Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 13

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Un complesso di tali leggi e provvisioni in un breve corso d'anni accettate e promulgate nel ducato di Parma e Piacenza dimostravano evidentemente quanto quel governo fosse risoluto a sradicare gli abusi che in materie giurisdizionali e nelle disposizioni regolatrici dei beni e delle persone ecclesiastiche erano trascorsi. Ma queste erano percosse fatali all'autorità romana, e di tanto maggior rammarico quanto che le medesime deliberazioni andavano prendendo piede, e già l'avevano preso in altri Stati, non che dell'estero, dell'Italia, e pareva che fosse una tempesta che si volesse allargare in ogni luogo. In termini difficili il pontificato si trovava; la resistenza lo metteva in necessità di usare mezzi che l'opinione di molti riprovava, e niuna cosa reca più grande pregiudizio ad una podestà, qualunque ella sia, che fare deliberazioni non obbedite. Dall'altro lato, il non fare risentimento accennava che esso abbandonasse quelle massime che per tanti secoli aveva seguitato. A tale estremo passo gli era mestieri di fare scelta tra il procedere pieghevole e prudente di Benedetto ed il fare rigido ed inflessibile di alcuni altri papi. Clemente XIII non era di natura intrattabile, e sarebbesi forse inclinato od a qualche concessione od almeno a qualche mezzo termine di conciliazione; ma troppo fu e consigliato e sollecitato ad opporre il pontificale petto, ed a farsi forte contro di questa nuova tempesta.

Adunque, ai 20 di gennaio dell'anno scorso, il papa pubblicò la sua sentenza, e contro i commettitori di quanto era contrario alla immunità ecclesiastica ed ai diritti legittimi della sedia apostolica usò l'armi pontificali. Toccate primieramente tutte le disposizioni del duca che giudicava contro i diritti e le immunità della Chiesa, e reso conto dei mezzi di pacificazione da lui inutilmente usati; investendosi della sua pontificale autorità, scriveva che poichè speranza più non v'era di stornare con la pazienza e la dolcezza i colpi terribili intentati all'autorità della santa Sede e della Chiesa, credeva essere giunto alla fine quel tempo, in cui egli vendicar doveva le libertà ecclesiastiche così violentemente offese affinchè nissuno potesse dargli la taccia d'aver tradito il suo dovere. Dichiarava pertanto nulli, di niun valore, temerarii ed abusivi i sopraddetti atti, decreti, editti, prammatiche, come usciti da mano di persone che non avevano nissuna autorità di formarli. Dichiarava egualmente nulli e di niun valore tutti quelli che dalle medesime persone in avvenire uscire potessero; proibiva finalmente a' suoi venerabili fratelli ai vescovi di quei ducati, ed a qualunque altro di conformarvisi. Oltre a tutto questo, posciachè ad ognuno era notorio che tutti quelli i quali avevano partecipato nella formazione, pubblicazione o esecuzione delle ordinanze medesime, erano incorsi in tutte le censure ecclesiastiche, così dichiarava che da queste censure non potessero essere liberati, nè riceverne l'assoluzione, eccettuati i casi di pericolo di morte, se non da lui stesso, o dal pontefice che dopo di lui sedesse. Dichiarava altresì che, a volere che l'assoluzione data in pericolo di morte fosse salutare e valida, era condizione indispensabile che, passato il pericolo, gli assolti ritrattassero e disfacessero quanto avevano fatto di attentatorio alle immunità ecclesiastiche; le quali cose non facendo, rimarrebbero alle medesime pene sottoposti. Voleva finalmente che, siccome era notorio che le sue presenti pontificali lettere incontrerebbero pur troppo delle difficoltà, per essere pubblicate ed affisse con sicurezza negli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla, le pubblicazioni fatte nei luoghi soliti di Roma annodassero quelli ai quali appartenevano, come se fossero loro state nominatamente e personalmente intimate.

