Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 103

Chapter 1031,865 wordsPublic domain

Contemporaneamente ai primi passi sui confini napolitani, una sommossa scoppiava, per parte delle truppe, nel Piemonte, e segnatamente in Alessandria, nel dì 8 marzo. Questa voglia di novità si diffuse anco in parte nella guernigione di Torino ed in altri reggimenti sparsi in varie città degli Stati Sardi. Gli studenti, i quali, per avere sino dal dì 11 di gennaio resistito alla truppa in un conflitto nel quale erano rimasti feriti diciotto loro compagni, aveano avuto severo gastigo, si unirono ai rivoltosi, e l'esempio loro fu da molta gioventù seguitato, facendo per ogni dove udire le grida di _viva la costituzione_. Tutti coloro che per delitti politici erano stati in varie parti del regno, pochi giorni prima arrestati e tradotti nelle carceri di Torino, furono posti in libertà. Il re Vittorio Emmanuele, dal cui animo non era mai uscito il divisamento di sottrarsi alle gravi cure dello Stato, dopo lungo consiglio, per non mancare agl'impegni contratti con le alte potenze nel congresso di Vienna e di Tropau, creò reggente del regno il principe di Carignano, che pubblicò un editto, annunziando i poteri conferitigli dal re e l'abdicazione di lui al trono in favore del fratello Carlo Felice, il quale da Modena, ove in quel mentre si trovava, notificò ai popoli del regno, avere lui assunto l'esercizio della regia podestà, e non riconoscere allora nè mai cambiamento alcuno nella forma del reggimento. Nel dì 14 fu promulgato l'atto, e la formula del principe reggente relativa a tale promulgazione terminava con le parole: _Giuro altresì di esser fedele al re Carlo Felice_.

A Genova intanto l'ordine pubblico non era stato alterato; ma il dì 21 di marzo, avendo quel governatore pubblicato la dichiarazione del nuovo re Carlo Felice, la popolazione, siccome quella che portava opinione doversi anche in Genova promulgare la costituzione, cominciò a dubitare della veracità del documento, e ad avere per equivoche le espressioni del governatore relative al principe, che suonavano di questo tenore: «S. A. S. il principe di Carignano mi ha fatto conoscere che, mosso dai sentimenti di onore e fedeltà che lo distinguono, si è pienamente confermato a quanto nella prelodata dichiarazione viene ingiunto.» Formaronsi pertanto degli attruppamenti che si diressero al palazzo del governatore. Accolse egli alcuni dei capi, cercò calmarli, ma non rimasero paghi. Verso sera crebbe il tumulto, e disarmati alcuni corpi di guardia, con quelle armi la folla s'avviò a Banchi. Intanto i posti principali erano stati occupati dai soldati, e collocati sulle mura due cannoni, a dominio di tutta la strada verso Banchi, ove sorgeva appunto il palazzo del governatore. L'attitudine delle truppe e due sole cannonate a polvere poterono disperdere gli ammutinati, e la notte passò tranquilla. Ma la mattina appresso due colpi a scaglia tirati, non si sa come nè perchè, dal medesimo posto militare, ferirono due soldati sotto la loggia e due altri individui; del che esacerbaronsi molto gli animi, e fin dall'alba del dì 23 udivansi dappertutto alti gridori, accresciuti dalla sparsa voce che il governatore se ne fosse la notte fuggito, il che non era. Le cose correvano a questo modo quando le nuove di Torino mutarono la scena. Sorse una confusione orribile. Fu creduto che l'editto del governatore non fosse leale; i nemici di lui avvaloravano il sospetto; molti del popolo si unirono agli stanziali che aveano abbandonato i posti e le caserme: la moltitudine entrò nel palazzo, e impadronitasi del governatore, avrebbe su d'esso sfogato l'odio antico se il generale d'Ison e alcuni altri, accorrendo in suo aiuto, non l'avessero di colà sottratto per condurlo in sicuro nel palazzo ducale. Se non che per istrada si svenne, ed allora trasportato in casa Sciaccaluga in Campetto, emanò poco stante un decreto col quale eleggeva una commissione di governo conferendole irrevocabilmente tutti quei poteri che erano in lui, e così rimase alquanto calmata la città.

