Alle porte d'Italia

Part 9

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Ma ecco, l'una dopo l'altra, come colpi di cannone, la notizia della morte di Carlo IX, il messaggio di Caterina de' Medici alla Corte di Savoia, il viaggio di Emanuele Filiberto a Venezia e la novità più meravigliosa di tutte: la venuta di Enrico III, nuovo re di Francia, a Torino. La signorina si riscosse tutta a quegli avvenimenti, e si riaccese della passione antica, rifacendosi per qualche tempo più rosea, più gaia e più alteramente bella di prima. Il re di Francia a Torino! Ah! non occorreva altro. Se Enrico III — diceva — vive tre giorni soli col duca Emanuele Filiberto, è impossibile che non gli renda Pinerolo! È impossibile che non rimanga ammaliato, soggiogato da lui! Gli darà tutto quello che vorrà, ne sono certa come della luce del sole! — Ed ecco un'altra notizia inaspettata: il duca di Savoia che accompagni la re di Francia a Lione con cinquemila fanti e quattrocento cavalli. Era un'idea luminosa, da grande cavaliere e da grande politico; di quelle cose che pensava e faceva egli solo, l'ardito e profondo Emanuele Filiberto. Senonchè, a interrompere bruscamente l'allegrezza suscitata da quegli avvenimenti, venne pochi giorni dopo l'annunzio della malattia grave di Margherita di Valois e del principino. Tutti ne furono atterriti. Se quell'unico figliuolo del duca moriva, il Piemonte toccava di diritto ai principi di Savoia Nemours, mezzi francesi, per non dir francesi dalla testa ai piedi; e la Spagna non lo avrebbe mai consentito. — Il che vorrebbe dire, — esclamava il notaro, con calore, — che noi cadremmo dalla Francia nella Spagna (e guardava intorno, se ci fosse l'ombra del Benavides), dalla padella nella brace, dall'inferno alla dannazione! Ma c'è proprio piovuto la sperpetua, dunque, su questa povera Pinerolo! — E si piantava con le braccia incrociate davanti alla figliuola che teneva il mento sul petto. Il principino guarì, come Dio volle; ma la gioia pubblica fu soffocata immediatamente dalla notizia della morte della Duchessa. E la ragazza ne fu afflitta sinceramente. Si seppe che nessuno del seguito del Duca a Lione aveva avuto il coraggio di annunciargli subito quella sventura, e che quando l'aveva intesa, n'era rimasto fulminato. — Dio lo vuol provare in tutte le maniere, — diceva la signorina; — ma egli avrà forza di vincere il dolore; egli è nato per essere grande nei trionfi e nella sventura. — Intanto, la notizia che Emanuele Filiberto, ritornandosene da Lione, avesse lasciato i suoi cinquemila soldati al re di Francia, era venuta a rinfiammare ancora le speranze già vivissime dei pinerolesi. Ma quel benedetto notaro Lombriasco era proprio un ambasciatore male ispirato. La stessa sera, anzi nello stesso punto che annunziava in casa quell'atto cavalleresco e sagace del Duca di Savoia, dava pure, stropicciandosi le mani, il “felicissimo„ annunzio che la lite del Benavides con la famiglia Mortier o Mornier era finita, e che il suo nobile cliente aveva disdetto per la metà del mese il quartierino di via Porta di Francia.

* * *

La settimana seguente, sull'imbrunire d'un giorno triste di dicembre, nevicava; la stanza da desinare del notaro era mal rischiarata da un'alta lucerna posta nel mezzo d'un tavolino intorno al quale la signora e la ragazza facevano delle nappe da tenda; e il Benavides, seduto un poco in disparte, aspettava da qualche minuto il signor Lombriasco, guardando attentamente Evelina, che da parecchio tempo gli pareva mutata. Tutti e tre stentavano singolarmente, quella sera, a trovar materia di discorso, e parole; e tacevano di tratto in tratto per alcuni momenti, durante i quali non si sentiva nella stanza che il fruscio leggiero dei grandi stivali di daino del catalano, non statuariamente immobile come sempre.

All'improvviso, si spalancò la porta, e apparve il notaro ansante, con una notizia solenne sul viso.

— Pinerolo è resa al Duca! — urlò alzando le braccia. Evelina gettò un grido dall'anima e gli saltò al collo d'un balzo.