Parlossi altamente e fecesi un rumore grande pel mondo cattolico, così delle risoluzioni del duca di Parma, come del monitorio del papa; ed in mezzo ai molti discorsi, il duca Ferdinando, confortato dal Dutillot, primieramente con suo editto del 13 di marzo 1768 proibì severamente il monitorio in tutti i suoi Stati. Poi a dì 6 del seguente aprile presentò, per mezzo dei ministri delle tre corone di Francia, Spagna e Due Sicilie, al papa una rimostranza de' suoi ministri, in cui e contro la pontificia decisione protestava, e, le sue ragioni adducendo, dimostrava che le prammatiche e gli editti, di cui si trattava, avevano fondamento nel diritto sovrano e nella incontrastabile utilità dello Stato.

S'infiammarono dall'una parte e dall'altra gli spiriti. Uscirono alla luce scritti moltiplici, alcuni in favore di Roma, molti in favore di Parma. E siccome il papa, nel principio del suo monitorio, aveva chiamato col nome di _suoi_ i ducati di Parma e Piacenza, si riandarono le antiche cose, per conoscere quale fosse o non fosse la sovranità della Sedia apostolica su di quella bella e doviziosa parte d'Italia. Questi sostenevano che Parma e Piacenza fossero anticamente parte dell'esarcato, e, per conseguenza, devolute con le altre città di quell'antico Stato alla santa Sede; che i pontefici le avevano senza contrasto possedute come vere e legittime possessioni della Sede medesima; che i trattati posteriori, per cui s'erano variate le sorti delle due città e date in mano di altri lignaggi principeschi non avevano potuto cambiare la natura delle cose, nè aver la Sede apostolica mai consentito alle mutazioni di signoria, ma anzi sempre protestato contro le medesime. E venendo alle disposizioni del duca Ferdinando contenute nelle prammatiche ed editti, dei quali si contentava il merito, dicevano essere evidente ch'essi avevano posto la falce nella messe altrui, ed intaccato enormemente i diritti della potestà ecclesiastica. Se v'era abuso, esclamavano, non avere mai Roma ricusato di darvi riparo coi principi secolari intendendosi, nè esser ella per ricusare; ma essere nel tempo medesimo evidente che l'utilità e nemmeno la necessità non danno il diritto, e che quando il mandato non c'è, tutto quello che si fa è irrito, invalido e nullo, nè fare si può senza ingiuria di colui al quale il fare si aspetta; se la contraria dottrina prevalesse, si turberebbero tutte le giurisdizioni e il mondo ritornerebbe nel caos, e la umana società si dissolverebbe.

I difensori di Parma non se ne stettero oziosi, e pubblicarono parecchi scritti, fra i quali si notarono principalmente quelli di Giambattista Riga, Piacentino, avvocato fiscale del duca. Del supremo dominio parlando, asserirono che non mai la santa Sede l'aveva posseduto, e che era favola di menti o non sane o ignoranti o bugiarde il pretendere che Parma e Piacenza fossero anticamente membri dell'esercato di Ravenna, perciocchè era notorio che furono sempre città soggette ai Lombardi, o libere colle proprie leggi, o appartenenti al ducato di Milano. Quanto alla immunità ecclesiastica, i difensori del duca allegavano che quanto è vero che il governo della Chiesa in ciò che riguarda le cose meramente spirituali è ed esser deve libero e independente dall'autorità temporale; tanto da un'altra parte è certo che la potestà che la Chiesa esercita sopra alcune cose temporali, come sono appunto i beni della terra e le eredità e le successioni, è una concessione de' principi, che essi possono o modificare o regolare, od anche sopprimere, quando ciò per l'utilità dello Stato fosse richiesto; e citando a sostegno dello loro opinioni santo Agostino, san Girolamo, santo Ambrogio, continuavano a dire che nuova non era nella Chiesa la prammatica del duca, e che esso non aveva fatto altro che imitare altri principi, e queglino stessi dei quali la Chiesa sommamente si lodava.

A questo modo gareggiavano fra di loro e si davano l'un l'altro molte brighe la corte Romana ed il duca di Parma; ma nissun di loro si dipartì dalle prese risoluzioni, e tanta fu la prudenza del governo del principe secolare, che nissun grave inconveniente nacque nel ducato per l'interdetto messo sopra gli esecutori della sua volontà, nè pure originandosi quelle turbazioni di alcuni ordini religiosi che parte contristarono, parte sdegnarono Venezia ai tempi del suo interdetto.

