiti a Frascati, conservatorio magnifico, ma allora indebitato, fatto prima esplorare da tre visitatori, che aspramente ed alla traversa fecero l'ufficio, restò poscia soppresso, tempo un mese per ritirarsene ai padri, e data licenza ai pensionarii ed agli studenti di andarsene. Presesi anche possesso a nome del papa del sontuoso palazzo ch'essi avevano a Tivoli, e che si apparteneva al medesimo seminario. L'argenteria e gli altri mobili preziosi dati in custodia ai monti di pietà, vendute intanto le provvisioni.
Oltre il seminario, i Gesuiti possedevano in Frascati un collegio, al quale, perseverando Clemente nel medesimo rigore, toccò la medesima sorte che al seminario. Già presaghi di quanto doveva avvenire, non accettavano più novizii, e non vestivano gli accettati. Si trattava di tor loro a Loreto l'uffizio di penitenzieri che esercitavano; perchè s'erano conceputi sospetti, e si temeva che volessero far sorgere umori torbidi contra ciò che si andava preparando.
Rigide commissioni furono date al cardinale Malvezzi arcivescovo di Bologna, e rigido esecutore trovarono. Visitò per ordine supremo del papa i collegi della compagnia in tutta la diocesi; non ne fu contento e non voleva essere. Biasimò gli studii, biasimò la disciplina, molte cose trovò in disordine. Sospettò delle confessioni, sospettò degli ammaestramenti, prese risoluzioni conformi ai sospetti. Sospese gli esercizii de' Gesuiti nelle feste di Pasqua, chiuse le scuole, serrò, portandone le chiavi, tutte le congregazioni che da loro prendevano regola e norma. Nè ciò bastando, vennero da Roma nuovi ordini: che il rettore della casa di Bologna mandasse incontanente alle loro famiglie tutti i Gesuiti della diocesi, eccettuati solamente quelli che avevano fatto il quarto voto, e che nissun convento li potesse ricevere sotto pena di scomunica; che fosse proibito a' Gesuiti d'insegnare il catechismo in pubblico, proibito d'addottrinare nelle chiese, proibita l'assistenza ai prigionieri, proibiti il ministerio dell'ordine di San Gabriele e gli esercizii di Sant'Ignazio. Nè qui ancora si terminarono le tribolazioni di Bologna. I Gesuiti novizii, cacciati dalla città, eransi riparati alla campagna nel seminario vescovile. Fu intimato a quelli dello Stato veneto che svestissero l'abito gesuitico; la qual cosa ricusando essi di fare, arrivarono soldati che gli sforzarono. Gli altri, o maestri o allievi, mandati chi a Modena, chi altrove.
Compiti i rigori, vennero le angherie. Ciò con dannabile consiglio, perchè vestiva la sembianza di persecuzione e di cupidità. Male in queste cose si mescola la gola del fisco; ma la camera apostolica era inesorabile quando di denaro si trattava. Malvezzi domandò al collegio gesuitico di Santa Lucia mille scudi per le spese della visita. I Gesuiti supplicarono al papa perchè giustizia facesse e temperasse i rigori dell'arcivescovo. Ne venne aspra e minacciosa risposta. A Ferrara le medesime cose successero per ordine di Roma e per opera del Cardinal Borghese. La tempesta soffiava contro gl'Ignaziani in tutto lo Stato romano. A Roma stessa continuavano a precipitare, rigidezza vi si usava contro i pericolanti padri. Si vietò loro l'accesso al monastero di Santa Maria dei Funari, a cui si trovava annesso un ospizio di zitelle fondato da Sant'Ignazio: ne avevano la direzione spirituale; il papa sospettoso ebbe per bene che fosse loro tolta.
Quantunque Clemente da lungo tempo si fosse prefisso nell'animo di far fine alla compagnia, tuttavia, acciò non si credesse ch'egli facesse un giudizio precipitoso, o venisse per filo e per timore dei principi ad un atto tanto solenne, aveva ormai tre anni temporeggiato. Creò anzi, per dimostrare di voler considerare la cosa con maggiore diligenza, una congregazione di cinque cardinali, Zelada, Casali, Caraffa, Corsini e Marefoschi, con ordine di bene pesare le cose e a lui fedelmente riferirle.
Anno di CRISTO MDCCLXXIII. Indiz. VI.
CLEMENTE XIV papa 5. GIUSEPPE II imperadore 9.
Finalmente il Vaticano fulminò. Il dì 21 di luglio del presente anno vide distrutta l'opera di Paolo III, le radici di più di due secoli svelte; tante magnifiche fonti d'istruzione e di educazione nei due mondi chiuse; tante ricchezze in mani aliene mandate; la più forte milizia di Roma annientata e dispersa; ma vide ancora, e il disse un papa, la cui sentenza ognuno doveva e deve credere ed avere per irrefragabile ed inappellabile, vide, si dicea, la cessazione di non pochi disordini, e la pace del sacerdozio coll'impero.