— E il Duca.... — soggiunse il padre col fiato grosso, mettendo le mani sulle spalle della figliuola, e parlandole nel viso: — Il Duca....

— Viene! — gridò Evelina.

— Viene! — gridò il vecchio, buttando il cappello a traverso la stanza e lasciandosi cadere spossato sopra una sedia.

La ragazza si mise a ridere, poi si fece seria un momento, poi di nuovo rise, e poi ruppe in un singhiozzo violento e cadde in ginocchio davanti a sua madre e le nascose il viso nel seno.

Per un minuto nessuno parlò; non s'udiva che la respirazione asmatica del vecchio, e il singhiozzo soffocato di Evelina, a cui la madre carezzava le treccie e le spalle. Poi, mentre il Benavides, ritto in piedi, commosso, avvolgeva e riavvolgeva collo sguardo la ragazza, lunga e nobilissima in quel suo atteggiamento abbandonato di bella donna e di bella bambina, e cercava inutilmente una parola che le potesse dire fra le mille che avrebbe voluto dirle; il trionfante signor Giovanni Battista Lombriasco, dimentico per la prima volta del rispetto dovuto all'ospite, si mise a passeggiare in lungo e in largo per la stanza, gesticolando e declamando.

— Ah, finalmente. È venuto, dunque, il benedettissimo giorno! Siamo liberi e siamo piemontesi, siamo in casa nostra, siamo gente di questo mondo, adesso! Li vedremo partire una volta. Abbiamo finito di sentir suonare gli speroni francesi sui ciottoli di piazza San Donato! E non si può dire che non fosse tempo, per l'anima.... del Beato Amedeo! Eran trentasei anni che la commedia durava, dovete sapere! E possiamo dire d'averne viste passare, in questi quattro giorni, delle faccie antipatiche di governatori e di siniscalchi e di spillaquattrini d'ogni colore, che il diavolo se li porti! Quel generale Vassé che aveva un pino delle Alpi nel corpo! E quel signor Carlo di Cossé, signore di Brissac, che aveva l'aria di guardarci dalla sommità del Monviso! E quel famoso Re da torneo, quel gran giuocatore di palla, che ci degnò di una visita, coi nastrini della sua bella sul petto, quel caro _Henri deux,_ che ci affamava e non voleva sentir parlare di miserie! E il duca di Nevers, che sia benedetto con una sbarra di ferro, l'eccellentissimo signor Luigi di Gonzaga, duca di Nevers, governatore del Marchesato di Saluzzo, di Pinerolo e di Savigliano, che minacciò di tagliarsi la testa se il Re di Francia rendeva le terre al Duca, speriamo che manterrà la parola, ora, da quel gentiluomo onorato che s'è sempre vantato d'essere! Ah! ah! _Ce n'est pas un conseil décent!_ Birboni! A che stato ci avevan ridotti! È finita, dunque! Così è — concluse poi solennemente voltandosi verso il Benavides che aveva già tentato invano d'interromperlo, e verso la ragazza che s'era rialzata vermiglia e radiante: — Sua Maestà Enrico III, re di Francia e di Polonia, ha restituito a Sua Altezza il Duca di Savoia le città di Pinerolo, Savigliano e Perosa insieme ai loro mandamenti, giurisdizioni e dipendenze. Il trattato è stato concluso a Torino ieri mattina. Domani si raduna il Consiglio dei Cento. Il nostro amatissimo e gloriosissimo Duca Emanuele Filiberto di Savoia, espugnatore di Torneaux, vincitore di San Quintino e liberatore del Piemonte, farà la sua solenne entrata in Pinerolo il giorno primo di gennaio del 1575. Sia ringraziato l'Altissimo! Io non speravo di avere questa santa consolazione prima di morire. — E quella sera stessa il cavaliere Enrique di Benavides appigionava per altri quindici giorni il suo piccolo quartiere di via Porta di Francia.

