Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 11
Ultimamente Chauvelin, veduto l'esito infelice de' suoi tentativi, chiamò a raccolta, e viaggiando fra le tenebre della notte, in quel mentre sopraggiunta, si ritirò al campo di Santa Maria dell'Orto ed a Bastia. L'ebbero i nazionali seguitato, e come gli avevano ucciso molta gente nella battaglia, così molta glie ne trafissero a morte nella ritirata. Sommò il numero de' suoi morti intorno a cinquecento, e in assai maggior numero furono i feriti. Lo stesso Marbeuf toccò una ferita nella spalla, il colonnello del reggimento di Rouergue in una gamba, il colonnello del reggimento sassone nel ventre. Gli assediati in Mariana, ch'erano in numero più di cinquecento, perduta ogni speranza di soccorso, si arresero, e furono condotti a Corte. A questo modo Paoli vinse Chauvelin.
Ricevettero i Franzesi in questo fatto una gran percossa. In balìa dei vincitori rimasero intorno a due mila archibusi, tre cannoni di bronzo, dodici casse di polvere, diciassette mila cartocci ed altri militari stromenti ed attrezzi.
La vittoria di Mariana diede maggior animo ai Corsi per modo che vieppiù a loro medesimi persuasero che Paoli fosse il guerriero nato per fondare la loro libertà. E veramente nei preparamenti e nella condotta della battaglia il generale corso dimostrò un'arte squisitissima; nè i suoi Corsi gli mancarono di assistenza, perchè con un valore, anzi con una ostinazione estrema combatterono.
La stagione diveniva ormai sinistra, nè più si poteva campeggiare all'aperto, condizione favorevole ai Corsi, contraria ai Franzesi, per esser quelli avezzi a quel cielo e contentarsi di poco per vivere, mentre l'insolito clima domava questi, nè potevano le provvisioni abbondare alle squadre isolate, posciachè i Corsi, attentissimi ad ogni mossa, velocissimi di natura e per esercizio, e conoscitori perfettissimi d'ogni strada più nascosta, sopravvenivano agevolmente ed improvvisamente e arraffavano le vettovaglie o le tenevano impedite.
Il generale di Francia, vedendo la necessità di cessare dalla guerra pei tempi avversi, e desiderando di distribuire in istanze invernali più comode i soldati, s'ingegnava di allargarsi; nell'esecuzione del quale proposito succedevano spesse ed aspre zuffe fra i due popoli nemici, cotanto l'uno contro l'altro instizziti. E fra le altre una ve ne fu tra i Franzesi comandati dal conte di Coigny, che voleva impadronirsi di Murato, ed i Corsi che impedire ne lo volevano, nella quale, colto il giovane Franzese in un'imboscata, benchè forte fosse e valorosamente si difendesse, rimase morto per una palla d'archibuso che lo colpì. Morto Coigny, i suoi compagni ritrassero i passi a tutta fretta, seguitati senza posa dai Paolisti, che gl'incalzavano colle sciabole, cogli stiletti e colle baionette, sì che in questa piuttosto battaglia giusta, che piccola scaramuccia, perì la metà di loro, diciassette uffiziali parte morti, parte feriti, e con essi moltissimi gregarii.
In quest'anno furono i Gesuiti espulsi dallo Stato di Parma, tra il quale e la corte di Roma allora più grave contestazione si accese, che, per aver avuto termine nel seguente anno, a quello differiamo il tenerne parola, anche per non interromperne il filo incominciato che abbiasi una volta a tesserne l'istoria. Se non che gioverà fin d'ora notare che, presa parte in quella contesa dalle case di Borbone, il re di Francia fece, a danno della santa Sede, occupare il contado avignonese, e quello di Napoli mandò le sue truppe ad impossessarsi, in pregiudizio della medesima, dei ducati di Benevento e Pontecorvo.
Anno di CRISTO MDCCLXIX. Indizione II.
CLEMENTE XIV papa 1. GIUSEPPE II imperadore 5.