Con tanta maggior franchezza il duca procedeva in questa bisogna che le altre corti borboniche, le quali per un trattato del 1761, che chiamarono il patto di famiglia, s'erano fra di loro collegate ad ogni bene e ad ogni male, ed a conformità, anzi unità di consigli, avevano preso focosamente a favorirlo. In fatti, non così tosto il monitorio del papa era pervenuto a loro notizia, non si contentarono di sopprimerlo ne' loro Stati, ma richiesero fortemente il papa della sua rivocazione, la quale non avendo potuto ottenere, vennero finalmente a determinazioni più rigorose e più efficaci. Il re di Francia, come si è già detto al finire dell'anno precedente, fece occupare da' suoi soldati, condotti dal marchese di Rochechouart, la città di Avignone ed il contado Venosino; poi mandò commissarii del parlamento di Provenza a prenderne possessione in suo nome, e ricevere il giuramento di fedeltà, come di paese già annesso alla sua corona, dai consoli, sindaci ed abitanti. Dal canto suo il re di Napoli pose le mani addosso nel medesimo modo a Benevento, mandandovi soldatesche e commissarii, e diceva che Benevento era suo, come il re Luigi d'Avignone e del contado affermava.

Siccome poi ai Borboni non isfuggiva che la durezza del pontefice procedeva principalmente dai consigli de' Gesuiti, che già avevano cacciati da' loro Stati, e da quelli del cardinale Torrigiani, suo ministro di Stato, prelato tutto dedito a que' padri, addomandarono con molto calore ch'egli la compagnia di Gesù interamente sopprimesse. Ma Clemente, che prestava molta fede alle loro parole, ed a cui rincresceva di privare anche in Italia di quel sussidio la santa Sede, giacchè negli altri regni della cristianità l'aveva perduto, fermò l'animo e resse alle istanze, nè si lasciò volgere ai desiderii de' principi. Dalla quale sua fermezza procedette che le cose non si addomesticarono nè col duca di Parma, nè coi principi suoi consanguinei, finchè Clemente XIII visse. Ei conservò il suo monitorio, Parma i suoi ministri, Francia Avignone, Napoli Benevento, Spagna i suoi risentimenti.

Oltre a questi disturbi di Parma, gravi e veramente pericolose erano per altre parti le condizioni della Chiesa al momento dell'esaltazione già detta del Ganganelli.

Non poco sdegno nudriva Giuseppe re di Portogallo contro di Roma, per vedere ancora in piè gl'Ignaziani che tanto egli odiava. Vi era anche in quel reame pericolo di scisma, cioè di separazione dalia santa Sede, minacciando il re di creare un patriarca in Lisbona per l'esercizio della suprema autorità pontificale, e di non avere più altra comunicazione col pontefice romano che quella delle preghiere.

Non minori minaccie faceva la Spagna, la quale continuamente fulminava contra i Gesuiti e con sinistre voci protestava che se di loro come desiderava sentenziato non fosse, verrebbe a qualche risoluzione funesta a Roma.

La Francia riteneva Avignone, come si disse di sopra, e grandi risentimenti faceva sì per l'oltraggio fatto al duca di Parma colla scomunica, e sì per le lunghezze che il papa andava framettendo per conformarsi ai desiderii di Spagna ed a' suoi proprii per la domandata soppressione.

Per le narrate cose il duca di Parma irritatissimo anch'egli si dimostrava, e consigliato da ministri savii e fermi, faceva le viste di non temere i fulmini del Vaticano.

Non riceveva la Sedia apostolica minori molestie dal re di Napoli, il quale, oltrechè perseverava nello appropriarsi Benevento e Pontecorvo, si spiegava eziandio di volere più avanti nello Stato ecclesiastico allargarsi; e da riforma in riforma procedendo, dava a divedere che, poichè il papa non voleva fare avrebbe fatto egli. In somma le immunità ecclesiastiche continuavano ad andare in ruina nel regno. Il re, considerati gli abusi che nascevano dalla riscossione delle decime ecclesiastiche, le abolì intieramente, ordinando che l'erario regio supplirebbe con una conveniente pensione in favore di que' curati, ai quali, per la soppressione delle decime, restasse una congrua minore di centotrenta ducati. Andava anche un giorno più che l'altro tarpando l'ali alla nunziatura, con ridurre molte cause miste all'autorità ordinaria dei tribunali regi. Queste mosse principalmente davano Tanucci e Carlo di Marco.

