Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 102

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Seppesi la deliberazione. Fece la parte contraria, che abborriva dal nome di Eugenio, un concerto. Entraronvi i capi principali delle armi, le case più eminenti di Milano; si aggiunsero i negozianti più ricchi, e fra gli scienziati e letterati i meno paurosi. Domandavano che si convocassero i collegi elettorali. Era il 20 aprile, quando, essendo il senato raccolto nella sua solita sede, una gran massa di gente, gridando, a lui traeva: era il cielo nuvoloso e scuro, pioveva leggiermente, un'apparenza sinistra spaventava gli spiriti tranquilli. I commossi non ristavano. Eravi ogni generazione di uomini, plebe, popolo, nobili, operai, benestanti, facoltosi. Le donne stesse, e delle prime partecipavano in questo moto. Era tutta questa gente volta a bene, ed il male, non che l'avesse fatto, non l'avrebbe neppure pensato. Ma, come suole, incominciavano ad arrivare e da Milano e dal contado uomini ribaldi che volevano tutt'altra cosa piuttostochè l'independenza. Queste parole scritte andavano attorno: «Hanno la Spagna e l'Alemagna gittato via dal collo il giogo dei Franzesi; halle l'Italia ad imitare.» Tutti gridavano: «Noi vogliamo i collegi elettorali: noi non vogliamo Eugenio.» Fuggirono i senatori partigiani del principe; il senato si disciolse. Entrò il popolo a furia nelle sue stanze, e tutto con estrema rabbia ruppero e lacerarono. Gridossi da alcuni uomini di mal affare mescolati col popolo: «Melzi, Melzi,» e già si mettevano in via per andarlo a manomettere. Un amico di lui gridò «Prina:» era Prina più odiato di Melzi, ed ecco che corsero a Prina, e flagellatolo prima crudelmente, l'uccisero, con insultar anco al suo sanguinoso cadavere lungo tempo. Cercarono di Meiean e di Damay; non li trovarono. La folla frenetica, messe le mani nel sangue, le voleva mettere nelle stanze. Già le case si notavano, già le porte si rompevano, già le suppellettili si recavano; la opulenta Milano andava a ruba. A questo passo i possidenti ed i negozianti, ordinata la guardia nazionale, frenarono i facinorosi e preservarono la città.

Il vicerè, che tuttavia sedeva in Mantova, uditi i moti di Milano indispettitosi, diè la fortezza in mano degli Austriaci. Partiva indi per la Baviera, le italiche ricchezze seco portando.

I collegi elettorali, adunatisi, crearono una reggenza. Decretarono che le potenze alleate si richiedessero dell'indipendenza del regno, di una costituzione libera, e di un principe austriaco, ma indipendente. Si appresentarono i legati a Francesco imperatore a Parigi. Esposte le domande, rispose, anche lui esser Italiano, i suoi soldati avere conquistata la Lombardia: udrebbero a Milano quanto loro avesse a comandare. Entrarono gli Austriaci in Milano il dì 28 aprile: Bellegarde ne prendeva possessione in nome dell'Austria il 23 di maggio. Così finì il regno italico.

Continuava Genova in potestà d'Inghilterra. Il congresso di Vienna decretò, dover Genova cedere in potestà del re di Sardegna.

Così l'Italia, dopo una sanguinosa e varia catastrofe di venti anni, si ricomponeva a un di presso nello stato antico. Tornava Vittorio Emmanuele in Piemonte, Francesco in Milano, Ferdinando in Toscana, Pio in Roma; passò Parma dai Borboni agli Austriaci; conservò Gioacchino il real seggio di Napoli, ma per non durare; le italiane repubbliche ebbero fine; solo fu conservato l'umile San Marino. Cedè Venezia a Francesco, Genova a Vittorio.

Anno di CRISTO MDCCCXV. Indizione III.

PIO VII papa 16. FRANCESCO I imperad. d'Austria 10.