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La mattina seguente, sedici di dicembre, era un tempo sereno e asciutto, e le Alpi Cozie tutte bianche spiccavano in un cielo azzurro e limpidissimo, che pareva di primavera. Pinerolo tripudiava. La gente s'affollava in piazza San Donato e in via degli Orefici, strizzata dal freddo, allegra, confondendo gli aliti fumanti in mille dialoghi rapidissimi, troncati da strette di mano e da saluti festosi. Una folla era radunata fin dall'alba davanti a una casa di via del Duomo, guardata dagli archibugieri del Comune, nella quale si trovava Giannantonio de Toni dei conti di Piossasco, nominato governatore di Pinerolo due giorni prima, e arrivato nella notte da Torino. Il Consiglio dei Cento si dovea radunare nel refettorio del Convento dei Frati Minori di San Francesco, in via degli Orefici. I consiglieri arrivavano da ogni parte, a coppie e a drappelli, ravvolti nelle loro cappe, coi cappelloni calati sulle orecchie, pestando i piedi, brillanti di contentezza, e tutti si affollavano al loro passaggio, scoprendosi il capo e tendendo le mani. Molti contadini erano accorsi dalla campagna, sparuti e laceri, ma di buon umore, consolati dalla speranza d'un lieto avvenire. A mezzogiorno il Consiglio si trovò raccolto sotto la presidenza dei sindaci Giovanni da Prato e Giorgio Bonardi. C'erano presenti il Conte di Piossasco, rappresentante del Duca di Savoia, il luogotenente generale del Duca di Nevers, e il signor Servient, consigliere e segretario di Stato del Re di Francia. La folla che nessuna forza aveva potuto contenere, era penetrata nel refettorio, e riempiva tutti gli angoli, pigiandosi senza far rumore contro le pareti bianche dello stanzone ampio e nudo; e dietro ai vetri delle finestre, dietro alle teste dei consiglieri, nei vani delle porte, si alzavano gli uni sugli altri dei grandi cappelli d'archibugieri, dei cappucci di seta di signore, degli scapolari di frati, dei pennacchi d'ufficiali francesi, dei visi pallidi e immobili, che non avevano di vivo che gli occhi. In mezzo a un silenzio profondo furono rimesse al segretario le regie patenti suggellate del Re di Francia. Il vecchio segretario, notaio del Comune, esaminò diligentemente i suggelli, secondo le prescrizioni: le sue mani tremavano, la pergamena gli sfuggì due volte; l'adunanza pareva soffocata dalla commozione; era quasi mezzo secolo di dominazione straniera, di avvilimento, di tristezza e di miseria che stava per finire in quel punto! In fine, i suggelli furon rotti; una voce alta e tremante lesse l'atto solenne, col quale Enrico III “per la piena fiducia da Lui riposta nell'amicizia che gli dimostrava suo zio il Conte di Savoia, e per il desiderio che era in Lui di accontentarlo„ ordinava la restituzione di Pinerolo, di Savigliano e di Perosa, prosciogliendo gli ufficiali delle tre terre dal giuramento di fedeltà al Re di Francia. Un'acclamazione altissima, a cui fece eco la moltitudine dalla via, seguì le ultime parole; i consiglieri si baciarono; cento visi si rigaron di lacrime. In mezzo a un'agitazione febbrile fu firmato l'atto di restituzione al “_Serenissimo Domino Emanueli Philiberto, Duci Sabaudiae_, _Principi Pedemontium, et principi nostro vero_, _naturali, optatissimo_.„ Un altro altissimo evviva fece tremare l'edifizio, il Consiglio si sciolse, i consiglieri usciti nella via furono circondati, abbracciati, portati quasi dalla folla verso la piazza San Donato. Una gioia fresca e sonora, come di gente ringiovanita, si spandeva in ogni parte, ravvivata ancora da quel bel sole, da quel bel cielo terso, che pareva la promessa e il principio d'una lunga età serena e tranquilla. Ma nonostante quella gioia, che dominava ogni altro sentimento negli animi, molti, passando, si voltavano a guardare in viso una signorina grande e snella, che portava con una grazia mirabile un alto cappello conico, ornato di cordoncini d'oro e di nappine di seta, appoggiandosi al braccio di suo padre. E più di tutti la guardava, seguitandola a quindici passi di distanza, Enrique de Benavides, che pure attirava molti sguardi di donna con la sua bella eleganza di colosso e con la grossa gemma del suo _sombrero_ piumato. Egli non perdeva un solo movimento di quelle spalle graziose, e di quel braccio ripiegato, nascosto in un'ampia manica serrata al polso. Da quei movimenti leggerissimi egli indovinava il respiro affannoso, il palpito concitato del cuore, una gioia violenta e compressa che brillava forse in bellissime lagrime mute, non vedute da alcuni. — _Pobre nina!_ — andava dicendo tra sè, perdendola d'occhio e ritrovandola a volta a volta tra la gente; — il nobile sogno della tua vita s'è compiuto; godi; sii felice. In tutti costoro l'amor di patria nasconde un interesse, che so io? una speranza; in te sola è puro come l'aria delle tue montagne. Tutta la gioia di questa moltitudine non vale una pulsazione di quel sangue gentile che ti colora il collo in questo punto. Sii felice. I giorni tristi ritorneranno, forse, pel tuo paese; nuovi stranieri, nuove miserie, e servitù più lunghe e più dure, forse; ma tu non ci pensi, povera ragazza; il tuo cuore è tutto nella gioia presente, e vede un avvenire interminato d'indipendenza e di pace. Va, buona e bella creatura; ritorna nella tua casetta modesta, ad aprire la tua bell'anima piena di tesori davanti alle immagini del tuo Dio e del tuo principe: essi non riceveranno certo da questa terra un omaggio più nobile e più santo del tuo. — E così pensando, mentre la fanciulla spariva svoltando in via Porta di Francia, egli sporse leggermente il viso innanzi stringendo le labbra; e quel bacio muto si perdette tra la folla come un fiore invisibile travolto dalle acque d'un torrente.