Continuavano i rumori insurrezionali in Torino. A Novara, Voghera, Vercelli ed Alessandria, le truppe discordi erano sempre in procinto di venire tra loro alle mani. La discordia si propagava tra i liberali; e molti affezionati alla causa regia, abbandonavano il Piemonte. Ma l'esito delle cose di Napoli disanimò i capi del partito, i quali da altro canto vedevansi vicini ad essere attaccati dai Tedeschi comandati dal generale Bubna, che s'era fatto precedere da una grida onde i liberali si erano vieppiù costernati. Raffreddossi l'ardore che aveva il primo moto inspirato nel petto degli amatori della novità, e il seducente e lusinghiero manifesto del conte di Santa Rosa valse a mantenere il coraggio in chi già si consideravo esposto a tutte le forze austriache, stante la sommissione totale del regno di Napoli.

Infatti, il conte di Bubna, informato che gl'insorti soldati piemontesi movevansi verso Novara contro quelli che, rimasti fedeli al re, militavano sotto il generale La Torre, si deliberò a prestare a questo capitano il suo aiuto. Laonde, varcato, la notte del 7 all'8 di aprile, il Ticino, e fatta promulgare la grida che dicemmo, il dì 8 la vanguardia tedesca già era dinanzi a Novara. Nel mezzo tempo, vedendo il principe Carlo Alberto le proteste del duca del Genovese e la parte attiva che in quelle faccende prendeva il gabinetto austriaco, notificò in uno suo editto che rinunziava alla reggenza, e abbandonando l'esercito si ritirò in Toscana, ove poco stante si riparò anche la sua consorte, figlia di quel granduca. Allora l'esercito si elesse a capo il marchese di Caraglio, e senza lasciarsi abbattere, si dispose a resistere agl'imperiali. Ostinato fu il combattimento dato dentro la stessa Novara; ma i rivoltosi furono costretti a cedere, inseguiti sino a Vercelli. Questo esercito, che ne' giorni antecedenti ogni ora più ingrossava, ed era venuto da Torino per indurre i dissenzienti a fare con esso causa comune, da che si sentì privo di valido appoggio, andò del continuo scemando, sì che si ridusse al breve numero di cinque mila soldati. Si mosse il generale Ansaldi, che comandava in Alessandria, con parte dei suoi in soccorso di Novara; ma fu costretto a rimanersi, perchè minacciato da una forte colonna austriaca, e che da Piacenza marciava a Voghera e Tortona; e quindi udita la perdita dei compagni a Novara, e considerando che quantunque la piazza d'Alessandria ben provveduta fosse di ogni sorta di munizioni e capace di resistere a lungo assedio, pure poteva alla fine priva di soccorsi trovarsi al caso di rimaner vittima con tutti i suoi seguaci, senza utile del suo partito che sino da quel momento potea dirsi annichilato; con trecento studenti, alquanti soldati e dragoni, il conte di San Marzan, il conte Santa Rosa, e molti uffiziali, si diresse verso Genova, dov'ebbe coi suoi seguaci tutto lo agio d'imbarcarsi per le coste di Spagna, stante la premura del colonnello Rapello della guardia nazionale genovese, cui erano stati perciò dati ordini segreti. Con tale evasione, il dì 11 aprile, fu restituita la tranquillità a quelle contrade ancora.

Calmate le cose, il duca del Genovese Carlo Felice, previa rinunzia del suo regio fratello, assunse il titolo di re e lo esercizio della potestà suprema. Nel dì 4 di giugno andò ad abboccarsi in Lucca con esso suo fratello Vittorio, ivi pur ricevendo le chiavi della città di Alessandria cadute in potere delle armi austriache, e per ordine dell'imperadore Francesco consegnategli dal generale conte di Bubna. È noto che il già re Vittorio Emmanuele pregò il suo successore a non usar il rigore contro i complici della rivolta, volendo considerare cotale sommossa più come un resultato delle idee del giorno che di mal animo verso il legittimo sovrano. Pochi adunque furono quelli che soggiacquero alla morte.