In Corsica, la guerra dell'anno precedente con quel fatto che abbiam riferito quasi finì, riposandosi i guerrieri ne' loro alloggiamenti d'inverno. La prospera fortuna de' Corsi contro una Francia, e lo estremo valore da loro mostrato in tanti bellicosi incontri tenevano maravigliate le nazioni, le quali generalmente a quel forte popolo fortunato destino desideravano. Paoli soprattutto era sulle lingue e sulle penne di tutti, e il chiamavano forte, felice e generoso; lui gli antichi esempi di Grecia e di Roma rinovellare predicavano, ed i moderni d'Inghilterra e d'Olanda, e quegli stessi della recente Genova; la Corsica appellavano bene avventurosa per averlo prodotto, bene avventurosa per averlo a guida; ammiravano quelle inclite rocche in mezzo alle acque del Mediterraneo sorgenti, e pubblicavano dare la combattente isola felice augurio, felice esempio all'Italia e al mondo tutto quanto.
Nuovi rumori, che da Tolone si udivano, tenevano i Corsi in qualche ansietà delle cose future, e gli avvertivano che non erano ancora pervenuti al fine delle loro fatiche. In fatti, già si sentiva che in quel porto si travagliavano grandi apparati di guerra, si allestivano e mettevano all'ordine buon numero di bastimenti, si raccoglievano soldati destinati alla conquista, fanti per la maggior parte, non essendo i campi dell'isola atti a ricevere cavalli ed a maneggiarvisi guerra di cavalleria. Non isfuggiva a nissuno che la Francia, avendo assunto l'impresa di sottomettere quell'isola ed al reame aggiugnerla, non era per restare al di sotto, nè per tirarsi indietro per nissuna difficoltà che sorgesse, poichè troppo abbietta cosa le sarebbe paruta, a lei così grande, così forte e di tanto grido in guerra, di essere sgarata e fatta stare da quattro isolani. Le pareva incomportabile, che la piccola Corsica osasse d'alzarle la fronte contro, e quasi a freno tenere la volesse. Perciò soldati a soldati aggiungeva, armi ad armi; Tolone gli accoglieva, e da quel porto già stavano minacciosi per partire e per rinforzare la guerra nella renitente isola. Chauvelin aveva scritto che se non erano trenta mila di quella gioventù franzese, sarebbero indarno, ed in pari tempo, per salute inferma, e forse per l'infelicità de' suoi tentativi, aveva chiesto licenza. Gli venne surrogato il conte di Vaux, del quale pel buon nome di cui godeva, si sperava che avrebbe governata la guerra più virtuosamente e più felicemente dei suoi antecessori.
A così potente apparecchio, che indicava l'estrema volontà di Francia, l'estremo cimento della fortuna, molto si sollevarono gli animi in Corsica. Alcuni temevano, credendo l'impresa loro perduta; altri, più oltre procedendo, accusavano Paoli d'ambizione e dello scellerato pensiero di voler vedere la ruina della sua patria, piuttosto che scendere dal grado a cui era stato esaltato; altri finalmente cominciavano in cuor loro ad interporre una servitù quieta ad una libertà turbolenta e tempestosa. Tali erano le opinioni, tali i dissidii: questi pensieri nascevano, quando pel silenzio dell'armi si trovarono i sangui raffreddi nell'inverno. Ma i più di gran lunga pertinacemente perseveravano nel loro proposito: gli sviscerati per la libertà, per lei morire volevano, e in Paoli, come in suo sincero e forte sostenitore, confidavano. Videro il pericolo, e cercando con salute d'incontrarlo, tennero nel mese di aprile nel convento di Casinca una generale consulta, e quell'assemblea di guerrieri, di pastori, di pecorai, di cacciatori, di religiosi ancora decretò:
Ognuno dai sedici ai sessant'anni si armasse in guerra, e chiamato, vi andasse con quaranta cariche da schioppo;
Un terzo stesse sui campi a fronte del nemico, sinchè gli venisse la muta di un altro terzo; potendo però, se ne scadesse bisogno, gli altri due terzi avviarsi insieme, e col primo andare alla guerra;
I bestiami si ritirassero da' piani ai monti alti e sicuri, col privilegio di nissun pagamento pel pascolo;
Che i poveri ma valorosi, i quali colle loro famiglie dovessero per cagion del nemico ritirarsi nell'interno del regno, avessero le spese dal pubblico;
Che tutti gli ecclesiastici, non in cura d'anime, dovessero concorrere alla comune difesa colle loro persone, e si ordinassero in corpo per tenere certi posti, onde le schiere de' secolari potessero meglio ed in maggior numero travagliarsi nelle fazioni alla campagna.