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Da quel giorno in poi Pinerolo fu in ribollimento come non era più stata dal tempo dei principi d'Acaja. I soldati del Re lasciavano la città giorno per giorno, a un battaglione alla volta; molte famiglie francesi partivano; arrivavano ufficiali e messi del Governo di Torino; venivano frotte di curiosi dai dintorni. Il governatore conte di Piossasco aveva messo mano fin dal primo momento a ordinare la milizia provinciale, istituita da Emanuele Filiberto. Il Consiglio dei venticinque si radunava ogni giorno per provvedere alle feste. Il tempo incalzava: erano già arrivati i furieri della Corte. La città avrebbe voluto fare grandi cose, superare Vercelli che aveva drizzato sul passaggio del Duca cinque archi di trionfo e cento statue. Ma i denari mancavano e le ore erano contate. Fu stabilito che il Consiglio intero, la milizia, gli archibugieri, i personaggi principali della città andassero ad aspettare il Duca al Belvedere. Fu ornato di tappeti e di arazzi il palazzo degli Acaja. Il Consiglio fece fare un grande baldacchino frangiato che doveva essere portato da sei gentiluomini; ordinò vestiti appositi pei sindaci, pei capitani, per gli staffieri, per le guardie; fece allestire centinaia di bandiere savoiarde: tutto doveva essere a lutto per la morte della duchessa Margherita. La città era sottosopra; nascevano litigi accaniti per la rappresentanza e per i posti di ricevimento; per tutto si lavorava a preparare stendardi, ghirlande, corone; quanti fiori era possibile trovare a quella stagione nei dintorni della città e nelle valli e sulle montagne, le rose di Bengala, i leontopodii, gli eliotropii d'inverno, le viole a ciocche, i capelli di Venere, il lauro nobile, l'ellera, l'agrifoglio, i rami di pino selvatico dei monti di Talucco e di Cumiana, tutto fu ansiosamente cercato, disputato, pagato, e centinaia di mani bianche s'affaticavano a intrecciare e a trapungere; mentre per le vie insolitamente rumorose andavano e venivano consiglieri, operai, archibugieri, militi provinciali ancora mezzo vestiti da paesani, contadini carichi di fascine e di legna per i fuochi di gioia, processioni di ragazzi con le coccarde dai colori di Savoia; e al disopra dello strepito dei crocicchi, s'alzava la voce acuta dei banditori del Comune ad annunziare fra cento altre cose “che nissuno habi da andar incontro a Suoa Altezza a cavalo, salvo queli quali saranno domandati et avvertiti, sotto pena di venticinque scudi„. Eran giorni tumultuosi, febbrili e felici. Si capisce. Non era soltanto un capitano possente e fortunato che aveva empito l'Europa del suo nome, non era solamente il vincitore di San Quintino colui che doveva entrare a Pinerolo: era un monarca sapiente e benefico, che aveva compiuto con una perseveranza maravigliosa, in trent'anni di fatica e di pericolo, l'opera gigantesca della ricostituzione dei suoi Stati; che aveva rinsanguato la sua Casa, ridata una nuova gioventù, aperta un'età nuova d'immense speranze al suo popolo, mentre le altre provincie d'Italia, come invecchiate, e richiuse pigramente in sè medesime, pareva che non pensassero più all'avvenire; era un principe che rientrava nella città ch'egli aveva più lungamente desiderata, e per la quale aveva messo più duramente e più mirabilmente alla prova la sua costanza e il suo ingegno; e ci veniva di quarantasei anni, nel colmo della sua forza e della sua gloria, e reso più venerabile e più sacro da un grande dolore.