Mentre Napoleone Buonaparte, evaso il dì 26 di febbraio dall'isola d'Elba, che gli era stata data in sovranità, faceva il solenne suo reingresso, addì 21 del seguente marzo, nella capitale della Francia, Gioacchino di Napoli, prevedendo di non potersi a lungo sostenere sul reale suo seggio col beneplacito delle potenze alleate, pensò di muoversi con le sue schiere verso l'alta Italia, chiamando da per tutto gl'Italiani ad unirsi a lui a fine di rendere la patria independente. Oppose l'Austria imponentissime forze all'ardito tentativo del Napoleonide, il quale, vinto dagli avversarli, abbandonato da' suoi, perdette il regno, in cui fu redintegrata l'antica dinastia. Gioacchino, la notte del 19 al 20 maggio, in compagnia di Manhes generale e di qualche altro, imbarcatosi, andò in Francia, dove fu male accolto. Si risolvette allora a passare in Corsica; e quivi ebbe avviso delle condizioni sotto le quali l'imperatore Francesco gli concedeva generosamente un asilo ne' suoi Stati. Ma correndogli intorno molti fuorusciti che l'avevano servito a Napoli, egli s'imbarcò, la notte del 28 settembre, con essi ad Ajaccio, per irrompere nella Calabria. Ma il dì 13 ottobre trovò a Pizzo la morte.

Intanto era, il dì 8 di agosto, caduta Gaeta, e con essa tutto il regno tornò sotto il dominio dell'antico signore, il quale, sbarcato già a Baia il dì 5 di giugno, fece in appresso il trionfale suo ingresso nella esultante Napoli.

Ceduta nel congresso di Vienna l'isola dell'Elba al granduca di Toscana, le armi sue costrinsero alla resa la fortezza di Portoferraio, che ancor si teneva, e quindi dell'intera isola presero possessione il dì 6 di settembre.

Napoleone, partito per l'isola di Sant'Elena il 26 luglio, vi giunse nel dì 13 ottobre seguente.

Anno di CRISTO MDCCCXVI. Indizione IV.

PIO VII papa 17. FRANCESCO I imperad. d'Austria 11.

Due soli avvenimenti meritano di essere notati nel presente anno.

Francesco d'Austria venne nei primi mesi a visitare il nuovo suo regno d'Italia, che aveva assunto il nome di Lombardo-Veneto per conoscere da sè i bisogni dei popoli, cui voleva ammessi a godere dei frutti d'una saggia amministrazione. All'ordine della Corona di ferro, già instituito sotto il precedente regno, diede l'Augusto imperatore nuovi statuti, fissando il numero dei cavalieri a cento; cioè venti della prima, trenta della seconda e cinquanta della terza classe, in tal numero non compresi i principi della casa imperiale.

L'altro fatto degno di ricordanza si è la restituzione alle italiane città tutte degli oggetti d'arti e di scienze stati loro in varii tempi rapiti. I trattati ultimi di Parigi avevano obbligata la Francia a restituire una preda che senza il più grave insulto alla proprietà ed all'onor nazionale, non dovea essere fatta all'Italia. Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Torino ebbero più delle altre a rallegrarsi dell'aver ricuperato un numero prodigioso di produzioni dell'ingegno de' loro figli, che le rendono superiori per questo conto a qualunque più ricca città del mondo.

Anno di CRISTO MDCCCXVII. Indizione V.

PIO VII papa 18. FRANCESCO I imperad. d'Austria 12.

In mancanza di verun avvenimento politico da registrarsi in quest'anno, diremo la morte del celebre medico Eusebio Giacinto Valli di Toscana. La passione di più sapere e di rendersi utile all'umanità aveva indotto quest'uomo singolare a disastrosi viaggi per le quattro parti del mondo. Fatte in Egitto e a Costantinopoli varie sperienze sopra sè stesso relativamente al veleno pestilenziale, recossi all'Avana, ove infieriva la febbre gialla. Quivi, presa la camicia di un marinaio morto di tal malore, se ne stropicciò il volto, il petto, le mani, le braccia e le coscie, fiutandola indi come un fiore, e finalmente ponendosi a contatto del cadavere. Era molto contento della sua sperienza. A mensa si sentì spossato, per aver corso, diceva. Chiese del vino, mezzo, secondo lui, per conoscere se avesse acquistato la malattia. Manifestossi in fatti, e in tre giorni lo spense.