Viveva ancora nella nazione corsa, se non in tutti, certamente ne' più, quando il suo supremo magistrato ordinò queste cose, quell'acceso spirito, per cui per tanti anni aveva a Genova contrastato ed ora la spingeva a resistere alla Francia. I fatti forse le divenivano contrarii, ma con estremo ardore all'estremo cimento si andava preparando. Per la qual cosa di buon grado accettò le sovrane deliberazioni; nissuno si ristette; chi per l'età poteva, chi per l'esempio, tutti davano l'opera loro prontissimamente. I guerrieri, nel corso abito involti e dal corso valore spinti, calpestavano il suolo verso le terre sopra di cui il nemico insisteva, e ferocemente le armi brandivano. I vecchi, i decrepiti stessi, in quell'estremo pericolo della Corsica, parevano rinvigorirsi, e le membra, che ormai abbisognavano più di riposo che di travaglio, esercitavano alle opere faticose da lungo tempo dismesse. Le donne ancora non isgomentatesi, anzi incoraggitesi a quello aspetto terribile delle cose, quai novelle Amazzoni, alcune in femminili vesti avvolte, altre accinte in abito virile, qua e là armate correvano, e cogli uomini gareggiavano di coraggio e di furore. I fanciulli stessi, che fin dalla culla aveano succiato rabbia contro Genova, ora, voltandola contro la Francia, davano a conoscere, negli esercizii militari travagliandosi coll'armi, che i germi, non che le piante adulte, erano di quel vitale succo imbevuti e pregni.
Mentre così la Corsica tutta si commoveva e si avventava coll'armi, e in sè medesima forte strepitava in ogni parte di grida, giunsero nuove che il conte di Vaux, generalissimo di Francia, era ai 2 di aprile arrivato in San Fiorenzo, e che genti sopra genti, armi sopra armi, nel medesimo porto ed in Bastia ed in Calvi, sbarcava sulla terra corsa, sbarcava grandissimo apparecchio d'uomini valorosi e bene ordinati contro uomini infiammati e cui muoveva piuttosto la volontà propria che la regolata disciplina. La causa della famosa isola era urtata da urto possente, e se non la salvavano le montagne, gli stretti passi e la longanimità di gente povera e al poco contenta, sembrava impossibile che a così grande sforzo reggere potesse.
Ai gravissimi avvisi che i Franzesi cotanto ingrossavano la guerra, Paoli insorse, ed a quella estrema pruova gli animi dispose e le armi. Già si vedeva che se una forza soprabbondante il chiamava a ruina, non da vile, ma da forte perire voleva, e volta la mente alla posterità, nella posterità si consolava.
Trasse Paoli fuori il terzo della nazione, ed ordinò che gli altri due stessero pronti al muoversi; i volonterosi compagni schierando e ponendo in ordine a Casinca ed in altri luoghi di frontiera, donde sboccando i Franzesi potevano far impeto. Li raccolse alle insegne; ne fece rassegna e mostra, ed aveano sembianza di soldati provati, non fatti tumultuariamente. In quel momento istesso gli attillati e odorosi vagheggioni delle famose città di Francia e d'Italia marciavano in femminili e molli tresche, e forse dei pecorai di Corsica si burlavano; ma i buoni europei guerrieri ammiravano quelle alte anime, e molti, allettati dal portentoso grido, fra gli altri lord Pembroke, furono presenti alla mostra solenne, ed a quei devoti uomini auguravano sorte felice.
Dall'altra parte il capitano franzese che voleva essere mutatore di quello stato, uscito ancor esso a campo fuori di Bastia, aveva raccolto i suoi sulla spiaggia di San Nicola, e gli andava ordinando alle vicine battaglie. Stupivano che rozzi paesani si fossero posto in animo di resistere ad una Francia.
