Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 101
Al suono delle rotte napoleoniche, la Prussia insorgeva e si vendicava cupidissimamente in libertà. Napoleone ritornava nella sua sede di Parigi. Murat, sbalordito da accidenti tanto straordinarii, abbandonato l'esercito, se ne veniva a Napoli; presene il governo Eugenio vicerè. Aveva Murat mala satisfazione di Napoleone, ed era maravigliosamente commosso contro di lui, perchè gli aveva attraversato i suoi disegni sopra la Sicilia, e perchè non gli era ignoto ch'egli aveva negoziato col siciliano governo di cose pregiudiziali al suo dominio napolitano. Dall'altra parte gl'Inglesi si erano deliberati a pretendere ed a mettere fuori certe voci: che oggimai, cioè, era venuto il tempo di dare all'Italia l'essere independente. Bentinck, o tentativamente o sicuramente che sel facesse, si spiegava di questo disegno con parole incitatissime, e dimostrava la Gran Bretagna parata a secondarlo. Conosceva Gioacchino tutti questi umori. Per questo, tornando da Mosca, passò dove più che in altri paesi d'Italia questi desiderii si erano accesi, e si mise a fare gran promesse. Bentinck, conosciuto l'uomo, e volendo turbare fin dalla bassa Italia le cose a Napoleone, il confortava ad assumere le insegne di campione dell'italica franchigia. Insinuazioni consimili facevansi ad Eugenio, perchè da Napoleone si distaccasse; e non senza frutto. Tanto poi si era fatto per l'attività del vicerè, che si era creato un esercito giusto, composto parte di Franzesi raccolti dai presidii e dagli iscritti dell'Italia franzese, parte di soldati del regno, alcuni veterani, molti novelli. Il vedere queste genti dava qualche sicurtà ai popoli, se non di vincere, almeno di negoziare, e non si disperava dello stato franco. La tempesta intanto di verso il mare e di verso il Tirolo e l'Illirio si avvicinava.
Aveva l'imperadore Francesco, che in grandissima prontezza si era allestito alla guerra, mandato un forte esercito in cui si noveravano meglio di sessanta mila buoni soldati ai confini per modo che cingeva tutto il regno italico da Carlsbad di Croazia insino al Tirolo. Obbedivano tutte queste genti al generale Hiller, uomo di grande sperienza per esser già molto oltre con gli anni e vecchio ancora di milizia. Militavano con lui non pochi generali di nome, tra' quali principalmente si notavano Bellegarde e Frimont, capitani esperti nelle italiche guerre. Mandava fuori Hiller un suo militare manifesto, con cui, descritte primieramente le forze e le vittorie della lega, esortava gl'Italiani «a levarsi contro il tiranno a generale liberazione dell'Europa conquassata sì lungamente da tanti movimenti ed a cooperazione di poderosi eserciti che accorrevano in aiuto loro da ogni banda.»
Questo era il nembo che minacciava il regno italico dai paesi di settentrione e di oriente. Verso ostro i confini non gli erano sicuri, perchè gli alleati, facendo grande fondamento sulle sollevazioni dei popoli, si erano accordati, che mentre gli Austriaci l'assalterebbero dalla parte loro, gl'Inglesi, o con soldati proprii, o con soldati d'ogni paese, massimamente Italiani raccolti in Malta ed in Sicilia, o finalmente con qualche mano di Austriaci, infesterebbero i due litorali dell'Adriatico, tanto dalla parte della Dalmazia e dell'Istria, quanto da quella di Italia. Intendevano anche a percuotere nei lidi italiani, entrando per le bocche del Po per far diversione in favore dello sforzo principale che calava dalle Alpi Rezie, Giulie e Noriche. Avevano anche speranza, sebbene il vedessero incerto e titubante, che Gioacchino di Napoli si sarebbe congiunto a loro; e le forze del re di Napoli erano di grande momento perchè andavano a ferire il regno italico a fianco ed alle spalle, e dove aveva minor difesa, perchè nissuno anche previdentissimo, avrebbe potuto immaginare questo, che Gioacchino di Napoli fosse un giorno per muovere l'armi contro l'italico regno.