Venezia, senza ricorrere all'autorità pontificia, di propria volontà riformava le comunità religiose: lo spirito del Sarpi in lei sempre viveva; nè valse a Clemente XIII che da Venezia sortito i natali avesse per poter la novella tempesta schivare. Benchè in grazia di lui avesse cassato il decreto, emanato già per risentimento delle decisioni intorno ad Aquileia, che proibiva gli abusi di certe dispense e delle indulgenze che per denaro si concedevano, non si rimase però che qualche secreto rancore gli animi dei padri ancora non alterasse, e non si manifestasse con rigori di dazii e di gabelle sui confini contro i sudditi dello stato ecclesiastico. Ma più specialmente nell'anno addietro il senato avvertì che le ricchezze del clero erano divenute tanto esorbitanti che di grave scandalo riuscivano ai privati e di molto danno al pubblico, però che le mani morte possedevano una rendita quasi eguale a quella dello Stato. Quindi prese rigorose e valide misure tanto sui beni de' cherici che sopra le persone loro; ma noi potè fare senza che il papa gravemente se ne risentisse. Ed in fatti con un suo breve dell'8 ottobre di quell'anno si lamentò colla repubblica ch'ella avesse, oltrepassando i termini dei proprii campi, posto i piedi in su quelli d'altrui, e sotto specie di regolare interessi attinenti allo Stato, si fosse fatto lecito d'intaccare la giurisdizione ecclesiastica; e dopo noverate ad una ad una le cose che teneva illecite, «alzava la paternale voce, e la repubblica ammoniva che da tali perniziose e scandalose determinazioni recedesse.» Rispose il senato, e stette fermo nelle sue risoluzioni: il papa nuovamente esclamava con altro suo breve del 17 dicembre sempre dello stesso anno, ed, al senato le parole indrizzando, l'avvertiva che, recate dalle di lui lettere nuove ferite al suo paterno cuore, dovea di nuovo parlare, di nuovo ammonire, pregare, lamentarsi, biasimare. Ricevuto il breve del papa, il senato non si rattenne in silenzio; ma non si rimosse da quanto ordinato aveva, nè il pontefice venne al passo estremo di pronunziare l'interdetto contro la repubblica; e come tal era la condizione sua che il consentire gli pareva impossibile, il contrastare senza frutto, le cose in quello stato si rimasero.

La Polonia stessa, che sempre era stata devotissima alla santa Sede, mossa dall'universale consentimento e da quell'influsso contrario che contro Roma si spandeva, cominciava a vacillare ed i privilegii della nunziatura diminuiva, e poneva un freno alla volontà della curia romana.

Alle quali cose se vogliamo aggiungere quello spirito filosofico che d'ogni intorno spirava, e che metteva in dubbio non solamente le prerogative della Sedia apostolica, ma ancora le verità stesse della fede, si verrà conoscere a quale e quanta tempesta avesse ad ostare il nuovo pontefice, ed in qual pericoloso frangente si avvolgesse.

Stava il mondo in grandissima aspettazione di vedere a quali consigli si atterrebbe, e quali mezzi userebbe Clemente XIV per rivolgere in meglio le disposizioni dei principi. Il cedere e il non cedere in tali congiunture può essere ugualmente di danno, quello, perchè mette le cose domandate per perdute, questo, perchè mette pericolo che se ne perdano delle maggiori. Nè si ha nemmeno certezza che il concedere faccia moderazione in chi domanda; imperciocchè il più delle volte succede che più si dà e più si domanda. Contuttociò Ganganelli vedeva evidente la necessità di contentare i principi, perchè, se di soverchio si contrastasse loro, era da temersi che dessero della scure sulla radice stessa dell'autorità pontificia, cosa alla quale gli scritti dei filosofi e dei giansenisti stessi gagliardamente spingevano. Il che ottimamente considerato, principiò a dare segni di quanto voleva fare. Nominò suo segretario di Stato il cardinale Pallavicino, personaggio grato alle potenze; scrisse ai monarchi lettere pacifiche ed amorevoli.