Grande arte, grande perizia mostrò de Vaux. Allievo di Maillebois, e, come egli, esercitato nelle guerre di Corsica, i luoghi sapeva, e conosceva le forti e le deboli parti del nemico. Reggeva meglio di ventidue mila soldati, ben provveduti d'ogni cosa alle militari fazioni confacente, e più ancora di coraggio. Accampossi col grosso dell'esercito ad Oletta, colla sinistra appoggiata alla bassa Tuda, e colla destra, distendendosi verso la regione più piana, accennando a San Fiorenzo. Le due ali erano, l'una sotto il governo del marchese di Arcambal, che teneva la destra, l'altra dal conte di Marbeuf, che stava sulla sinistra, quella per ispazzare il paese verso le parti superiori del Nebbio, questa per sottometterlo dalla parte di Borgo e Mariana verso la costa marittima. Una schiera appartata, retta dal signor di Narbona, aveva posto l'alloggiamento a Monte Nebbio, vicino a Borgognano, per tenere in freno i Corsi dell'Oltremonte. Col medesimo intento un altro corpo col marchese di Luker stava a sopraccapo di Montemaggiore, Calenzano e Rapalle per fare che i Corsi della Balagna accorrere non potessero in aiuto di Paoli.
I Corsi, disposti a mettersi alla stretta dei fatti d'armi, s'erano ordinati a fronte dell'esercito franzese di maniera che sulla sinistra loro, partendo da San Pietro, San Gavino e Sorio, terre del Nebbio, e procedendo verso la destra, si distendevano, passando per Olmetta, fino a Borgo in poca distanza da Mariana. Il principale loro sforzo era in Olmetta, ed era creduta il più stabile fondamento della loro resistenza una catena di monti, le cui sommità avevano con trincee ed artiglierie fortificate, e che corrono da Val di Bervinco al monte Tenda. Paoli ed il suo fratello Clemente alloggiavano in Murato, punto medio di tutta la circonferenza, e che avevano voluto fortemente presidiare, perchè di là potevano vedere, sopravvedere e provvedere subitamente quanto occorresse. Saliceti, Cottoni, Serpentini ed altri valorosi capi li secondavano chi sull'ala destra e chi sulla sinistra. E a questo modo i due campi nemici stavano a petto l'uno dell'altro.
De Vaux conosceva che, per meglio dispensare l'ordine della guerra, e più facilmente rompere il renitente nemico, fosse maggior profitto salire sino a Corte, perchè essendo quella città metropoli del regno, e situata verso i sommi gioghi, fra il Cismonti e l'Oltramonti, l'acquistarla avrebbe dato, siccome giudicava, spavento ai Corsi, e nel medesimo tempo procurato facilità per iscendere nell'Oltramonti sopra Aiaccio. A questo aveva fermo l'animo ed indirizzava i suoi pensieri; ma per condurgli ad effetto, aveva a fare con Corsi, con fiumi e con montagne, se non che il confortavano l'animo suo forte, l'uso di guerra che aveva ed il valore de' suoi soldati.
Andando il dì 5 di maggio, si moveva alla fazione, ed in cotal modo il fece. Principale suo intendimento era di guadagnare le alture di San Nicolao, donde, si accenna sulla sinistra a Bigorno, e quindi al basso Golo sulla destra al monte Tenda, superato il quale acquistava l'adito a Ponte Nuovo sul Golo, e più lungi, passato il fiume, a Corte. Credeva che per questa via il nemico fosse più agevole ad essere fracassato. Ordinò primieramente, per tenerlo in inganno di quanto ei volesse fare, che Arcambal e Marbeuf, colla parte delle genti che avevano in custodia, facessero un gran tempestare sulle due estremità. Stimando poi che i Corsi accampati a Sorio, San Gavino e San Pietro potessero, infestando l'ala destra, turbare i movimenti ed interrompere le strade per San Fiorenzo, aveva dato ordine che sui luoghi più opportuni si assettassero fortificazioni estemporanee e si munissero d'artiglierie.
Così fatto come pensato, De Vaux, parendogli ormai che il tempo fosse da spenderlo in operare, ed esplorato bene l'inimico, andava all'esecuzione del suo disegno. Ognuno fece il debito suo virilmente e combattessi con molta gara. I Corsi, dato mano alla difesa, contrastarono con sommo valore: i Franzesi con non minor valore gli assaltarono. Stette alcun tempo dubbia la fortuna; ma finalmente prevalse la disciplina al combattere incomposto, e l'onore delle insegne all'amore della patria. De Vaux percosse finalmente con tal impeto nel nemico che lo cacciò da Olmeta, lo cacciò ancora da Vallecalde, ed in fine accostassi a Murato.