Anno di CRISTO MDCCCXVIII. Indiz. VI.

PIO VII papa 19. FRANCESCO I imperad. d'Austria 13.

Un trattato, stipulato a Parigi, nel decorso anno, precisamente il dì 10 giugno, fra le corti d'Austria, di Spagna, di Francia, della Gran Bretagna, di Prussia e di Russia, e pubblicato nell'anno presente, stabilisce i futuri destini dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, che alla morte dell'arciduchessa Maria Luigia, passeranno in tutta sovranità all'infante di Spagna Maria Luisa, e sua discendenza mascolina.

Anno di CRISTO MDCCCXIX. Indiz. VII.

PIO VII papa 20. FRANCESCO I imperad. d'Austria 14.

In mezzo alla profonda pace onde fruiva in quest'anno l'Europa, altro avvenimento non ne occorre da notare fuor quello che l'imperatore Francesco di Austria con la consorte e la figlia si recò a Milano e quivi unitosi all'altra figliuola Maria Luigia, passò nella Toscana, dove con grandiose feste lietamente lo accolse il suo fratello granduca.

Anno di CRISTO MDCCCXX. Indiz. VIII.

PIO VII papa 21. FRANCESCO I imperad. d'Austria 15.

In molte contrade dell'Europa non lievi sciagure cagionò lo spirito esaltato dei popoli. Ogni angolo ne fu commosso, e pe' due anni successivi rimase turbata l'universale tranquillità. Nel dì primo gennaio fu dato il segnale d'allarme in Cadice, dove la forza armata promulgò la antica costituzione delle Cortes, mentre nello stesso giorno il fatto medesimo si avverava nell'isola di Cuba. In poco tempo l'incendio si apprese a tutta la Spagna, sicchè la costituzione fu nel dì 10 marzo pubblicata in nome del re anche in Madrid. Grave reazione ne venne per parte dei così detti assolutisti; e ad egual sorte soggiacque il Portogallo che avea imitato l'esempio della nazione vicina.

Ma in un'altra estremità d'Europa manifestossi col massimo calore il genio costituzionale: nel regno di Napoli. La notte del primo al 2 del mese di luglio, la maggior parte del reggimento di cavalleria Reale Borbone, di presidio a Nola, abbandonate le stanze, inalberò una bandiera tricolore su cui leggevasi scritto: _Viva la costituzione_. Imitarono il fatto le provincie vicine, non tanto per parte delle truppe regolari, quanto delle milizie. Giunte di ciò le nuove a Napoli, furono subito spediti in varie direzioni corpi di truppe capitanate dai generali Carascosa e Nunziante; ma intanto molte squadre di paesani, armati in varie guise, eransi alleate coi costituzionali, e le stesse truppe reali, unitesi alle altre, eressero nuovo vessillo col moto: _Viva il re, viva la costituzione_, e coi tre colori adottati dalla setta dei carbonari.

Manifestandosi in appresso disposizioni consimili anche in altri reggimenti, il re Ferdinando stimò prudenza il pubblicare, nel dì 6, una grida, diretta agli abitanti del regno delle Due Sicilie, nella quale annunziava, sarebbesi sollecitamente pubblicate le basi della nuova costituzione. Trionfo tale fu preludio di colpo più decisivo: pubblicarono la costituzione spagnuola, alla quale, nel giorno 13 prestò giuramento il re, unitamente al duca di Calabria, vicario generale ed erede della corona, al principe di Salerno, alla giunta provvisionale, ai ministri, ai pubblici impiegati ed alle truppe. Dichiarata legge dello Stato, parve che l'espediente avesse reso la calma a quella parte meridionale dell'Italia. Già sino dal giorno 7 avea Ferdinando, atteso lo stato di sua salute, eletto a suo vicario generale il principe ereditario, il quale, assuntosi il carico, scese ad appagare i voti della nazione, confermando la costituzione di Spagna, salvo le modificazioni che la rappresentanza nazionale avesse trovato d'introdurre per adattarla alle circostanze locali.