Lieti augurii eran questi, che già una causa speciale e viva aveva fomentati, il viaggio, cioè, in Italia in quest'anno fatto dall'imperatore Giuseppe. Vide Napoli, Roma e Firenze, vide la sua Milano. Padre de' popoli più che re in ogni luogo si dimostrava, il povero, più che il ricco in cale aveva, non abborriva dalle tortuose scale ed anguste, nè aveva a schifo gli umili tugurii; il più bell'ornamento di cui un possessore di regni possa far mostra, portava seco; imperciocchè l'accompagnavano la semplicità del costume, l'affabilità del discorso, la bontà dell'animo, e meglio amava sentirsi chiamare benefico che augusto. La sua vivida mente in ogni occorrenza appariva; figliuolo buono ed ingegnoso d'ingegnosa e buona madre. Amava i dotti, e viaggiando gli accarezzava come stelle, fra la volgare oscurità onorandoli. Pio ancora lo vedevano i popoli e religioso, dal che argomentavano che non per tiepidezza di fede, ma per ardore del ben fare richiamava a nuovi ordini le cose giurisdizionali e la vita de' chierici. Le accoglienze che generalmente i popoli gli facevano, e particolarmente gli ecclesiastici, erano segno manifesto del quanto fossero cambiati i tempi da quelli di _Barbarossa_. Quando visitò Roma, l'accompagnava il suo fratello Leopoldo, granduca di Toscana. Nè l'uno nè l'altro si fecero, come il Medici, canonici di San Pietro. Correva il tempo dell'interregno per la morte di Rezzonico, ed avanti l'esaltazione del Ganganelli, il sacro collegio, che allora governava la città, l'accolse con ogni più lieta e festevole dimostrazione, deputando per complimentarlo ed accompagnarlo entro quelle festose mura i principi Conti, Borghese, Aldobrandini, Doria, Barberini, di Bracciano, di Piombino. Come prima in cospetto della città era comparso, i principi deputati, avendo con esso loro il governatore di Roma, con graziose parole l'avevano onorato; offrirongli la guardia svizzera, che ricusò. Gli si diedero festini magnifici nelle case di Bracciano, Corsini, Santacroce e Salviati: tutto era magnifico e bello, ma il più magnifico e più bello era la semplicità del fare e del favellare. Maravigliosa fra le altre fu la festa datagli dall'ambasciatore di Venezia; ad onoranza e a disegno, imperocchè a quel tempo Giuseppe vivesse con qualche amarezza verso la repubblica.

I due fratelli visitarono con divozione e maraviglia il famoso tempio ben degno del principe degli apostoli, tempio d'una monarchia che pensiero fu di un repubblicano. Desiderarono di vedere il conclave, che a que' dì si teneva per l'elezione del nuovo papa; si apersero loro le porte. Giuseppe domandò quando la elezione si farebbe, ed i cardinali risposero aspettarsi i cardinali dall'estero; ed interrogando poscia qual fosse il conclave che aveva durato più lungo tempo, gli venne risposto, quello di Benedetto XIV, che più di sei mesi soprastette a far l'elezione; al che soggiunse: «Or bene poco importa che il conclave duri anche un anno, purchè nominiate un pontefice simile al Lambertini che fu amico a tutti.»

«Mi vien voglia, dice uno storico illustre, di raccontare i presenti che il sacro collegio ed il governatore di Roma fecero a Leopoldo, simili a quelli di Giulio II, che mandò un carico di presciutti e buoni vini al parlamento d'Inghilterra per renderselo benevolo; tre piatti di vitella mongana adorni di fiori e nastri; di vini del paese otto casse; di vini forastieri fruttati dalle Canarie, da Malaga, da Cipro, sedici barili; di rosolii due; di pesci delicati, come storioni, ombrine, tre; di zucchero, di zuccherini, di caffè, di cioccolata, buona quantità, con frutti, confetti di ogni sorta prugnole, cedrati, poponi, olive; e v'erano anche due statue di butirro alte ciascuna un palmo: poi pavoni, fagiani, galline rare acconce in gabbia, presciutti, mortadelle ed altri salumi preziosi. Questi pel gusto, i seguenti per l'intelletto: dodici tomi in foglio di viste e prospettive di Roma con parecchi quadri di mosaico e di tappeti istoriati oltremodo belli. Vennero quindi i presenti più speciali di Roma, reliquie incassate in oro del peso di sedici libbre con grande numero di pietre preziose incastonatevi. Anche Giuseppe ebbe i suoi doni, e furono reliquie.»