Mentre le cose in tal fortuna si governavano da Vaux, Marbeuf combatteva felicemente anch'esso. Impadronitosi di Borgo e d'Ortale, e passato co' suoi cavalli il fiume, quasi tutta occupava la Casinca. Murato stesso non resse alla forza franzese, e i due Paoli, quantunque con costanza quasi sovrumana contrastato avessero, erano rimasti perdenti, e furono stretti a ritirarsi, pervenendo a Rostino non senza disegno e speranza di poter ristaurare la fortuna cadente, poichè i Corsi più dispersi che distrutti tendevano a raccozzarsi, ed i luoghi erano ardui a passarsi pei Franzesi. I vincitori riuscirono, secondo il desiderio loro, a San Nicolao, tutto il Nebbio e tutto il paese sino al campo di San Nicolao restando sottomesso alle armi della Francia.
Non vi fu nè indugio nè quiete, volendo il Franzese usare l'impressione prodotta dalla vittoria. Marciò sopra Leuto velocemente, e il prese non ostante che i Paolisti acremente gliene contrastassero l'acquisto. I soldati spediti e presti di de Vaux pervennero fino a Pontenuovo.
Non era compita la prosperità, se non isloggiava il nemico dalla foce di san Giacomo, perciocchè questo passo situato fra mezzo le cime del monte Tenda signoreggia dall'alto la Pietralba e la valle d'Ostriconi, ed è stimato la chiave della provincia di Balagna. I Corsi, che conoscevano l'importanza di quel sito, con ogni estremo sforzo il difesero, nè cessero se non quando, ingrossati oltre misura i Franzesi sopravanzarono talmente di forze, che non più coraggio, ma temerità, anzi follia sarebbe stato il più lungamente contrapporsi.
I vincitori già si scagliavano correndo contro Sorio e San Pietro, quando uno scoppiar d'archibusi ed un fischiar di palle, che d'ogni intorno dalle rocce e dai boschi uscivano, li fece accorti che i Corsi avevano ripreso animo e voleano ricuperare quella fatale bocca di San Giacomo. Ma i Franzesi con tanta forza si spinsero innanzi, che, rendendo vano lo sforzo del nemico, se la conservarono.
Non erano ancora al fine delle loro fatiche in questa parte, perchè i tenaci isolani si raccozzarono novellamente in numero di tre mila, e assaltarono, sempre a quell'importante sito accennando, con incredibile vigoria i Franzesi, cui in quel luogo reggeva il signore Durand d'Ogny. I fieri seguaci della testa di Moro si vedevano con mirabile intrepidezza salire le ripide balze esposti al furioso bersaglio del nemico, e noiati massimaniente dalle artiglierie che gl'imberciavano, e ad ogni momento squarciavano e straziavano le membra loro. Non timore, non esitazione mostrarono: superate le più ardue ripe, s'aggrappavano alle radici delle trincee franzesi, e si affaticavano di salirvi sopra: la rabbia loro era immensa; appiè delle trincee sorgevano monti dei loro corpi estinti. D'Ogny ostava tuttavolta con tutto il valore e tutta l'arte d'un ottimo guerriero, ma sarebbe in fine dalla furia corsa rimasto sforzato, se Arcambal, e Viomenil, e Boufflers, e Campenne non fossero accorsi a prestissimi passi da San Nicolao e da altri luoghi circostanti per aiutarlo. Tanti rinforzi ed un furioso urto dettero perduta la speranza ai Corsi di poter espugnare quel sito, e gli sforzarono finalmente a dare indietro non senza maraviglia da' Franzesi stessi concetta dell'estrema bravura degl'isolani.
Fu questo uno dei più grossi cimenti a cui vennero nimichevolmente fra di loro l'armi franzesi e corse. Ma uno più feroce ancora si apprestava da cui pendeva la terminazione del litigio ed il destino dell'isola. Paoli, che ancora era potente in sui campi, s'era ritirato in Bostino, dove col vivido pensiero andava immaginando modo di far risorgere la fortuna che inclinava. Vennero chiamati di suo ordine sotto la condotta del Saliceti ad unirsi con lui mille buoni soldati di quelli che, non avendo potuto ostare in Casinca a Marbeuf, s'erano tirati indietro verso il monte Sant'Angelo e Sant'Antonio della Casabianca; e stimando che fosse meglio assalire che l'essere assalito, sboccò per Ponte Nuovo, varcando alla sinistra del Golo, e con quante genti aveva potuto congregare s'ingegnava di allargarsi a destra ed a sinistra. Suo divisamento era di arrampicarsi su per le balze che ivi costeggiano il fiume, e guadagnare le cime dei monti che, continuandosi ed innalzandosi verso Lento, aggiungono più su a Costa ed a Canavaggia, e sono attinenti al monte Tenda ed alla bocca di San Giacomo. Pericoloso riusciva il pensiero pei Franzesi, attesochè, se Paoli avesse ottenuto l'intento, gli avrebbe da quella bocca cacciati, ed acquistato facoltà di tagliar fuori la loro ala destra, e, per conseguenza, di ferirli per fianco.