Le faville dell'incendio propagavansi in Sicilia, la quale mirava a svincolarsi dalla soggezione a Napoli. Pertanto, il 16 di luglio, gli ammutinati in Palermo, commessi molti disordini, s'impadronirono dell'arsenale, armandosi quindi in massa. Ne sorse una mischia sanguinosa colle truppe del presidio composto di quattro in cinque mila soldati. Ma nel giorno seguente, facendo i campagnuoli causa comune co' Palermitani, i regi rimasero vinti, mentre dalle finestre i cittadini gli opprimevano, gettando loro addosso olio ed acqua bollente, pietre, e qualunque cosa lor giungesse alle mani. Quattro mila vittime caddero in questo fatto, per imperizia e imprevidenza del luogotenente generale Naselli. Molti edifizii, in ispecie gli archivi e le carceri, furono preda delle fiamme. Naselli si salvò sulla reale feluca il Tartaro, di dove elesse una giunta provvisionale ad essa, con una grida del 17 luglio, commettendo il governo dell'isola.

Come pervenne la molesta notizia a Napoli, il duca di Calabria, nella sua qualità di vicario generale del regno, imprese con gli scritti e con l'armi a sedare la insurrezione, mandando in Sicilia il generale Florestano Pepe, al quale, dopo grave e micidiale combattere, riuscì, giovato dal potere del principe di Paternò sul cuore del popolo palermitano, a stabilire, nel dì 5 ottobre, che le truppe napolitane occupassero i forti, ed il dì 6 prendessero posto al Molo ed intorno alla città. Contuttociò il popolo di Palermo spiegava la sua inquietudine e l'odio contro gli occupatori. Il generale in capo, d'accordo con la giunta, potè a poco a poco ridurre tutti i male intenzionati al dovere, e avendo riconosciuto essere la popolare sommossa stata tutta prodotta da non pochi oligarchi, che il napolitano freno disdegnavano, procedette a disarmare i meno inquieti, ad arrestare i facinorosi, e quindi a costringere i più fervidi che, trovandosi isolati, si consigliarono a deporre le armi; e con tal modo fu resa la pace all'isola che per molto tempo rammenterà questa breve sì, ma funestissima insurrezione.

Contemporaneamente anche i Beneventani si ardirono di seguire l'esempio dei confinanti: ma il governo di Napoli ordinò espressamente ai popoli tutti di non prestare aiuto nè diretto nè indiretto a quella popolazione, non volendo dare motivo di doglianze alla Santa Sede, in cui potestà era Benevento tornata.

Il parlamento di Napoli in questo mentre teneva sue sessioni, e spendeva il tempo a cambiare i nomi alle provincie del regno, quelli volendo repristinare che portavano i loro abitatori al tempo della repubblica romana. Non pensavano che le principali potenze non avrebbero permesso che si dicesse che una nazione in Italia avea imposto al suo re una costituzione. Infatti, congregatosi a Tropau un congresso di ministri, ivi giunsero, nei primi giorni di novembre, gl'imperadori d'Austria e di Russia ed il re di Prussia per meglio discutere le cose di Napoli. L'imperadore Francesco d'Austria scrisse al re di Napoli, sul finire del mese stesso, una lettera, con la quale non solo gli dava contezza che il congresso si sarebbe trasferito a Lubiana, ma lo invitava, a nome ancora degli altri potenti ed illustri suoi alleati, e recarvisi in persona, per trattare degl'interessi più cari del suo regno.

Partì di Napoli il re il 13 di dicembre sul vascello inglese il Vendicatore, e giunse a Lubiana il 14 del successivo gennaio, avendo già manifestato, con sue lettere da Livorno, ai sovrani riuniti in congresso ed a quei di Francia ed Inghilterra i proprii sentimenti sopra gli avvenimenti del napolitano regno.