Nè dovevano restare senza disturbo le sponde del Mediterraneo, perchè gli Inglesi, essendo ormai certi delle intenzioni di Gioacchino, si proponevano di far impeto con quei loro soldati multiformi e racimolati da ogni paese, nella Toscana, provincia che credevano non senza ragione avversa al nuovo Stato, e desiderosa di tornare all'antico. Venivano con loro Bentinck e Wilson generale colle loro pubblicazioni di libertà e d'independenza. Avevano essi trovato non saprebbesi che bandiere con suvvi scritto il motto _Indipendenza d'Italia_, e dipinte due mani che si toccavano in segno di amicizia e di colleganza. A questo modo suonava di ogn'intorno un forte nembo al regno italico.
Il vicerè forbiva ancor egli le sue armi. Aveva circa sessanta mila soldati, nei quali erano i veterani italiani venuti di Spagna, i soldati di nuova leva e la guardia reale italiana, bella e valorosa gente; sommavano gl'Italiani circa ad un terzo. I Franzesi anch'essi, o raccolti prestamente dai presidii, o chiamati dalla Spagna con celeri passi accorrevano al sovrastante pericolo. Li partiva in tre principali schiere: la prima, che obbediva a Grenier, aveva le sue stanze sulle rive del Tagliamento e dell'Isonso, terre tante volte ancora gloriosamente conquistate dai Franzesi; la seconda, retta da Verdier, alloggiava a Vicenza, Castelfranco, Bassano e Feltre. La terza, quest'era la Italiana, posava a Verona ed a Padova: la governava Pino. Una parte di essa, sotto l'obbedienza dei generali Lecchi e Bellotti, era mandata a custodire l'Illirio, la cavalleria stanziava a Treviso; per vigilare intanto agli accidenti del Tirolo, parte che dava grandissima gelosia, una schiera di soccorso alloggiava in Montechiaro; quando poi divenne il pericolo più imminente, fu mandata sotto il governo di Giflenga a combattere in Tirolo contro un corpo di Austriaci condotto dal generale Fenner. Secondavano tutto questo sforzo dalla Dalmazia, ma piuttosto per difendere che per offendere, pel piccol numero dei soldati, i presidii, la maggior parte italiani, di Zara, Ragusi e Cattaro. Ora, diventando ad ogni momento la guerra più imminente, pensò il vicerè a spingersi più innanzi, andando a porre il campo principale ad Adelsberga, terra poco distante dalla sponda destra della Sava, sulla strada per a Carlsbad di Croazia e per a Lubiana di Carniola. Al tempo stesso, allargandosi sulla sinistra, mandava una forte squadra a custodire i passi di Villaco e di Tarvisio, avendo avviso che Hiller, fatto un assembramento molto grosso a Clagenfurt, minacciava di farsi avanti, sì per isforzare quei forti paesi, e sì per condursi, montando per le rive della Drava, alle regioni superiori dell'affezionato Tirolo.
Gli Austriaci, cingendo con largo circuito tutta la fronte dell'esercito italico, avevano un grandissimo vantaggio, il quale ed all'occorrenza presente ed alla natura sempre circospetta molto bene si conveniva. Sicura era la loro destra pei fatti succeduti in Germania, ed ultimamente per l'adesione della Baviera alla lega dei principi uniti contro Napoleone. In questo ancora molto momento recavano i Tirolesi pronti ad insorgere contro il nuovo dominio, e la inclinazione loro rendeva sicuro il loro paese alle forze austriache e dava sospetto al vicerè, perchè potevano offenderlo a mano manca ed alle spalle. Nè meno avvantaggiata condizione avevano gli Austriaci sulla loro sinistra, posciachè sapevano che le popolazioni dalmate e croate erano pronte a sorgere contro i presenti dominatori.