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Quel capo armonico di cugino, col suo naso rincagnato, trovava che il Consiglio “faceva troppo;„ che tutto quello spreco di “danaro pubblico„ sarebbe stato a mala pena giustificabile quando con Pinerolo e Savigliano fosse venuta anche Saluzzo; ma non si curava neanche più di stuzzicare la ragazza, tanto la vedeva da un pezzo indifferente ad ogni cosa che le potesse dire. Solamente, egli aveva adottato, per quando si parlava delle feste, un sorriso leggermente compassionevole, che cercava di mettere in vista. Evelina, a quando a quando, si sentiva dentro degli impeti di una gioia immensa. La proposta che uno dei venticinque aveva fatta, e che il Consiglio aveva approvata, di mandare incontro al Duca duecento bambini, — _doeciento putti_ — con una bandiera ciascuno, i quali cantassero tutti insieme a mezza voce una canzone patriottica, in cui si sentisse un'eco sommessa di dolore per la morte di Margherita di Valois; quell'idea di mandare innanzi il canto dell'infanzia a consolare il dolore d'un eroe, le pareva divina; s'inteneriva a pensarci; avrebbe voluto pettinarli, lisciarli tutti lei quei ragazzi, metterli in fila e guidarli ella stessa incontro a Emanuele Filiberto. Non potendo fare altro, preparava un ampio parato azzurro da stendere sulla ringhiera del terrazzo, con le parole _San Quintino_ trapunte in bianco, a grandi caratteri. Aveva ordinato del lauro tino per fare delle corone. Il terrazzo era al primo piano, all'angolo di via del Duomo, dove la via sbocca nella piazza, a sinistra di chi va verso San Donato: si sapeva che il Duca per andare fino alla via degli Orefici, dov'era il Palazzo degli Acaja, sarebbe passato di là; essa l'avrebbe visto da vicino, dunque; e ogni volta che questo pensiero le si affacciava improvvisamente, il sangue le dava un tuffo, la mente le si turbava; aveva bisogno di moversi, di spalancare le finestre, di sentire dello strepito, di discorrere, di cantare. E poi si rimetteva con più ardore al lavoro. Ma di quando in quando — molto sovente — una profonda tristezza le entrava tutt'a un tratto nell'anima, violentemente, come una mano brutale le afferrasse il cuore; e allora lasciava cadere il parato azzurro sul pavimento, e rimaneva con le mani inerte sulle ginocchia, e con gli occhi fissi alla parete, per molto tempo. Gli affari del Benavides erano accomodati; dopo l'entrata del duca sarebbe tornato in Catalogna; egli non rimaneva che per rivedere, dopo diciassette anni, il suo glorioso generale di San Quintino, forse per l'ultima volta; e il giorno dopo sarebbe partito, ed essa non l'avrebbe rivisto mai più, certamente. E allora tutto sarebbe finito. Tutto? Che cosa? Nulla. Un sogno. Nemmeno un sogno. Eppure si sentiva un nodo di pianto nell'anima. Egli era così nobile d'aspetto e di cuore, così rispettabile in quella sua tristezza austera per la morte di sua madre, e doveva nascondere dei così grandi tesori di bontà sotto quella compostezza taciturna, che dava tanta dignità alla sua bellezza! Come doveva essere profonda e generosa l'amicizia, in lui, e l'amore grande e gentile! E che dolci, ardenti, possenti parole gli dovevano sgorgare dal cuore, quando un impeto di passione e di tenerezza lo moveva! No, ella non avrebbe mai più incontrato nella vita un'anima così nobile e così bella. Ed egli partiva senza averle dato mai un segno d'affetto e d'amicizia. Era troppo povera cosa per lui. Eppure, l'avrebbe guardata con occhio assai diverso, l'avrebbe forse anche amata, a poco a poco, se non fosse stata di una condizione di tanto inferiore alla sua. Essa