Ai 17 di marzo i tre prelati deputati scrissero lettere all'imperatrice madre, in nome del conclave, notificandole, avere il sacro collegio esultato di tutta allegrezza, vedendo fra le mura di Roma e nel grembo degli elettori del pontefice i suoi due figliuoli augusti. Narrarono quanta fosse stata la pietà loro e la venerazione verso le cose sante; dimostrarono quanto il sacro consesso desiderasse e quanto sperasse ch'ella degnasse proteggere e crescere lo splendore e le prerogative degli ordini religiosi, e conservare i diritti, le possessioni e dominii della Chiesa. Testimoniarono infine, niuna cosa più ardentemente desiderare che una pace inviolabile ed una perfetta unione tra il clero ed i principi cattolici.

Partissi Giuseppe da Roma, poi dall'Italia, lodato e venerato anche da coloro che di lui e delle sue intenzioni sospettavano. Ma i suoi detti e fatti restarono nella memoria degli uomini, come segni e pegni di un più felice avvenire.

Nello Stato di Milano regolaronsi le cose delle mani morte a foggia di quanto erasi fatto in Parma ed a Venezia, ed istessamente quanto riguardava agli ordini religiosi. Levata poi l'imperatrice Maria Teresa di mano all'inquisizione ogni facoltà sui libri, avvocò a sè le cause a questa materia relative, e statuì che la censura dei libri si appartenesse ai magistrati da lei deputati.

Anche in Parma, oltre alle cose più sopra discorse, il duca, lamentandosi, in sul limitare stesso d'un decreto, che una potestà straniera esercitata da' claustrali sotto titolo d'Inquisizione del santo Officio, si fosse ne' suoi Stati introdotta, volle ed ordinò che, come morto fosse lo inquisitore di Parma, le cause dovessero giudicarsi da' vescovi, e nissuno più si ardisse, altro che essi, ingerirvisi. Poco appresso mori l'inquisitore, i vescovi assunsero il carico; promessa loro dal principe, ove abbisognasse, l'assistenza del braccio secolare. I detenuti nelle carceri del santo Officio furono dichiarati tenersi prigioni a nome del duca sin che fossero le loro cause spedite, dato anche ai vescovi il comandamento d'informare la potestà secolare delle loro sentenze. E nel medesimo tempo il duca regolò i conventi, espulse i religiosi forestieri, salvo chi per età o per merito o per dottrina si meritasse di dimorare. Delle confraternite e luoghi pii ordinò che, secondo l'utilità, fossero o soppressi o riformati o incorporati.

Il marchese Tanucci e Carlo di Marco, ministri del re di Napoli, lo movevano a statuire, come statuì, che i conventi che non potevano mantenere dodici frati fossero soppressi, e i frati distribuiti in altri conventi, con obbedienza di tutti verso gli ordinarii; che nissuno prendesse l'abito claustrale prima di ventun anni, nissuno professasse prima dei venticinque; che le rendite dei conventi fossero depositate nel banco di Napoli a benefizio ed uso dei conventi per quella rata che sarebbe creduta necessaria; che le cause loro in prima istanza si giudicassero dui vescovi, e in appello da un tribunale supremo instituito dal re; che i conventuali forastieri tornassero nei loro paesi; che i benefizii e le dispense di affinità si conferissero dai vescovi; delle rendite delle confraternite, cappelle, congregazioni, una parte restasse assegnata al culto divino, e dell'altra il re disponesse per opere pie; soprantendesse un magistrato apposta creato dal re alle rendite dei vescovati, e se dei più ricchi qualche cosa soprabbondasse, si ripartisse tra le chiese povere ed i vescovi meno facoltosi.