Correvano i Dalmati, inclinava verso il suo fine agosto, contro i presidii, i Croati contro gl'Italiani. Zara, Ragusi e Cattaro tenuti da deboli guernigioni, romoreggiando nimichevolmente i popoli d'intorno e tenendo infestato la campagna, cedettero facilmente. Una presa di Croati, avvalorata da qualche battaglione di Austriaci, urtando contro Carlsbad, facilmente se ne impadroniva. Gli Austriaci ed i Croati, più oltre procedendo, s'insignorirono di Fiume, ritiratosene il generale Janin, impotente a resistere. I Croati, ch'erano stati arrolati sotto le insegne franzesi, dai loro signori segregandosi, ritornavano alle antiche insegne di Austria. Mentre a questo modo felicemente si combatteva per gli Austriaci verso lo Adriatico, mandavano grossi squadroni verso il Tirolo. Giunto a Brixen, scendevano per le rive dell'Adige con intento di andar a battere nelle veronesi e nelle bresciane regioni. Al tempo stesso veniva alle mani nel mezzo: fu preso e ripreso Grinborgo con molto sangue da ambe le parti. Sorse un gravissimo contrasto a Villaco, e dopo un feroce combattere, in cui la città fu presa e ripresa parecchie volte, e finalmente arsa per opera dei Tedeschi, i Franzesi rimasero vincitori. Gli Austriaci, seguitando il consiglio loro, si allargavano sulle corna. Trieste, preso e ripreso più volte, venne in potestà loro; già tutta l'Istria loro obbediva. Dalla parte superiore, precipitandosi dalle Alpi Tirolesi minacciavano di far impeto contro Belluno, e più alle spalle le armi loro suonavano nelle regioni vicine a Trento. Conoscendo ed usando il vantaggio avevano passato la Sava a Grinborgo ed a Ramansdorf, per dove facevano sembianza di condursi per Tulmino nelle regioni superiori del Friuli. Anche contro Villaco preparavano un grande assalto.
Non era più in potestà del vicerè il resistere. Avevano gli avversarii maggior numero di soldati ed i popoli amici; erano al vicerè minori le forze ed i popoli avversi. Ritirandosi adunque, fermossi prima sull'Isonzo qualche giorno, poscia sulla Piave, combattendo sempre valorosamente, sempre inutilmente. Le stanze della Piave non si potevano conservare. Già gli Austriaci, scesi a Bassano, vi avevano fatto una testa grossa, ed insistendo alle spalle, davan timore di estrema rovina al vicerè, se presto non si ritirasse. Fu infatti costretto a combattere a Bassano una battaglia molto grave. Durò due giorni, il 31 ottobre ed il primo novembre. Vinse la fortuna franzese ed italiana. Entrarono i vincitori, e pernottarono nella sanguinosa città. Acquistò Eugenio facoltà di ritirarsi più quietamente sull'Adige; marciava indietro, parte per Padova, parte per Vicenza, andando ad alloggiarsi a Verona ed a Legnago.
Sulle veronesi sponde incominciavano a manifestarsi fra gl'Italiani mali semi contro il vicerè, che, già insino in Prussia dopo le disgrazie di Russia, si era lasciato uscir di bocca parole di cattivo concetto verso gl'italiani generali. Nè il suo disprezzo nelle semplici parole contenendosi, era trascorso sino agli atti: delle quali cose tenendosi eglino molto offesi, avevano appoco appoco sparso una mala contentezza fra i soldati, dal che ne seguivano nel campo sinistre mormorazioni, ed anche atti aperti di sdegno contro il principe.
Intanto non rimetteva in Eugenio il desiderio di farsi famoso in guerra. Corse in Tirolo, vi fece fazioni onorate, ma senza frutto; liberò Brescia dal nemico, ma indarno; ruppelo in una grossa e bene combattuta battaglia a Caldiero, ma tornossene poco dopo là dond'era venuto: il nemico, che era stato rincacciato fin oltre all'Alpone, venne fra breve a rinsultare San Michele di Verona. Appena la fronte dell'Adige, fiume grosso e munito sotto dalla fortezza di Legnago, sopra dai castelli di Verona, si poteva tenere.