È notabile il presente anno per l'eccessivo freddo che al suo terminare regnò in tutta Europa; e più ancora per la morte di Giorgio III, re d'Inghilterra, accaduta il dì 30 gennaio, e per l'assassinio del duca di Berry commesso la notte del 13 al 14 febbraio dal sellaio Luigi Pietro Louvel.

Anno di CRISTO MDCCCXXI. Indizione IX.

PIO VII papa 22. FRANCESCO I imperad. d'Austria 16.

Quantunque numerose forze fossero dalla Germania calate in Italia per essere pronte ad eseguire quanto sarebbesi dai sovrani accolti in congresso a Lubiana risoluto, s'accrebbero nella penisola le turbolenze. Decretavasi nella lubianese adunanza, numerosissima, poichè, oltre ai monarchi già ricordati, tutti i principi d'Italia vi si fecero rappresentare ed il duca di Modena vi assistette in persona, di porre un termine al germe costituzionale di Napoli, per togliere agli altri popoli l'esempio di costringere i sovrani a pattuire con essi. Ma il governo di quella meridional parte d'Italia, preseduto dal principe ereditario e vicario generale del re, poneasi in istato di difesa, e minacciava di resistere a qualunque forza straniera che si fosse presentata per distruggere l'opera che da essi medesimi si fondava sopra non troppo solide basi, giacchè nulla di giovevole alla nazione vi faceva quel partenopeo parlamento.

Fatte intanto palesi le risoluzioni delle potenze alleate, numeroso esercito austriaco varcava il Po, e per varie strade si dirigeva alla volta di Napoli, sotto il comando del feld-maresciallo Frimont. Con grande circospezione marciavano le falangi, mentre una sorda voce annunziava che, appena avessero attaccato i Napolitani, una pressochè generale sollevazione in Italia, e specialmente negli Stati papali e nel Piemonte, le avrebbe condotte a certa rovina. Il generale Frimont, con suo manifesto dotato da Padova, fece conoscere per tutto ove passava quali fosser le mire della sua spedizione. Una lettera del re di Napoli, diretta a suo figlio reggente del regno, e fatta pubblica, avvisò i Napolitani del quanto avessero a temere, se non si rimettevano ciecamente nelle braccia del loro monarca, arrendendosi alle forze tedesche. In una dichiarazione mandata fuori da Lubiana, e resa pubblica in tutti i possibili modi, eransi espressi gli alleati sovrani che «se, contro ogni calcolo ed a grave rammarico dei monarchi alleati, questa bene intenzionata impresa, lontana da qualunque mira ostile, avesse a degenerare in una guerra formale, o la resistenza d'una implacabile fazione e delle compassionevoli vittime della sua frenesia venisse prolungata per un tempo indeterminato, allora sua maestà l'imperadore di Russia, inalterabilmente fedele a' suoi alti principii, alla sua intima convinzione della necessità di reprimere male sì grande, fedele a que' nobili e costanti sentimenti di amicizia di cui ha dato nuovamente tante inestimabili ripruove, associerà i suoi combattenti a quelli dell'Austria.»

O fosse il timore di vedersi piombare addosso la mole armata de' due imperii, o che l'editto del re Ferdinando e le grida del generale austriaco, che avevano già circolato pel regno, avessero diviso gli animi e tolto il coraggio, o qual si voglia altra causa, forse propria dall'incostante carattere di quella popolazione, che sel facesse, piccola fu la resistenza che nel giorno 7 di marzo e ne' tre successivi presentarono le truppe napolitane comandate dal generale Guglielmo Pepe, meno ancor delle milizie, le quali, sole pugnarono; ma, vedutesi abbandonate dai soldati stanziali, si dettero a vergognosa fuga. In quei tre giorni gli Austriaci superarono le gole d'Antrodoco, si resero padroni degli Abbruzzi e della strada che dall'Aquila conduce a Sulmona, e quindi a Napoli. Inoperoso era stato il general Carascosa, mentre la destra dell'esercito era alle prese con gl'imperiali; laonde la truppa più disciplinata, più agguerrita, e quella che chiamavasi scelta, tutta sotto gli ordini di lui, nemmeno si mosse dalle sue stanze. Adunatosi, alla novella di tali fatti, il parlamento nel giorno 12, si deliberò a pregare il duca di Calabria, vicario generale del regno, di spedire un messaggio al re, per presentare in suo nome, un atto di rispetto e di sommissione al monarca. Infatti, fu a tanto uffizio mandato il generale Fardella a Firenze, ove sino dal 9 marzo era giunto da Lubiana il re Ferdinando.