Terminarono finalmente tutte cotali vicissitudini del regno di Sardegna con una convenzione sottoscritta in Novara il 24 luglio dai plenipotenziarii piemontesi ed austriaci e con la quale venne in sostanza fermato: che un corpo austriaco di dodici mila uomini, e sotto la guarentigia delle alte potenze, rimarrebbe a disposizione di sua maestà sarda per mantenere, di concerto con le proprie truppe, la tranquillità interna del regno; corpo da poter essere aumentato ad ogni richiesta della sua maestà: occuperebbe esso corpo la linea militare di Stradella, Voghera, Tortona, Alessandria, Valenza, Casale e Vercelli.

In Toscana seguivano, il dì 7 di aprile, gli sponsali tra il granduca Ferdinando e la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia, con giubilo di quei popoli, i quali nel loro monarca ammiravano il padre e l'ottimo principe, al loro unanime grido facendo eco i profughi napolitani, romani e piemontesi, che sotto l'egida delle leggi di lui trovavano asilo e protezione, essendo che negli Stati per lui governati ricoverò di essi il massimo numero.

Il dì 5 maggio morì a Sant'Elena Napoleone Bonaparte.

Anno di CRISTO MDCCCXXII. Indizione X.

PIO VII papa 23. FRANCESCO I imperad. d'Austria 17.

Gli Stati di Napoli di qua dal Faro, o fosse la presenza di numerosi presidii tedeschi, o la vigilanza della polizia, che senza posa preveniva tutte le combriccole che di soppiatto si tenevano, godevano d'una quiete da molto tempo insolita. I masnadieri e gli assassini del continuo perseguitati e senza remissione puniti. Ma così non era in Sicilia, ove le opinioni continuavano ad essere in guerra fra loro, e le falangi alemanne potevano a stento reprimere nelle vicinanze delle città popolose il brigantaggio. Frequenti erano gli assassinii e gli omicidii: le carceri rigurgitavano di sospetti, di rei e di prevenuti. Fecersi le vendette private quasi più che altrove sentire, e fu d'uopo a' magistrati d'una fermezza particolare per giungere nel corso dell'anno a rendere la pace alle famiglie, la quiete a' cittadini, la sicurezza ai viandanti.

La condizione critica nella quale da molto tempo trovavasi la Spagna, consigliò i monarchi ad unirsi in congresso a Verona, dove convennero gl'imperatori d'Austria e di Russia, i re di Prussia e delle Due Sicilie, il re e la regina di Sardegna, il granduca di Toscana con suo figlio, la duchessa di Parma, il duca di Modena ed il principe reale di Svezia, le altre potenze mandato avendo i loro plenipotenziarii. Le risoluzioni di questo congresso non solamente furono notificate all'Europa con una circolare dei monarchi alleati diretta a tutte le loro rispettive legazioni e rese pubbliche, ma ben anche portate ad esecuzione con la guerra nell'anno dopo fatta alla Spagna. Per quelle conferenze maggiore concordia risultò tra le alte potenze unite nella sacra alleanza, e tutte le loro misure furono più specialmente dirette a sopire ogni germe di novità negli ordini di pubblico reggimento, e viemmaggiormente solidare il principio della legittimità nei troni.

Il dì 13 ottobre morì a Venezia Antonio Canova.

E qui, alla morte di questo sommo ingegno, onor delle arti belle e del suolo natio, qui in mezzo alla profonda pace e tranquillità dell'Italia deponiamo la penna per non ripigliarla mai più in trattazioni tanto superiori alle nostre forze, e nelle quali solo una eccessiva condiscendenza ci ha impegnato.

FINE DEGLI ANNALI.

NOTE:

[1] Non so per quale svista l'egregio Botta faccia da Giuseppe II vedere il Tanucci morto otto mesi prima che il principe austriaco si fosse recato a Napoli: forse fu per desiderio di lui.

[2] Musica _tedesca_ suol dirsi quella nella quale predomina l'armonia alla melodia, quest'ultima invece signoreggiando nella musica che diciamo _italiana_.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.