Ecco un secondo nembo approssimarsi al Po, nè fia l'ultimo a raccontarsi, ancorchè sia prossimo il fine della tragedia. Aveva il generale austriaco Nugent combattuto virilmente in Croazia ed in Istria contro gl'Italiani che occupavano quella parte del regno. Ma quivi ogni cosa era oggimai divenuta sicura a lui, sì per la ritirata di Eugenio, come perchè le fortezze di Lubiana e di Trieste si erano arrese all'armi tedesche. Sola restava dell'antico austriaco o veneziano dominio in mano del vicerè la città di Venezia. Per la qual cosa Nugent, messosi sulle navi a Trieste, era venuto a sbarcare a Goro con una grossa mano di accogliticci; poi si spingeva tostamente innanzi e s'impadroniva di Ferrara. Quivi correva il paese coi suoi soldati leggieri, chiamando in ogni luogo i popoli a sollevazione. L'importanza del fatto era che si congiungesse con le schiere d'Austria che, venute col grosso dell'esercito, già si erano condotte a Padova. A questo fine, Nugent, passato il Po con una parte de' suoi, e preso alloggiamento in Crespino, si era accostato all'Adige. Dall'altro canto Bellegarde, generalissimo succeduto ad Hiller, per consentire coi movimenti di Nugent, aveva avviato a Rovigo una presa di tre mila soldati sotto la condotta del generale Marshall.
Come prima il vicerè ebbe avviso del tentativo di Nugent, aveva speditamente mandato un corpo sotto il governo del generale Decomby a Trecenta, acciocchè facesse opera d'impedire la congiunzione delle due squadre nemiche. Al tempo stesso Pino, che governava Bologna, assembrava quante genti poteva e le spingeva avanti alla guerra ferrarese. Ripresesi Ferrara, ma indarno pegli accidenti che seguirono. Aveva bene Decomby cacciato Marshall da Rovigo con non poca strage, e costretto a ritirarsi a Boara padovana. Ma gli Austriaci continuamente ingrossavano coll'intento di congiungersi con Nugent, che tuttavia era in possessione di Crespino. Mandava perciò il vicerè nuovi aiuti col generale Marcognet verso il basso Adige, acciocchè cooperassero al fine comune con Decomby. Uscirono i Tedeschi da Boara padovana; Decomby e Marcognet gli assaltavano. Sorgeva un ostinata zuffa: combatterono i Franzesi felicemente a destra, infelicemente a sinistra; si ritirarono i Tedeschi nel loro sicuro nido di Boara padovana; ma colto il destro che offerivano loro la notte e la mala guardia a cui stavano i Franzesi, con un impeto improvviso li ruppero e li costrinsero a ritirarsi prima a Lendinara ed a Trecenta, poi a Castagnero. Riacquistarono Rovigo: fu tolto ogni impedimento alla congiunzione di Nugent e di Marshall. Nugent, fatto sicuro per la congiunzione, s'incamminava a Ravenna, e da Ravenna a Forlì.
Ora trovavasi Gioacchino di Napoli molto perplesso, e siccome le novelle di Germania, di Francia e d'Italia giravano fauste od infauste, si appigliava a questa parte ed a quella, a questo partito ed a quell'altro. Molto in lui poteva il desiderio di conservare il suo reale seggio, molto la paura di Napoleone. Perciò procedendo con la sua naturale varietà, aveva negoziato ora coll'Austria, ora con Bentinck, ora con Eugenio, qualche volta con tutti insieme, nè si accorgeva che tutti il conoscevano. Intanto, già sicuro dell'Austria e dell'Inghilterra, ma non ancora sicuro di sè medesimo, si avviava verso l'Italia superiore. Già occupava Roma, già occupava le Marche, nè ancora l'animo suo scopriva. Pretendeva parole di amicizia verso il regno italico. Lasciato passare in Ancona ed in Roma amichevolmente dai presidii franzesi, gettava gioconde e pacifiche parole di Francia e di Napoleone. Infine, veduta la ritirata del vicerè, udite le novelle dell'avvicinarsi i confederati molto grossi al Reno per invadere la Francia, ed aspettato Bentinck oramai vicino a tempestare in Toscana, rimossa finalmente ogni dubitazione, si risolveva a scoprirsi del tutto ed a fare quello che il mondo non avrebbe potuto pensare e di che si perturbò più d'ogni altra cosa Napoleone. Fermava i suoi casi con l'Austria, stipulando con lei un trattato. Bellegarde annunziava pubblicamente agl'Italiani la congiunzione di Gioacchino con la lega. Gioacchino, scoprendosi nemico in quei paesi dov'era entrato e stato accolto come amico, sforzava il generale Barbon, che custodiva in nome di Francia la fortezza di Ancona, e Miollis che teneva castel Sant'Angelo, alla dedizione. Tutto lo Stato romano veniva all'obbedienza dei Napolitani.
Anno di CRISTO MDCCCXIV. Indizione II.