Già era sulle alture pervenuto, già arditissimamente combattendo aveva superato Lento, e battendo s'incamminava alla volta di San Nicolao e di Murato superiore. Se altra colonna da lui mandata ad assalire Canavaggia avesse incontrato il medesimo successo, il suo accorto pensiero avrebbe avuto effetto; ma essendosi il nemico fatto forte in Canavaggia, i Corsi da questa parte si sforzarono indarno.
Questo fatto di Canavaggia diede la guerra perduta ai Corsi. Là cadde la fortuna di Corsica, là tutte le fatiche di Paoli diventarono vane, e là franzese la Corsica divenne.
I Franzesi l'aura che spirava favorevole a piene vele ricevendo, si calarono precipitosamente da Canavaggia, e occuparono Pontenuovo, insigne scaltrimento di guerra. Caso fatale ai miseri Corsi fu questo, perciocchè gli scesi da Canavaggia investirono sul sinistro fianco coloro che con Paoli s'erano condotti a Lento, ed intieramente gli sbaragliarono e sbarattarono. Tanto più grave fu lo scompiglio e la fuga, che sparse fra di loro la spaventosa voce, ed era vera, che Pontenuovo era in poter del nemico, e che più niuno scampo restava a chi combatteva sulla sinistra del male avventuroso fiume. Paoli, che aveva munito di qualche fortificazione la testa del ponte sulla destra, arrivato fra mille e varii pericoli sul luogo, tentò bene di racquistarlo, ma fu sbattuto da quel suo sforzo, e gli venne fallito il pensiero. I Corsi assaliti inaspettatamente sul fianco ed alle spalle, non sostenuta la impressione del nemico si precipitarono verso il ponte per ripassarlo; ma, invece del varco aperto, il trovarono chiuso, ed i Franzesi che con le baionette in canna li trafiggevano. Miserabile fu quell'orrendo mescolamento, miserabile lo scempio fatto degli scompigliati: i più furono morti, non pochi si annegarono nel fiume, avendo tentato di scampare per questa via dall'empito della Francia vincitrice; alcuni tra sani e feriti si nascosero fuggendo nei boschi, fra le roccie e per le folte macchie. Quattro mesi dopo il ferale evento si vedevano ancora le gocce del sangue rappreso sul funesto ponte; scoprivansi qua e là per le campagne Corsi morti di ferite, e che meglio avevano amato perire abbandonati dagli uomini e dalla fortuna che ricorrere per salute ad un nemico che tanto detestavano. Quattro specialmente di questi miseri e forti guerrieri furono sopra una deserta roccia trovati tutti sanguinosi e morti in atto di tenersi strettamente abbracciati, atto certamente preso a posta per dare insieme l'ultimo sospiro e l'ultimo respiro alla perduta patria.
Nel tempo stesso che queste cose succedevano nel mezzo, Marbeuf, varcato coll'ala sinistra il Golo, sottometteva tutta la Casinca, ed Arcambal sulla destra conquistava la Balagna.
In mezzo a tanta ruina, Paoli, lasciato il fratello Clemente a Morosaglia, perchè quanto potesse ritardasse l'impeto, si ridusse vicino a Corte, dove tentava di raccorre e riordinare i pochi avanzi delle sue sconfitte genti; nuovi aiuti eziandio per sua possa convocando. Ma de Vaux, che non voleva temporeggiare quella fortuna, ma piuttosto colla celerità del tutto domarla, venne avanti precipitoso, ed, appressatosi a Clemente, il cacciò di Morosaglia, e cacciò eziandio Pasquale da Corte; laonde questa famosa metropoli venuta in mano altrui, il castello solo resistette, ma per pochi giorni, e quegli aspri monti tutto all'intorno di forestieri suoni echeggiavano. Paoli, più ancora doloroso che scoraggiato, si ritirò di Vivario.