Era Ferdinando a fatto di quanto accadeva, ed avea avuto notizia e dei progressi degli Austriaci e della seguita occupazione di Capua. Accolto pertanto il generale Fardella, lo rispediva a Napoli con sue lettere al principe reggente, nelle quali rimproverava gli autori della resistenza e della violazione del territorio papale, dov'eransi dalle truppe del generale Pepe cominciate le ostilità. Ma mentre giungeva, era il 24 marzo, l'esercito austriaco entrava per convenzione in Napoli, e metteasi in possesso di tutti i forti. Fu il principe di Salerno che volò a recare la felice novella al re suo padre, il quale già aveva antecipatamente chiamato un governo provvisionale che sino a nuova sua disposizione assumesse la cura delle cose del regno. Così restò sciolto il parlamento, incarcerati tutti i membri che lo componevano. Un editto fulminante pubblicava in Napoli contro i settarii, a nome del re, il marchese di Circello, presidente del provvisional governo, col quale, innumerevoli essendo i proscritti, molti si diedero alla fuga, e furono in contumacia condannati allo ultimo supplizio, ed altri vi soggiacquero in fatto, mentre altri ancora od erano puniti di esilio o di galera o di prigione: promessi, per ordine del tribunale di polizia, mille ducati a chiunque avesse arrestato uno dei designati quali autori principali della rivoluzione. Il dì 26 marzo anco la piazza di Gaeta si arrese agli Austriaci, essendo stato il comandante Begani minacciato d'essere trattato da ribelle in una co' suoi soldati, ove non cedesse la fortezza. Questo infausto moto produsse adunque al napolitano popolo soltanto spese enormi, proscrizioni e morti ignominiose. Il generale Pepe potè sottrarsi a tanti guai, perchè il principe reggente, che l'aveva in particolare affezione, lo fece allontanare dal regno.

Il re Ferdinando, rientrando nella sua capitale il dì 15 maggio, vi fu ricevuto tra le acclamazioni d'una popolazione solita a festeggiar l'ingresso di tutti coloro che destinati sono dalla Provvidenza a governarla, e con sua notificazione si espresse di voler riformare gli abusi e purificare tutti i dicasteri, perchè più non avesse nutrimento l'idra rivoluzionaria. Infatti, molti e molti furono i generali ed ufficiali dimessi, non pochi gli arrestati, ed in tutti i dipartimenti non vedevansi che riforme, mutazioni e dimissioni.

Ma la Sicilia non avea dimostrato quella sommissione che gli stati di qua del Faro, sì nel tempo del regime costituzionale e sì quando presentaronsi gli Austriaci per entrare nel regno. I due partiti erano sempre in fermento e fu d'uopo d'un grosso numero di soldatesche forastiere, le quali, unite ai regi, poterono ricondurvi l'ordine. È bensì vero che in quella isola minore fu la ricerca che si fece dei perturbatori dell'ordine pubblico e dei fautori della costituzione, onde più presto sedaronsi gli animi e più presto obbedienti si piegarono agli ordini del comandante austriaco e de' regi magistrati. Una convenzione fu finalmente conchiusa fra sua maestà l'imperadore d'Austria e il re delle Due Sicilie, nel dì 18 ottobre, e ratificata l'8 del gennaio susseguente nella quale, a ristabilimento dell'ordine in tutto il regno, stipulavasi che un esercito austriaco in esso stanzierebbe sino alla totale pacificazione e al riordinamento delle cose, a tutto carico e spesa del napolitano erario.