PIO VII papa 15. FRANCESCO I imp. d'Austria 9.
Le forze preponderanti di Bellegarde, i progressi di Nugent sulla sponda destra del Po, l'accostamento del re di Napoli alla lega e la presenza delle sue numerose schiere del Modenese toglievano al vicerè ogni possibilità di conservare gli alloggiamenti dell'Adige. Fatti pertanto gli apprestamenti necessarii, si tirava indietro, e andava a porsi alle stanze assai più sicure del Mincio. Il dì 8 febbraio usciva ottimamente ordinato a campo per combattere in una campale battaglie Bellegarde. Ogni schiera, passato il fiume, correva ai luoghi destinati, quando la fortuna, per un accidente improvviso, ridusse il disegno bene ordinato ad un moto disordinato. Nel momento stesso in cui Eugenio si proponeva di assalire Bellegarde sulla sinistra del Mincio, si era Bellegarde risoluto ad andar a trovare Eugenio alla destra. L'esito però fu che Bellegarde fu costretto a tornarsene sulla sinistra del Mincio, ma intero e ristretto; il che obbligò anche il vicerè a ritirarsi con tutta la sua forza sulla destra.
Intanto Eugenio si accorgeva che non era più in sua facoltà d'indugiar a soccorrere alle cose d'oltre Po, che, per la invasione dei Napolitani diventavano ogni ora più difficili. Munita già di qualche maggiore fortificazione Piacenza, vi mandava con qualche aiuto di nuove genti Grenier. Formava l'antiguardo del nemico Nugent co' suoi Tedeschi, Istriotti ed Italiani; il retroguardo Gioacchino coi suoi Napolitani. Come primo Grenier arrivava, rincacciava con forte rincalzo all'ingiù Nugent, e la sforzava a tornarsene più che di passo al Taro. Nugent però, sperando di arrestarne l'impeto, si era fermato con tre mila soldati a Parma. Il Franzese, urtando la città da ogni parte, vi entrava per viva forza, ritirandosene a tutta fretta colla minor parte de' suoi soldati il Tedesco. Il re di Napoli, tornato più grosso, e sforzato finalmente il passo del Taro, già si avvicinava a due miglia da Piacenza. Quivi l'arrestavano, non la forza degli avversarii, ma più alte e più strepitose sorti.
Pellew e Bentinck comparivano in cospetto di Livorno: avevano molte e grosse navi con sei mila soldati da sbarco, italiani, siciliani, inglesi. Il governatore vuotò la città per patto; vi entrarono gl'Inglesi il dì 8 marzo. Suonavano le armi, suonavano le parole; si scrivevano i manifesti, si sventolavano le bandiere dell'italiana independenza. Bentinck in questo si mostrava molto acceso, Wilson il secondava.
Ma l'Inglese, siccome quegli che era uomo audace ed operoso, tosto giungeva alle parole i fatti. Ebbe avviso a Livorno che Genova si guardava solamente da due mila soldati; abbondava d'armi e di munizioni navali; si accingeva ad espugnarla. Giunta a Sestri di Levante, udiva che nuovo soccorso era entrato a custodir Genova per forma che il presidio sommava a sei mila soldati: presidio insufficiente alla vastità delle fortificazioni, ma bastante a rendergli molto dura la impresa; il reggeva Fresia. Dal modo onde si era questi apparecchiato conseguitava che era a Bentinck necessità di insignorirsene per un assalto vivo. A questo ordinava i suoi, che mostravano un grandissimo ardire ed una prontezza incredibile a fare quanto egli volesse. Succedevano i fatti a secondo de' suoi pensieri. Non volendo il presidio dei forti Tecla e Richelieu aspettare l'ultimo cimento, si arrese a patti. Gli assediati, vedendo che, per la perdita di quei forti, correvano pericolo di esser presi alle spalle, fecero avviso di ritirarsi del tutto dentro le mura, lasciando le difese esteriori in potere dei confederati. Già per opera di Bentinck si piantavano le batterie per fulminare la città. In questo, ad accrescere il terrore, arrivava sopra Genova Pellew con tutta la sua armata, attelandosi a fronte di Nervi. Ai piccoli cannoni di Bentinck si aggiungevano i grossi e le bombarde di Pellew per modo che allo assalto che si vedeva imminente, ogni cosa presagiva un successo prospero a chi assaltava. Si venne in sul convenire: Fresia si arrese il dì 18 aprile.