avrebbe saputo farsi amare, forse! Non si sentiva mica indegna di lui, dentro al cuore. Egli l'avrebbe dovuta indovinare. Come non l'aveva indovinata, come non gli era nato, in tanto tempo, un sentimento un po' più vivo che una benevolenza cortese? Qualche volta, ripensandoci, le pareva sì d'aver visto in certi momenti nel suo sguardo, d'aver sentito nella sua voce non so che d'insolito, un lampo, un tremito sfuggevole, come l'espressione involontaria e istantanea d'un sentimento d'amore. Ma come a fissare intensamente con lo sguardo i caratteri minuscoli d'una scrittura, si finisce con non veder più che il bianco della carta, così, mettendosi a meditare profondamente su quei piccolissimi segni, essa finiva con non trovarci più alcun valore, e con credere fermamente d'essersi ingannata. Ah! come avrebbe saputo amarlo, consolarlo, entrargli nell'anima, legare una per una alle fibre del proprio cuore tutte le fibre del suo! La ragione le si offuscava a pensare a una gioia, all'ebbrezza di essere amata, serrata contro quel giustacuore di seta, chiamata per nome nell'orecchio da quella voce profonda e morbida, carezzata da quella bella mano atletica di gentiluomo intemerato e di soldato valoroso. Ah! una così grande felicità non poteva essere per lei, lo capiva bene! Ed egli partiva, solo e malinconico, per un paese lontano, per ritornare alla casa abbandonata e triste, dove non c'era più sua madre a dargli il bentornato e a baciargli la fronte. Non sarebbe però stato solo lungo tempo. Non era un uomo da poter consumare la vita senza affetti. Una donna, cento donne l'avrebbero amato, adorato.... Ma non n'avrebbe amata che una sola, lui, Benavides, così nobile e così austero! E fissandosi in questo pensiero a malgrado proprio, essa vedeva una donna fra le braccia di lui, una spagnuola orgogliosa e vezzosa, una patrizia vestita di raso e scintillante di gemme, avviticchiata al suo collo, in una stanza splendida di marmi e di specchi; e la rivedeva accanto a lui, altiera e felice, in un ricco legno tirato da cavalli superbi, su per la Rambla di Barcellona; e abbandonata sulle sue ginocchia sotto la tenda verde d'una barca dorata lungo le sponde dell'Ebro; tutta vermiglia in viso, palpitante e pazza d'amore; e liberatasi da quell'immaginazione sfolgorante e dolorosa, e rivolto lo sguardo intorno per la propria casa, dove tutto esprimeva la povertà del suo stato e l'umiltà della sua nascita, che eran forse la sola cagione per cui una felicità immensa le era negata, provava un dolore più acuto, un avvilimento angoscioso, una pietà infinita di sè stessa, che le faceva abbandonare la fronte sulla spalliera della seggiola esclamando: — No, no, non basta la patria! — e scuotere desolatamente la testa, piangendo senza lacrime, come una creatura disperata. Ma poi, riscossa da un grido improvviso dell'orgoglio, balzò in piedi, si passò una mano sulla fronte, e disse a sè stessa: — Ho sognato. Non pensiamoci più. Coraggio! — E da quel momento si rigettò tutta nella sua prima passione, e si rimise a parlare con nuovo e più ardente entusiasmo al Benavides del suo principe adorato, sforzandosi di mostrare una grande allegrezza; stupita nondimeno e afflitta dentro, al vedere che il catalano non le rispondeva più come per l'addietro, e pareva sazio ed uggito di quei discorsi. — Ancora di Emanuele Filiberto? — le domandò una sera quasi in tuono di noia. Ed ella disse tra sè tristamente, quando fu uscito: — Egli s'annoia. Il suo pensiero e il suo cuore sono già lontani. È già separato da noi. Tutto è finito. Addio.

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