Bentinck, acquistata la possessione di Genova, faceva sorgere speranze di franco stato nei Genovesi. Ordinava pertanto un governo preparatorio, ed i motivi pubblicamente per lui detti suonavano che, stantechè i soldati d'Inghilterra retti da lui avevano scacciato dalle terre di Genova i Franzesi, e che importava che alla quiete ed al governo dello Stato si provvedesse, considerato ancora che a lui pareva che universale desiderio della nazione genovese fosse il tornare a quella antica forma alla quale era stata sì lungo spazio obbligata della sua libertà, prosperità e indipendenza, voleva ed ordinava che quello che i popoli genovesi desideravano, si risolvesse in atto e si mandasse ad effetto.
Già tutta l'Italia era sottratta dallo imperio di Napoleone: solo restava la parte che si comprende tra il Mincio, il Po e le Alpi. Ma la somma delle cose per lei si aveva piuttosto a decidere sulle rive della Senna che su quelle del Po. Infatti, come prima pervennero in Italia le novelle della presa di Parigi e della rinunziazione di Napoleone, pensò il vicerè a pattuire per la sicurezza delle genti franzesi, nè si conveniva che, poichè i Borboni, ai quali erano le potenze amiche, si trovavano reintegrati in Francia, i Franzesi combattessero contro di loro. Inoltre desiderava il vicerè, con facilitare le condizioni ai Borboni ed ai potentati, avvantaggiare le proprie, e fare in modo che gli alleati usassero contro a lui meno inimichevolmente la vittoria. A questo fine uscito di Mantova, si abboccava con Bellegarde, l'uno e l'altro accompagnati da pochi soldati. Convennero che si sospendessero le offese per otto giorni; che intanto i soldati franzesi che militavano col vicerè, passate le Alpi, ritornassero nelle antiche sedi di Francia; che le fortezze di Osopo, Palmanova, Legnago, la città di Venezia si consegnassero in mano degli Austriaci; che gl'Italiani continuassero ad occupare quella parte del regno che ancora era in poter loro; che fosse fatto facoltà ai delegati del regno di andar a trovare i principi confederati per trattare di un mezzo di concordia, e che se i negoziati non riuscissero a felice fine, le offese tra gli alleati e gli Italici non potessero ricominciare se prima non fossero trascorsi quindici giorni da che i primi si fossero scoperti delle intenzioni loro.
La convenzione di Schiarino Rizzino, che in questo luogo appunto si concluse il dì 16 aprile, spegneva del tutto il regno italico. Perchè, segregati i Franzesi dagli Italiani, nasceva una tale disproporzione di forze tra gl'Italiani ed i Tedeschi, che quel patto, il quale dava quindici giorni d'indugio alle ostilità, era indarno.
Il vicerè, acconce le cose sue, già faceva pensiero di ritirarsi negli Stati del re di Baviera, col quale era congiunto di parentado pel patrimonio della principessa Amalia. Ma ecco arrivar novelle, o vere o supposte, che Alessandro imperatore consentirebbe a conservargli il regno, sì veramente che i popoli il domandassero. Accettava Eugenio le liete speranze: fecersi brogli, cominciossi dall'esercito ridotto in Mantova. L'intento parte ebbe effetto e parte no; ma l'importanza consisteva in Milano capitale. Viveva in questo momento il regno diviso in tre sette; alcuni desideravano il ritorno dell'Austria con niuna o poca differenza dall'antica forma; gli altri pendevano per l'independenza, ma chi ad un modo, chi ad un altro; conciossiachè chi l'amava, con avere per re il principe Eugenio, e chi l'amava, con avere per re un principe di altro sangue, specialmente austriaco; questa era la parte più potente.
Dopo molti e caldissimi dibattimenti, decretava il senato che si mandassero tre legati a' confederati, supplicandoli, ordinassero che cessassero le offese; domandassero i legati che il regno d'Italia fosse ammesso a godere dell'independenza promessa e garantita dai trattati; testificassero quanto il senato ammirasse le virtù del principe vicerè, e quanta gratitudine del suo buon governo avesse.